L'ultimo dei progetti: uno sguardo approfondito ai manicomi giudiziari

ABSTRACT

            Nell’articolo, dedicato agli esperti di settore, si racconta della giornata di studi sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari tenutasi a Roma lo scorso 4 febbraio. La giornata prendeva spunto da una ricerca condotta da V. Andreoli sulle 6 strutture presenti sul territorio nazionale. L’articolo descrive in breve i risultati della ricerca e le riflessioni che da essa nascono per ragionare su un rinnovamento di tali strutture e del lavoro che in esse deve essere svolto, puntando l’attenzione sull’importanza di un percorso terapeutico. Intorno a queste riflessioni, l’articolo propone un parallelismo tra il lavoro svolto nelle comunità terapeutiche e quello che negli O.P.G. dovrebbe essere svolto.

 

 

L’ULTIMO DEI PROGETTI:

UNO SGUARDO APPROFONDITO AI MANICOMI GIUDIZIARI

 

            Lo scorso 4 febbraio, mentre alla Camera si discuteva l’indulto, si svolgeva a Roma un seminario organizzato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Il Convegno ha avuto per tema la ricerca svolta con tanta accuratezza da Andreoli sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. A parte l’atmosfera piacevole in cui si è svolta la giornata, cioè la Sala dello Stenditoio del Complesso S. Michele a Ripa, il convegno ha visto la partecipazione di uomini di Giustizia di vari ruoli, e di esperti di settore. Tra gli ospiti, ovviamente, Vittorino Andreoli, che ha presentato ufficialmente la sua ricerca e Luigi Cancrini.

            La ricerca, svolta con tanta accuratezza e scientificità da Andreoli, prende come oggetto di studio una fotografia di tutti gli ospiti dei sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari presenti sul territorio Italiano in un giorno, precisamente il 12 marzo 2001. Tale studio fornisce dati di estremo interesse sui 1195 uomini e sulle 87 donne  presenti in quella data nelle sei strutture di Aversa, Barcellona, Castiglione delle Siviere, Montelupo Fiorentino, Napoli e Reggio Emilia.

            Il sesso, prima di tutto, perché la forte prevalenza degli uomini propone una somiglianza con la popolazione carceraria ed una forte differenza con quella della popolazione degli utenti dei Servizi Psichiatrici ove le donne sono generalmente di più. Questo primo dato conferma subito l’idea per cui non si può definire un rapporto lineare fra devianza psichiatrica (considerata come causa) e reati (considerati come effetto). In secondo luogo, l’età media è di 41 anni quindi molto inferiore a quella delle persone che risultano ancora oggi internate nelle strutture psichiatriche residenziali. Questo implica l’idea di una popolazione con una speranza di vita ancora molto consistente e che meriterebbe, perciò, un investimento terapeutico molto forte. Il dato successivo, quello relativo all’istruzione, è anch’esso di grande interesse. La quota delle persone che non hanno ultimato la scuola dell’obbligo supera, infatti, il 40% dei reclusi. I laureati sono 13, quelli che hanno conseguito il diploma superiore meno di 200. Ben al di sopra del 40% sono ugualmente le persone che non provengono  da un’attività di lavoro o di studio, vicini al 50% quelli che vengono da un lavoro dipendente non qualificato e solo 34 i professionisti. Il che vuol dire, in pratica, che a classe sociale di provenienza può essere considerata l’indicatore di rischio più rilevante, nella popolazione generale, in ordine alla possibilità di entrare un giorno in un O.P.G.. In modo molto simile, anche qui, a quello che accade alla popolazione carceraria ed in modo abbastanza dissimile, anche qui, a quello che accade alla popolazione di utenti in cura presso i servizi psichiatrici. Schematizzando molto, viene utilizzato l’O.P.G. soprattutto per quella quota di popolazione carceraria che presenta anche disturbi psichiatrici, disturbi evidenti anche prima della condanna (in una metà circa dei casi) o che si sono evidenziati in carcere (nell’altra metà). Quella che non è facile ipotizzare sulla base di questi dati invece è l’idea per cui l’essere affetto da un disturbo psichiatrico aumenti in modo significativo la possibilità di commettere reati. Quella con cui abbiamo a che fare in O.P.G. insomma non è abitualmente la complicazione delinquenziale dei disturbi psichiatrici più comuni ma la complicanza psichiatrica di persone che hanno commesso reati. Come ben dimostrato, per altro, dai dati relativi alla diagnosi.

            I disturbi psichiatrici più gravi, le psicosi schizofreniche, cui più ragionevolmente si collega l’idea di una follia che rende incapaci di intendere e di volere, rappresentano meno di un terzo dei casi (poco più di 300). Calcolando un’incidenza di circa uno a mille sulla popolazione generale sono 300 su 60.000 i pazienti schizofrenici che hanno commesso reati e si trovano in O.P.G.. Ragionando sulla cronicità abituale del loro disturbo e sul turnover molto più basso che essi hanno nei confronti della “normale” popolazione carceraria, la conclusione cui si dovrebbe arrivare è quella per cui l’essere affetti da una malattia mentale grave come la schizofrenia non aumenta il rischio di andare incontro a un comportamento delinquenziale. Con buona pace degli stereotipi sulla pericolosità del malato mentale grave e dell’idea, oggi tanto diffusa in ambienti contrari alla legge voluta da Basaglia, per cui la carenza di risposte a livello dei Dipartimenti di salute mentale spingerebbe verso l’O.P.G. una percentuale molto alta di pazienti schizofrenici. Mentre quelli sicuramente sovrarappresentati sono sicuramente i disturbi dell’area borderline: in forma di disturbo della personalità  o di disturbo dell’umore (la vecchia psicosi maniaco-depressiva) che tanto frequenti sono abitualmente in tutta la popolazione carceraria.

            Un’ultima osservazione sui dati della ricerca riguarda la tipologia dei reati. Perché quello che viene da pensare quando si parla di gente reclusa in O.P.G. è il peggio del peggio, una sequenza di criminali irraggiungibili del tipo di quelli rappresentati nei thriller e perché quello con cui ci si scontra, invece, è un insieme malinconico di poveri diavoli, di persone fragili, sbandate e più o meno gravemente deprivate dal punto di vista economico e culturale. Pochi dei quali (non più del 10%) hanno commesso reati davvero gravi. Gran parte dei quali scontano in O.P.G. sostanzialmente, la povertà delle risorse esterne alla struttura ed una speciale, paurosa difficoltà di adattamento: alla vita normale ed a quella del carcere.

            Da tale studio emergono quindi riflessioni importanti e proposte operative sul destino degli unici spazi rimasti in piedi, se pure con diversità importanti dagli altri “manicomi”, dopo la legge Basaglia. La 180 infatti pur essendo stata in passato portatrice di grande innovazione nel pensiero psichiatrico e psicoterapeutico, non è stata seguita da una serie di strategie di rinnovamento, formazione e da strutture alternative che pure erano necessarie. Le sei strutture che Andreoli fotografa nella sua ricerca pongono, se è possibile, una questione ancora più complessa rispetto ai vecchi ospedali psichiatrici. Questo rende assolutamente necessario uno studio approfondito su cosa fare di tali strutture.

            Andreoli propone, a fine della ricerca, delle proposte molto serie su tale argomento:

1)      che gli O.P.G. rimangano attivi come strutture previste dalla procedura giudiziaria;

2)      che vengano chiuse le attuali sei strutture per crearne di più piccole a diffusione regionale, al fine di facilitare anche il contatto ed il lavoro psicoterapico con le famiglie dei degenti;

3)      che ciascuna struttura regionale venga riorganizzata sul criterio dei primariati, con due responsabili: uno per la parte medica e l’altro per quella carceraria. Chiaramente l’organico dovrebbe essere rivisto sulle nuove esigenze;

4)      che tali sedi siano strutturate su un concetto di pericolosità collocato all’interno di diagnosi psicopatologiche, come uno dei tanti sintomi di queste ultime;

5)      che, infine, tali strutture si pongano come centri di scambio di interessi e collaborazione con la psichiatria del Sistema sanitario nazionale, sia sul piano del trattamento che su quello dello studio criminologico dei casi.

All’interno della giornata di studi tenutasi il 4 febbraio è stata sottolineata l’importanza di tale ricerca ai fini dell’apertura di un dibattito su questi temi. E’ proprio questo a sottolineare Luigi Cancrini nel suo intervento. Egli sostiene positivamente le proposte di Andreoli, avendo proprio quest’anno partecipato ad un progetto di supervisioni presso uno degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, e precisamente quello di Montelupo Fiorentino.

La ricerca di Andreoli che tra l’altro segue con scrupolosa attenzione un approccio scientifico, propone due discorsi paralleli ed innovativi. Da una parte si basa su un diverso quadro di riferimento, che guida anche il lavoro di supervisione in O.P.G. di Cancrini. Dall’altra propone importanti innovazioni da apportare al sistema.

Per quanto riguarda il primo aspetto, viene sottolineato il radicale cambiamento che investe il concetto di “pericolosità sociale”, che non più considerata un aspetto momentaneo a sé stante, finalmente viene inserita nel contesto di una malattia  retrostante che la giustifica e la causa al tempo stesso. Sono ormai passati circa 100 anni dalla legge Basaglia e gli studi sui disturbi di personalità e sulla pericolosità permettono un inquadramento più accurato e scientifico del termine. Fino ad oggi l’equazione che veniva fatta partiva dalla constatazione che la persona aveva commesso un delitto, poi tale persona veniva giudicata incapace e quindi pericolosa. La pericolosità riguardava quindi la coesistenza di due principali elementi: la malattia ed il reato. Gli studi epidemiologici però non rilevano una correlazione tra pericolosità e malattia mentale. Il concetto di organizzazione di personalità permette invece di immaginare uno studio sulla pericolosità sociale che prenda in considerazione due principali categorie: da una parte la capacità di controllo degli impulsi e dall’altra la patologia del senso morale. Il rapporto tra l’una e l’altra e specifiche esperienze infantili, eventi chiave della successiva organizzazione di personalità, darebbero luogo in alcuni casi all’esistenza di una pericolosità sociale. Le esperienze di psicoterapia con tali soggetti indicano chiaramente la reversibilità di tali quadri patologici. Cambiando il concetto di pericolosità va da sé che devono cambiare anche le strutture che di questa si occupano. Si possono cominciare ad immaginare quindi delle strutture che si facciano carico di persone che hanno commesso reati e che probabilmente, a causa della loro organizzazione di personalità, li commetteranno nuovamente. Questo è ciò che già accade per persone che in un quadro di organizzazione borderline di personalità presentino anche problemi di dipendenza dalle sostanze. Tali soggetti scontano in comunità misure alternative alla detenzione e traggono spesso beneficio dai percorsi terapeutici intrapresi. Si presume quindi che le strutture regionali proposte da Andreoli potrebbero proficuamente essere organizzate sulla linea delle comunità terapeutiche specialistiche. In queste strutture dovrebbero esserci delle équipe di terapeuti, in continua formazione e supervisione, che prendano in carico queste persone, le aiutino a scoprire come funzionano ed a modificare, ove necessario, il proprio funzionamento. La nostra esperienza in Saman ci fa incontrare continuamente soggetti di questo tipo. In effetti, nella ricerca di Andreoli si nota la scarsa presenza di persone tossicodipendenti nelle sei strutture studiate. Questa è dovuta al fatto che tali persone, che quindi oltre ad un’organizzazione borderline di personalità ed al percorso deviante, presentano anche una dipendenza da sostanze, si avvalgono di misure alternative alla detenzione. Nelle nostre sedi residenziali specialistiche accogliamo questi soggetti e svolgiamo con loro un lavoro psicoterapico complesso. Si vengono a creare così dei canali paralleli in cui a seconda che questi soggetti facciano o meno uso di sostanze (per gli altri elementi sono sostanzialmente simili) vengono seguiti in percorsi comunitari, in carcere (magari negli I.C.A.T.) o negli O.P.G..  Una ricerca di follow up svolta presso le nostre strutture sulle persone che sono state nostre ospiti in affidamento in prova al Servizio Sociale (178 casi in tutto) rivela come a fine percorso mentre un 25% circa degli utenti presentava delle recidive nell’uso di sostanze, la reiterazione di reati era quasi del tutto assente. Questo indica che i percorsi terapeutici in strutture adeguate possono essere efficaci sulla remissione della pericolosità sociale. Tali strutture, che siano comunità o strutture ospedaliere psichiatriche giudiziarie a diffusione regionale come nella proposta di Andreoli, dovrebbero avere certe caratteristiche per essere efficaci e qui veniamo al secondo punto: le innovazioni da apportare al sistema. Queste strutture dovrebbero infatti essere basate su un approccio psicoterapeutico con percorsi individualizzati sulle esigenze di ogni ospite. Le équipe, adeguatamente composte, dovrebbero seguire un costante processo di formazione e supervisione. Quest’ultima, come nell’esperienza svolta a Montelupo Fiorentino, ha anche il senso di ricompattare le équipe rispetto alla scarsa numerosità di psicoterapeuti esperti. Si pensi solo che su tutta la struttura di Montelupo ci sono esclusivamente due psicologhe ex art. 80 e con pochissime ore mensili. Anche in carcere purtroppo i numeri sono più o meno questi.

Rispetto alla riorganizzazione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari si possono quindi ipotizzare due strategie complementari di cui una a breve termine, l’altra più a medio-lungo termine. Innanzitutto, anche tramite il Parlamento Europeo, è necessario rinforzare il numero delle competenze psicoterapeutiche che lavorano in queste strutture. Si dovrebbero inoltre potenziare i Servizi Sociali di appoggio a tali strutture. Queste sono prospettive realizzabili economicamente poiché non richiederebbero spese insormontabili, anche tramite l’organizzazione di Progetti da parte dell’Amministrazione Penitenziaria che se per ora ha aperto le strade a degli spazi di supervisione, potrebbe ora organizzare un più sistematico ampliamento delle competenze psicoterapeutiche. Come ha sostenuto Luigi Cancrini nel corso del suo intervento: “se adesso ha inviato degli avamposti, ora è tempo di mandare le truppe!”. Rispetto alle proposte più a lungo termine, l’idea del decentramento delle sei strutture attuali sostenuto da Andreoli nella sua ricerca è ottima e segue anche un importante obiettivo terapeutico. Infatti, le persone ospiti di tali strutture potrebbero così seguire anche un percorso terapeutico familiare. Tale riorganizzazione va però ben ragionata anche rispetto alla numerosità di utenza da accogliere in queste sedi. Si ipotizza che il numero adeguato di utenza di tali strutture non debba superare le 25 unità. Infatti, abbiamo visto che nelle strutture comunitarie terapeutiche la qualità del lavoro svolto molto dipende dalla numerosità dell’utenza. C’è una notevole differenza tra strutture che accolgono circa 50 persone ed altre che ne accolgono circa 20-25. In numero dell’utenza dovrebbe essere esiguo poiché questo è un elemento discriminante rispetto al lavoro terapeutico. La persona deve avere un contesto in cui poter mettere in moto le sue risorse e la vita comunitaria in un gruppo di pari è il contesto più adeguato a fare ciò.

Se questi mutamenti venissero attuato si verrebbe a creare un valido percorso terapeutico parallelo a quello svolto nelle comunità specialistiche che accoglierebbe una tipologia di utenza sovrapponibile per la maggior parte degli aspetti. Questo poiché in entrambi i contesti si lavora su storie normali analoghe a quelle che si incontrano in carcere o in comunità. Il reato che hanno commesso si inserisce naturalmente nella storia della loro vita, è una manifestazione tra le altre di un disagio che lo precede e lo segue ma non si sarebbe mai determinato se qualcuno si fosse occupato di loro terapeuticamente e non si ripeterà se un lavoro terapeutico verrà davvero portato avanti. Poiché il reato esiste, tuttavia, ed ha conseguenze sulla società, dal reato e dalla ricostruzione degli eventi e della situazione che lo hanno reso possibile bisogna partire per aiutare una persona che sta male a ragionare su di sé, a riprendere possesso della propria storia e della propria persona. Anche la pena e la reclusione possono essere importante in molti di questi casi, poiché un meccanismo difensivo forte è spesso la tendenza a negare la gravità di quello che è accaduto, a minimizzarlo ed a giustificarsi e perché far finta che nulla sia successo, perdonare solo perché la persona è disturbata sarebbe alla fine un modo di darle una patente di irresponsabilità, di allontanarla da se stessa e dalla sua storia.

Per concludere, la giornata del 4 ha dato luogo ad un importante momento di riflessione sulla possibilità di chiudere l’anello aperto 100 anni fa dalla legge Basaglia. Mentre la proposta di chiudere gli O.P.G. è ferma alla Camera, si intravede la prospettiva di decentrare tali strutture rendendole espressamente terapeutiche e quindi efficaci rispetto alla cura della persona ed, in questa, alla pericolosità sociale. Questo permetterebbe di sfruttare il reato e la sentenza come un importante momento terapeutico da utilizzare per poi aiutare la persona a migliorare il più possibile la qualità della propria vita e la società a tutelarsi rispetto alla devianza. In comunità gli affidati hanno già questa opzione, è importante che anche i degenti negli O.P.G. ce l’abbiano. Poi ci sarebbe da trasportarla anche nelle normali Case Circondariali…ma questo è un altro discorso, forse successivo.

 

Dr. Silvia Garozzo

(Psicologa-Psicoterapeuta)

 

1. V. Andreoli, “Anatomia degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari”, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Ministero della Giustizia, Roma 2002.