Una proposta di legge che guarda indietro: intervista a Maurizio Coletti sulla proposta di legge Fini

UNA PROPOSTA DI LEGGE CHE GUARDA INDIETRO:

INTERVISTA A MAURIZIO COLETTI SULLA PROPOSTA DI LEGGE FINI

 A cura di Silvia Garozzo*

 

 

S: riflettendo sull’equiparazione tra la 309/90 e la proposta di Fini, credo sia utile improntare l’intervista e quindi il conseguente articolo su una visione generale rispetto agli spunti di cambiamento che Fini propone, su punti di forza e punti deboli analizzati con un occhio tecnico: una discussione tra tecnici su questo.

C: Certo

 

S: per iniziare qual è la ratio e la cornice generale della proposta?

C: per analizzare la proposta di Fini, credo che prima di tutto questa vada storicamente e politicamente inquadrata. Si arriva a questo a circa 15 anni di distanza dalle leggi 685 e 44/99 e la cornice che accompagna la proposta di legge, secondo me, non è un dettaglio. Ci sono 3 punti importanti. Da una parte questa è una di quelle che vengono definite una “legge manifesto”, cioè molto agitatoria: bisogna punire chi si droga perché, come dice Fini, “non si deve avere paura di dire Repressione quando si parla di droga”. Poi c’è il secondo punto: questa legge è lo specchio di un debito elettorale che Fini ha contratto con Muccioli e la sua banda. Esiste un terzo punto importante: io penso che ci sia da parte di questa maggioranza, grandi difficoltà, quando si avventura in terreni che non riguardano solo Berlusconi ed i suoi accoliti; fanno disastri. In modo particolare su questo aspetto delle politiche sociali ci sono stati degli elementi molto negativi in questo senso: la questione del sistema pensionistico, il tentativo di privatizzazione di tutta una serie di prestazioni che riguardano il sociale, la procreazione assistita, le minacce alla legge sull’aborto, la politica sull’immigrazione, un attacco profondissimo alla legge sulla psichiatria, un altro attacco alle competenze ed alle risorse degli enti locali che in primis di queste cose si occupano. E, poi, c’è questa proposta di legge. Allora, è chiaro che non è una specie di fiore isolato che nasce in un campo. Non so se sia una strategia pensata e complessiva, ma comunque va inquadrata su questo piano. Infine, l’ultima cosa dal punto di vista politico, è un problema di visibilità del Vice Presidente del Consiglio. Che ha bisogno di farsi spazio nel rapporto con la base, con gli alleati, in questo governo. Mi chiedo, però, quanto terrà questa maggioranza su una legge così segnatamente repressiva che è il contrario dell’assioma del “Polo delle Libertà”! Questo non lo so perché si può pensare che approvare una legge come questa sia un vantaggio, ma si potrebbe pensare anche (così com’è stato per la legge Gasparri ) che nella maggioranza possano sorgere forti resistenze.

 

S: Cosa prevede la proposta di Fini rispetto al consumo individuale delle sostanze?

C: Andando nello specifico, per il consumo individuale di sostanze, la legge precedente tracciava un percorso che era costituito da una dose personale “tollerata” e da un percorso amministrativo che, ricordiamolo, era fatto da due ammonimenti, per arrivare alla terza fase in termini di provvedimenti amministrativi o di una alternativa in termini di trattamento. Nella proposta di Fini tutto questo scompare. Scompaiono tutte quelle misure protettive e di buon senso rispetto alle differenze tra le sostanze. Tutto diventa droga agli stessi effetti: dalle droghe di sintesi, all’hashish e la marijuana all’eroina, alla cocaina e tutto il resto. Tutto diventa proibito fin dalla prima volta. Qui si pone il primo problema dal punto di vista degli operatori: io non so quanto si possa pensare solo alle sostanze, perché è come se io dicessi: siccome io debbo dimagrire (per chi mi conosce, è noto che io debba dimagrire) allora devo essere molto fermo, intransigente sia verso il Montblanc che verso l’insalata. Siccome tutti i cibi, più o meno danno calorie, allora non c’è nemmeno un problema di dose. Non è che posso dire, vabbè, per non soffrire troppo una volta ogni tanto mangio un cucchiaino di Montblanc. Ugualmente anche l’insalata. Quindi, non esiste più nè quantità nè qualità. Gli operatori sanno bene che questo è un assunto che rispetto alle sostanze non può reggere. Ma, se andiamo a vedere invece gli stili di consumo, lì ci troviamo ancora più in difficoltà a capire la proposta di Fini. Sappiamo che ci sono degli stili di consumo più o meno problematici e dietro essi troviamo persone, storie, situazioni che sono molto differenti. Abbiamo imparato nell’arco di questi ultimi 20-25 anni che ad esempio un “giovane esploratore” (come definiva un articolo pubblicato su “Ecologia della Mente”*[1]), cioè gli adolescenti o giovani adulti che “esplorano”, fanno un uso di sostanze limitato e poi abbandonano, sono soggetti diversi, hanno storie ed implicazioni diverse, si osservano effetti differenti sulle persone che provano. Qui si sente la voce di Muccioli, che dice che il problema è che tutti i tossicodipendenti più gravi sono passati per l’hashish. Siamo addirittura tornati ad una discussione di 20 anni fa tra chi dice questo e chi risponde non tutti coloro che hanno usato hashish diventano tossicodipendenti. In barba a tutte le conoscenze che abbiamo acquisito. Quindi, le sostanze in questa legge diventano la cosa importante; le sostanze e la cosiddetta “tolleranza zero”. Le sostanze però sono il centro. Allora, questo è un punto debole della legge, che le persone non ci sono più. Le persone, le loro storie, le loro vite, le loro famiglie, le evenienze, il perché si va a cercare un determinato tipo di sostanza piuttosto che un'altra. Se andiamo a vedere l’uso di sostanze, sappiamo ormai che, sia dal punto di vista biologico che quello psicologico, si va a cercare determinato effetto perché c’è un problema di squilibrio biochimico che può essere provocato o provocante una questione di carattere psicologico e sociale. Perciò la persona molto depressa cercherà qualche cosa per diventare eccitata e viceversa, oppure la persona molto confusa, (e qui andiamo sul versante dei disturbi di personalità), invece cerca di trovare delle sostanze che  possono sedare la confusione od addirittura il drammatico vissuto angoscioso dello psicotico. Tutto questo scompare nella proposta Fini. Ci sono delle nuove tabelle. Una cosa curiosa è che non si capisce assolutamente su che base siano state concepite. Il più sprovveduto dei medici ci può dire tranquillamente che c’è un problema di reattività individuale. Questo vale anche per i farmaci e per gli psicofarmaci. Per esempio si sa che c’è una reattività individuale tale per cui chi usa gli psicofarmaci in psichiatria, sa che deve essere costruitoe un piano personalizzato. Tutto questo scompare. Le persone, le storie, le difficoltà, i disagi, le sofferenze. Ci sono le sostanze, anzi la sostanza, la droga. Questo è il primo problema imponente che ci propone la proposta di Fini.

 

S: rispetto a questo mi risulta che, nelle tabelle della proposta di Fini, per la cocaina sia prevista una quantità di principio attivo maggiore che per altre sostanze. Che ne pensi?

C: sì, questa è una delle bizzarie di questa legge. E’ facile dire che il pattern di consumo della cocaina è differenziato. Noi abbiamo fatto una ricerca sulla cocaina in cui risulta che i consumatori di cocaina si dividono essenzialmente in due gruppi: il primo gruppo sono i politossicodipendenti che consumano anche cocaina; il secondo gruppo, che era diviso in due sottogruppi, sono i giovani che la usano all’interno di una serie di situazioni ricreazionali e gli adulti che la usano per essere più efficienti ed efficaci a diversi livelli, sul lavoro, sul sesso, ecc. Allora, è evidente che in questa visione si può ben a dire che è la droga per le persone danarose. Però questo è un elemento che perde significato di fronte all’incongruità delle proposte che ci sono su questa legge.

 

S: mi chiedo rispetto alla diffusione così ampia di cocaina negli ultimi anni che senso abbia una quantità di principio attivo maggiore rispetto alle altre sostanze.

C: Certo, diventa, per chi governa il mercato clandestino, molto più semplice basarsi su una sostanza piuttosto che su un’altra.

 

S: Rispetto alle proposte di Fini sui provvedimenti pratici, che ne pensi?

C: Prevede, nella modifica all’articolo 75, che alla prima volta che si è trovati in possesso di una qualsiasi quantità di sostanze immediatamente,  si entri in un circuito che ruota attorno alla sospensionedella patente, del porto d’armi, del passaporto, del permesso di soggiorno. Immediatamente c’è una risposta di questo tipo. Si è molto discusso e si continua a discutere sul fatto che queste sospensioni che erano previste anche nella 309/90 e che non sono state applicate in maniera massiva, portino a delle conseguenze negative per le persone. Ma non è questo il punto principale. Il punto è che immediatamente si dice: se non vuoi che ti tolga la patente allora devi entrare in trattamento. Il trattamento lo fai dove ti pare. Vengono favoriti quelli residenziali a prescindere dalla persona e dalla sua situazione clinica, psicologica e sociale. Una delle cose che si pensa subito è che potrebbe essere una risposta eccessiva. E’ come sparare con un cannone ad una mosca. Un ragazzetto che si fuma una canna si deve fare 6 mesi di comunità terapeutica.

 

S: tra l’altro mi sembra che poi sulla verifica del trattamento ci sia poco e niente.

C: come al solito: il problema delle verifiche dei trattamenti esiste anche sulla 309/90. Negli art. 75 e 121 c’è un trattamento o alternativo o obbligatorio, in teoria il giudice chiede agli operatori di comunicargli l’esito positivo del trattamento.Le esperienze che abbiamo fatto da questo punto di vista sono complicate. Qual è l’”esito positivo”? Che significa? L’idea ingenua e generosa sarebbe: la persona non toccherà mai più sostanze per tutta la sua vita? Ma sappiamo che la realtà non è questa. Allora, gli operatori hanno imparato a fare dei report che sono capolavori di incongruenza perché quella è una domanda a cui è impossibile dare una risposta. Ha funzionato il trattamento? La persona è recuperata? Come si fa a rispondere a queste domande se non si entra in un infinito e sfibrante approfondimento di tutta una serie di passaggi?. Quindi il problema della verifica “legale” dei trattamenti è un problema che rimane. Qui ci sono due elementi che io vorrei sottolineare, sono due “termini imbroglio” che, ormai, dovremmo imparare a considerare tali. Sono i termini “Astinenza” e “Guarigione”.  Se un trattamento promette l’astinenza mi deve assicurare che è da tutte le sostanze e per tutta la vita; ergo, se una persona esce da un trattamento che ha 28 anni, a 45 ha una delusione d’amore e si ubriaca, allora si può affermare che il trattamento ha fallito. Un obiettivo, quindi impossibile. L’altro termine “Guarigione”: che vuol dire? Come si usa dire in medicina, una “restitutio ad integrum”? La medicina ha bocciato questo termine. La “restitutio ad integrum” non esiste, perché qualsiasi tipo di trattamento e qualsiasi tipo di malattia lasciano dei segni. Un trattamento chirurgico ci ripropone tutta una serie di complicanze, un trattamento farmacologico ci appesantisce il fegato. Comunque, non siamo più quelli di un giorno prima anche perché è passato un altro giorno della nostra vita. I termini “guarigione” e “astinenza” sono imbrogli. A questo livello, si aggiungono poi gli aspetti più balordi di una terminologia che ha un estremo bisogno di essere rinnovata e precisata. Quando ci si chiede, per esempio, “quanti ragazzi salvate?”, questa è una delle frasi più agghiaccianti che si possano udire, perché è fatta da altri due imbrogli: la “salvazione” appunto e i “ragazzi”. Perché “i ragazzi”? Dove stanno? Che significa? Quindi si ipotizza che i trattamenti debbano salvare i ragazzi o che debbano guarire o che debbano creare questa infinita astinenza da tutto. E questi sono imbrogli.

 

S: rispetto alle proposte di provvedimenti amministrativi e legali che ne pensi?

C: Tutta questa è la modifica dell’ex art. 75; è quella a cui accennavo prima: il passaggio al ritiro di documenti di carattere amministrativo, che si può evitare con un trattamento; ma se la persona, per esempio, non si presenta, non va al trattamento, immediatamente scatta l’aspetto penale. Quindi, lo scivolamento dall’amministrativo al penale è assolutamente immediato. Poi c’è un altro punto che mi facevano notare alcuni esperi di legge: nel comma n°4, alla fine, dice: “Avverso l’ordinanza con la quale il prefetto  ritiene fondato l’accertamento e convoca la persona segnalata, può essere fatta  opposizione, entro il termine di dieci giorni dalla notifica all’interessato, al giudice di pace, e nel caso di minorenne al tribunale per i minorenni, competente per territorio in relazione al luogo come determinato al comma 1.”. Cioè, in altri termini si dà quello che in termini giuridici è l’onere della prova a discarico. Cioè, devi dimostrare di essere innocente e non rispondere alla dimostrazione di colpevolezza. E questa è evidentemente una stortura di carattere giuridico.

 

S: Rispetto al piano legale, le innovazioni che Fini propone prevedono un aumento del limite massimo della pena per poter accedere alle misure alternative, dai 4 della 309 a 6 anni. Che ne pensi?

C: Sì, c’è però un abbassamento della pena dagli 8 anni ai 6 anni. Dicono che una delle migliorie sia questa. Ma la pena massima rimane di 20 anni. Generalmente, quando si vuole abbassare una pena, si abbassa la pena minima ed anche la massima. Invece, la pena minima viene ponderata su un altro livello e la pena massima rimane così. Quindi, quando viene detto che non è una legge repressiva perché hanno abbassato la pena, questo non è totalmente vero.

 

S: invece rispetto all’aumento del limite della pena ai 6 anni per accedere alle misure alternative, mi chiedevo quanto questo da una parte possa andare nella direzione di svuotare le carceri e dall’altra quanto possa essere d’aiuto rispetto alle persone che accedono alle misure alternative.

C: per ora non sono state fatte delle stime in termini di conseguenze, se non pensare che il meccanismo di cui abbiamo parlato sin ora sia enormemente complicato , ma gli operatori di polizia avranno un grandissimo aumento di impegni, e così i giudici, i giudici di pace, i prefetti. Sarebbe un aumento pazzesco delle difficoltà. Ci sono dei grandissimi dubbi su alcuni passaggi e sulla loro fattibilità concreta.

 

S: e se da una parte appare una legge repressiva dall’altra permette al tossicodipendente che commette un reato di non confrontarsi poi così facilmente con una rilettura critica di ciò che ha fatto? Questo sia da un punto di vista della criminalità che dal punto di vista terapeutico in senso stretto.

C: su questo c’è tutto un dibattito scientifico e professionale che sta proseguendo e che riguarda la questione antica e controversa della possibilità dei trattamenti alternativi alle carcerazioni. Su questo punto ci sono molte idee differenti. Non è un dibattito chiuso. Anzi, ci sono molte ricerche valutative che indicano che il trattamento obbligatorio ottiene alcuni effetti su un numero sorprendente di soggetti. Naturalmente, invece, soprattutto chi si occupa non tanto della parte strettamente sanitaria, quanto psicosociale, sottolinea il fatto che ci siano delle grandi difficoltà ad accogliere e lavorare con persone che vengono lì solo per evitare il carcere. Chi lavora in prigione lo sà: la persona che viene per evitare un aggravamento della sua posizione, per uscire dal carcere, non ha una motivazione molto limpida al lavoro che si vorrebbe intraprendere. Però, in questo senso, secondo me, il dibattito e la discussione sono ancora aperti.

S: Rispetto ai Servizi questa proposta cosa prevede?

C: mah, questo è il terzo punto rilevante che volevo sottolineare. Il disegno dei servizi proposto da Fini modifica profondamente l’esistenza. Viene prevista quella che ormai da molto tempo viene definita come una parità di diritti, di dignità e di accesso tra servizi del pubblico e del privato sociale che si basa su questi due cardini: la certificazione e l’accesso diretto. Nella discussione in corso, una parte rilevantissima delle organizzazioni, delle loro dirigenze, dei centri, hanno raggiunto in maniere diverse l’idea che l’accesso diretto sia ormai maturo. In molte regioni i dipartimenti sono fatti da realtà del pubblico e del privato. Ti cito per ultimo questo bellissimo documento*[2] della Regione Marche, dove, appunto, si prevede direttamente un dipartimento che unisce in maniera semplice tutte le risorse, sia del pubblico che del privato. Quindi, a questo punto l’accesso diretto non è un punto importantissimo: sull’accesso diretto non ci sono problemi. La certificazione, invece, è un elemento molto complicato: è un atto medico-legale, è un elemento per cui quando è un pubblico ufficiale a farla, beh, questo dà più garanzie. L’idea su cui questo si basa è che la certificazione sarebbe dovuta o dovrebbe rimanere al pubblico. Invece, in questo caso, l’”associazione dei genitori pinco pallino” si dota di uno psichiatra due ore a settimana, di un medico, di uno psicoterapeuta, ha assolto ai suoi obblighi e può accettare o procacciarsi utenza. Fino a qui l’aspetto centrato su accesso diretto e certificazione. Invece, il problema della debolezza totale di questa legge è che non vengono previste risorse! Alla fine, cosa succede ?, Che le aziende sanitarie locali hanno dei budget, che questi budget sono ripartiti per le singole aree. Una di queste è la tossicodipendenza. Sappiamo che per esempio per i programmi residenziali, comunque per i programmi extrapubblico, c’è un budget definito. E, per esempio, succedono queste cose abbastanza assurde per cui, al di la del problema dei livelli delle rette, ai primi dell’anno, quando il budget è ancora da spendere, si possono mandare i soggetti a trattamenti esterni, poi alla fine dell’anno è finito il budget e quindi si interrompono i pagamenti, i programmi, gli invii.Questa legge non prevede nulla su questo, mantenendo quella che è la situazione attuale che invece sconta altri tipi di scelte, l’attacco selvaggio alle risorse nel sociale e nel sanitario, e che ha tutta una serie di altre conseguenze. Questo cosa può produrre? Chi paga? Certo, può essere pure che si preveda che paghino gli stessi soggetti. Quindi, si capisce che tipo di pazzia è questa. Già c’è una rigidità iniziale: o ti ritiro la patente, o vai in carcere o fai un trattamento. Allora, la persona dice: io faccio un trattamento. Va lì al centro di trattamento, gli fanno la certificazione e l’accesso diretto, dopodiché dicono “siccome non paga il pubblico,deve pagare lui”. Insomma, questa è una cosa assurda. Si può capire che tipo di situazione si vada a creare. Il fatto che le persone possano partecipare finanziariamente ai trattamenti questo va bene, però in questa condizione è francamente deprimente.

 

S: nella proposta di legge di Fini c’è un maggior accentramento verso la Presidenza del Consiglio dei Ministri piuttosto che le divisioni di competenze che prevedeva la 309. Che ne pensi?

C: sì, a livello delle istituzioni centrali, c’è un rafforzamento di quello che è il Commissario Straordinario per la Lotta alla Droga. Qui ci sono delle opinioni diverse, io ti dico la mia: a me questo sta bene. Io considero sostanzialmente Piero Soggiu addirittura più del minore dei mali, cioè una persona che certe competenze e certe sensibilità ce l’ha. Naturalmente è sempre il commissario di questo governo. Io ricordo che 7-8 anni fa facemmo una proposta per superare quella che era una frammentazione delle competenze a livello centrale, che era l’idea di un’agenzia. In fondo, l’ufficio del Commissario assomiglia ad un’Agenzia, quindi a me non sembra che questo sia negativo. Molti dicono che si tolgono competenze dal settore del Welfare per mettere nelle mani di un generale della Guardia di Finanza, ma bisognerebbe capire come funzionano le cose. Al Ministero del Welfare il passaggio in negativo è avvenuto quando hanno fatto sparire il Dipartimento per gli Affari Sociali.E bisogna sapere che per il Ministero del Welfare le politiche sulle tossicodipendenze sono seguite poco o niente e male o malissimo; lo stesso vale per la salute, per la tragedia del Ministero dell’Istruzione, vale per la Difesa, vale per gli Interni, ecc. ecc.. Allora, che ci sia a livello centrale un’entità fortemente caratterizzate, io trovo che sia una cosa positiva, specchio di quello che succede negli altri paesi: in Spagna, in Grecia, in Francia. Un altro punto, di cui si può parlare sono le competenze regionali perché allora lì si entra sul federalismo, ecc. ecc….ma questo è un altro discorso.

S: Mi sembra che Fini riproponga degli spunti di riflessione della 309. Uno di questi è forse quello che riguarda l’aspetto della prevenzione ed il dettagliamento della prevenzione che viene ribadito da Fini. Che ne pensi?

C: Sulla proposta non è che ci sia molto di tutto questo. C’è, da parte di questa maggioranza, una sottolineatura, un appoggio ad un approccio alla prevenzione che è molto criticabile. A settembre scorso, quando c’è stato questo “caravan serraglio”, qui a Roma, la cosiddetta Conferenza Mondiale sulla Prevenzione, sono state dette una tale quantità di idiozie e di banalità da far restare di sasso.Se questa è la prevenzione a cui loro pensano, veramente c’è da essere scoraggiati. Ma non vi è nulla sulla proposta.

S: Nella proposta Fini mi sembra che sia maggiormente specificato rispetto alla 309 come uno dei compiti da portare avanti per gli enti locali sia il reinserimento. Viene maggiormente sottolineato un aspetto che precedentemente era un po’ tralasciato. Che ne pensi?

C: la mia idea molto generale è che io trovo che ci sia nel nostro terreno un’esigenza di precisare bene gli aspetti terminologici. Per esempio, sul sito dell’osservatorio di Lisbona c’è un magnifico studio*[3] su tutta Europa che ha fatto una mia collega che lavora con me e che si chiama Annette Verster. Li dove per esempio si fa riferimento al reinserimento come l’ultima fase del trattamento e quindi una facilitazione al recupero di tutta una serie di attività sociali, ecc. ecc., negli altri paesi non è così. “Social reinsertion” è un termine usato in Europa per una serie di operazioni che non hanno niente a che fare con il trattamento e che vengono dal fatto che non è chi esce dal trattamento che necessità di un reinserimento sociale ma è la condizione del tossicodipendente che suggerisce un’azione del genere; e questo cambia molto. Questo suggerisce che ci vuole uno sforzo coerente anche nelle terminologia che utilizziamo. Per esempio, vi è un  gruppo di studio del CNCA,che si occupa specificamente e solo del lavoro.Ci sono diversi elementi che legano lavoro e tossicodipendenza: c’è il lavoro che fa un soggetto in trattamento che però è un pezzo di trattamento; c’è il lavoro che si fa in una fase di reinserimento, che è un’altra questione, c’è il lavoro come luogo di prevenzione.Io penso che bisognerebbe riuscire a fare uno sforzo di tipo terminologico e cioè dire che, se reinserimento vuol essere una parte di trattamento, noi oltretutto cadiamo nella logica precedente: dove sono le risorse necessarie? Per questo diciamo che quella di Fini è una “legge manifesto”. Quando si dice: “bisogna salvare i ragazzi”, “la prevenzione prima di tutto”, “il reinserimento è un punto importante”…e i soldi? Ci vogliono le risorse. Pure io sono capace di fare la lista della spesa: la prevenzione innanzitutto, dei buoni trattamenti ed il reinserimento efficace. Poi però devo declinare queste cose in una maniera coerente e debbo soprattutto dargli le gambe. Per dirla con Saletti, “gli enti di privato sociale finanziano le banche”, perché con i ritardi bisogna andare sugli anticipi e gli anticipi si pagano, quindi gli enti di privato sociale finanziano le banche. Siamo arrivati a questo. Come paradosso non c’è male.

 

S: come si è arrivati a questa proposta di legge?

C: beh, questa è una questione interessante. Perché da punto di vista metodologico si è arrivati a questa proposta in maniera inconsueta. Quando è uscita la notizia, era in una fase  elettorale. Dopo di ché, non se ne è saputo nulla per mesi.Questo la dice lunga. Chi sono gli autori di questa legge dal punto di vista tecnico? Si dice siano stati un gruppo di giuristi. Sì, certo, è talmente ingenua dal punto di vista del trattamento, che questo è credibile. Ma perché non si è aperta invece una discussione molto più larga su quelli che dovevano essere i principi ed anche su quelle che dovevano essere le pratiche conseguenze di tutto questo?Si è voluta invece fare un’operazione segreta. Ci consta che alcune copie siano state mandate ad un certo punto per una limitata diffusione. Ognuna di queste copie aveva un differente piccolo errore di battitura. Per cui ove ci fosse stata una divulgazione, una fuga di notizie, con questo meccanismo sarebbe stato possibile tornare alla “gola profonda”. Quindi, questo è stato il meccanismo della segretezza e della grande carboneria su questo. Questo si può spiegare solo dicendo che non hanno accettato l’idea di una discussione libera e aperta.

 

S: ed anche di una discussione tecnica?

C: Questo si accompagna ad un altro aspetto: questo governo non ascolta i tecnici, non li ascolta in nessuna forma ed in nessuna maniera. Non li ascolta nella Consulta. La vecchia Consulta degli esperti è stata rimaneggiata nel numero e resa ridicola nella composizione e, per ora, convocata solo una volta. Una volta e poi basta. E’ chiaro che la Consulta poteva essere un luogo adatto dove affrontare certe cose e discuterle apertamente. Altri momenti di discussione non ce ne sono, perciò la scelta di fare una legge sentendo quattro persone e facendola scrivere a due, fà il paio con questa cosa. O hanno paura o è una scelta di tipo politico o tutte e due. Però certamente una delle prime questioni è il metodo, che è un metodo veramente assurdo e non accettabile.

 

S: Come stanno reagendo gli operatori e le organizzazioni impegnate nel settore a tutto questo?

C: Beh, certo, bisogna riuscire a capire che cosa si può fare. C’è chi si chiede se c’era bisogno di una nuova legge. Io penso di sì. Io penso che tutta una serie di elementi che sono contenuti nella legge attualmente in vigore dovevano essere risistemati a fronte di cambiamenti del fenomeno molto rilevanti. Una cosa che è stata fatta in maniera parziale per quanto riguarda soprattutto l’assetto dei servizi, dei centri accreditati, ecc. con la legge 44 e con l’atto di intesa stato-regioni. Ma, certamente, questa è una proposta che, a partire dai punti che ho sottolineato: il metodo, le sostanze al posto delle persone, il problema di una punibilità immediata senza nessun’ammortizzatore, il problema dell’organizzazione dei servizi o comunque dei trattamenti, accompagnata da una totale mancanza di risorse, ha fatto saltare completamente l’attesa che c’era. Ci sono molte iniziative in giro. Ti darò un documento che abbiamo fatto come Consulta delle Società Scientifiche e delle Associazioni Professionali. Noi siamo stati chiamati dal Prefetto Soggiu un anno e mezzo fa. Ci ha detto: stiamo vedendo di cambiare la legge, ci date delle idee? Noi ci siamo visti e ci siamo chiesti: delle idee su che? Cioè, se non conosciamo il testo su cui stanno lavorando, i principi, come possiamo dare idee. Allora, abbiamo elaborato un documento con 10 punti, che sono principi generali. Quindi abbiamo un po’ capovolto l’ottica. Sulla nuova legge a noi piacerebbe che alcuni principi fossero ribaditi ed altri fossero evitati. Questo è intanto il primo dei documenti che è stato prodotto: è apparso a marzo scorso. Poi, più recentemente si è avviato nell’ambito delle organizzazioni quello che si chiama il “Cartello sulle Dipendenze”, che raccoglie l’eredità dell’”Educare non punire” e che è fatto essenzialmente da alcune grosse realtà come C.N.C.A. , F.I.C.T., da una serie di associazioni e società scientifiche, con una raccolta anche di altre organizzazioni, il Forum Droghe, il Gruppo Abele, Itaca, Saman e da altre organizzazioni, , ecc.. Questo gruppo vuole fare la sua parte, ma esistono anche altri tipi di movimenti che sono quelli più estremi, più legati ad un’ipotesi antiproibizionista, i radicali, i centri sociali, che si stanno organizzando. Qui, quello che occorre fare è di creare verso questa proposta, verso i suoi principi ispiratori, un movimento più ampio possibile, che non sia fatto solo da operatori. Perché, chiaramente, solo gli operatori, siamo una minuscola area in una realtà nazionale. Quindi noi, (Itaca in questo caso) aderiamo a questo cartello, stiamo lavorando con questo cartello proprio per fare un documento, un manifesto e per chiamare all’adesione una serie di organizzazioni, cercando la massima coerenza e la massima partecipazione possibile. Solo dopo, andremo al confronto con le forze politiche e a questo punto immaginiamo una serie di iniziative che vanno da questo articolo che scriverai, dalla riflessione che si è portata avanti nel convegno di Perugia, a quelle che saranno prossimamente un paio di iniziative come cartello all’inizio del prossimo anno. Poi, il 31 dicembre sono scaduti i tre anni dall’ultima conferenza nazionale, quella di Genova.. Si capisce che non ci sarà probabilmente un’altra conferenza nei primi sei mesi del 2004 perché c’è stato il semestre di presidenza italiano della CE. Ma, anche ove ci fosse, possiamo immaginare che può succedere. O la fanno blindata, a San Patrignano, chiudono porte e finestre e fanno venire solo invitati, (cosa che hanno già fatto per alcuni convegni); oppure è evidente che non sarà come è stato per tutte le altre conferenze dove hanno partecipato migliaia di persone ed hanno avuto la parola tutti. Le tre conferenze, soprattutto quella di Napoli e quella di Genova, le ultime due, sono state preparate da sei mesi di lavoro in cui hanno partecipato centinaia di persone scrivendo centinaia di fogli di carta, incontrandosi, scontrandosi, precisando, mediando, arrivando lì dai Punk a bestia ai professori universitari, da San Patrignano, che ha parlato in plenaria, fino alla più piccola organizzazione, c’era la possibilità di presentare documenti, materiale, di partecipare tutti. Qui cosa faranno? Perché, se l’aria è questa, immagina che può succedere: lo vogliono evitare. Naturalmente, noi dobbiamo trovare un’opposizione costruttiva, quindi non basta dire “fa schifo”, ma conoscerla, capirla, immaginare un’alternativa,un’alternativa completa e complessa. C’è anche un’altra proposta di legge, questa sì depositata, che è quella di Boato et al., che si muove solo su un punto preciso: la depenalizzazione del consumo. E’ un punto su cui ormai c’è un largo consenso: una depenalizzazione forte, robusta che corrisponde al fatto che si capisce che il consumo o è un fatto privato e quindi un problema etico o comunque è una cosa che in sé deve essere differenziata dall’abuso, dai problemi di droga correlati, ecc. Però molti di noi, tra cui io, consideriamo questa proposta non un’alternativa a questa di Fini. Perché quella di Fini è una riforma organica della 309, l’altra ne coglie solo un punto. Quindi, come operatori dobbiamo cercare di capire al tempo stesso che cos’è questa legge, di che cosa parla e quali sono gli elementi con dati di fatto, discutere sui versanti certificazione e accesso diretto e tutto il resto quali possano essere le conseguenze e soprattutto ragionare rispetto al problema delle risorse. Io credo che gli operatori debbano sempre più rendersi conto del fatto che magari può passare questa legge o anche una peggiore, il punto però è soprattutto quello legato alle risorse. Gli operatori dovrebbero lavorare in tanto su questo. Dovrebbero lavorare anche sulle altre questioni che ti dicevo prima, però senza isolarsi. Perché io ricordo benissimo che Itaca ed altre organizzazioni sono nate dal fatto che quella legge Jervolino-Vassalli, vide una partecipazione di operatori assolutamente insufficiente perché non c’erano organizzazioni: non partecipammo.Di fatto, la Craxi-Jervolino-Vassalli, ci passò sulla testa, ampiamente. Ecco, allora 15 anni non sono passati invano. Adesso abbiamo un tessuto associativo, professionale e scientifico assolutamente diverso. Ma non basta ancora, perché a questo punto secondo me va trovata la forma per cui questa questione sia, oltre ad essere un problema degli operatori, un problema di collettività più ampia. Dobbiamo trovare parole d’ordine. Io ritengo che “la persona innanzi tutto” sia una delle parole d’ordine più importanti. Poi, c’è una cosa che dice Claudio Cippitelli che è interessante: i genitori possono essere più contenti se vicino al ragazzo c’è un poliziotto o c’è un operatore? Questo è un dato di fatto. Una legge repressiva prevede evidentemente l’utilizzo delle forze di polizia. Un approccio invece più legato agli stili di consumo o alla raccolta degli elementi del disagio prevede gli operatori. Al padre dell’adolescente o del giovane adulto conviene una cosa o l’altra? Queste sono le cose su cui noi dobbiamo ragionare sia in termini di contenuto che in termini di alleanze e fare una raccolta di consensi su questa strategia. Si sta facendo molto, ma molto si deve ancora fare. E una posizione rinunciataria del nostro mondo, sarebbe gravissima. Dobbiamo organizzarci, ragionare, riflettere, discutere, capire, incontrare altre organizzazioni, le parrocchie,che le associazioni giovanili piuttosto che le associazioni dei genitori. Questo dobbiamo fare, perché questa è l’unica possibilità che noi abbiamo. Gli operatori devono prendere atto del fatto che c’è una strategia in atto, una strategia governativa, della maggioranza, e debbono farsi carico di un grosso ruolo anche se non è un ruolo esclusivo. Perché chiaramente anche ove noi fossimo il 100% di tutti gli operatori, cosa che non è, questi non si fermano nemmeno di fronte al Presidente della Repubblica, a 60 milioni di Italiani su 61, figuriamoci se si fermano di fronte a Itaca, Saman, C.N.C.A., Gruppo Abele e F.I.C.T. e Exodus, ecc.. Possiamo aggiungercene quante ne vogliamo ma sono sempre minuscole entità.

 

 

 

 

 

 

 

Silvia Garozzo*, Psicologa e psicoterapeuta, Consulente Associazione Saman.

 

RIASSUNTO

L’articolo propone un’intervista al Dott. Maurizio Coletti, Presidente di ITACA, Associazione europea degli operatori professionali delle tossicodipendenze, sulla nuova proposta di Legge Fini sulle tossicodipendenze.

 

SUMMARY

This paper promots an interview to Dc. Maurizio Coletti about the new law written by Fini on drag-addiction.

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[1] Shedler, J.,  Block, J., “Dimmi bambino che vita fai e ti dirò se ti drogherai: studio prospettico sui fattori predittivi della tossicomania”, tradotto in American Psychologist, vol. 45, n.5, maggio 1990, in Ecologia della Mente, n.2/1990, pagg. 67-100.

[2] L’Atto di Riordino del Sistema Regionale dei Servizi per le Dipendenze della regione Marche.

[3] Social reintegration in the European Union and Norway - By Annette Verster and Ulrik Solberg Emcdda March 2003