Tesi di Laurea: Storie di vita di operatori di strada

 

 

Università La Sapienza di Roma

Facoltà di Psicologia

Indirizzo Clinico e di Comunità

 

 

Tesi di laurea

in Psicologia dello Sviluppo

 

STORIE DI VITA DI OPERATORI DI STRADA

 

 

 

Relatore                              Correlatore

Ch.mo Prof. Gerard Lutte            Ch.mo Prof. Gaetano De Leo

...................                                    ......................

 

Laureanda

Silvia Garozzo

..................

 

 

 

Anno Accademico 1996-1997


 

Prefazione

 

            La ricerca in oggetto si prefigge di affrontare un argomento nuovo e poco conosciuto in Italia: il lavoro di strada. Esso nasce da una fusione tra la Psicologia di Comunità, il lavoro di rete e l'Action Research. Si sviluppa in Europa circa 15 anni fa ed approda in Italia circa un decennio fa. Il lavoro di strada si divide in vari filoni che prendono in considerazione la prevenzione a tutti i suoi livelli (primario, secondario e terziario, secondo la suddivisione di Caplan). In questo contesto ci si occupa più che altro del lavoro di strada come prevenzione primaria e secondaria sui gruppi informali giovanili.

            A Tor Bella Monaca, quartiere degradato della periferia romana, da circa 8 anni si è formato un gruppo di operatori di strada volontari, che si sono organizzati in una Associazione denominata "Eutopia"; questo nome significa buon luogo e lo scopo principale dell'Associazione è proprio quello di far sì che Tor Bella Monaca divenga un luogo buono, di cui essere fieri e, non più, fonte di stigmatizzazione. Per far ciò, gli operatori di strada di Tor bella Monaca, capitanati da una combattiva suora laica di nome Tilde Silvestri, hanno svolto in questi anni, un'opera, a dir poco, miracolosa: essi hanno iniziato con una mappatura del territorio e, in seguito, come prevede il lavoro di strada, hanno fatto sì che la loro presenza nel territorio divenisse cosa abituale. In un secondo momento, hanno iniziato a contattare i gruppi informali di giovani che si riunivano in alcuni punti del quartiere. Quale miglior modo di relazionarsi alla gioventù che una videocamera con cui scherzare, divertirsi e, contemporaneamente, affrontare anche argomenti interessanti? Da questa iniziativa sono nati, non solo tre videocassette che rappresentano in qualche modo la gioventù di Tor Bella Monaca e l'inizio della relazione degli operatori con essa, ma anche feste e tornei sportivi, organizzati in collaborazione con i ragazzi stessi.

            Chi sono questi operatori di strada? Che cosa li spinge a svolgere un lavoro che raramente ottiene risultati a breve termine e che spesso richiede una continua ridefinizione degli obiettivi? Cos'è il lavoro di strada? Quali dinamiche comporta? Quali sono le problematiche che possono sorgere? Lo scopo della ricerca è proprio rispondere a queste domande. Per far ciò, si è utilizzato il metodo delle storie di vita che prevede che sia l'intervistato stesso a scegliere gli argomenti che ritiene più importanti per raccontare e raccontarsi. Sono stati intervistati quattro operatori di strada di Tor Bella Monaca: due uomini e due donne, di età compresa tra i 23 e i 32 anni. Essi hanno partecipato volentieri alla ricerca e si sono dimostrati tutti molto disponibili.

            Tramite l'analisi delle quattro storie di vita si cercherà di ricostruire il percorso che conduce al lavoro di strada ed il vissuto del lavoro stesso. Facendo un confronto tra le storie, si potranno meglio cogliere analogie e diversità, anche in rapporto ad eventuali differenze di genere nel lavoro in questione.

            La ricerca è organizzata in cinque capitoli. Nel primo capitolo si tratterà l'argomento del lavoro di strada in termini generali, per spiegare cos'è, per analizzarne le varie forme, per focalizzarne gli obiettivi e per chiarirne i metodi. Nel secondo capitolo si parlerà, invece, in maniera specifica del quartiere Tor Bella Monaca e della sua storia, della nascita dell'Associazione Eutopia, (ambito in cui lavorano gli operatori che hanno partecipato alla ricerca), e della sua evoluzione fino al giorno d'oggi. Nel terzo capitolo, dedicato alla metodologia della ricerca, si definirà il metodo delle storie di vita, spiegando perché è sembrato il più adatto a trattare un argomento di questo genere; inoltre, si chiarirà come il suddetto metodo sia stato utilizzato ai fini della ricerca. Nel quarto capitolo verranno riportate le storie di vita degli operatori. Infine, nel quinto capitolo, si cercherà di trarre le conclusioni della ricerca, analizzando ogni storia con un breve commento tematico in cui verranno affrontati i temi prescelti per approfondire l'argomento lavoro di strada. In seguito, si farà un paragone tra le quattro storie di vita ponendo l'attenzione soprattutto al percorso che può portare al lavoro di strada ed al vissuto del lavoro stesso.


 

Indice

 

Introduzione                                                                                            p. 1

Il Programma Integrato di Riduzione del Danno                                p. 3

Obiettivi                                                                                                  p. 4

Premessa                                                                                               p. 5

Tossicodipendenza, Riduzione del Danno e Servizi                         p. 7

Prevenire                                                                                                p. 9

La ricerca attiva del tossicodipendente                                           p. 10

Gli operatori                                                                                         p. 12

I servizi: la prima accoglienza                                                            p. 13

Gli stranieri                                                                                           p. 15

Il Centro di Prima Accoglienza                                                          p. 16

Lo scambio di siringhe                                                                       p. 17

Dalla strada al Progetto Terapeutico                                                p. 18

         Storia di Marco                                                                          p. 19

         Storia di Roberto                                                                       p. 20

Conclusione                                                                                         p. 21

Bibliografia                                                                                                  

 


 

Capitolo 1  Introduzione generale

 

 

1.1 Alcuni concetti basilari

 

            Prima di introdurre il concetto di lavoro di strada, (vedi Appendice), è fondamentale parlare di alcuni termini che ricorreranno spesso nella trattazione che segue.

            Il primo concetto da chiarire per capire il lavoro di strada è quello di disagio.

            Nel glossario del libro Operare nel sociale, a cura di S. Pighi1, il disagio viene definito come: <<il non star bene soprattutto psichico che nasce dalla contraddizione tra: i messaggi sociali proposti-il sistema di valori personale e comunitario proprio e-la sua impossibilità di realizzazione>>.

            G. Grosso2 evidenzia che il disagio, in quanto tale, non è un semplice sentire psicologico, ma <<è un concetto ponte che inerisce ai rapporti tra il singolo e la società, la sua sfera di bisogni sociali e di esperienze verso gli altri>>.

In questo contesto il disagio giovanile viene concepito da N. De Piccoli3 come la difficoltà di questi ultimi di <<assolvere ai compiti evolutivi>>. L'autrice continua spiegando che <<spesso il luogo che permette la condivisione empatica del disagio è il gruppo dei pari>>.

            E. Zambonardi4, propone una differenziazione tra tre diversi livelli di disagio giovanile: un livello evolutivo (che rientra cioè nella normalità), quello socio-culturale (che è legato alle società complesse e che spesso può incrementare il disagio evolutivo) e, infine, un livello di disagio cronicizzante (anticamera dell'assunzione dell'identità deviante). Conclude Zambonardi sostenendo che <<la crisi adolescenziale è quindi in parte espressione di un disagio evolutivo, che non va drammatizzato, ma sostenuto e non abbandonato o represso, perché questo potrebbe produrre effetti negativi spesso dirompenti>>.

            Come abbiamo potuto notare, il concetto di disagio può essere strettamente correlato a quello di devianza. Infatti N. De Piccoli conclude il suo articolo5 citando Neresini e Ranci: <<il disagio giovanile si presenta come un fattore di accelerazione verso l'assunzione di comportamenti devianti e dei processi di emarginazione>>.

            G. De Leo6 definisce la devianza come <<una categoria socio-psicologica che fa riferimento a tutte le forme evidenti ed evidenziate di trasgressione alle norme e alle regole rilevanti di uno specifico contesto di rapporti interpersonali e sociali>>.

            Egli7 spiega che ciò che porta alcuni gruppi giovanili a commettere atti devianti non sono tanto le caratteristiche del disagio sociale, quanto le crisi esperienziali e valoriali e le opportunità che questi giovani hanno di conoscere la devianza e di riconoscersi in essa. Le regole, anche quelle devianti, sono un fondamentale mezzo per creare e sostenere la coesione del gruppo stesso; quindi, prima di spodestarle, bisogna inserirne delle altre accettabili che possano comunque svolgere il compito di tenere unito il gruppo e, per far ciò, di differenziarlo in qualche modo dagli altri8.

            M. Santerini9 scrive che <<spesso l'atto violento serve proprio al riconoscimento pubblico di un gruppo povero di relazioni che riesce a sostenersi con una identità negativa data dall'esterno>>.

            In genere, intorno a questi gruppi si forma infatti un’aura di stigmatizzazione che va annullata se si vuole che essi crescano riemergendo dal mondo deviante e si inseriscano invece nel mondo adulto in maniera adattiva. De Leo10 sostiene, infatti, che <<nel vicinato, nel quartiere, sulla strada, l'analisi di processi di stigmatizzazione ci consente di cogliere e di individuare quelle che sono le gabbie simboliche che la società mette attorno all'esperienza dei giovani>>. Da ciò si evince che il lavoro dell’operatore di strada verte, fra le altre cose, anche sull’abbattimento di queste barriere sociali, che può essere forse ottenuto nel cercare di creare uno spirito di quartiere e nel trovare un dialogo tra tutti i ruoli sociali esistenti all’interno del territorio.

            Dopo aver analizzato i concetti di disagio, devianza e stigmatizzazione, l'ultimo termine su cui ci si soffermerà sarà quello di gruppo dei pari. E' questo un concetto già abbondantemente affrontato dalla Psicologia dello sviluppo11, ma siccome è proprio su di esso che si concentra l'azione del lavoro di strada, è opportuno aggiungere qualche informazione a riguardo.

            Scrive G. Scarlatti12 che <<rispetto ai compiti evolutivi a cui è esposto, il gruppo dei pari si configura come zona cruciale e critica di passaggio verso il mondo adulto, così come un momento di rapporto e di interazione con il mondo adulto e con le espressioni più tipiche del mondo adulto>>.

            Secondo l'autore13, il gruppo dei pari è la risposta dei giovani ad alcuni bisogni evolutivi principali: <<identificazione, identità, appartenenza ed autonomia, uno sperimentarsi rispetto alle proprie capacità, una ricerca di sicurezza e di autorealizzazione>>.

            Dopo aver brevemente ripercorso il significato di questi concetti, importanti relativamente all'argomento che stiamo trattando, passiamo ad analizzare più da vicino il lavoro di strada.


 

1.2 Lavoro di strada

 

1.2.1 Storia e teorie

 

            Il lavoro di strada nasce in Italia negli anni ‘70 circa e, prendendo spunto da due grandi filoni, quali la Psicologia di Comunità e l'Action Research, tenta di dare una risposta alternativa al disagio sociale. Esso si basa sul presupposto di invertire il processo di intervento sulle problematiche sociali. Infatti, non è più l’utente a recarsi presso l’istituzione competente, ma è l’istituzione stessa ad operare nel luogo privilegiato dove maggiormente si manifesta questo disagio e dove l’utente spende buona parte del suo tempo: la strada14.

            In Italia il lavoro di strada si è in realtà sviluppato da circa 10-15 anni e si è ispirato alle precedenti esperienze estere15, come per esempio quella francese che privilegia il principio della non assistenza e dello stimolo all'auto-organizzazione. Il lavoro di strada in Italia ha seguito un'evoluzione che lo ha visto, in una prima fase, occasione di tirocinio per educatori in formazione, al di fuori dalle normali strutture d'aiuto. In seguito, il filone del lavoro di strada si è collegato a quello di intervento con/e sulle reti sociali. Verso la metà degli anni '80, con l'esplosione delle iniziative di prevenzione delle dipendenze, il lavoro di strada è stato sperimentato in questo campo come una delle possibili azioni preventive. Infine il lavoro di strada è divenuto anche una nuova ed ulteriore risorsa per la riduzione del rischio di contagio da AIDS.

            Il lavoro di strada si inserisce quindi nel contesto italiano come una nuova forma di prevenzione primaria, secondaria e terziaria16, che si svolge prevalentemente sul territorio e soprattutto sulla strada.

            La strada viene qui ad acquisire un’accezione positiva, quando invece, prima di ciò, il termine “strada” veniva sempre usato per riferirsi a qualcosa di riprovevole: donne di strada, vita di strada, ecc..17

            Questo cambiamento implica, come sostiene Luigi Cancrini18, un’ulteriore diversità di fondo rispetto alle dinamiche del tradizionale stato assistenziale: la basilare differenza del tipo di utenza raggiunta, che in un certo senso rifiuta l’appoggio dell’istituzione, in quanto non richiede per prima l’aiuto, ma viene in qualche modo sottoposta a questo involontariamente.

            L’utente, in questa accezione, non è più considerato unicamente come bisognoso d’aiuto, ma anche e soprattutto, come risorsa per se stesso e per la comunità: l’utente è parte di una rete sociale (vedi la Psicologia di Comunità).

            Il lavoro di strada si è sviluppato sia in USA, in America Latina, che in paesi europei, quali principalmente Francia, Inghilterra, Germania e Italia, ma con le dovute differenze a seconda sia del contesto che degli approcci teorici. In America Latina, per esempio, dove l'urgenza è maggiore, si può parlare realmente di “ragazzi di strada”, mentre in Italia è più appropriato usare il termine di “ragazzi in strada”, poiché in questo caso la strada viene ad essere, non l’unica risorsa disponibile, né tanto meno conseguenza di una scelta idealistica, ma piuttosto  un luogo privilegiato di ritrovo.

            Il bagaglio culturale su cui si basa il lavoro di strada comprende vari concetti mutuati dall’Antropologia, dalla Sociologia e dalla Psicologia. Tramite l’approccio antropologico19, infatti, l’operatore o il gruppo di lavoro, si avvicinano ai giovani che frequentano la strada, non guardandoli dall’esterno o limitandosi a basarsi sulle proprie esperienze di vita, ma cercando di entrare nella loro cultura e di rispettarla, quasi vivendola dall’interno. Il lavoro si fonda sull'assecondare, per quanto è possibile, le regole non scritte vigenti nel gruppo stesso di ragazzi, non cercando di fare retorica o di operare nell’ottica di uno stereotipato assistenzialismo, ma trovando man mano soluzioni nuove, insieme ai ragazzi stessi, che siano costruite su misura per loro.

            Il lavoro in strada in genere segue una certa evoluzione abbastanza comune in tutti i gruppi che svolgono prevenzione primaria e secondaria nei quartieri: si comincia col prendere contatto con i ragazzi, con il farsi conoscere e divenire parte del contesto, poi si passa al lavoro con i singoli gruppi di giovani ed infine, se tutto procede come dovrebbe, si passa a fare la vera e propria animazione di strada. Il paradigma principale dell'animazione di strada consiste nella seguente concatenazione di eventi: l'animatore si inserisce nel contesto e stimola il processo di autodeterminazione dei soggetti e <<funge da strumento facilitatore nelle relazioni, nei contatti, nella costruzione di una rete sociale, supporta il processo proponendo strategie, metodi, tecniche>> 20.

            L'animazione di strada21 (o lavoro di strada) si rivolge principalmente ai gruppi informali e naturali di giovani.

            S. Pighi22 individua alcuni dei paradigmi più importanti del lavoro di strada:

- il presupposto dell'autointerrogarsi per seguire la continua trasformazione della rete sociale;

- il lavoro d'équipe;

- la specificità di ogni intervento rispetto al territorio;

- il fatto che sia l'animatore ad andare dai ragazzi e non viceversa;

- la metodologia non gerarchico-paternalistica ma attivo-cooperativistica, nella quale il rapporto tra animatori e giovani è paritario;

- l'ambito d'intervento che può interessare sia zone ampie (circoscrizioni, quartieri, ecc.) sia singole realtà circoscritte (bar, piazze, ecc.);

- l'importanza del coordinamento tra vari interventi che possono essere promossi da U.S.L., Comuni ed altre agenzie sociali;

- la funzione di ascolto e di conoscenza dei bisogni dei singoli soggetti;

- la funzione di facilitatore sociale;

- la collaborazione con i soggetti per definire obiettivi e azioni;

- la funzione di mediazione tra giovani e risorse territoriali;

- l'obiettivo a lungo termine di sviluppo di comunità e prevenzione del disagio giovanile;

- la visione dei gruppi come potenziali risorse;

- la funzione di formazione su tematiche sociali;

- le azioni di sensibilizzazione dell'area socio-politica che si interessa delle problematiche sociali.

            Infine, lo scopo ultimo è di rendere superflua la stessa animazione di strada, poiché essa si prefigge un aumento di conoscenza e competenza degli attori sociali, che saranno successivamente in grado di fare a meno dell'ausilio degli operatori.

            Lo stesso autore23 individua alcune problematiche relative al lavoro di strada: <<Un rischio evidente è di istituzionalizzare l'informale, cioè di facilitare il costituirsi di spazi formali e controllati là dove per carattere non esistono>>.

            Un altro problema è quello di cercare di non confondere i propri obiettivi con quelli dei gruppi con cui si lavora. S. Pighi considera l'operatore di strada come colui che <<gioca costantemente equilibri incerti, fra lavoro/tempo libero, professionalità/amicizia, affettività/distacco>> e, secondo l'autore, <<questo comporta la gestione di un notevole carico d'ansia e lo sforzo di analizzare costantemente le proprie modalità relazionali e i propri vissuti>>24.

            Dopo aver ripercorso la storia ed i principali paradigmi del lavoro di strada, passiamo ad analizzarne le diverse tipologie esistenti.

 

 

1.2.2 Tipologie di lavoro di strada

 

            G. Caplan25 distingue tre diversi tipi di prevenzione: la prevenzione primaria intesa come promozione del benessere e quindi non diretta esclusivamente a chi è già in condizione di disagio, ma a tutta la comunità locale; la prevenzione secondaria che, invece, si dirige più che altro ai soggetti portatori di un disagio non ancora cronicizzato26 ed infine, la prevenzione terziaria o riduzione del danno, indirizzata a soggetti con disagio conclamato.

            E. Zambonardi27 divide a sua volta la prevenzione primaria e secondaria sui giovani in cinque livelli specifici:

 

   <<Un primo grosso orientamento della prevenzione è sviluppare tutte quelle iniziative che influiscono positivamente sulla qualità di vita del giovane.

   Un secondo livello di prevenzione che viene chiamato prevenzione aspecifica del disadattamento, comprende tutti quei progetti che cercano di sviluppare questi fattori protettivi: l'autostima, ecc. e che hanno come obiettivo il contenimento di fattori di disagio personale e sociale [...].

   Un terzo livello della prevenzione, che potremmo chiamare promozione specifica dell'adattamento o prevenzione specifica del disadattamento è caratterizzato da due accentuazioni forti: promozione dell'adattamento, con l'obiettivo dell'integrazione come possibilità di sperimentare un rapporto con la realtà, e prevenzione specifica del disadattamento, che vuol dire aver individuato luoghi e espressioni del disadattamento rispetto a contesti specifici (lavoro, scuola, tempo libero).

   Un quarto livello è inteso come prevenzione specifica primaria di comportamenti aggressivi che siano autodistruttivi o distruttivi verso l'esterno. Qui entriamo nell'area di interventi sociali ed educativi mirati, che richiedono competenza e professionalità.

   Un quinto livello della prevenzione può essere la prevenzione specifica secondaria, che ha come oggetto soggetti e contesti familiari e sociali, che richiedono interventi più marcatamente educativo-terapeutici riabilitativi>>.

 

            Dai tre principali filoni di prevenzione derivano tre differenti tipologie di lavoro di strada28.

            Alla prevenzione primaria corrisponde principalmente lo "sviluppo di comunità" che si esprime come animazione di comunità territoriale.

            Alla prevenzione primaria e secondaria insieme corrisponde, nel lavoro di strada, "l'educativa territoriale" che si occupa di: presa in carico di minori a rischio; riduzione del disagio e della devianza in gruppi informali, interventi di network.

            Alla prevenzione secondaria e terziaria, infine, corrispondono le "unità di strada" e le "comunità", quali mezzi di riduzione del danno.

            Nei vari ambiti europei il lavoro di strada si è diretto più verso un campo specifico di prevenzione29. In Francia, per esempio, il lavoro di strada si è rivolto maggiormente al singolo, trascurando un po' il contesto socio-culturale. In Spagna, invece, si è puntata l'attenzione sul territorio cercando di attivarne le risorse. In Italia esistono un po' tutti i tipi di approccio, ma purtroppo ancora poco conosciuti e regolamentati.

            In questa trattazione si tralascerà l'approccio alla riduzione del danno e ci si occuperà invece della prevenzione primaria e secondaria.

            Nel lavoro di strada queste ultime sono mirate alla riduzione del disagio latente, ai gruppi a rischio o parzialmente devianti, al mondo sano.

 

 

1.2.3 Come si configura

 

            Il lavoro di strada si svolge a metà tra l'individuale ed il collettivo. Infatti, sui resoconti di una ricerca francese sul lavoro di strada30, si legge che: <<per gli educatori l'investimento affettivo nella relazione intersoggettiva è un punto chiave del lavoro nel suo ruolo stabilizzatore, ma anche e soprattutto nel suo ruolo mobilitatore e dinamizzante>>; nella stessa ricerca è riportato anche abbastanza chiaramente che: <<tutti gli educatori insistono sull'importanza dell'azione collettiva>>.

            L. Cancrini31 paragona il lavoro di strada al contesto terapeutico, e l'operatore di strada al terapeuta. Di conseguenza egli divide il lavoro di strada in due fasi: la presa in carico e lo sviluppo del lavoro terapeutico. Secondo l'autore <<il problema della presa in carico da parte dell'operatore di strada deve basarsi su un'analisi attenta delle situazioni con cui egli si confronta nella sua attività di tutti i giorni>> poiché <<la sua utenza è profondamente diversa da quella che si rivolge spontaneamente ai servizi semplicemente perché nega, sul piano verbale, un bisogno d'aiuto sottolineato da comportamenti disturbanti o dannosi per se stessa e per gli altri>>. Cancrini sostiene che <<la costruzione di un'alleanza capace di creare le premesse del cambiamento passa inevitabilmente attraverso una strategia dell'ascolto>>. A suo parere, quindi, il lavoro di strada si basa sull'accettazione del punto di vista dell'utente, sulla costruzione di un rapporto personale con quest'ultimo che non sia una relazione d'aiuto.

            Per quanto riguarda invece lo sviluppo del lavoro terapeutico, L. Cancrini sostiene che si possa arrivare infine a due tipi di situazione: quella che lui chiama di "sostegno e accompagnamento" e l'avvio ai servizi.

            Secondo R. Merlo32 l'obiettivo principale del lavoro di strada è quello di <<far sì che diminuiscano i soggetti sociali e le reti che trasformano il disagio in manifestazione sintomatica (prevenzione primaria) e/o siano comunque resi capaci di produrre interventi efficaci in fase precoce in contesti in cui suddetta manifestazione è avvenuta (prevenzione secondaria)>>.

            Per quanto riguarda il metodo del lavoro di strada, R. Merlo sostiene che la consuetudine <<è quella di intervenire sui meccanismi quotidiani e ordinari di vita dei contesti>>. L'autore divide anche i sub-obiettivi in vari punti:

 

   <<conoscere ciò che i vari attori sociali fanno esplicitamente e implicitamente come prevenzione;

   conoscere tutte le altre strategie preventive che sulla città vengono spese, studiarne l'efficacia, ecc.;

   conoscere il tasso di penetrazione delle varie strategie attivate su campioni sociali e valutare la penetrabilità dei contesti;

   sensibilizzare gli opinion leaders formali e informali dei territori;

   interconnettere risorse e servizi pubblici e privati;

   costruire strumenti che fungono da cerniera tra le azioni prodotte attraverso l'opera di sensibilizzazione in modo tale che gli attori producano compatibilità;

   produrre un'organizzazione che mantenga nel tempo e alimenti i gruppi e i soggetti che tramite il processo sono stati attivati;

   modificare i modelli con cui i contesti pensano e agiscono sul disagio potenziale e manifesto>>.

 

            Da ciò si deduce che l'obiettivo principale del lavoro di strada è quello che individua L. Regoliosi33 quando sostiene che gli obiettivi finali <<non saranno tanto la terapia, la guarigione, il cambiamento, bensì il prendersi cura di, il far sì che il contesto si prenda cura di, modificando la forma delle interazioni>>.

            Avendo ripercorso gli obiettivi specifici del lavoro di strada, si cercherà di analizzarne ora le finalità generali. Nella ricerca francese sul lavoro di strada34 ne vengono individuate varie: l'adattamento della società all'individuo; l'integrazione dell'individuo nella società; l'interiorizzazione pura e semplice della norma; infine, in maniera trasversale, l'animazione di comunità35. Insomma per concludere <<l'animazione di strada mobilita le persone a far fronte ai compiti esistenziali facendo leva proprio sul disagio, sull'insoddisfazione, sul malessere, sulla noia, ecc., che rispetto a quest'ottica non assumono una connotazione negativa ma anzi costituiscono motore, punto di avvio del cambiamento>>36.

            I luoghi d'intervento nei quali si svolge per lo più il lavoro di strada37 sono fondamentalmente di quattro tipi: <<i luoghi di aggregazione spontanea; i servizi aperti costruiti ad hoc; i luoghi di aggregazione istituzionali; le strutture socio-sanitarie, i servizi per le tossicodipendenze, le U.S.L. e in generale, i servizi socio-assistenziali>>. Per quanto riguarda i destinatari38, invece, abbiamo: le situazioni di devianza conclamata; le situazioni a rischio; le aggregazioni informali; infine, i gruppi naturali dotati di struttura autonoma e autonomia progettuale.

            Avendo percorso metodo, obiettivi specifici e finalità generali del lavoro di strada, si passa ora ad analizzare la figura dell'operatore di strada, la sua formazione, l'attività che svolge, la sua personalità e le problematiche in cui può incorrere.


 

1.3 La figura dell'operatore di strada

 

            M. Veronesi dà questa definizione dell'operatore di strada39:

 

   <<è un lavoratore sociale, inserito nell'area delle professioni d'aiuto, in grado di stabilire una durevole relazione con gruppi informali adolescenziali, di prendere in carico le situazioni problematiche sia di un individuo che di un nucleo di persone, di inviare le persone con disagio a una rete di servizi e di risorse formali e informali, mantenendo con loro la relazione e provvedendo al loro sostegno durante la realizzazione di progetti specifici>>.

 

            Secondo ciò che è scritto nella Carta di Certaldo40, un documento in cui vengono riportate le linee guida del lavoro di strada, l'operatore di strada è un <<facilitatore relazionale del territorio [...]; egli interviene sulla base di un'accettazione non pregiudiziale delle problematiche e del disagio altrui, impegnandosi in una relazione d'aiuto e di accompagnamento>>.

            In un altro testo41 si legge che:

 

<<l'operatore di strada è un operatore della cura, non della terapia [...] la cura ha a che fare con l'accettazione dell'altro [...] l'operatore di strada non è un operatore di comunità: non solo perché l'intervento di comunità pone l'enfasi sul rafforzamento delle capacità, piuttosto che sull'intervento sul deficit, ma anche perché non spetta all'operatore di strada cambiare i soggetti. La sola cosa che gli compete è modificare la forma di interazione con questi soggetti, il modo in cui si giocano i conflitti, le negazioni, le espulsioni, le emarginazioni>>.

 

            Come si può immaginare da questa breve descrizione, il lavoro dell’operatore di strada non è affatto semplice. Chi lavora nel sociale viene spesso preso da una sorta di “mania del salvatore”, sentendosi in dovere ed in grado di tirare fuori chi viene considerato più debole dal vortice dei suoi problemi o dei problemi della società; ma i ragazzi di strada scapperebbero di fronte ad un atteggiamento di questo genere e, d’altronde, non è di questo che hanno bisogno. I ragazzi di strada non sono persi nel loro limbo, non sono malati e non hanno bisogno di un atteggiamento caritatevole anche se comunque hanno bisogno d’aiuto, ma di tipo diverso. Essi sono spesso perfettamente coscienti della loro posizione e a volte si considerano peggio di quello che sono, a causa delle forti stigmatizzazioni interiorizzate.

            Il ruolo che l’operatore dovrà tenere, allora, consiste nell’essere una persona esperta ma allo stesso tempo alla pari, un catalizzatore dei bisogni giovanili e del quartiere e, assolutamente, non un "salvatore".

            L'operatore di strada viene perciò spesso a sostenere, nei confronti dei ragazzi, due ruoli principali: quello di adulto e quello di mediatore. Come adulto l'operatore assolve a tre principali funzioni42: una funzione di rassicurazione e contenimento, una funzione di apprendistato, una funzione di mediazione verso il mondo esterno. Ma43 <<l'operatore di strada è anche un soggetto costretto alla mediazione, è un soggetto che connette attori >>: egli media tra giovani e adulti, tra figli e genitori, tra i giovani stessi, tra i giovani e i servizi, ecc..

            Gli operatori di strada, quindi, hanno bisogno di una formazione che li renda adatti a sostenere i due ruoli necessari a svolgere bene questo lavoro. La formazione deve sicuramente comprendere un’analisi personale a superamento degli eventuali pregiudizi e delle manie di grandezza dell’operatore. E' probabile che, nel corso del lavoro, l’operatore si trovi spesso a confrontarsi, tramite il contatto con i ragazzi di cui si occupa e le loro problematiche, con la propria adolescenza, con problemi forse ormai superati, ma che ancora bruciano in tutti noi. Chi infatti non si ricorda i grandi dilemmi esistenziali, i problemi a rapportarsi con gli altri, le liti con gli adulti e soprattutto con i genitori, la spiacevole sensazione di non sapere più cosa si è, se un bambino o un adulto, e la sorpresa di capire che non si appartiene a nessuna delle due fasce d’età? Chi non si ricorda d’altronde l’importanza del gruppo di amici, il primo partner, i divertimenti spesso ai limiti dell’illegalità?

            L'operatore di strada dovrà ragionare su tutta questa importantissima parte della sua storia per poter in qualche modo riuscire ad immedesimarsi nei ragazzi e capirli, senza lasciarsi risucchiare da qualche evento personale. Quindi la sua formazione deve comprendere tutti questi elementi ed altri ancora.

            S. Pighi44 sostiene, a riguardo, che la formazione deve portare l'operatore di strada ad <<orientarsi essenzialmente ad essere esperto in umanità più che uno specialista di tecniche, pur necessarie come supporto alla finalità ultima che identifica il suo ruolo>>. L'autore distingue tre componenti della formazione: la formazione attitudinale, che si propone di migliorare il rapporto con chi viene accolto; l'informazione corretta e cioè conoscenze di Psicologia, Sociologia, Pedagogia, Educazione alla salute, Legislatura, ecc.; infine, il saper sperare, poiché spesso i risultati sono a lungo termine e a volte non aderiscono perfettamente ai desideri dell'operatore.

            Il progetto formativo di Capodarco45 prevede tre fasi principali: nella prima l'operatore dovrà acquisire la capacità, per alcuni versi paradossale, di <<essere sufficientemente pronto per viaggiare come se fosse solo, ma contemporaneamente dovrà avere la competenza di collaborare con il gruppo>>; la seconda fase è il momento in cui l'operatore acquisisce le conoscenze fondamentali di miti, riti e simboli della vita quotidiana; nella terza fase, infine, l'operatore impara a conoscere e utilizzare i <<linguaggi, le leggi le risorse e le trappole che un territorio può offrire>>.

            Passiamo ora ad analizzare che tipo di attività svolge un operatore nel corso del suo lavoro di strada.

            Secondo M. Campedelli46:

 

   <<egli deve osservare i comportamenti dei soggetti e le dinamiche dell'ambiente in cui questi vivono, relazionarsi con quei soggetti in modo diretto e dialogico, valutare sia i bisogni che esprimono che le risorse di cui dispongono, operare nella normalità sociale e ambientale in cui questi vivono, costruire progetti possibili e condivisi sia con i destinatari sia con le altre figure operanti, valorizzare la rete di opportunità formali e informali>>.

 

            La carta di Certaldo47 divide l'attività in tre fasi principali: mappatura e ricognizione del territorio; contatto e approccio con i giovani; strutturazione stabile dell'intervento.

            Per quanto riguarda le specifiche attività svolte nel corso del lavoro, il progetto formazione Capodarco48 distingue: conoscenza costante delle risorse presenti nel territorio; interventi svolti di concerto e/o insieme ad altre figure professionali; sviluppo di occasioni per stabilire rapporti stabili con singoli e gruppi; creazione di iniziative di aggregazione specifica; costruzione di un osservatorio dei fenomeni sociali locali; sostegno relazionale a singoli o gruppi sui quali, a rete, si è elaborato un progetto.

            Scrive M. Santerini49 che <<gli educatori sulla soglia possono entrare nei luoghi degli adolescenti, capire le loro regole e il loro mondo dall'interno, vivendo una forte responsabilità personale nel cambiare o ampliare la loro visione del mondo, centrando il progetto educativo nel dare un progetto vivibile subito e da coltivare per il futuro>>. Si deduce da ciò quanto siano importanti le caratteristiche personali dell'educatore. S. Pighi50 vede come caratteristica essenziale il conoscersi ed accettarsi. Secondo l'autore:

 

   <<l'animatore, vivendo sulla frontiera nel quotidiano della vita dei giovani in particolare difficoltà esistenziale e con un carico di negatività non indifferente, deve saper riconoscere in sé e nell'altro il negativo nella vita dell'uomo in vista di un suo superamento attraverso l'assunzione della responsabilità personale, che si esplica nel cercare di neutralizzare le influenze negative>>.

 

            Purtroppo, riguardo alle caratteristiche personali dell'operatore, nel lavoro di strada emergono anche dei punti problematici.

            Un problema51 che rende difficile questa professione è il rischio che le motivazioni personali dell’operatore prevalgano su quelle dei ragazzi. Può capitare infatti che i ragazzi di strada abbiano obiettivi diversi dagli operatori, ma non per questo meno accettabili; allora, la sfida consiste nel seguire i bisogni dei ragazzi, accettandoli come diversi dai nostri ma comunque validi.

            Il mezzo più importante con il quale si mantiene il dialogo con questi ragazzi52, una volta che questo si sia aperto, cosa tutt’altro che facile, è sì la forma di comunicazione adottata, ma ancor di più la costante presenza e disponibilità degli operatori sul territorio e la permanenza dell’interrelazione nel tempo. Anche questo non è un impegno facile da mantenere, poiché gli operatori, come del resto tutti gli esseri umani, sono soggetti a cambiamenti di obiettivi, di umore, di capacità di concentrazione e di lucidità mentale, non solo nel corso degli anni ma anche nel corso di una singola giornata.

            Un altro problema che spesso ostacola gli intenti del lavoro di strada è quello della committenza, quando esiste: chi, infatti, commissiona il lavoro spesso si intromette e limita il raggio di alternative e la gamma di possibilità che dovrebbero stare alla base di un intervento di questo genere.

            Ma cos’è allora che spinge una persona verso un lavoro così difficile, che certo dà qualche soddisfazione a lungo termine, ma che è anche fatto di tante delusioni e che richiede continui tentativi prima di raggiungere qualche risultato tangibile? Forse le caratteristiche e la storia personale dell’operatore stesso.

            Che rapporto si instaura con gli altri membri dello staff e con i ragazzi?

            E’ a questi interrogativi che si cercherà di rispondere seguendo le storie di vita di alcuni operatori di strada.


 

1.4  Le storie di vita per gli operatori di strada

 

            Che rapporto c'è tra il lavoro di strada e le storie di vita degli operatori?

            D. Demetrio53 sostiene, rispetto a ciò, che <<in educazione si ha a che fare con presenze ovvero con vissuti esistenziali attraverso i quali occorre passare nel corso della vita, e con i quali ci si deve incontrare, rispetto ai quali ci si deve, prima o poi, esporre ed esprimere>>.

            L'autore sostiene cioè che un operatore di strada non può svolgere bene il suo lavoro se non è pronto a ripercorrere giorno dopo giorno la sua esperienza di vita. Secondo D. Demetrio54 <<fare il mestiere dell'educatore significa organizzare esperienze significative, non a caso ma con un disegno di carattere progettuale ampiamente argomentato, non tratto da un manuale pedagogico sedicente scientifico ma da una collezione, semmai, di pensieri sulla vita e sul problema di esistere>>.

            Secondo l'autore:

 

   <<il compito di chiunque si assuma, in quanto adulto, compiti di natura educazionale è sempre duplice: in primo luogo dovrà con le risorse a disposizione (la propria storia di vita) chiedersi quale sia stato il suo percorso di crescita per ritrovare in questo lavoro della reminiscenza e della riattualizzazione quanto più lo ha costruito come individuo, quali incontri hanno determinato il suo modo di ragionare, amare, odiare, credere, rifiutare o condividere; in secondo luogo, alla luce di questa sua rivisitazione autobiografica, condotta in solitudine o con l'aiuto di qualche maestro, l'aspirante educatore, rileggendo la propria storia di vita come il più importante libro di pedagogia che mai gli sia capitato tra le mani, potrà individuare i temi pedagogici prioritari che, a sua volta, è chiamato a proporre ad altri>>.

 

            L'autore55 conclude dicendo: <<il tempo della valutazione di ciò che si è fatto irrompe quando ci si accorge che lavorando per-con gli altri si è lavorato per-con se stessi>>.

            E' per tutte queste ragioni che il metodo qualitativo delle storie di vita ci sembra ancora più adatto ad affrontare l'argomento del lavoro di strada.

            Nella ricerca con storie di vita si indagherà sul percorso che porta un operatore di strada a divenire tale, sul suo vissuto del lavoro di strada e sulle differenze individuali che distinguono diversi operatori.


 

Capitolo 2  Tor Bella Monaca e lavoro di strada

 

 

2.1  Analisi del contesto socio-urbanistico

 

L'importanza del contesto

 

            Il concetto di contesto quale elemento fondamentale di interconnessione tra ambiente storico-sociale e storie personali dei singoli individui, pur avendo un'origine molto remota, assume sempre maggior concretezza attraverso il continuo sviluppo delle scienze umane1.

            Già alle basi di tutte le scienze sociali troviamo l'inestricabile rapporto tra contesto e personalità; in Antropologia, quale scienza che studia l'uomo sotto il profilo biofisico e bioambientale e nel manifestarsi di sue peculiarità o modi di essere, gli studiosi, fra gli altri T. Tentori2, non possono far a meno di constatare che <<al di là di ogni resistenza e difficoltà di comunicazione immediata, più o meno persistente, l'esperienza del contatto in qualche modo incide sull'identità.>>.

            La Sociologia, soffermandosi a ricercare i vari agenti della socializzazione primaria, dove per socializzazione si intende il processo di apprendimento del proprio ruolo, individua i principali fattori della stessa nei genitori, nella scuola, nel gruppo dei pari, nei massmedia e, soprattutto, rileva l'importanza del rapporto tra persone, gruppi e istituzioni3. Anche nell'analisi della devianza4 troviamo molti spunti di questa necessaria interconnessione: Merton5, per esempio, sostiene che la devianza deriva principalmente da una situazione di anomia, (divario tra le mete di una cultura ed i mezzi a disposizione per raggiungerle; in generale, mancanza di regole); sempre a proposito della devianza, nella Labelling Theory, (teoria dell'etichettatura), di Becker6, si distingue una devianza primaria, caratterizzata dall'attuarsi del gesto deviante, e una devianza secondaria, data dall'etichettatura, da parte del gruppo, dell'individuo in questione come deviante; l'autore intuisce come solo in questa seconda fase, e cioè con l'intervento attivo della cultura circostante, l'individuo stesso si identifichi come un vero e proprio deviante.

            Nell'ambito della Psicologia troviamo, innanzi tutto, Milton Erickson7, il quale basa la sua teoria dello sviluppo proprio sui conflitti di ordine sociale, che man mano l'individuo si trova a dover affrontare per potersi inserire bene nell'ambito della sua cultura d'appartenenza; egli divide infatti lo sviluppo in 5 fasi infantili e adolescenziali e 3 adulte, tutte caratterizzate dalla necessità di risoluzione di un conflitto; nel periodo giovanile troviamo, per esempio, un bisogno di scoperta della propria identità durante il periodo adolescenziale, di formazione di una coppia e di assunzione di un determinato ruolo lavorativo; tutte queste fasi sono determinate da un'interrelazione continua tra il singolo individuo e la società circostante. In realtà il rivoluzionario della teoria di Erickson sta più che altro nell'aver esteso la sua teoria dello sviluppo anche dopo il raggiungimento della fase adulta.

            Anche in Bion8 riscopriamo la necessità di considerare l'uomo <<un animale gregario che non può evitare di essere un membro di un gruppo anche in quei casi in cui l'appartenenza al gruppo consiste nel comportarsi in modo da dare la sensazione di non appartenere a nessun gruppo...[...]...nessun individuo, per quanto isolato, può essere marginale rispetto a un gruppo, o mancare di manifestazioni attive di psicologia di gruppo...[...]...l'osservazione di gruppo da parte di un osservatore psicologicamente preparato, consente di cogliere situazioni che, in un'altra prospettiva, passerebbero inavvertite 9>>.

            La vera svolta nel concetto di contesto la troviamo però nella teoria sistemica-relazionale, che basa il suo lavoro sulla relazione; il concetto di contesto nella terapia relazionale viene espresso come luogo sociale, come contesto d'apprendimento e come unica fonte di significato; nella teoria sistemica si va addirittura oltre il non semplice concetto di contesto: si parla infatti di metacontesto, intendendo per esso il conoscere e il far conoscere esplicitamente intorno al contesto.

            Lo stesso Bateson10 nel suo Mente e Natura scrive: <<Il contesto è legato ad un'altra nozione non definita che si chiama significato. Prive di contesto, le parole e le azioni non hanno alcun significato. Ciò vale non solo per la comunicazione verbale umana, ma per qualunque comunicazione, per tutti i processi mentali, per tutta la mente.>>, e continua: <<La mia tesi è che qualunque sia il suo significato, la parola contesto è una parola appropriata, una parola necessaria alla descrizione di tutti questi processi in lontana relazione tra loro.>> e infine sentenzia: <<E' il contesto che fissa il significato>>.

            Questa lunga, anche se non completa, introduzione storico-etimologica dimostra l'impossibilità di avvicinarsi ad una serie di dinamiche di gruppo senza aver prima affrontato la storia, la provenienza socioculturale ed il contesto socioabitativo del gruppo medesimo.

            Perciò, in questa prima fase verrà affrontata la storia del quartiere e dei suoi abitanti, la disposizione delle abitazioni e dei luoghi di aggregazione giovanile e le statistiche riguardanti le maggiori problematiche sociali che caratterizzano il quartiere e che, purtroppo, contribuiscono a creare la stigmatizzazione di cui sia il quartiere che i suoi abitanti sono stati e sono tuttora vittime.

            Bisognerà comunque ricordare che il contesto deve e può essere cambiato attivamente dagli attori stessi della società. Troppo spesso, parlando di una qualsiasi problematica, ci si trincera dietro un capro espiatorio che permette di deresponsabilizzare chi lo utilizza: la società. In questi casi si dimentica, forse volontariamente, il significato della parola società : la società siamo noi.

            Passiamo ora ad analizzare la storia e la situazione attuale del quartiere di Tor Bella Monaca.

 

 

2.1.1 Breve storia della città marginale

 

            L'VIII Circoscrizione, situata nella zona Sud-Est di Roma, tra la v. Casilina e la v. Prenestina, appena fuori dal Grande Raccordo Anulare, comprende la vecchia borgata e il nuovo complesso di Tor Bella Monaca (v. tav.1). Esse hanno avuto una storia ed uno sviluppo molto diversi; conoscere queste differenze è essenziale per poter approfondire le dinamiche e i rapporti sviluppatesi in seguito tra i nuclei familiari che vi risiedono.

            La vecchia borgata di Tor Bella Monaca11 si sviluppò, insieme ad altre zone periferiche dell'agro romano, fondamentalmente nel secondo dopoguerra e nacque dalla reale necessità di abitazione degli emigranti che da Marche, Abruzzo e Centro-Sud si spostarono vicino alla capitale per ottenere un lavoro, trovando in queste zone un luogo più che adatto a costruire delle abitazioni abusive che gli permettessero di vivere vicino alla città.

            Il terreno era di proprietà di privati che lo lottizzarono, vendendolo in piccolissime parti in prima istanza ai braccianti che già lavoravano per l'azienda stessa. Negli anni '50 i principali acquirenti di questi lotti furono gli immigrati del circondario, (dei castelli romani e del frusinate), che vedevano nella v. Casilina il collegamento ideale tra città e campagna12.

            Negli anni '60 si ha il vero boom edilizio13 con un cambiamento fondamentale: si passa da autocostruttori privati a vere e proprie ditte costruttrici che prendono in mano l'"affare" dell'abusivismo, facendo entrare in scena una nuova figura: quella dell'inquilino. Tutto ciò ha contribuito a creare delle discordie tra le persone che per prime si erano costruite un'abitazione in questa zona e quelle che, invece, erano venute in affitto da Roma; per le prime era stato un miglioramento, portato avanti con le proprie forze, mentre i nuovi inquilini, invece, che per la maggior parte dovevano la propria scelta a necessità derivate dall'ampliamento del proprio nucleo familiare, vedevano mutare in peggio la propria condizione abitativa.

            La borgata in quel periodo manteneva comunque l'aspetto di un paese e le caratteristiche della popolazione originaria: gli abitanti si conoscevano tutti, continuavano a parlare il proprio dialetto e soprattutto si sentivano forti della soddisfazione di aver creato da soli un nuovo luogo in cui vivere; la popolazione era caratterizzata principalmente da manodopera della produzione edilizia, artigianale e industriale.

            Durante questo primo insediamento la zona era completamente priva di servizi essenziali quali fognature, acqua corrente, allacci elettrici, trasporti, servizi scolastici e commerciali.

            Tramite successive richieste formali e proteste, pian piano la popolazione riuscì ad ottenere l'allaccio elettrico nel '51, l'acqua nel '62 e un ampliamento delle linee di mezzi pubblici.

            Negli anni '70 si è attuato un imponente programma di urbanizzazione14, già pianificato dalla legge 167, per risolvere il pesante problema della popolazione romana soggetta a sfratto; la zona, che aveva una superficie di circa 188 ettari, doveva accogliere 28000 abitanti; l'intervento pubblico, che va completandosi tuttora, unendo la vecchia borgata di Tor Bella Monaca a Torre Angela, (un'immensa metropoli abusiva di circa sessantamila abitanti), ha dato alla zona la tipica forma ad "Y"; il complesso ottenuto comprende case popolari, prefabbricati, costruzioni abusive, immensi comprensori, grandi spazi verdi male organizzati ed edifici occupati abusivamente. Le alte torri si combinano con palazzi e palazzine conferendo al quartiere il tipico colore grigio smorto come pianificato dal progettista Lucio Passarelli.

            Il programma fu affidato sia ad aziende private, Isveur, Iacp e Interdil Roma e Lazio, sia a cooperative, e prevedeva la costruzione di circa 3400 alloggi in 5 comparti edilizi, 13 scuole, con una disponibilità di circa 175 miliardi.

            Il nuovo quartiere è situato circa al centro dell'VIII Circoscrizione e confina con zone per lo più abusive: sul versante Est vi è il vecchio quartiere di Tor Bella Monaca e, ad Ovest, la borgata di Torre Angela.

            Il quartiere è diviso in comparti contrassegnati da una lettera e un numero.

            Esso comprende anche 2 poli scolastici: 4 scuole elementari e 3 medie, 4 scuole materne, 3 asili nido ed un unico liceo scientifico; le scuole costituiscono le poche costruzioni colorate del quartiere; sono state, infatti, progettate tutte in rosso mattone15.

            A giugno '8316 iniziarono le prime assegnazioni degli alloggi comunali contrassegnati dalle sigle R8, R5, R4; a quei tempi, ai disagi dovuti alla mancanza di servizi nel vecchio quartiere, si aggiungevano quelli dovuti all'aumento della popolazione.

Quasi subito si venne a creare un forte comitato di quartiere che sostenne lotte durissime sia all'esterno, per ottenere i servizi che spettavano al quartiere, sia all'interno, per far in modo che fenomeni devianti non dilagassero e non andassero ad intaccare il duro lavoro che il comitato stesso stava sostenendo17.

            Le prime richieste18 avviate riguardavano principalmente la sanità, (c'era bisogno di un pronto soccorso di quartiere per non dover ricorrere al S. Giovanni, troppo distante, e di una farmacia), il problema delle barriere architettoniche per gli handicappati, (che non potevano neanche uscire da soli nel proprio terrazzo), il problema degli anziani, per i quali non vi erano abbastanza assistenti sociali, (solo 2 in tutto il quartiere), e inoltre si portarono avanti battaglie di tipo morale contro il degrado ambientale, per sensibilizzare tutti gli abitanti del quartiere a questo problema.

            Il comitato di quartiere19 si dovette anche occupare delle occupazioni abusive degli edifici; infatti, già nell''83, il comparto R5 era stato completamente invaso; i comparti R1, R4 e R6 solo parzialmente occupati e, nell'R8, si era verificato uno strano fenomeno di occupazione organizzata. A seguito di ciò, ovviamente, ci fu un aspra battaglia tra occupanti e assegnatari. In questa occasione il comitato di quartiere svolse il ruolo di ovviare a questi problemi facendo in modo che gli occupanti che realmente necessitavano di un'abitazione potessero ottenerla e che gli assegnatari potessero finalmente prendere possesso delle proprie case; il comitato, inoltre, sgominò l'organizzazione malavitosa20 che speculava sull'occupazione abusiva del comparto R8.

            Nel nuovo quartiere, volenti o nolenti, furono mandati gli elementi più emarginati della popolazione romana: nuclei familiari appartenenti alle classi meno abbienti, anziani, detenuti agli arresti domiciliari, handicappati21.

            Gli insediamenti più massicci si sono avuti e si continuano ad avere principalmente da altre zone periferiche e degradate della capitale, come il Laurentino 38, e da precedenti situazioni abitative precarie o sfratti dal centro storico "risanato".

            Durante i primi 6 anni di insediamento, inoltre, si sono aggiunti alla zona 2 campi Rom spontanei che contavano più di 1000 persone, in condizioni abitative insostenibili.

            La popolazione prevista dal piano era di numero limitato (28000) per far in modo di creare spazi vivibili per tutti; nonostante ciò, allo stato attuale, in un unico palazzo (R5) vivono ben 1226 famiglie22.

            Anche se il quartiere in origine doveva essere una soluzione al problema degli sfratti ed è quindi composto di molte abitazioni popolari, nel suo interno vi sono anche interi comparti di proprietà privata, (l'R7, per esempio), che accolgono, come si può ben immaginare, una tipologia di persone completamente diversa; tutto ciò crea conflitti e realtà di emarginazione tra gli abitanti dei vari comparti che, se da una parte si sentono appartenenti e legati ad un medesimo spazio urbano, dall'altra sono ben coscienti della situazione di stigmatizzazione che contraddistingue il proprio quartiere e vorrebbero uscirne23.

            Inoltre si hanno forti contrasti anche tra gli abitanti della borgata e quelli del nuovo quartiere, anche perché il nuovo insediamento è stato vissuto, in qualche modo, dai vecchi abitanti, come destabilizzante per le vecchie abitudini.

            Tor Bella Monaca è il quartiere romano con il più alto tasso di handicappati, di disoccupati e di giovani disagiati, anziani e detenuti agli arresti domiciliari24.

            Sotto il profilo economico il quartiere, oltre a pochissimi negozi, si presenta quasi del tutto privo di attività produttive, presidi ospedalieri, servizi e luoghi di divertimento: manca un ufficio postale, mancano cinema ed altri posti di ritrovo, mancano quasi del tutto luoghi adibiti ad iniziative culturali, eccetto il teatro e la sala cinema della Circoscrizione25.

            Inoltre su tutto il territorio opera una sola centrale dei Carabinieri.

            Soprattutto si avverte la mancanza fondamentale di collegamento e coordinamento delle istituzioni che dovrebbero operare sul territorio, (v. tabella).

            Il collegamento pubblico con Roma è, a dir poco, ridicolo, costituito da un'unica linea di autobus, lo 058, che oltre tutto non connette direttamente al centro, ma ad un capolinea di alcuni autobus che portano in città, con un impiego totale di tempo di circa 2 ore.

            Molti edifici sono già completamente degradati e non più vivibili; alcuni edifici pubblici, come ad esempio una scuola, sono stati occupati abusivamente e, cosa ancor più grave, alcune strutture sociali sono state letteralmente distrutte dall'usura e dagli atti di vandalismo.

            Vi è un alto grado di disoccupazione, ma soprattutto di non occupazione giovanile; le attività lavorative più frequenti sono precarie, mal retribuite, in nero, e soprattutto, a 2 ore da casa; tutto ciò contribuisce ad incrementare il fenomeno, molto marcato in questo quartiere, del pendolarismo26.

            La situazione più preoccupante è quella riguardante il livello d'istruzione: il 22% degli studenti non porta a termine il ciclo della scuola dell'obbligo; è alto anche l'indice di evasione scolastica, pari al 6% degli aventi diritto; solo il 46% degli studenti che terminano la scuola dell'obbligo si iscrive alla scuola secondaria superiore.

            Altro fenomeno dilagante è quello riguardante l'uso e lo spaccio di droghe pesanti e leggere e l'organizzazione delinquenziale che fa da schermo a queste attività, come per esempio il riciclaggio di merce rubata che trova negli scantinati del Serpentone (comparto R5) il luogo ottimale27.

 

 

2.1.2 Il quartiere: luoghi dei e per i giovani

 

            Fin dalla scuola media i ragazzi subiscono un processo maturativo di cambiamento che li porta a preferire la compagnia del gruppo dei pari a quella della famiglia.

            L’integrazione nel gruppo contribuisce all’accettazione di sé come altro dai genitori (desatellizzazione), alla creazione di uno status simbolico autonomo e alla formazione di un’identità personale; il gruppo, inoltre, è un forte mezzo educativo di preparazione alla vita adulta.

            In genere durante l’adolescenza, il normale processo di opposizione alla dipendenza dai genitori, è coadiuvato da queste aggregazioni di giovani, che rifiutano in blocco di conformarsi alle regole della società, ma, per contro, tendono ad un conformismo molto forte all’interno del gruppo stesso. E’ anche per queste ragioni che alcuni atti devianti di gruppo tra adolescenti possono forse essere considerati normali nell’ambito di una condizione di autoemarginazione dalle regole comuni28. E' però vero che, in genere, gli adolescenti dovrebbero poi evolvere verso uno smussamento di questi angoli ed un adeguamento al ruolo adulto, con relativo inserimento nella società.

            L’amicizia, che si sviluppa come rapporto affettivo tra pari, può assumere il ruolo di importante mezzo comunicativo-emotivo per spostare l’identificazione dai genitori all’oggetto dell’amicizia e, conseguentemente, a se stessi; l’amico diviene quindi un oggetto sostitutivo molto importante per la crescita personale29.

            Da tutto ciò deriva, preliminarmente, il fatto che gran parte del tempo libero venga trascorso dai giovani con il gruppo dei pari. In genere il modo in cui si trascorre il proprio tempo libero riflette purtroppo le disuguaglianze sociali30.

            Così, se vogliamo analizzare in maniera esauriente i vissuti dei giovani residenti in un quartiere popolare ed emarginato come Tor Bella Monaca, dobbiamo innanzi tutto scoprire quali centri di incontro offre ai giovani questo quartiere, in quali luoghi i ragazzi preferiscono recarsi e trascorrere il proprio tempo libero e cosa amano fare.

            Purtroppo scopriremo che i luoghi di aggregazione organizzata, offerti dalle strutture, sono ben pochi, se non del tutto inesistenti; questi ragazzi altro non possono fare, nel proprio quartiere, che riunirsi, senza scopo, sotto casa, sul muretto, nel prato o in un bar.

            In aggiunta a ciò, bisogna anche considerare il fatto che il grave problema della non scolarizzazione e della non occupazione giovanile31 porta questi ragazzi a trascorrere periodi di tempo, molto più lunghi del normale, nel gruppo dei pari.

            In ogni caso, gli operatori di strada che lavorano nel quartiere di Tor Bella Monaca hanno cominciato proprio con l'analisi della struttura urbanistica del quartiere e dei luoghi abituali di aggregazione creati e frequentati attualmente dai giovani.

            Nel prossimo paragrafo si ripercorrerà la storia del gruppo di operatori di strada di Tor Bella Monaca, dai suoi albori, fino ad arrivare alla situazione attuale dell'équipe.


 

2.2 Storia e attività del gruppo di operatori di strada di Tor Bella Monaca

 

            Il gruppo di operatori di strada che ha partecipato a questa ricerca fa parte di un'associazione di nome Eutopia, nata istituzionalmente nel novembre 1994, ma che ha una storia molto più remota di azione sociale nel quartiere di Tor Bella Monaca. Per comprendere meglio la base da cui si è sviluppata questa iniziativa, viene riportata la testimonianza, trascritta da una registrazione, di una delle "colonne portanti" di questa associazione: Tilde Silvestri, operatrice e coordinatrice del gruppo e testimone privilegiato, perché ha partecipato fin dagli albori a questo progetto:

 

<<La storia dell'Associazione è collegata alla storia di un'altra struttura che è nata a Tor Bella Monaca nel 1990, quando la Caritas Diocesana e la Circoscrizione, il settore dei servizi sociali, per rispondere ad una grave emergenza che si era creata qui con l'arrivo di 200 famiglie dal Laurentino 38, si incontrarono queste due realtà insieme anche ad alcuni volontari del quartiere, per vedere che cosa fare di fronte a questa nuova emergenza. Premetto che il quartiere è nato....le prime assegnazioni sono avvenute nell''83, altre nell''84, altre nell''87, nell''89 arrivano quelli del Laurentino, quindi, diciamo, nel Natale dell''89 avviene questo incontro. Da questo incontro Don Luigi Di Liegro ebbe l'idea e sentì anche l'esigenza di dire: qua ci dobbiamo fermare e dobbiamo inventare qualcosa di nuovo. Lui incaricò subito alcuni operatori della Caritas Diocesana, tra cui anch'io, per elaborare un progetto per fare un'ipotesi con cui rispondere a questa nuova situazione. Da questo incontro poi ci siamo messi.....eravamo tre operatori della Caritas...a studiare il territorio: abbiam fatto un'indagine su tutte le realtà che operavano qui sia a livello di volontariato che a livello di privato sociale che a livello pubblico. Abbiamo fatto questa indagine e nel giugno del '90 abbiamo costituito il Presidio Interorganizzativo, un'équipe che è rappresentativa di tutte le realtà che lavorano in questo quartiere. Ma quest'équipe esprimeva anche una interprofessionalità.....cioè, se c'era la rappresentante dei servizi sociali la sua competenza era di assistente sociale, per una cooperativa veniva invece la legale, per un altro gruppo veniva l'educatore di comunità, per un altro servizio lo psicologo.....quindi quest'équipe è anche multiprofessionale. Da allora, quindi dal giugno del '90, questa équipe si ritrova una volta ogni mese per lavorare insieme sui casi multiproblematici del quartiere. E questo voleva essere una risposta anche a dei problemi sempre più gravi e che richiedevano delle risorse e delle competenze variegate. Dopo nemmeno un anno che l'équipe del presidio aveva cominciato a lavorare, emerse un altro aspetto di questo progetto che era quello di individuare e anche di promuovere le risorse locali del quartiere, allora, sempre la Caritas Diocesana ha contattato l'équipe di formazione di Capodarco...è stato organizzato un corso di formazione al lavoro in rete. A questo corso sono state inviate dall'équipe del Presidio 25 persone di Tor Bella Monaca, che conoscevano quindi molto bene il quartiere e che in qualche modo erano anche significative all'interno delle loro realtà di appartenenza: in questo gruppo c'era una tabaccaia, c'era un negoziante, c'era un'infermiera, c'erano impiegati, casalinghe, c'erano giovani. Quindi questo gruppo ha fatto il corso che è arrivato fino alla primavera del '91 e che si è concluso a sua volta con un'indagine sul quartiere nella quale i corsisti hanno individuato tra i problemi più urgenti il disagio dei minori. Allora questo gruppo poi ha deciso, finito il corso, di suddividersi in tre équipe e di cominciare a lavorare, con minimi progetti differenziati, al disagio minorile. Un gruppetto ha cominciato a lavorare sul recupero scolastico, perché dall'indagine risultava appunto il grandissimo tasso di abbandono e di evasione scolastica...e c'era il corso per lavoratori...quindi ha cominciato a lavorare con ragazzi buttati fuori dalla scuola per fargli prendere la licenza da privatisti. Un altro gruppo ha cominciato a lavorare sui bambini che vivono il passaggio dalle elementari alle medie, perché anche lì ci fu la constatazione che era una fase molto delicata di passaggio e molti bambini cominciavano ad avere problemi a scuola e ad abbandonare la scuola proprio con il passaggio dalle elementari alle medie. Il terzo gruppo cominciò a lavorare sul problema dell'orientamento al lavoro, ed è stato il gruppo che ha avuto la maggior evoluzione perché poi da questo gruppo e dal fallimento del primo anno della sua attività è nato poi il lavoro di strada...perché, all'inizio, questo gruppo aveva l'idea di porsi in un luogo e lì aspettare che i ragazzi, in cerca di un'occupazione o con un'idea di reinserimento nel mondo scolastico, andasse dal gruppo a chiedere informazioni e a farsi aiutare per ripartire, quindi questo gruppo aveva fatto tutto un lavoro di messa in contatto con sportelli, informagiovani, ecc. Praticamente, come dicevo prima, è il gruppo che ha sperimentato il fallimento, per cui ha aspettato per due mesi che i giovani arrivassero lì, poi ha fatto volantinaggio, alla fine ha deciso di andare in strada per dare dei volantini anche in strada, fermare le persone, dire che esisteva, che era....per arrivare poi, alla fine dell'anno scolastico a dire: no, questa è una cosa che non interessa, che non ha una funzionalità sui bisogni dei giovani....e allora ecco, la rielaborazione del progetto è dire: se i giovani, gli adolescenti non vengono da noi, siamo noi che dobbiamo andare da loro, se loro non capiscono e non gliene importa niente della nostra proposta, siamo noi ad andare a vedere cosa loro vogliono, cosa loro fanno, cosa loro desiderano. E da allora è cominciato il lavoro di strada, un lavoro di spostamento massiccio, cioè praticamente loro non hanno più una sede in cui aspettano ed è avvenuta anche un'altra cosa molto interessante: che l'équipe si è trasformata. All'inizio in quest'équipe c'erano 6 o 7 persone, tutte del quartiere e, diciamo che, l'80% erano adulti, erano mamme e poi giovani. Con lo spostamento in strada queste persone hanno detto: noi non ce la sentiamo perché non riusciamo a vivere la strada come la può vivere un giovane. Loro hanno cominciato a fare un'altra attività all'interno dei gruppi e in quest'équipe del lavoro di strada si sono via via sostituite, sono entrate persone giovani e non del quartiere; proprio perché nell'impatto con la strada non dovevano dare conto di un'altra immagine che era già presente in quartiere, quindi questa è stata un'altra cosa molto importante. Poi tra il '93 e il '94 si è aggiunto un quarto gruppo all'interno di questo processo: che è il gruppo delle famiglie di sostegno; cioè l'équipe lavorava, continuava a incontrarsi una volta al mese ed evidenziava dei bisogni limitati, per esempio, che so, ad una famiglia veniva a mancare per malattia una figura parentale e avevano bisogno di trovare una persona che per esempio accompagnasse il bambino a scuola, in terapia...allora abbiamo attivato una serie di famiglie del quartiere che faceva da sostegno ad altre famiglie. Attivando queste famiglie nasceva anche il bisogno che si incontrassero tra di loro...allora è nato il gruppo delle famiglie di sostegno. Finché, alla fine del '94, soprattutto per ragioni organizzative, abbiamo deciso di costituirci in associazione, perché i gruppi, lavorando, avevano il bisogno una volta durante l'anno di fare una festa pubblica, di chiedere una sala in Circoscrizione, siccome noi non abbiamo sede, e, cominciando a lavorare con i gruppi informali di ragazzi in strada, il bisogno di chiedere una sala per un concerto e...avevamo bisogno di avere un nome. Il nome è legato al fatto che Tor Bella Monaca ha una brutta nomina, quindi è un brutto posto, allora abbiamo scelto la parola "Eutopia" perché vuol dire buon luogo...perché uno dei criteri a cui l'Associazione si è sempre rifatta è stato quello di partire dalla consapevolezza che anche in un quartiere di periferia, emarginato come Tor Bella Monaca, ci sono delle risorse, e soprattutto ci sono delle risorse endogene e questo è uno dei punti forti del Presidio...perché o credi questo e quindi ti muovi per andare a cercare e per attivare queste risorse o, se no, ti muovi su una linea di beneficenza, di benefattori e cioè di gente che comunque è fuori da questo contesto, che comunque è più brava e che comunque è più buona e quindi può dare a questo contesto. Un'altra cosa che è sempre stata presente nel nostro processo, prima come gruppo e poi come Associazione è stata quella della formazione, cioè noi dall'inizio siamo partiti dal concetto che l'azione dovesse essere affiancata dalla riflessione...e questo sempre per il principio endogeno e cioè che nel nostro stesso agire è nascosto il problema ma è nascosta anche la risorsa di quello che facciamo, allora abbiamo fatto sempre ogni mese un incontro di formazione tra tutti i gruppi e questa formazione era alternata con la consulenza...cioè noi abbiamo avuto la fortuna di trovare in Circoscrizione uno psicologo che dall'inizio ha appoggiato, ed è stato anche molto in empatia con questo discorso e ha offerto anche una sua capacità professionale non indifferente, per cui ha aiutato in maniera sistematica le singole équipe, ma anche l'intero gruppo a fare riflessioni sul proprio operato e, siccome lui ha un'impostazione di psicologia di comunità e di lavoro sistemico, chiaramente rispondeva anche allo stile dell'Associazione che era quello del lavoro di rete quindi di considerare il singolo individuo o gruppo o situazione ma di considerarlo nel suo contesto e nella sua rete e questo ci ha aiutato molto per cui, lungo il percorso, questo discorso di agire in équipe, di fare formazione, di riflettere ci è tornato come un patrimonio che ha fatto crescere, non solo i singoli operatori, ma anche i progetti stessi. Adesso siamo a questo punto: i fronti di riferimento sono sempre i soliti quattro: quindi il recupero scolastico, che però è riuscito in questi anni a chiedere una risposta istituzionale, cioè siamo riusciti a far aprire il corso dei lavoratori qui in quartiere e noi come Associazione abbiamo presentato, prima che si aprisse questo corso, un centinaio di persone come privatisti; adesso sono 4 anni che c'è il corso e noi ogni anno diamo una mano a raccogliere le iscrizioni in modo che più persone possibili almeno accedano a questo livello minimo di istruzione di base, quindi il gruppo del recupero; il gruppo di capovolgiochiamoci che è il gruppo dell'attività ludica, che ha aperto anche un altro piccolo intervento che è quello di pallavolo, il quale interagisce prevalentemente con adolescenti e l'altro lavora più con i bambini della 4° e della 5° elementare; questo gruppo sta lavorando in collaborazione con le scuole del quartiere, quindi creando anche un minimo di interscambio; il gruppo delle famiglie di sostegno continua a procedere, con la sua formazione e i suoi interventi; il gruppo di strada continua il suo percorso fondamentalmente evolutivo, nel senso che, all'interno di questo lavoro, diciamo che rimane sempre centrale il contatto con i gruppi di strada informali, quindi lo spazio di conversazione, di dialogo... e qui ogni anno il gruppo ha scelto dei temi anche per indagare delle aree cognitive, affettive, culturali specifiche...poi a questo lavoro di contatto si è aggiunto un lavoro del fare insieme, cioè del capire che cosa questi gruppi avessero voglia e fossero in grado di fare e noi dare un supporto di tipo organizzativo; allora, in questa prospettiva per esempio sono nati dei tornei di calcio, sono nati dei concerti, sono nate delle serate discoteca, appunto delle iniziative nelle quali questi ragazzi trovassero un loro protagonismo, non si può dire che hanno fatto tutto loro ma che insieme è stato possibile realizzare queste cose. Poi un'altra dimensione che si è precisata nel lavoro di strada è stata quella di far interagire, di far giocare i gruppi. Andando sulla strada, l'operatore non è che avesse la preoccupazione di fare il dialogo interpersonale, ma di avvicinare i piccoli gruppetti e di passare poi a loro lo strumento del contatto; noi abbiamo usato moltissimo la videocamera o l'intervista...insomma, però quando c'è la videocamera...passare a loro lo strumento e chiedere a loro di giocare e di intervistarsi tra di loro, quindi di creare anche nel piccolo gruppo una dinamica comunicativa. Siamo arrivati al punto che nell'équipe di strada, sono sempre stati presenti due o tre ragazzi del quartiere: quest'anno abbiamo due ragazzi che l'anno scorso hanno fatto con noi l'iniziativa finale del torneo e della festa, quest'anno fanno gli operatori...quindi siamo arrivati a questo punto: che i ragazzi che noi abbiamo incontrato per strada sono arrivati a fare gli operatori, col loro bagaglio, con le loro capacità che poi interagiranno con quelle del resto dell'équipe. Quest'anno partecipiamo anche ad un progetto che è finanziato dal Comune e che è portato avanti da 7 associazioni: quindi anche nella dimensione del lavoro di rete noi siamo collegati con i servizi, con i gruppi, con altre associazioni, con le parrocchie...però abbiamo deciso di fare questo passo che è quello di portare avanti un progetto che ha un riscontro anche con un ente pubblico con altre associazioni del territorio e questo è un progetto contro la dispersione scolastica>>

 

            Oltre a questa interessante testimonianza, per meglio comprendere le finalità e le attività di questo gruppo, si riporta un brano dell'Atto di costituzione dell'Associazione Eutopia:

 

   <<L'associazione ha per oggetto un'attività di volontariato in contesti di emarginazione e di degrado sociale a partire dal quartiere di Tor Bella Monaca.

   L'Associazione tende a far crescere il territorio dal di dentro, guardando e vivendo la comunità territoriale come attore sociale, come soggetto che ha una sua identità, ha competenze, ha del potere sia nei confronti degli individui membri che dell'ambiente esterno.

   L'Associazione potrà esprimere la propria azione attraverso:

   - creazione di una rete di persone, di azioni integrate volte a riconoscere e valorizzare le risorse del contesto, siano esse singoli cittadini/e, gruppi, istituzioni, per la soluzione di problemi comuni;

   - corsi di recupero scolastico a vario livello, aventi come destinatari ragazzi/e drop-outs, adulti;

   - laboratori centrati sulla creatività, sulla comunicazione, sull'espressività, sul gioco per minori a rischio;

   - lavoro di strada volto a stabilire contatti con i giovani e i gruppi informali che la vivono permanentemente, a favorire nuove relazioni e flussi comunicativi per la riduzione del disagio;

   - supporto a famiglie in situazioni di particolare disagio, realizzato da altre famiglie;

   - promozione e realizzazione di momenti aggregativi (feste, attività culturali, gite, campi estivi, gare sportive, giochi...) per educare alla vita comune, alla cittadinanza, al rispetto per la diversità, alla non violenza;

   - promozione e realizzazione di attività per la formazione iniziale e permanente dei volontari, di un'adeguata consulenza psico-metodologica per gli stessi;

   - elaborazione di materiale scritto, video, radiofonico sul lavoro svolto nel territorio;

   - studio della realtà Sociale in cui l'Associazione opera al fine di individuarne le carenze, le necessità, le risorse e di poter intervenire adeguatamente;

   - realizzazione di altre attività che nel tempo possano concorrere alle finalità dell'Associazione.>>

 

            Dopo aver passato in rassegna la storia del quartiere di Tor Bella Monaca e del gruppo di operatori di strada volontari ivi operanti, passeremo ad analizzare la metodologia seguita nella presente ricerca, che ha visto come protagonisti proprio alcuni di questi operatori di strada.


 

Capitolo 3  Metodologia della ricerca

 

 

3.1 Scopo della ricerca

 

            Lo scopo principale di questa ricerca è di definire e comprendere il vissuto del lavoro di strada. Poiché esso costituisce una recentissima tipologia di prevenzione, soprattutto in Italia, ben scarsa è la bibliografia a riguardo.

            Si cercherà di ricostruire l'evoluzione che parte dal vissuto adolescenziale degli operatori fino alle motivazioni della loro scelta, per finire con l'analisi dell'esperienza vera e propria del lavoro, ai fini di cogliere i possibili nessi tra le varie esperienze personali dei soggetti e le loro conseguenti scelte.

            Si indagherà, inoltre, il rapporto che si viene a creare tra gli operatori ed i ragazzi di strada, nonché eventuali similitudini e differenze tra il periodo adolescenziale degli uni e degli altri.

            Infine, verranno confrontate le esperienze dei vari operatori contattati, per cogliere punti in comune e diversità, anche per quanto riguarda le eventuali differenze di genere in rapporto al vissuto e alla motivazione al lavoro.

            Affinché sia possibile cogliere la specificità e l'unicità delle singole esperienze, si utilizzerà il metodo qualitativo delle storie di vita; metodo, questo, che permette di dare la necessaria rilevanza al soggetto ed al suo modo di ripercorrere, con una minima intrusione dell'intervistatore, la sua storia, gli elementi di connessione, ed il filo logico che sottende a tutta la sua esistenza.


 

3.2  Le storie di vita

 

            Il metodo delle storie di vita viene utilizzato soprattutto in Storia, Storiografia e Antropologia. Nell'ambito di queste discipline si crede che, dall'esperienza di un singolo individuo, si possano ricavare importanti informazioni sull'epoca in cui vive, sulla sua cultura e sulla società di cui è parte. Ferrarotti1 sostiene, per esempio, che: <<il nostro sistema sociale è tutto intero in ciascuno dei nostri atti, in ciascuno dei nostri sogni, deliri, opere, comportamenti, e la storia di questo sistema è tutta intera nella storia della nostra vita individuale>>. Secondo Cipriani2 <<l'approccio biografico mira a collocare l'individuo nel suo contesto, cogliendone azioni ed interazioni, condizionamenti e reazioni, come pure intenzioni, gesti e posture>>, quindi <<l'approccio biografico ha come base di avvio il vissuto personale ma l'obiettivo resta sempre di carattere prettamente sociologico, cioè relativo ad una conoscenza dell'individuo essenzialmente come soggetto sociale>>.

            In Psicologia l'utilizzo o meno delle storie di vita rispecchia l'eterna diatriba tra fautori del metodo qualitativo e promotori di quello quantitativo. Il metodo qualitativo in questione consente di portare alla luce i tratti particolari dell'individuo, la sua personale storia, la sua unicità. Scrive Cohler3 che: <<la narrazione personale che viene raccontata ad ogni punto del decorso della vita, rappresenta l'interpretazione con la maggior coesione interiore del passato come è capito oggi, del presente vissuto e del futuro anticipato allo stesso tempo>>.

            Anche in Psicologia Clinica possiamo riscontrare l'importanza del colloquio, della Psicoanalisi come narrazione. G. Lutte4 spiega come la psicoanalisi trovi il suo fulcro interpretativo proprio nell'indagine sulle storie di vita dei pazienti, con particolare riguardo all'infanzia ed alla loro vita fantasmatica inconscia.

            L'autore continua scrivendo che anche gli psicologi di tutto l'arco della vita hanno utilizzato questo metodo, ponendo però l'accento sulla narrazione cosciente della vita stessa.

            La storia di vita viene così ad acquisire il ruolo di costrutto psicologico che porta a rispettare l'unicità dell'individuo e delle sue esperienze, e che, come sostiene G. Lutte5, <<si riferisce al senso di continuità che l'individuo attribuisce al proprio sé nella sua storia, ossia nel suo passato, nel presente, nel futuro anticipato>>. Secondo Ferrarotti6 la specificità della biografia è <<la sua storicità profonda, la sua unicità>>. La storia di vita è un'interpretazione che si muove con continuità nel tempo e che il soggetto continua a mutare per dare un senso di coerenza e coesione alla sua personalità, alla sua storia e alle sue scelte.

            Scrive G. Lutte, in "Psicologia degli adolescenti e dei giovani"7, che <<è nell'adolescenza, quando si forma il senso d'identità, quando l'individuo diventa capace di rendersi conto della continuità della sua esistenza dal passato al futuro, che egli diventa capace di fare un racconto coerente della propria vita>>. E ancora: <<La storia di vita è l'immagine del sé nel tempo, l'autobiografia di ogni individuo>>8.

            L'individuo, nel tentare di dare senso alla sua storia, si riferisce agli eventi pronosticabili o normativi, come possono essere pubertà, entrata a scuola, ecc., ma anche e soprattutto agli eventi non prevedibili, non normativi, quali per esempio la nascita di un figlio, l'allontanamento o la morte di un parente significativo, ecc. L'approccio stesso, come afferma G. Lutte9 <<è basato sulla premessa che i cambiamenti della vita non sono necessariamente pronosticabili>>, sulla non predittibilità dello sviluppo umano: le storie di vita quindi <<possono essere interpretate, narrate, non spiegate>>.

            Con ciò si approda al fatto che il metodo delle storie di vita non vuole e non può sostituire i metodi quantitativi: è semplicemente un metodo ben distinto da questi, che si basa su altri costrutti, analizza altri concetti ed arriva a diversi tipi di interpretazione dei dati. Al contrario di test, questionari ed altri metodi di ricerca quantitativi, infatti, la storia di vita pone l'accento sugli eventi non normativi e sui modi di affrontarli specifici di ogni soggetto.

            Nell'interpretazione delle storie di vita <<non è necessario di rivivere totalmente il passato. Come osservatori abbiamo il vantaggio, quando è possibile la conoscenza delle conseguenze, di fare connessioni storiche, di esprimere il significato di quanto è accaduto. Le strutture sono scoperte solo dopo i fatti>>10.

            Come sostiene G. Lutte in "Psicologia degli adolescenti e dei giovani"11, <<non si tratta quindi di scegliere tra approccio quantitativo e qualitativo ma di integrarli in modo equilibrato>>.

            Nella storia di vita quindi <<non è la realtà oggettiva che conta, quanto l'interpretazione che ne fa ogni soggetto>> e <<la trasformazione della propria storia non ne cambia il significato psicologico>>12.


 

3.3  Tecniche per la raccolta dei dati

 

            Il metodo delle storie di vita si avvale di due principali tecniche di raccolta dei dati che vengono usate in maniera sequenziale: il colloquio clinico, che consiste nella narrazione libera da parte del soggetto della propria storia di vita e che in genere si svolge nell'arco di due, tre incontri e l'intervista semi-strutturata, che si svolge dopo aver terminato la fase di colloquio e che ha la funzione di toccare eventuali temi importanti ai fini della ricerca che sono stati tralasciati nella fase precedente e di dare un certo ordine cronologico e tematico agli argomenti trattati.

 

 

3.3.1 Il colloquio clinico

 

            La tecnica del colloquio clinico è la più usata in Psicologia Clinica in fase di diagnosi, terapia e per la ricerca.

            Nella tecnica delle storie di vita però <<L'oggetto della ricerca è la realtà mentale-cioè ciò che una persona dice di sé-e non la realtà esteriore, oggettiva quantificabile>>13.

            Di conseguenza in fase di colloquio si cercherà di lasciare che il soggetto possa parlare con spontaneità e libertà delle sue esperienze di vita. Andolfi14 propone di usare un ascolto attivo <<in cui lo psicologo cerca, offrendo comprensione e partecipazione, di direzionare il colloquio su vie che appaiono pregnanti, manifestando la propria presenza reale ed emotiva>>. Scrive infatti G. Lutte15 che <<il colloquio è la tecnica di raccolta dei dati che più si avvicina alla situazione di interscambio tra due persone nella vita quotidiana>> e Ferrarotti16 sostiene che <<le forme e i contenuti di un racconto biografico variano con l'interlocutore; essi dipendono dall'interazione che rappresenta il campo sociale della comunicazione>>. Anche Trentini17 sostiene che <<qualsiasi tipo di intervista-colloquio implica sia dei contenuti che dei processi, uno scambio di informazioni e uno scambio relazionale, un aspetto di tipo cognitivistico e un aspetto di tipo emozionale-affettivo>> e continua: <<anche la raccolta dei dati apparentemente più oggettiva, neutrale e 'metrica' non può prescindere da un rapporto osservatore-osservato che si ripercuote ad influenzare gli stessi dati>>.

            E' proprio rispetto al problema posto da Trentini che V. Ugazio18 propone l'utilizzo di "strumenti di audioregistrazione". Questi strumenti consentono oltre tutto all'intervistatore di poter annotare durante l'intervista molti comportamenti non verbali del soggetto e gli argomenti in corrispondenza dei quali essi si presentano.

            Il comportamento non verbale, infatti, è molto importante nelle storie di vita, poiché, come sostiene Watzlawick19, <<l'attività o l'inattività, la parola o il silenzio hanno tutti il valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri a loro volta non possono non rispondere a queste comunicazioni ed in tal modo comunicano anche loro>>. Anche Andolfi20, rispetto all'importanza del silenzio nel colloquio, scrive che <<in alcuni casi il silenzio diviene significativo quanto le parole, assumendo, per esempio, un valore centrale insieme ad altri aspetti paralinguistici>>.

            V. Ugazio21 sostiene che <<la comunicazione non verbale trasmette informazioni che il linguaggio non è in grado, o comunque non è idoneo, a convogliare>>. Secondo l'autrice22 il linguaggio non verbale assolve tre differenti funzioni: esprimere i rapporti interpersonali, esprimere le emozioni, ed infine, una funzione metacomunicativa e cioè di spiegazione del comportamento verbale.

            V. Ugazio23 distingue inoltre quattro tipologie di comportamento non verbale, cui l'intervistatore deve prestare attenzione nel corso del colloquio: il luogo in cui si svolge il colloquio ed il comportamento prossemico; l'aspetto esteriore (aspetto fisico, abbigliamento, ecc.); gli aspetti cinesici (espressioni del volto, sguardo, postura, gestualità, ecc.); infine, il paralinguaggio (tono di voce, timbro, silenzi, pause, ecc.) e gli aspetti formali del comportamento d'intervista.

            Per un migliore svolgimento del colloquio, G. Lutte24 suggerisce di cercare di favorire un clima di rispetto e di fiducia reciproca; di svolgere il colloquio in un luogo tranquillo, più protetto da eventuali interferenze; infine, cosa più importante, di permettere al soggetto di poter parlare in tutta libertà, anche di argomenti che sembrano fuori tema.

 

 

3.3.2 L'intervista semi-strutturata

 

            L'intervista semi-strutturata si svolge in un secondo momento rispetto al colloquio clinico e serve per completare gli argomenti trattati dal soggetto e per approfondire i temi più importanti.

            L'intervista deve però, come sostiene G. Lutte25, <<conservare il carattere di un colloquio, evitando in assoluto di far subire al soggetto un interrogatorio di 3° grado>>; l'autore propone, infatti, di presentare ogni argomento in maniera generica ma non astratta e di porre domande specifiche solo in seguito, per approfondire e spiegare quanto già detto dal soggetto.

            Secondo Andolfi26 <<la domanda non è finalizzata solo all'ottenimento di un'informazione, quanto piuttosto a creare un legame con l'interlocutore. Deve riuscire a suscitare una reale curiosità nei confronti del soggetto 'intervistato' e verso il suo mondo di rapporti>>.

            Per far sì che questo avvenga, l'intervistatore pone delle domande aperte usando un linguaggio molto chiaro e semplice, cercando di evitare in tal modo possibili fraintendimenti.

            Per svolgere l'intervista semi-strutturata è stata elaborata una lista di temi che è suddivisa in 5 filoni generali: le notizie sull'intervistato (ove vengono riferiti dati anagrafici e notizie sull'impegno nel lavoro di strada); le notizie sulla famiglia d'origine; la storia dell'intervistato (soprattutto per quanto riguarda infanzia e adolescenza); la storia attuale (in particolar modo riferita al lavoro di strada, alle motivazioni che ad esso sottendono ed al vissuto personale del soggetto nel lavoro stesso); infine, le prospettive per il futuro, giacché la storia di vita del soggetto sarebbe incompleta e priva di senso senza una sua proiezione nel futuro. Come sostiene G. Lutte27, infatti, <<non si può capire una persona prendendo in considerazione solo il suo passato e il suo presente senza tenere conto dei suoi progetti, dei suoi desideri, che orientano spesso il suo comportamento>>.

            In questo lavoro, i primi due gruppi di temi (notizie sull'intervistato e sulla famiglia d'origine) verranno riportati nella presentazione del soggetto, mentre gli altri tre filoni verranno analizzati nel commento tematico di ogni singola storia e quindi confrontati tra loro.

            Si tiene a precisare, infine, che la lista dei temi rappresenta un valido strumento d'ausilio al ricercatore, ma che la stessa potrà essere perfezionata, se necessario, nel corso della ricerca, per renderla ancora più valida e permeabile ai concetti che i soggetti andranno a toccare.

 

 

3.3.3 La lista dei temi

 

            a) Notizie sull'intervistato:

- nome e cognome

- età

- sesso

- luogo di nascita

- stato civile

- occupazione

- quartiere di provenienza

- da quanti anni è impegnato nel lavoro di strada

 

            b) Notizie sulla famiglia d'origine:

- genitori: notizie generali

- eventuali fratelli e sorelle

- notizie generali sull'alloggio

 

            c) Storia dell'intervistato:

- rapporto con i genitori

- rapporto con fratelli, sorelle ed altri familiari      significativi

- vissuto dell'adolescenza

- scuola

- quartiere

- vita di quartiere

- gruppi

- amici

- rapporti sentimentali

- politica e religione

- tempo libero

- eventuali atti devianti durante l'adolescenza

- eventuali impegni sociali precedenti (di che genere e            quali le motivazioni personali)

 

            d) Storia attuale:

- titolo di studio

- matrimonio

- figli

- salute

- inserimento sociale

- motivo della scelta

- formazione

- eventuali difficoltà o lacune nella formazione

- vissuto del lavoro di strada

- tipo di lavoro svolto (attività, tempi e luoghi)

- primo impatto col lavoro e con la strada

- eventuali problematiche connesse al lavoro di strada

- grado di soddisfazione nel lavoro

- difficoltà riscontrate nel lavoro

- quartiere in cui si svolge il lavoro

- rapporto con l'équipe di lavoro

- eventuali differenze di genere in rapporto al lavoro di strada

- rapporto con i ragazzi di strada

- similitudini e differenze tra la propria adolescenza e   quella dei ragazzi di strada

- eventuali cambiamenti d'opinione nei loro confronti

- eventuale esistenza di un'evoluzione tipica nel lavoro di         strada

- tecniche comunicative efficaci e non

 

            e) Progetti per il futuro:

- nel lavoro di strada

- suggerimenti per un miglioramento del lavoro

- nel lavoro in genere

- nella vita affettiva

- abitazione.

 

 

3.3.4 Gli operatori che hanno partecipato alla ricerca

 

            Come campione per la ricerca sono state scelte due persone di sesso maschile e due di sesso femminile, per rendere possibile un paragone tra le differenti evoluzioni che persone di sesso diverso possono percorrere approdando al lavoro di strada; questa scelta permette inoltre di riscontrare eventuali differenze significative riguardanti il vissuto, la motivazione e il grado di soddisfazione relativi a questo genere di impegno sociale.

            I soggetti scelti, inoltre, non hanno tutti la stessa esperienza di lavoro di strada; infatti, alcuni svolgono questo mestiere da maggior tempo, altri solo da poco.

            Gli intervistati svolgono tutti lavoro di strada a Tor Bella Monaca come volontari con l'Associazione Eutopia.

            Queste le principali notizie sugli intervistati:

- Mauro, 32 anni, educatore in un asilo nido e di comunità a Capodarco, celibe, proviene dal quartiere romano di Torre Angela, attiguo a Tor Bella Monaca dove svolge lavoro di strada con l'Associazione Eutopia da 2 anni.

- Mariano, nato a Salerno nel 1968, collaboratore giornalistico part-time, celibe, residente nel quartiere romano di Colli Aniene, svolge lavoro di strada a Tor Bella Monaca con l'Associazione Eutopia da 5 anni.

- Chiara, 23 anni, studentessa universitaria alla facoltà di Psicologia a Roma, nubile, originaria di Chieti, svolge lavoro di strada a Tor Bella Monaca con l'Associazione Eutopia da 1 anno.

- Flaminia, 29 anni, animatrice part-time, nubile, residente a Lunghezza, svolge lavoro di strada a Tor Bella Monaca con l'Associazione Eutopia da 5 anni.

 

 

3.3.5 Trascrizione delle storie di vita

 

            Le interviste sono state registrate utilizzando un mangianastri.

            In questa fase le interviste vengono riascoltate e trascritte su carta, parola per parola, mantenendo inflessioni dialettali, eventuali errori di sintassi, sospensioni del discorso, eventuali esitazioni, ecc..

            Inoltre, in fase di trascrizione viene riportato anche il linguaggio non verbale che l'intervistatore avrà annotato, riferendolo ai vari momenti dell'intervista.

            E' opportuno ricordare che per linguaggio non verbale, G. Lutte28 indica soprattutto:

- tono della voce, velocità nel parlare, pause

- postura, movimenti del corpo

- mimica, espressioni del volto

- linguaggio delle mani

- segni di imbarazzo, noia, tristezza, gioia, ecc..


 

3.4  Analisi ed interpretazione dei dati

 

3.4.1 L'indicizzazione

 

            Ultimata la trascrizione su carta delle storie di vita, l'indicizzazione dei temi affrontati nel corso del colloquio e dell'intervista, consente una più rapida e precisa analisi delle storie di vita stesse.

            Questa tecnica consiste nell'assegnare ad ogni singolo tema, generale o specifico, un valore numerico o una lettera.

            Questa notazione verrà riportata ai margini del testo dell'intervista in modo da permettere di riconoscere a colpo d'occhio i punti dove viene trattato uno specifico argomento.

            Di rimando, accanto ai temi verrà riportata la pagina dove viene trattato ognuno di essi.

            In questa maniera l'indicizzazione è di ausilio al ricercatore in due momenti: innanzi tutto permette una verifica veloce del fatto che siano stati trattati tutti gli argomenti rilevanti ai fini della ricerca; consente, inoltre, di focalizzare i punti di maggiore interesse in modo tale da poter ricostruire, più metodicamente, una storia di vita che abbia un senso cronologico e che sia coerente a se stessa e sequenziale.


 

3.4.2 Presentazione del soggetto

 

            Nella presentazione del soggetto verranno annotate in linea generale le informazioni fondamentali sul soggetto dell'intervista: quanti anni ha, che tipo di persona è, il lavoro che svolge, i suoi dati personali, la conformazione della sua famiglia e l'excursus seguito prima di approdare al lavoro di strada.

 

 

3.4.3 Protocollo dell'intervista

 

            Il protocollo viene redatto subito dopo la conclusione di ogni singola intervista. In esso l'intervistatore annota tutte le notizie utili rispetto allo svolgimento del colloquio.

            Secondo G. Lutte29 nel protocollo vanno riportati i seguenti punti:

- come si è preso contatto con l'intervistato

- luogo, giorno, ora e durata dell'intervista

- disposizione spaziale dei due interlocutori

- presenza di eventuali elementi disturbanti

- reazioni emotive dei due interlocutori all'inizio del        colloquio

- come si evolve il rapporto intervistato-intervistatore    nel corso dell'intervista

- sincerità e spontaneità o altresì chiusura emotiva        dell'intervistato

- eventuali pause nel discorso o scorrevolezza di           quest'ultimo

- abbondanza o povertà del vocabolario

- linguaggio non verbale

- altre informazioni

- impressioni generali

            Sostiene G. Lutte30 che il protocollo dell'intervista deve comprendere anche le reazioni dell'intervistatore: <<coinvolgimento emotivo, sentimenti di simpatia o antipatia, interesse o noia, reazioni emotive (coinvolgimento, rifiuto) per certi argomenti>>.

 

 

3.4.4 Ricostruzione della storia di vita

 

            Secondo Bertram J. Cohler31 <<la storia di vita implica un duplice compito interpretativo: deve essere una riflessione accurata del racconto personale e deve esser fatta in modo tale che abbia un senso per quelli che sono interessati a questo racconto>>.

            L'interpretazione della storia di vita deve cioè riuscire a dare un senso alla storia; ne deve risultare una narrazione coerente a se stessa che inglobi il maggior numero di dati possibili.

            Rispetto a questo problema, G. Lutte32 sostiene che:

 

   <<il consenso intersoggettivo minimizza la probabilità di arbitrarietà o di totale falsità nell'interpretazione. Lo studio dell'evoluzione della vita non solo è una forma di inchiesta storica ma richiede anche il riconoscimento della sua struttura narrativa>>.

 

            E' proprio per questo motivo che, nella ricostruzione delle storie di vita, si cerca di seguire il più possibile un ordine cronologico, in modo da renderle simili ad un racconto, completo di un inizio, di una trama e di una fine, legati tra loro in maniera coerente e scorrevole. Il racconto viene quindi ricostruito in ordine temporale e suddiviso, non con delimitazioni precostituite, ma secondo gli eventi particolari rivelati dal soggetto stesso.

            In questo senso la validità delle storie di vita come metodo di ricerca psicologica <<è intrinseca: la migliore interpretazione di una storia è quella più coerente in cui il maggior numero di dati ed eventi trovano posto e prendono senso>>33.


 

3.4.5 Commento tematico

 

            Nel commento tematico vengono analizzati i temi più importanti per la ricerca affrontati dal soggetto nella storia di vita.

            Partendo dalla ricostruzione della storia di vita, vengono passati in rassegna gli argomenti generali trattati dal soggetto: la sua adolescenza, le motivazioni che lo hanno spinto alla scelta del lavoro di strada, il suo personale vissuto del suddetto lavoro, i rapporti personali con i ragazzi di strada e con l'équipe di lavoro, eventuali similitudini o discordanze tra la sua adolescenza e quella dei ragazzi di strada. Per far ciò, sono stati scelti i seguenti temi specifici dalla lista:

 

            dal gruppo c) storia dell'intervistato:

- rapporto con fratelli, sorelle e familiari significativi

- scuola

- vita di quartiere

- amici

- rapporti sentimentali

- politica e religione

- impegni sociali precedenti

 

            dal gruppo d) storia attuale:

- motivo della scelta

- vissuto del lavoro di strada

- eventuali problematiche connesse al lavoro di strada

- eventuali differenze di genere in rapporto al lavoro di strada

- rapporto con l'équipe di lavoro

- rapporto con i ragazzi di strada

- similitudini e differenze tra la propria adolescenza e   quella dei ragazzi di strada

 

            dal gruppo e) progetti futuri:

- nel lavoro di strada

- nel lavoro in genere

- nella vita affettiva

 

Dopo aver analizzato il metodo della ricerca, nel prossimo capitolo verranno riportate le quattro storie di vita.


 

Capitolo 4  Storie di vita di operatori di strada di Tor Bella Monaca

 

 

4.1  Storia di Mauro

 

4.1.1 Presentazione del soggetto

 

            Mauro ha 32 anni. E' nato e cresciuto a Torre Angela, quartiere limitrofo a Tor Bella Monaca. E' celibe e vive con i genitori. Primogenito, figlio di immigrati abruzzesi, ha due sorelle ed è stato cresciuto dalla nonna paterna insieme ai suoi cugini.

            Ha frequentato le scuole elementari e medie nel quartiere dove è nato, superando le difficoltà dialettali e ottenendo sempre buoni risultati. Ha poi frequentato l'Istituto Magistrale a Piazza Indipendenza, vivendo per la prima volta lo spostamento nella città. Durante gli anni della scuola superiore, ha cominciato a impegnarsi seriamente nella sinistra giovanile.

            Finiti gli studi, ha iniziato a lavorare con il padre in una ditta edile, portando a termine contemporaneamente l'anno integrativo degli studi magistrali.

            In questo periodo, il suo impegno politico pian piano si è andato trasformando in impegno sociale. Inizialmente ha svolto, per circa tre anni, assistenza domiciliare ad handicappati fisici. Poi, in seguito ad una operazione alla spina dorsale, che non gli permetteva più di fare grandi sforzi, ha fatto assistenza a psicotici gravi e lievi. Ha vinto un concorso come educatore negli asili, lavorando quindi in un asilo di Tor Bella Monaca. Contemporaneamente ha iniziato un corso triennale da educatore professionale con la Comunità Capodarco e, da circa due anni, svolge lavoro di strada a Tor Bella Monaca con l'Associazione Eutopia.

            Attualmente vive a casa con i genitori, non è sposato, sta terminando il corso da educatore professionale, continua ad essere impegnato politicamente e lavora nell'asilo nido di Tor Bella Monaca.

 

 

4.1.2 Protocollo dell'intervista

 

            Ho contattato Mauro telefonicamente, tramite una comune amica, che, ricevuto precedentemente il suo consenso, mi ha dato il suo numero. Ci siamo sentiti una settimana prima del nostro incontro.

            Ci siamo incontrati a Tor Bella Monaca davanti al C.I.S.1 nel primo pomeriggio e lì si è svolto il colloquio, in una stanza adibita solitamente al recupero scolastico. Anche gli altri due incontri hanno seguito queste stesse modalità.

            Mauro mi dà subito l'impressione di essere un ragazzo molto disponibile, socievole e sensibile.

            All'inizio del nostro incontro è molto preoccupato e vuole sapere specificatamente di cosa mi deve parlare. Io gli spiego che dovrebbe raccontarmi la sua vita come meglio crede, partendo da dove vuole, perché solo lui può sapere quali esperienze considera importanti.

            La presenza del registratore viene accettata subito con tranquillità, mentre blocchetto e penna, con cui dovrei annotare il linguaggio non verbale durante il colloquio, vengono costantemente tenuti d'occhio. Perciò decido di prendere appunti solo a fine colloquio per non creare ulteriore imbarazzo.

            Mauro inizia a raccontare subito ma sembra agitato: si muove continuamente sulla sedia e non mi guarda negli occhi. Pian piano però si rilassa ed il suo racconto comincia a fluire più tranquillamente. Questo mi permette di non intervenire per quasi tutto il corso del colloquio, se si escludono i cenni di assenso dettati dal sentimento di empatia che pervade tutto l'incontro.

            Ogni incontro si svolge più o meno nello stesso modo: siamo seduti ad un tavolo uno di fronte all'altra.

            Gli incontri vengono interrotti due volte dai suoi studenti che sembrano avere molta fretta di fare lezione con lui, nonostante la risposta di una ragazzina che, quando Mauro le chiede di aspettare altri dieci minuti, gli dice: <<beh, tanto a me non me ne frega niente>>. In ogni caso, il colloquio riprende spontaneamente dopo l'intrusione e Mauro non sembra esserne disturbato più di tanto.

            Mauro ha un modo di esprimersi molto variegato: quando parla del suo lavoro usa un linguaggio ricercato e tecnico, parlando invece della sua infanzia e dei suoi ricordi di gioventù, diviene più sciolto, usa un linguaggio più comune e ogni tanto, mentre parla, si perde con lo sguardo sognante, nel tentativo, sembra, di dare maggiore vividezza ai suoi ricordi.

            Alla fine della fase di colloquio, in cui, come ho già scritto, la disponibilità di Mauro e la fluidità del suo discorso mi hanno permesso di rilassarmi, di non intervenire affatto, potendo così seguire il suo discorso con molta attenzione, Mauro mi guarda con aria interrogativa, per capire se aveva soddisfatto, con il suo racconto, le mie aspettative. Gli dico, allora, che mi interesserebbe fargli qualche domanda supplementare, anche se il suo racconto è stato esauriente. Lui trova molto interessanti le domande che gli pongo ed inizia, sembra, ad aprirsi di più: il suo racconto affronta ora dei temi che gli stanno più a cuore, sentimenti sui quali prima aveva sorvolato.

            Al termine del colloquio dice di essere contento di aver collaborato. Io lo ringrazio di avermi reso la cosa così semplice ed interessante. Lui mi risponde che nel corso del suo lungo impegno sociale ha lavorato molto con la sua storia di vita e con i suoi vissuti e che quindi ora gli riesce più semplice parlare di sé.

 

4.1.3 Ricostruzione della storia di vita

 

            Storia di Mauro

 

            Mauro inizia il suo racconto dicendo: <<Io sono nato il 15 settembre del 1965, quindi c'ho 32 anni...e sono nato a Torre Angela che è praticamente a...due Km...e conta che, quando sono nato, Tor Bella Monaca...che appunto è nata per il progetto urbanistico fine anni '70 e inizi anni '80...e non esisteva...qui c'era la campagna sterminata con...tanti alberi, casolari, pecore, mucche...insomma era una specie di Far West di periferia...e Torre Angela è un quartiere abusivo...nato da immigrati, gente che da altre regioni arrivava a Roma e chiaramente non c'aveva la possibilità di andare a vivere in posti più centrali...e quindi ha iniziato questo grande processo di urbanizzazione di Roma alla fine degli anni '50, '60...e mio padre, mio nonno sono arrivati qui nel 56. Nel '56 comprano un piccolo appezzamento di terra...appezzamento di terra, insomma un piccolissimo fazzoletto di terra su cui intendevano costruire un'abitazione...insomma, siccome mio nonno era muratore così come mio padre e quindi hanno costruito una prima abitazione...un primo piano di una casa dove...loro lavoravano nei cantieri edili di Roma e quindi...appunto con il boom dell'edilizia di quegli anni...e quindi iniziarono questa storia qua...mio padre non era sposato...si è sposato penso nel '62...una cosa del genere...quindi progressivamente hanno costruito altri due piani di questa casa in maniera da dividerla per i fratelli...e a un certo punto...mia madre per altri lidi era arrivata sempre qui in zona come immigrata dall'Abruzzo, sia mia madre che mio padre...e, nel '58 mio padre...e quindi poi si so' incontrati, si so' sposati, e c'avevano questo posto qui...si so' sposati nel '62, io sono il primogenito della coppia, sono nato nel '65...>>.

            Parlando della sua infanzia e del suo quartiere, Mauro racconta: <<L'infanzia l'ho passata a Torre Angela...veramente...tutto quanto...scuole fino alla terza media, l'ho fatte a Torre Angela...l'infanzia...la primissima infanzia...fino all'età della scuola...io non ho frequentato né l'asilo nido né la scuola materna...i primi sei anni so' stato praticamente...siccome mia madre lavorava a servizio a casa...di altre...persone...e mio padre lavorava...appunto il giorno ero praticamente...tenuto da mia nonna...nonna paterna...insieme ad altri cugini...praticamente sono cresciuto insieme a un cugino...mio coetaneo...abbiamo condiviso l'infanzia, un'infanzia piacevole...cioè bei ricordi perché eravamo appunto...era una specie de' vita in campagna quella che facevamo...quindi un grosso legame con questo mio cugino...anche se adesso c'abbiamo pochissimi rapporti perché...vabbe'...viviamo lontano...e comunque ha lasciato il segno...così più o meno è andata avanti l'infanzia...con amici...c'erano questi cugini che erano della rete familiare e che stavano praticamente con me sempre...e poi c'erano anche i figli dei vicini...per cui...soprattutto d'estate...che praticamente uscivo la mattina e rientravo la sera...insomma...praticamente...noi c'avevamo prati, campi...cioè non era un infanzia costrittiva di uno che viveva in una realtà urbana...ora gli amici d'infanzia sono un po' sparpagliati, un po' perduti...un po'...qualcuno ha fatto una brutta fine perché poi ci sono stati gli anni successivi...in cui ci sono stati problemi di tossicodipendenza...tutte 'ste storie qua...gli amici erano quelli della borgata...amici con cui condividevo tantissimo tempo...ed erano amici...perché a Torre Angela ci raggruppavamo sostanzialmente per vie...quelli che abitavano su una via costituivano una specie di gruppo, che poi...qualche volta si contrapponeva anche a gruppi di ragazzi che abitavano in altre vie, insomma...era un metodo...d'identificazione...e quindi il rapporto era tranquillo...gli amici...erano figli di immigrati...gente che veniva dall'Abruzzo, dalle Marche, dal frusinate...insomma dai posti più variegati...e venivano qua a Roma, s'erano stanziati qua, a Torre Angela...c'era un ambiente...Torre Angela dei primi tempi c'aveva un ambiente di gruppi di famiglie solidali...insomma non era un brutto ambiente anche se non c'erano servizi, non c'erano le fogne, c'erano le strade che non erano asfaltate...erano...però più o meno c'era un buon rapporto di vicinato con la gente perché più o meno stavano tutti nella stessa condizione, vivevano tutti lo stesso tipo di stato sociale...e quindi questo è più o meno...insomma, rispetto al tessuto sociale in cui sono nato. E quindi l'infanzia è passata con buoni ricordi, certo la nonna paterna un po' autoritaria perché...sai com'è...c'aveva tanti nipoti da accudire, no? perché i figli lavoravano...c'era il boom degli anni '60...insomma e...erano tutti impegnati a cerca' di guadagna' al massimo di quello che potevano...e quindi 'sta nonna era così autoritaria perché teneva quattro o cinque ragazzini, no?...e...situazione un po' di casa in costruzione...con i balconi...anche con dei rischi insomma rispetto all'incolumità de' 'sti ragazzini...>>.

            Quanto al rapporto con i suoi genitori, Mauro racconta: <<...il rapporto con i miei genitori è abbastanza tranquillo....non c'ho mai avuto grossi problemi...con mio padre un periodo...ho condiviso un po' una situazione difficile...quella de'...un conflitto intergenerazionale all'interno dell'attività lavorativa, insomma...però, poi...finita quella situazione, grosse frizioni...non ce ne sono state, insomma...visto che tuttora vivo a casa...il rapporto con mia madre...buono, insomma...una figura importante di riferimento, insomma...com'è solitamente la madre...ehm...è molto premurosa nei miei confronti ancora adesso...quindi si presume che...lo sia stata ancora di più in passato...rispetto alle mie scelte non sono stati mai intrusivi, loro...un po' perché...magari alcune cose non riuscivano neanche...a quantificare bene che tipo di professione andavo a fa' o che...quindi non so' stati molto intrusivi...so' scelte che ho fatto sostanzialmente da solo, insomma...sia mio padre che gli altri parenti erano di sinistra...insomma erano impegnati politicamente, insomma le lotte sindacali, sul posto di lavoro...che poi il percorso mio è variegato nel senso che vengo da una commistione tra la tradizione cattolica...dell'Abruzzo cattolico...e poi chiaramente l'impegno politico comunista...per cui stavo anche in difficoltà a coniugare questi due filoni...poi chiaramente è stata un'esperienza matura quella della riflessione più attenta su queste due matrici...però, insomma c'era anche una certa difficoltà...>>.

            Parlando della scuola elementare, Mauro racconta: <<...poi c'è stata la scuola...la scuola...che poi io ho fatto la prima elementare sempre a Torre Angela, la scuola che era un'abitazione privata, affittata dal Comune e adibita a scuola...quindi non era una scuola vera e propria come costruzione e...niente...lì ho fatto tutti i cinque anni di elementari con ragazzi che c'avevano circa la mia stessa estrazione sociale...quindi venivano da storie simili...l'esperienza a scuola chiaramente per me che non c'ho avuto...l'esperienza sia di scuola materna che di asilo nido...quindi è stata un impatto notevole...nel senso...costrittivo perché ero abituato a vivere in tempi non rigidamente strutturati...e quindi dei primi tempi mi ricordo questa cosa...che, insomma, la scuola non me la vivevo bene...nel senso che era costrittiva...mi sembrava un tempo interminabile dal momento in cui entravo al momento in cui andavo via...considera che poi non è che si faceva il tempo pieno all'epoca...stavamo dalle otto e mezza a mezzogiorno e mezza, erano quattro ore...però mi sembrava un tempo interminabile...e quindi...poi anche il fatto che nel contesto in cui vivevamo si parlavano un sacco di dialetti...insomma, non c'era grossa formazione culturale...per cui anche la difficoltà di accedere ad una formazione...così, più strutturata, più formale, no?...che appunto rappresentava la scuola...e questo, insomma lo sentivo come scotto...insomma di una cultura di provenienza che era caratterizzata dal fatto che le cose si tramandavano per via orale, anche appunto utilizzando un linguaggio diverso...quindi un certo stacco che è andato avanti per i primi anni...>>.

            Mauro parla del suo quartiere: <<...ma diciamo che c'ha una certa valenza questo posto dove stiamo perché...era...siccome dove son nato era appunto...forse meno di 2 Km da qui...e per cui quando eravamo un po' più grandi cioè nove, dieci anni...undici...c'incamminavamo e questo era veramente il Far West nel senso che...c'era una marana...le marane erano praticamente le fogne a cielo aperto che c'erano prima che le giunte...rosse che poi hanno fatto il risanamento delle periferie e...c'era questa marana, con un ponticello di legno che l'attraversava...e si attraversava questo ponticello e si stava da 'sta parte in cui c'era...la pianura distesa, con pinete, no?...casolari, le pecore...ma proprio era tutto lo spazio che adesso è occupato da Tor Bella Monaca per cui sono chilometri quadrati di territorio...e noi venivamo qui...qualche volta andavamo via la mattina e tornavamo la sera per cui poi i genitori a casa...c'erano le strillate, le botte...però era avventuroso...quando uno cogli occhi da bambino veniva rapito da mille interessi...c'erano casolari diroccati, torri...perché sai, qui i nomi di questi quartieri tipo Tor Bella Monaca, Torre Spaccata, Torre Maura...perché c'erano queste torri costruite per mettere dentro il foraggio degli animali ma anche con una funzione di avvistamento per cui erano anche piuttosto alte e qui ce n'erano diverse...di queste torri diroccate, probabilmente dell'epoca medioevale...non lo so...adesso non ce ne sono più...qualcuna è anche rimasta...e questo per noi era proprio motivo di...entra' in queste situazioni era proprio un'avventura fantastica...quindi questo è stato...io poi penso...sai uno poi fa dei collegamenti a posteriori rispetto ai propri vissuti...io sono abbastanza legato a questo tipo di luogo...probabilmente anche per quello che ha rappresentato per me nell'infanzia...poi lo ha rappresentato anche successivamente perché insomma io c'ho un impegno attivo e fattivo a Tor Bella Monaca da sempre...e questo...per quanto riguarda l'infanzia...il mio rapporto con la scuola era un po' difficile che invece poi questa dimensione del periodo estivo libera da ogni vincolo...e quindi, insomma...era una cosa molto bella perché finiva la scuola agli inizi di giugno e riiniziava a ottobre ed erano quattro mesi che ti sembravano una vita insomma, visto da bambino...>>.

            Poi Mauro parla del passaggio dalla scuola elementare alla scuola media: <<Ho fatto le medie anche qui...in una scuola sempre affittata, nel senso che era un'abitazione...nel senso che non esistevano strutture scolastiche costruite dal Comune che sono venute dopo...e questa era un'abitazione che era affittata dal Comune e veniva utilizzata come scuola...c'erano mi pare sei aule, o una cosa del genere...si chiamava Montello...ed è una scuola che esiste ancora e adesso hanno costruito una megascuola, sperimentale, con laboratori, palestre...io penso a quando noi invece c'avevamo la palestra che era lo scantinato di questo piccolo stabile con i topi...adesso invece, la stessa scuola con lo stesso nome è una scuola sperimentale considerata come una delle...cioè una scuola d'avanguardia che c'ha un certo prestigio a livello...non era la stessa cosa quando io andavo a scuola...calcola che erano gli anni dal '76 al '78...gli anni in cui ho fatto le medie...e quindi c'era questa scuola qui...e incontro una realtà diversa...quando uno va alle medie...chiaramente ci sono ragazzi più grandi poi qui c'erano i pluriripetenti...perché sai la condizione di disagio non è che è nata adesso qui...era una condizione storica...c'erano ragazzi che non parlavano neanche italiano nel senso che parlavano soltanto il dialetto...e per cui tu andavi a scuola a undici anni con ragazzi di quindici, sedici anni, no?...che magari...appunto, con un altro percorso di vita...con storie anche di piccoli furti, di piccola delinquenza...poi all'epoca non c'erano veramente tutti quei servizi di supporto...poi la scuola era estremamente selettiva per cui se non andavi bene ti bocciavano e poi ti buttavano fuori da scuola e non prendevi la terza media senza problemi, insomma, no?...e quindi c'era un rapporto un po' diverso con questa realtà un po' più pesante, un po' più difficile...però io poi c'avevo questa spinta personale alla riuscita, insomma scolastica...per cui mi impegnavo e c'avevo un buon rendimento scolastico sostanzialmente...tant'è che sono stato uno dei pochi che nella mia classe poi ha continuato...le superiori...>>.

            Mauro racconta del suo spostamento a Roma per frequentare il liceo e della nascita del suo impegno politico: <<Io, invece mi sono iscritto all'istituto magistrale...e ho fatto un grande salto...nel '79 sono andato a studiare a Piazza Indipendenza...per me Piazza Indipendenza era, chiaramente...per chi veniva...ci mettevo un'ora e mezza...era Roma, era il centro...vicino alla stazione Termini...era un grande salto...sia dal punto di vista dei contenuti, dell'impegno...mi ricordo, c'era il Latino...impegni molto grossi, le difficoltà forti che ho incontrato il primo anno...sia da un punto di vista di una realtà che mi interessava, che era stata sempre fuori portata...ecco, in quel periodo è iniziato il mio impegno politico...la mia scuola, il primo anno...insomma, sono entrato veramente in questo contesto della scuola di fine anni '70, insomma, bella movimentata, con il movimento delle donne che in Italia e a Roma era una realtà piuttosto...forte, no?...quindi le assemblee, gli stranieri, opposizioni forti tra estremisti di destra e estremisti di sinistra insomma...e quindi lì...la cosa che tra l'altro mi girava per la testa, il fatto della rivendicazione sociale, il fatto di essere la classe...diciamo, emarginata...quindi 'sti sentimenti si sono anche un po' coagulati rispetto anche ad una serie di situazioni che c'avevo in famiglia per cui ..e quindi ho incontrato la militanza politica che è stata una cosa che poi mi ha accompagnato per gran parte della vita fino a adesso nel senso che poi attivamente sono entrato nella Federazione Giovanile Comunista nel '79...ed è stato questo uno dei percorsi importanti nella mia vita perché poi l'impegno politico è stato una costante fino adesso...poi è collegato all'impegno...all'attività nel sociale...in tutto ciò nascevano anche i primi sentimenti, i primi amori, chiaramente poi, scuola superiore, poi una scuola femminile...le magistrali (ride)...però estremamente collegati con l'impegno politico nel senso che poi condividevo con i primi amori anche l'impegno politico per cui insomma, c'era questa pluralità de' situazioni in comune, anche difficile da gestire...poi dopo soprattutto con gli anni successivi, una serie di difficoltà di divisione tra privato e pubblico...una certa generazione l'ha vissuta drammaticamente perché poi c'è stato il riflusso di fine anni '80...inizi anni '90...per cui anche una certa difficoltà a vivere sia per le relazioni di ogni genere, quindi anche quelle sentimentali, con una condivisione piena, insomma...la necessità di ritagliare degli ambiti un po' più...e quindi i primi amori...>>.

            Mauro racconta della sua prima esperienza sentimentale: <<...una ragazza in particolare con cui sono stato...è stata insomma la prima storia sentimentale seria...io facevo già il terzo...lei era più piccolina...quindi il ricordo di quegli anni è strettamente unito al ricordo suo...di questa ragazza...non riesco a disgiungerli insomma...una ragazza con cui sono stato insieme per due anni...si chiamava Annamaria...mi ricordo che...so' cose che poi non mi sono più successe nel corso della vita, nel senso che...lei s'era innamorata di me...forse perché era più grande...era una storia abbastanza seria...c'avevamo delle difficoltà perché lei non è che condividesse molto...tutto il tempo che io dedicavo all'impegno politico...io poi ero molto poco diplomatico a quel tempo...per cui mi ha sopportato per un periodo di tempo...però poi quando abbiamo deciso di lasciarci...non ho sofferto tanto...no, perché poi invece...gli amori successivi, quelli che so' finiti...mi hanno sempre lasciato una grossa sofferenza...dopo...quindi...probabilmente c'avevo anche un senso del futuro molto più libero...come...una serie di possibilità...poi probabilmente col passare degli anni questo s'è ristretto...un modo di guardare al futuro con occhi meno disincantati...poi...l'impegno era così prevalente...per cui c'è stato un periodo che non c'ho avuto storie...sembra quasi un periodo roseo...nel senso che poi, c'ho avuto per lo meno un paio di storie di cui una che...è stata la storia più importante della vita mia...che invece m'hanno segnato profondamente...>>.

            Mauro passa a descrivere le sue attività dopo il liceo: <<Ho fatto l'Istituto Magistrale ma l'interesse maggiore mio era quello storico-filosofico, letterario...c'avevo intenzione di andare all'università e di iscrivermi a qualcosa tipo Filosofia, Storia...una cosa del genere...invece è successo che alla fine del percorso...dopo la Maturità...ho pensato bene...o male...dipende...che ero stanco degli studi, di quel tipo di approccio, per una certa forma di estremismo che c'avevo in quegli anni...per cui ho smesso di studiare. Ho deciso di andare a lavorare e sono andato a lavorare con mio padre, che all'epoca aveva, proprio in quei momenti, messo su una piccolissima impresa edile, gestita dai familiari ed insieme ad un'altra persona...e quindi mi sono imbarcato in questa avventura che è durata 4 o 5 anni, in cui ho...siccome c'era l'incombenza del militare allora mi so' iscritto all'anno integrativo...per non fare il militare...ho fatto l'anno integrativo che frequentavo il pomeriggio andando a lavorare la mattina...e dopo di che mi sono iscritto a Giurisprudenza...ma non c'entrava proprio niente con il percorso che avevo fatto io, esclusivamente per non andare a fare il militare...perché non volevo fare il militare assolutamente...e mi sono imbarcato in questa storia che è durata 4 o 5 anni con mio padre...che mi ha prodotto da un punto di vista personale delle difficoltà di relazione perché è difficile gesti' una attività economica insieme a una persona che è anche tuo padre...quindi anche una serie di conflitti intergenerazionali...tanto che poi questa situazione si è andata...sfiammando da sola e...>>.

            Riguardo i suoi impegni nel sociale, Mauro racconta: <<...in quel periodo ho invece maturato un interesse per l'attività educativa, quindi ho fatto...ho ripreso gli studi in senso pedagogico e ho...ho iniziato a fare delle supplenze nelle scuole elementari, quindi ho iniziato a lavorare con i bambini...e in pratica era saltuario questo tipo di lavoro...unitamente è iniziata la stagione dell'estensione dei servizi di assistenza domiciliare agli handicappati per cui io sono entrato quando questa cosa era già consolidata...'88-'89...e quindi quando poi 'sta piccola impresa messa su da mio padre insieme a un suo collega è andata male...mi sono riconvertito come operatore sociale (ride)...ho iniziato a lavorare e ho fatto contemporaneamente un corso regionale per assistenti domiciliari e...quindi ho iniziato a lavorare con una cooperativa di assistenza domiciliare che...lavorava in VII e V Circoscrizione...ho lavorato per tre anni in questa cooperativa...e lavoravo prevalentemente con handicappati fisici...e quindi è iniziato questo contatto...considera che tutta una schiera di amici miei più o meno hanno seguito questo tipo di percorso...perché considera che politicamente...cioè l'impegno politico poi, ad un certo punto, si è trasformato in impegno sociale, in impegno lavorativo...cioè la costituzione di delle cooperative, l'essere interno ad alcune cooperative...per cui tantissimi dei miei amici, insomma, hanno fatto questo tipo di percorso...per cui diversi miei amici avevano già iniziato...per cui sull'esempio loro io ho iniziato a fare questo tipo di lavoro...quindi ho lavorato per tre anni in questa cooperativa di assistenza domiciliare lì...poi ho lavorato in una cooperativa che fa assistenza domiciliare qui a Tor Bella Monaca per altri...tre anni, penso...sempre con handicappati fisici...quindi distrofici, spastici...gente che c'aveva problemi cerebellari...per cui c'erano paraplegici...e quindi sono entrato in contatto con questa umanità...diciamo, sofferente (sorride imbarazzato)...e qui a Tor Bella Monaca e anche nel settore Tiburtino perché spesso incontravi il disagio sociale insieme a quello fisico...si capitava in delle famiglie multiproblematiche in cui c'era il problema dell'handicap, il problema della tossicodipendenza, il problema della difficoltà di far quadrare i conti a fine mese...quindi sia lì che qua, insomma...una realtà piuttosto forte...considera che io contemporaneamente seguivo sempre la linea politica...insomma, sono sempre stato militante...e quindi ho fatto questo percorso su due livelli...poi c'è stato un periodo in cui mi sono occupato invece di handicappati mentali...quindi ho lavorato con soggetti psicotici in una cooperativa che lavora in X Circoscrizione: Cinecittà, Quadraro...si chiama la cooperativa Cecilia che lavora in questo settore...siccome io c'ho avuto un problema...un problema fisico...quindi è il caso che mi ha portato a quest'impegno con soggetti psichici, quindi a lavora' in particolare con psicotici...c'ho avuto un'ernia discale...quindi un intervento alla colonna...e questo ha fatto sì che non potessi far più degli sforzi particolari...per cui...accudì a degli handicappati fisici...insomma, significa prenderli, alzarli...e questa era una cosa che non riuscivo più a fare per cui...siccome c'avevo un'esperienza quasi decennale ormai...insomma, poi una serie di percorsi...avevo iniziato un corso di educatore professionale...adesso sto facendo il terzo anno...allora avevo appena iniziato il primo anno...e quindi ho lavorato con la Cecilia un solo anno, esclusivamente con soggetti psicotici...da psicotici gravi...a autistici...quindi questo universo qua era l'universo mio professionale in assoluto...quindi, in stretta collaborazione col D.S.M. (Dipartimento Sanità Mentale) di Cinecittà...ed è stato un impegno che mi ha coinvolto tanto dal punto di vista sia professionale che umano, chiaramente...mi ha arricchito...e c'ha avuto una funzione, diciamo, olistica...nel senso che ha sviluppato una serie di interessi che poi ho anche...seguito da un punto di vista teorico...per cui ho approfondito un certo tipo di approccio che è quello...diciamo, sistemico-relazionale...coi rapporti della fenomenologia nell'ambito della psichiatria e della psicopatologia...e quindi questo è stato poi tra l'altro un campo di interesse teorico che poi ho sviluppato sia come studente che dal punto di vista personale...è un lavoro che sto facendo anche per la tesi...>>.

            Mauro racconta del suo percorso professionale: <<...insieme a tutta questa storia qua: io continuavo ad essere impegnato politicamente, facevo il corso a Capodarco, lavoravo con la cooperativa Cecilia e nel frattempo avevo fatto dei concorsi, tra cui un concorso al Comune di Roma come educatore negli asili nido...ed ho vinto 'sto concorso...l'ho fatto senza grosse attenzioni però poi ho vinto 'sto concorso...sono andato molto bene proprio inaspettatamente...poi, certo mi sono impegnato nelle prove successive...e, considera, anche là, la difficoltà...gli uomini che lavorano negli asili nido sono...penso, a Roma...tre o quattro...compreso me...quindi anche una figura...strana insomma...e ho fatto il tirocinio...perché il concorso prevedeva una prova pratica: un tirocinio, supportato da una tesina...finale. Ho fatto il tirocinio qui ad un asilo di Tor Bella Monaca, via Acquaroni...e mi è piaciuto molto il contesto...il gruppo educativo e le problematiche...perché ovviamente erano problematiche a cui io ero abituato: disabili, problema...disagio sociale, disagio fisico...insomma, questo tipo di contesto multiproblematico che poi alla fine...mi so' reso conto che non riesco a lavora'...cioè è diventata una cosa che mi ha seguito quasi per tutta la vita, 'sta storia...cioè per un bel periodo della vita mia...comunque ho visto 'sta situazione e mi sarebbe piaciuto andare a lavorare là se avessi vinto il concorso...poi ho fatto le altre prove...ho superato tutte le altre prove e dopo...il Comune m'ha chiamato...tra gli asili possibili, le scelte, c'era questo...a via Acquaroni e adesso lavoro qui a Tor Bella Monaca come...in un asilo nido...quindi ho coronato un piccolo sogno (si blocca, sospira e riflette)...un piccolo sogno l'ho coronato. Quindi da due anni lavoro lì...seguo dei progetti educativi lì dentro con un gruppo di cui c'ho grossa stima...>>.

 

            Lavoro di strada

 

            Mauro racconta l'inizio del suo lavoro come operatore di strada: <<...insomma...e unitamente è nato 'sto lavoro di strada...perché una collega mia, che lavora come volontaria nell'Associazione di Tilde (v. Cap. 2)...me l'ha proposto...io l'ho proposto al corso...al corso...siccome loro c'avevano questi progetti come operatività di strada...considera che è un lavoro completamente innovativo su Roma perché, a parte sulla prevenzione della tossicodipendenza non s'è fatto niente...insomma non c'è un lavoro strutturato...con i giovani...gli adolescenti...ehm...quindi, preso da 'sta cosa ho fatto 'sta proposta a loro...loro me l'hanno fatta prova'...perché io faccio un corso a Capodarco...un corso da educatore professionale...Capodarco me l'ha supportata 'sta cosa...e m'ha dato il tirocinio, sia l'anno scorso che quest'anno...qui con l'Associazione Eutopia...io ho incontrato Tilde e gli altri operatori e abbiamo iniziato l'avventura...che significava uscire per strada...quando ho iniziato era una cosa che mi interessava, che mi intrigava ma mi spaventava anche...perché vai per strada a far che cosa? a proporre che cosa?...a contatta' chi?...>>.

            Mauro racconta il suo primo periodo nel lavoro di strada: <<...e l'anno scorso abbiamo iniziato un progetto che non era...non c'aveva altre direttrici se non quella di coinvolgere...su un progetto di iniziative musicali...nel quartiere...i gruppi che riuscivi a contatta'. E quindi abbiamo iniziato con la fase di mappatura...per cui cercando di vagliare sul territorio quali erano i punti in cui i giovani si riunivano...e poi siamo passati alla fase pratica...con il supporto della videocamera...andavamo in giro...e la videocamera diventa uno strumento che...mette in luce...come un riflettore...conta che non serviva a nient'altro se non a produrre dei documenti...in senso stretto però...e quindi facevamo 'sta cosa: andavamo in giro, facevamo le interviste...però la cosa che mi ha meravigliato era la certa facilità con cui si entrava in contatto...e con cui poi i contatti si mantenevano, insomma...certo, c'è stata una prima fase in cui c'erano contatti sporadici...c'era difficoltà a stabilire un rapporto...>>.

            Mauro parla delle fasi successive del lavoro di strada: <<...invece, poi la parte finale del lavoro dell'anno scorso ci siamo focalizzati su un gruppo...sui vissuti di questo gruppo...erano ragazzi dai 14 ai 17 anni...era difficile che all'interno di questo gruppo , che era flessibile ci fosse gente che uscisse da quella fascia d'età...quindi abbiamo fatto questo tipo di lavoro...io ho...fatto la richiesta per rimanere un nuovo anno...che poi...quest'anno mi occupo di più situazioni all'interno dell'Associazione quindi faccio anche recupero scolastico, come vedi, insomma...però unitamente c'è questo progetto che facciamo quest'anno...che è, diciamo, più strutturato perché è interno al progetto Contrappunto sovvenzionato dal Comune di Roma sulla dispersione scolastica...per cui pure il lavoro che faccio con i ragazzi qua è centrato come processo di intervento contro la dispersione scolastica...mentre il lavoro di strada è più mirato a portar fuori i vissuti le rappresentazioni degli adolescenti e di quelli che noi chiamiamo testimoni privilegiati e cioè...il barista del posto in cui si ritrovano...figure così...insomma, il tabaccaio che c'ha contatti con il gruppetto dei ragazzi che si vedono fuori dal negozio...e questo è un lavoro che mi interessa tanto anche perché c'ho centrato il lavoro del progetto educativo interno alla tesi che sto facendo per la fine del corso da educatore...nella...sulle rappresentazioni e sulle modalità di operazione sul contesto da parte del soggetto...e quindi sto lavorando in maniera molto interessata...a questa cosa...>>."

            Per quanto riguarda il vissuto del lavoro di strada, Mauro racconta: <<Rispetto al lavoro di strada...è una modalità d'intervento che mi interessa parecchio ed in cui...mi sono sperimentato molto...come vissuto personale...è stato un modo per mettersi in relazione molto forte...cioè molto poco mediata...è un'esperienza bella perché, insomma...uscire fuori in un contesto sociale come questo a contattare ragazzetti...significa averci un linguaggio adeguato...averci una capacità empatica per entrare nella situazione, altrimenti...veramente...non concludi niente....in ogni caso io ero molto preoccupato all'inizio...non tanto perché non mi ritenessi in grado di superare il contatto...quanto la capacità di entrare in contatto con un gruppo e poi gestire eventuali difficoltà...questa era la cosa che me preoccupava...era l'impatto al momento dell'uscita...e oggettivamente un'evoluzione c'è stata perché...io mi ricordo che ai primi contatti, nelle prime interviste...c'era un'eccessiva...ero logorroico in maniera esagerata...perché ero molto preoccupato del rapporto quindi cercavo...di riempì ogni momento libero, ogni pausa, no?...quindi ero disattento...ma disattento per paura a tutto quello che poteva essere comunicazione...cioè la preoccupazione iniziale...e quindi facevo cinque domande insieme, no?...e quindi questi erano inibiti giustamente e rispondevano: si, no...e quindi io poi ne facevo altre cinque a raffica per paura che poi si interrompesse o che succedesse qualche altra cosa...poi l'evoluzione è stata quasi inavvertita...si è prodotta in maniera quasi inconscia...il risultato invece è stato quello che pian piano...la presenza mia diventava sempre meno ipertrofica...meno pervasiva, centrale...e gli ultimi incontri sono stati proprio piacevoli, perché c'era una forma di...autogestione da parte dei gruppi...quindi il primo impatto non è stato facile...poi dopo, con l'esperienza...diventava una cosa...il lavoro di strada secondo me...è...riserva un sacco di incognite ed è difficilmente prevedibile...perché l'altro...è molto altro, nel senso che è...difficilmente controllabile che in ambito istituzionale...in cui i ruoli sono definiti...e quindi questo...è una cosa che va messa in conto, nel senso che...puoi gira' a vuoto per tre mesi, o invece puoi trova' un gruppo che ti dà accesso a altri gruppi...per cui devi anche saper gestire le frustrazioni...si perdono anche grossi parametri sull'utilità reale del lavoro che vai a fare, no?...ehm...per me è stata una bella palestra perché m'ha...ho visto dai filmati...soprattutto rivedendoli, no?...in una forma di supervisione che facciamo noi, no?...per cui poi il filmato viene analizzato, rivisto...altrimenti vai in presa diretta...e non c'hai nessuna riflessione su quello che hai fatto...m'ha aiutato a...ho visto come so' maturato io rispetto alle relazioni, alla capacità di contatto, alla capacità empatica...di entrare a contatto con gruppi di giovani...anche con un salto intergenerazionale forte...vissuti fortemente diversi...perché insomma, considera ragazzi di tredici, quattordici, quindici anni...io c'ho 32 anni...con un percorso di vita che...è simile in parte a quello che hanno fatto loro perché vengo dallo stesso contesto di emarginazione, come contesto d'appartenenza, però diverso per tanti altri punti...>>.

            Riguardo al rapporto con i ragazzi di strada e alle differenze e similitudini riscontrate rispetto ad essi, Mauro si esprime così: <<...rispetto a questi ragazzi, oggettivamente c'è una parte di proiezione di me in loro...nel senso che mi rivedo un po' indietro negli anni, no?...come soggetti alla ricerca di un'identità e di un percorso personale, no?...e questa è la parte che maggiormente mi interessa dal punto di vista...empatico...ed è quello che probabilmente crea la relazione cioè il fatto che...riesci a proiettarti in parte nell'interlocutore...e le differenze sono appunto il fatto che io ho vissuto delle esperienze che erano legate a...a quegli anni, insomma...e che sono diverse dalle esperienze e dalle realtà che gli si propongono oggi a...ai giovani e adolescenti...quindi sono dovute al fatto che...io mi riferisco agli anni '70, con quel clima, con una certa serie di rimbalzi, di...echi...di impegno, no?...e anche di idee che...probabilmente sono un percorso che...gli è precluso...perché chiaramente non esistono più quelle condizioni...mica perché è stato unico e eccezionale ed è importante che si replichi...in questo senso penso appunto, che c'è una diversità difficilmente riducibile, no?...perché appunto legata a delle esperienze improponibili oggi...per quante esperienze ti costruisci...se loro ne avranno altre allora probabilmente c'avranno dei percorsi diversi...e le similitudini, insomma, sono quelle di cui ho parlato...che probabilmente saranno più importanti delle diversità...perché...questo è stato un percorso che mi ha interessato in maniera particolare...perché l'ho fatto anche qui e in cui mi sono impegnato. Quindi le similitudini, poi sono più forti delle differenze: cioè il fatto di una scuola che...espelle...una scuola che...per quanto rimodellata e aggiustata, è una scuola...competitiva...è una scuola che...non...che impone dei tempi di apprendimento rispetto ai tempi individuali...quindi una scuola che sovrasta e quindi espelle dalla struttura, crea emarginazione...allontana, separa, anziché proporre la possibilità di accesso al mondo culturale...e quindi questa credo che sia un'infamia morale...e politica, insomma...siccome io l'ho vissuta, perché mi ricordo che il percorso mio è stato difficile e faticoso...e me lo ricordo come ossessivo e pesante il percorso scolastico mio (molto preso dal discorso)...quindi...di fronte a 'sta scuola che è fortemente centrifuga...cioè chi segue bene, chi non segue i ritmi...è una forma di Darwinismo sociale...che comunque, dopo tutte le modifiche...il modello esiste ancora...il modello del giudizio e dell'etichetta...e visto che 'sta cosa qui mi dà molto fastidio...è un impegno personale...che sento moralmente molto forte...e siccome penso di essere stato vittima...e che m'è costato tanto sacrificio, tante rinunce e tante difficoltà, insomma...ritagliarmi un piccolo pezzo di accesso...ad una realtà culturale, insomma...più estesa, più...elevata rispetto ai contesti...informali...e siccome c'è un legame empatico in questo senso...nel senso di vie e di percorsi...quindi penso che...quello che io considero le cose simili...ai giovani, agli adolescenti...ce ne sono...e sono parecchie...le diversità sono quelle che ti dicevo...cioè il fatto che io sono...ho fatto dei percorsi che oggi non sono riproponibili...una cosa che però mi interessa è come i percorsi nuovi...o le situazioni nuove possono essere interessanti anche per me, no?...che ne ho fatti altri...come interessanti per comprendere cose di dove son nato...dove anche c'ho intenzione...d'aiutare...>>.

            Per quanto riguarda i rapporti con gli operatori con i quali collabora, Mauro dice: <<...io ho lavorato l'anno scorso con Salvatore, Flaminia e un'altra tirocinante del mio stesso corso...lei è molto più giovane...c'ha 21...22 anni...e quindi, c'era un salto generazionale...e praticamente eravamo in équipe io e lei...però per me lei è stata molto importante dal punto di vista proprio...della capacità comunicativa...è stata una consulente linguistica, insomma, no?...perché...un certo tipo di linguaggi, di luoghi degli adolescenti...per lei erano molto più facili da sentire, perché li sentiva quasi ancora lei, no?...quindi per me è stato quasi un facilitatore lavorare con lei, quindi ho lavorato molto bene con Lucia, l'anno scorso, poi adesso Lucia per motivi...lei abita all'E.U.R. e lo faceva due volte a settimana...veniva qui...quindi ha scelto un tirocinio più vicino a casa sua...poi invece nel gruppo di quelli che c'avevano più esperienza c'era Salvatore che...era un ex-obiettore della Caritas che poi è rimasto come volontario...che è un ragazzo che c'ha la mia stessa età e con cui ho lavorato abbastanza bene perché c'aveva questa formazione di lavoro di rete e di lavoro di strada e tra l'altro condividevamo anche dei percorsi...pur essendoci incontrati solo l'anno scorso...pregressi...per cui è stato facile trova' dei linguaggi comuni, no?...s'è creata la sintonia che...insomma, succede qualche volta, no?...per cui con Salvatore c'ho questo buon rapporto, anche se non collaboro direttamente con lui quest'anno. Quest'anno invece lavoro con Mariano e altre persone...sto in équipe con un ragazzo che si chiama Guido...che studia Economia e commercio...però insomma, siamo usciti già tre o quattro volte insieme...c'è una facilità a comunicare e anche a dare...lo stesso senso alle cose...perché contrariamente ai significati che dai alle...insomma quando entri in relazione è importante...con lui ho sperimentato il fatto che poi...quindi il rapporto è buono...quando uscivamo si tendeva a costruire delle équipe a due...costituite da un ragazzo e una ragazza...perché c'erano delle differenze di approccio...è chiaro che è più facile per un uomo approcciarsi ad un certo tipo di situazione e per una donna ad un certo altro tipo per cui...un gruppo misto in questo senso...io...l'anno scorso ho visto Lucia che...appunto...c'ha una capacità incredibile di...comunicare...poteva succedere...sai qui i ragazzetti sono un po'...esuberanti...e quindi poteva succedere che...ma non è mai successo...quindi, capacità diverse e complementari...per cui proprio per sfruttare al massimo questa complementarità facevamo delle équipe a due di un uomo e una donna...questa cosa mi è servita tanto sia come modalità operativa sia come tipo d'intervento e da un punto di vista individuale, penso che sia stato...un momento importante di crescita per me...>>.

            Mauro spiega la situazione attuale del lavoro di strada: <<...quest'anno il gruppo si è dato all'organizzazione di un corso per operatori di rete...per cui vaglieranno le conoscenze, diciamo...il know-out dell'Associazione e...avvalendosi anche dei supporti esterni...che è un percorso più avanti...cioè quello di costruire gli operatori sociali sul posto...che poi funzionino da nodi nella connessione della rete...quindi è un progetto articolato...che è cresciuto man mano...che si è dovuto riorientare...mi interessa il progetto...>>.

 

            Progetti futuri

 

            Infine, Mauro mi parla dei suoi progetti per il futuro: <<...io sto cercando di fare l'educatore professionale...oggettivamente...il lavoro di strada...non mi piacerebbe farlo a vita...quindi in maniera molto più strutturata in settori...legati al progetto educativo di continuità tra...agenzie formative formali...scuola, parrocchie e famiglie...e agenzie informali, la comunità in senso generale...una figura dell'educatore...di unione tra tutta una serie di interventi per dargli continuità e anche una certa coerenza...e anche un intervento più...più antropologico...quindi legato alla rielaborazione collettiva di vissuti rispetto a...eventi quali possono essere...l'immigrazione, no?...alle dinamiche all'interno di ceti sociali, tipo ricadute politiche economiche...la disoccupazione...rapporti intergenerazionali...insomma, questo è l'ambito...mi piacerebbe lavorare in quei servizi circoscrizionali, in quei servizi che dovrebbero essere delegati...che lavorano sulla ricognizione e sull'intervento, in particolare sugli adolescenti...questo dal punto di vista professionale...poi non so...(sembra imbarazzato ed abbassa lo sguardo)...se ti interessa...dal punto di vista affettivo sentimentale...è chiaro che spero di...di essere sereno...la tranquillità...il fatto che  poi spesso la mia vita...insomma...strabocca di sentimenti...e insomma, adesso mi piacerebbe una cosa serena, tranquilla...>>.


 

4.2  Storia di Mariano

 

4.2.1 Presentazione del soggetto

 

            Mariano ha 29 anni. E' nato a Salerno, ma è vissuto sempre a Roma. E' celibe e vive insieme ai genitori e al fratello. Svolge lavoro di strada da circa 6 anni. La sua famiglia è composta da padre, madre e un fratello più piccolo.

            Egli è vissuto per la maggior parte della sua vita nel quartiere di Casal Bertone e solo da pochi anni si è trasferito con la sua famiglia nel quartiere dei Colli Aniene.

            Fin da bambino ha frequentato la parrocchia e l'oratorio, partecipando anche a qualche attività, come la raccolta della carta e dei vestiti, a fini benefici.

            Si è sempre impegnato molto nello studio, tanto che, intrapresi gli studi al Liceo Classico, ha abbandonato completamente le sue attività all'oratorio per dedicarsi completamente alla scuola.

            Durante il liceo ha iniziato ad occuparsi di politica ed a frequentare una ragazza; questo ha fatto sì che Mariano tralasciasse in parte lo studio per dedicarsi ad alcune sue necessità che nel periodo dell'adolescenza stavano divenendo sempre più forti.

            Si è iscritto prima alla Facoltà di Economia e Commercio ed in seguito a quella di Filosofia, alla quale tra l'altro è tuttora iscritto, non riuscendo però a concludere quasi nulla, perché ormai privo di stimoli per quanto riguarda lo studio.

            Nel frattempo si è impegnato in alcuni gruppi a carattere sociale quali Comunione e Liberazione, l'Opus Dei ed altri, senza però riconoscersi veramente in nessuno di essi.

            Per evitare il servizio militare, ha svolto servizio civile con la Caritas a Tor Bella Monaca e lì è entrato a lavorare prima nel Presidio Interorganizzativo e poi come operatore di strada nell'Associazione Eutopia. Contemporaneamente e grazie al suo impegno a Tor Bella Monaca, ha tenuto due corsi per operatori professionali della Comunità Capodarco ed ha trovato lavoro nella redazione della rivista culturale Confronti, occupandosi anche lì della sfera sociale.

Ora non sa se vuole continuare il suo impegno nel lavoro di strada: forse vorrebbe occuparsi, sempre a Tor Bella Monaca, più del campo degli adulti.

 

 

4.2.2 Protocollo dell'intervista

 

            Ho contattato Mariano telefonicamente una settimana prima del nostro incontro, grazie ad una amica comune che, avendo preventivamente ricevuto il suo consenso, mi ha fornito il suo recapito.

            In realtà, conosco Mariano già da due anni, poiché mi ha aiutato a raccogliere materiale sul lavoro di strada ed abbiamo partecipato insieme ad alcune riunioni e ad un convegno. Il rapporto tra noi era stato da subito molto cordiale.

            Ci vediamo a casa sua un sabato mattina. Il colloquio si svolge in una stanzetta, Mariano è seduto su una sedia ed io su un divano di fronte a lui. Anche gli altri due incontri seguono più o meno le stesse modalità. Il colloquio viene interrotto solo una volta dall'entrata del fratello, ma riprende subito, senza apparente disturbo. Al contrario, la casa è molto rumorosa per quasi tutto il tempo dei nostri incontri e questo sembra disturbare un po' Mariano.

            Mariano appare subito un ragazzo un po' chiuso, difficilmente penetrabile, ma allo stesso tempo ben disposto nei miei confronti; manifesta preoccupazioni rispetto al fatto di dovermi parlare della sua storia personale. Infatti, per le prime due ore del colloquio, Mariano parla poco di sé, affrontando gli argomenti superficialmente, ricordando quasi esclusivamente fatti e non parlando mai di sentimenti personali. Ad un certo punto, però, si lascia andare, iniziando ad aprirsi di più. E' per questo motivo che decidiamo insieme di prolungare quell'incontro per ben tre ore.

            Mariano usa un linguaggio non molto tecnico, soprattutto parlando delle sue esperienze personali.

            All'inizio fa molte pause ed è un po' agitato: giocherella con tutto quello che gli passa per le mani. Poi, però, quando inizia a rilassarsi, comincia a scherzare con me e il colloquio si svolge con toni amichevoli e spirito di collaborazione. Mariano si preoccupa molto di parlare di cose che  possano essere interessanti per il mio lavoro.

            Alla fine del nostro primo incontro si dimostra molto soddisfatto di aver partecipato e di essere riuscito in qualche modo ad aprirsi con una persona estranea. Mi dice: <<sembrava difficile ma io sono un chiacchierone in realtà!>>. Sostiene che nella capacità di raccontarsi e di parlare con gli altri è stato aiutato molto dal suo lavoro come operatore di strada.

 

 

4.2.3 Ricostruzione della storia di vita

 

            Storia di Mariano

 

            Mariano inizia il suo racconto dicendo: <<...senti...non so...la partenza è sempre difficile ovviamente (sorride)...però poi le cose...cominciano...non lo so...partiamo ...dall'inizio, per esempio...vediamo...allora...io sono nato a Salerno, anche se sono rimasto lì soltanto i primi due mesi, credo, della mia vita...si erano già trasferiti qui a Roma...nessuno dei due è originario di Roma...perché mia madre è di origini campane, mio padre di origini marchigiane, anche se tutt'e due sono nati in Toscana...perché allora accadeva che i genitori si trasferivano per lavorare da qualche parte...anche per questioni legate alla guerra...che quindi loro conoscevano...quindi io ho sempre vissuto qui a Roma...mio padre faceva...lavorava in una ditta di trasporti...e da parecchio tempo...lui ha sempre fatto questo lavoro e adesso è in pensione...poi lavorava come dipendente, in una ditta di trasporti...poi è diventato autotrasportatore...si è messo in proprio...gli ultimi anni di attività lavorativa...mia madre è casalinga...almeno...non ha mai lavorato da quando si è sposata con mio padre...e la famiglia...il mio ambiente familiare era tipicamente quello...cattolico-piccoloborghese...in particolare l'influenza maggiore l'abbia avuta...forse per quanto...la famiglia di mia madre (ride imbarazzato, abbassa il tono della voce e si alza a controllare se la porta della stanza è chiusa bene)...sicuramente l'impronta più forte me l'ha data questa...perché quella di mio padre era più...sempre cattolico...ma più popolari...popolari nel senso...invece quella di mia madre, appunto...più piccolo-borghese...e forse i valori mi sono venuti di più dalla famiglia di mia madre...che aveva come figura di riferimento un mio zio sacerdote...che...un po' per l'abito ma prima ancora...perché in sé l'abito non è che ti dia qualcosa di particolare...un po' per il tipo di persona...era carismatico...era un leader...era un po' il capo della famiglia...aveva l'impegno culturale...aveva la Licenza in Teologia, la Laurea in Scienze Politiche, la Laurea in Sociologia, è stato Rettore del Seminario a Salerno...un grande impegno sociale...sia con i gruppi...era assistente all'Azione Cattolica a Salerno...sia proprio ad un certo punto nel sociale...lui ha fondato una comunità terapeutica per tossicodipendenti lì a Salerno e poi una casa per ragazze madri...che sono due cose che...un po' dappertutto ma lì in particolare...a Salerno...cioè in quel tipo di cultura, poi anche molto moralistica...quando dico piccoloborghese-cattolico intendo tutto un cosmo...di rifiuto molto netto sia della tossicodipendenza ma anche nei confronti dei rapporti sessuali extramatrimoniali...quindi restare incinta...vuol dire proprio uscire...uscire dalla comunità in un certo senso...una cosa che invece, in una grande città come Roma...cultura molto diversa...è una cosa che non gliene frega niente a nessuno, insomma...ci può essere chi la sanziona maggiormente degli altri ma trovi insomma un sacco di gente che...quindi credo che lui abbia avuto un'influenza molto forte nella mia vita...perché...da una parte mi ha indicato una serie di valori...positivi...e dall'altra è la prima persona...nel quale ho visto anche questo interesse per i gruppi, per le associazioni e per l'attività sociale...>>.

            Mariano parla poi della sua infanzia e delle sue esperienze in parrocchia: <<...ho iniziato a frequentare il mondo cattolico da piccolissimo perché chiaramente con questo...venivo da questa famiglia che del Cattolicesimo...e anche di certe pratiche...ne faceva un tratto discriminante, un tratto d'identità forte...nostro zio era molto conosciuto in città perché era uno che aveva...era molto noto...e io ho iniziato anche qui ad andare molto presto...credo che ho cominciato a seguire l'oratorio in seconda elementare...ma già andavo a messa anche da prima...dalla seconda elementare ho cominciato in maniera regolare ad andare tutte le domeniche a messa e a catechismo nella mia parrocchia...e...parrocchia che è una parrocchia di Casal Bertone: Santa Maria Consolatrice...proprio conservatrice come orientamento culturale...politico...e...però diciamo che con metodi assolutamente tradizionali era poi capace di coinvolgere nella propria vita un gran numero di ragazzi...erano anche altri tempi...gli anni '70...mi ricordo che arrivavamo in momenti particolari...che eravamo in mille e cento, mille e duecento ragazzi alla messa delle nove...cioè un mare di gente...rigorosamente divisi maschi e femmine...dico femmine perché era questa l'espressione che si usava (ride)...le femmine si ritrovavano...facevano l'oratorio in un palazzo proprio distinto dalla parrocchia che era un istituto di suore...invece i ragazzi...i maschi si vedevano nella parrocchia...quindi in realtà tutte 'ste ragazze, bambine tu te le sognavi perché le vedevi solo entrando in messa...che noi entravamo da un'entrata, loro da un'altra e poi ci si ritrovava (ride) insieme dentro la chiesa...su banchi rigidamente divisi...noi stavamo nell'ala destra e loro nell'ala sinistra...le attività...lì principalmente all'oratorio...si giocava come è giusto che sia e...credo che attività sociali nella mia parrocchia se ne facevano ben poche, devo dire...quindi non credo che la parrocchia mi abbia dato molto sotto questo aspetto qui...cioè per una scelta futura di attività sociale...l'unica cosa...la raccolta della carta, a cui partecipavo ogni tanto...distribuzione di vestiti...cose veramente...si davano dei soldi ogni tanto per i poveri, ma, insomma, niente di più...però è vero che ti dà una certa disposizione...non c'è dubbio che in modo a volte ideologico, a volte ipocrita, consolatorio, paternalistico...però c'è una formazione orientata anche verso gli altri...con tutti i limiti...molto è anche ideologia, paternalismo, assistenzialismo...quindi con tutti questi limiti enormi...però è vero che ti dà una formazione per cui anche l'altro in difficoltà è una persona che dovrebbe contare per te...una cosa anche molto banale...e quindi questa cosa insieme anche, ancor più anche all'esempio di mio zio...è una cosa che sicuramente in qualche modo...sicuramente ha inciso, insomma...quindi poi come disposizione...una disposizione verso l'aiuto credo di averla avuta anche abbastanza presto...ho capito dopo, in realtà che...bisognava prima pensare a se stessi, prima di poter pensare agli altri...ma c'era anche questa ingenuità di fare qualcosa per gli altri...in modo anche così vago...l'unica cosa che facevo era...elementari, medie...come un po' tutti...giocare a pallone con gli amici...cioè andavi a giocare a pallone davanti alla scuola...a tennis sotto casa...con gli amici della classe...però generalmente io non ho mai frequentato gruppi di strada, non ho mai fatto...nemmeno goliardate particolari...semmai l'ambiente che frequentavo di più è quello della parrocchia...è vero che ai tempi miei in parrocchia fino alla terza media c'andavano tutti...cioè qualunque tipo di ragazzo ci stava...perché aveva una funzione di socializzazione che...adesso ha perso...adesso già la selezione è forte già ai primi anni...ma allora alla classe mia delle elementari tutti i maschi andavano lì...tutti...e alle medie più o meno tutti...forse qualcuno cominciava a mancare, ma...insomma, la parrocchia era un punto di riferimento per tutti quanti...però ecco la strada la conoscevo poco, onestamente molto poco...>>.

            Mariano racconta degli anni del liceo: <<...con il Ginnasio, ho cominciato a non frequentare più la parrocchia regolarmente...prima la frequentavo in modo costante...facevo attività nei gruppi...chierichetto...consigli pastorali...insomma tutto il cursus...e con il Ginnasio ho smesso di frequentarla perché non avevo più tempo...studiavo talmente tanto...non c'avevo più tempo per fare quasi niente...io poi l'ultimo anno di Liceo mi sono spostato qui...quindi se nell'altra parrocchia mi conoscevano tutti, quando sono arrivato qui...ho deciso di non avere proprio più rapporti con la parrocchia locale, andavo solo a messa...e poi ho smesso di fare anche quello...andavo a messa qui ma...non mi interessava...un po' non mi piaceva questo parroco...non lo trovavo particolarmente interessante, stimolante...una persona con cui valesse la pena di entrare in contatto...dall'altra io ero proprio stufo della vita di parrocchia, mi sembrava uno di questi microcosmi chiusi...soffocanti...veramente poco interessante...t'avevo detto che, finita la scuola media, io non avevo trovato più il tempo, con il Ginnasio, di...di frequentare la parrocchia...e io ho sempre investito molto nello studio...credo che una delle cose che ho fatto di più (ride) in assoluto nella mia vita è studiare...quindi, tu renditi conto...una persona che a...quanti anni avevo? quattordici anni...al quarto ginnasio, quindi giovanissimo...decide...ha una priorità talmente fondamentale che è questa...che si taglia una fetta fondamentale dei suoi rapporti...ché per me la parrocchia era una serie di cose...facevo attività nei gruppi, andavo a giocare, c'avevo un sacco di amici...poi lì stavo nel consiglio pastorale...tenevo i rapporti della parrocchia con...allora...era la Democrazia Cristiana...io e altre persone...una cosa di cui mi vergogno profondamente adesso...e una serie di cose...pur giovanissimo...quindi decisi...per me contava di più lo studio più di qualunque altra cosa...e abbandonai tutte queste relazioni qua...mi rimasero solo quelle di alcuni amici del liceo...avevamo fatto un gruppetto di quattro, cinque, ma...credo che rubavamo un'ora, un'ora e mezzo al giorno che passavamo insieme giocando, a volte anche in parrocchia, così, chiacchierando...o uscendo...però il resto del tempo io studiavo soltanto...ehm...e pensavo nella mia vita di fare...qualcosa di legato comunque al mondo della cultura, insomma...senza dubbio...mi preparavo per quello...>>.

            Mariano parla dei cambiamenti vissuti nell'ultimo periodo del liceo: <<...adesso è un po' complicato spiegarti (sembra imbarazzato)...sono quelle cose un po' troppo personali (ride)...però diciamo questo, che...te la metto in modo molto schematico, però...cerca di capirmi...(al contrario Mariano appare estremamente partecipe mentre racconta)...allora, io ho studiato molto duramente fino all'ultimo anno di liceo...l'ultimo anno di liceo, a metà anno ad un certo punto io sono crollato...di colpo, cioè...non riuscivo più a studiare...adesso, in realtà delle ragioni...sarebbe un po' troppo complicato e personale...diciamo...che, banalmente...che c'era uno squilibrio...troppo forte tra l'importanza...cioè il peso...proprio quantitativo...nel senso...occupava quasi tutta la mia vita...dello studio...e una serie di altri bisogni che...invece sono comunque fondamentali per una persona (ride) tanto più a quell'età...quindi per questa ragione...banalmente...a un certo punto io sono...sono crollato...è andata bene la Maturità, ma perché io avevo quattro anni e mezzo talmente...talmente buoni come...come studio, che poi...alla fine io...ho preso 'sta benedetta Maturità...ehm...ma...per esempio io non mancavo mai a scuola...non è mai successo che io facevo un'assenza...l'ultimo anno ne ho fatte diverse...parecchie...(ride)...non andavo proprio a scuola, cioè era un segno...di disagio, però, non di rivolta o...o mi capitava di andare a lezione impreparato...(ride) cosa assolutamente rara per me perché...io potevo essere interrogato da due o tre materie al giorno, senza nessun problema...ero una macchina...mi chiamavano 'mister otto'...perché io prendevo, credo che...l'85-90% dei voti che ho preso erano dal sette e mezzo in su...avevo una decina di voti sotto il sette e mezzo...stavo a questi livelli qui (ride ironizzando su se stesso)...l'ultimo anno di liceo...crisi...non ce la facevo più a studiare...anche una difficoltà, pensa, mia a gestire una situazione del genere...cioè tu pensi la tua vita in un certo modo...a un certo punto ti accorgi che...non riesci più ad andare...ehm...poi in qualche modo la mia vita era cambiata per altri (si blocca e mi guarda)...ti interessano 'ste cose? (io gli rispondo di sì)...eh, lo so! (ride), lo so però sono anche più...(riprende) diciamo, la mia vita era cambiata per varie cose perché...al liceo gli ultimi tre anni...avevo conosciuto un'insegnante...di Italiano, che mi faceva Italiano e Latino...di sinistra...con cui all'inizio avevo una certa dialettica...e che mi piaceva...era una persona molto affascinante...intelligente, brillante...spiegava la Letteratura Italiana...a un livello molto superiore a quello medio...citando grandi critici...un sacco di gente conosciuta grazie a lei...quindi, molto affascinante e...questo aveva in qualche modo...ecco, l'incontro con lei...lei è un'altra figura fondamentale...una figura che mi ha fatto mettere in crisi il modello culturale da cui provenivo, cioè quello piccoloborghese-cattolico...credo che l'inizio della distruzione di quel modello...ehm...ti ho detto che ad un certo punto io ho smesso poi di andare in chiesa...l'inizio della distruzione di quel modello è iniziato con lei, come incontro, perché tu, come dire...vedi che c'è un altro modello culturale, un altro modo di vedere e...ne cogli anche tutte le positività...di quel modello...ehm...quindi ci fu questo incontro con lei, segnato anche sotto l'aspetto della cultura...questa cosa mi affascinava anche molto...anche abbastanza attraente (ride) devo dire che...è una cosa che ha il suo peso...ehm...per carità io l'amavo molto innocentemente (ride)...insomma, in modo molto casto...ehm...>>.

            Mariano parla dell'incontro significativo con una ragazza e del suo primo rapporto sentimentale importante: <<...nello stesso tempo...la fine del liceo e poi con l'inizio dell'università...io mi fidanzai con una ragazza...di sinistra...(ride) come allora dicevo...e fu una cosa che creò un certo scompiglio a casa...poi i suoi genitori erano separati...allora tu vedi questi fatti dal punto di vista del mondo piccoloborghese-cattolico salernitano...che poi i ritorni maggiori erano quelli...cioè sono cose...lì sono cose che colpiscono...morì mio zio...l'ultimo anno di liceo...morì mio zio...che era appunto, come ti ho detto, una figura di riferimento...anche perché se lui fosse rimasto in vita io credo che avrei avuto dei problemi a mantenere la relazione con questa ragazza...nel senso che mio zio mi avrebbe posto dinanzi a una scelta di coerenza...non lo so...insomma sarebbe stata dura...invece morì mio zio...ci ritrovammo in vacanza con questa ragazza ad Amalfi...mi misi con lei...creò un po' di problemi...qui...ma non più di tanto, insomma...qualche discussione...ma questo incontro con questa ragazza che si chiamava...(si blocca e mi guarda)...no, non te lo dico come si chiama, perché...c'è una ragione per cui non te lo dico...ehm...e questa ragazza è stato un altro incontro, ovviamente, fondamentale...sempre, con lei...io ero...in qualche modo lo riconosco...ero il classico secchione a scuola...quindi uno molto centrato sui libri...non solo sui libri di testo...ero...e questo...ecco, uscivo anche un po' dal canone del secchione, come uno che leggeva anche cose che...fuori...però ero uno che aveva poi una vita...per esempio cinema, teatro...non li frequentavo mai...con lei ho fatto anche questo tipo di scoperte...ho cominciato ad andare al cinema regolarmente...i primi film di Nanni Moretti...che mi sembrava un pazzo allora...mi sembrava un altro pianeta...le prime scoperte...che poi son rimaste...insomma amori che son rimasti...ehm...il teatro, la danza...insomma, si apre un mondo...nel senso lei apparteneva a un gruppo sociale completamente diverso dal mio...cioè madre docente universitaria...padre dirigente d'azienda...queste persone di sinistra...che vengono dalla media borghesia intellettuale...fondamentalmente...quindi, un mondo completamente diverso...che vuol dire gli stimoli, le attività...cose completamente differenti...e quindi fu una grande scoperta...cioè metti insieme quest'insegnante di liceo che già faceva parte di questo mondo...infatti c'erano dei rapporti tra lei e questa ragazza...e questa ragazza qui...ti si apre...anzi allora ingenuamente vedevi tutta la miseria del modello culturale da cui venivi...e tutto invece il brillante, luccicante, il bello di questo modello...chiaramente non è così, insomma ognuno c'ha i suoi...le sue miserie e poi i suoi punti, invece, forti...quindi questo è stato un altro incontro fondamentale...>>.

            Mariano racconta del suo inserimento in alcuni gruppi politico-religiosi: <<...ho poi incontrato anche una serie di gruppi, diciamo, cattolici...nel senso che io...e ho cominciato invece...ho avuto contatti con alcune organizzazioni cattoliche...con Comunione e Liberazione...rapidissima, devo dire...ai tempi del Ginnasio...non ho avuto rapporti particolarmente lunghi, né costanti...nel senso che non è che mi convincesse molto...cosa che a posteriori ho visto molto bene...poi con un'altra organizzazione che è l'Opus Dei...che avevo alcuni miei amici, ed alcune persone dell'Opus che mi avevano segnalato per entrare...per farmi entrare quindi...perché lì si entra solo per segnalazione...e con un'altra associazione...un po' più, diciamo...a sinistra...per dirla nel modo dei giornalisti...che si chiama FUCI...Federazione Universitaria dei Cattolici Italiani...tremila persone sono in tutto, con un impegno fondamentalmente culturale...anche poco conosciuta...però tutte queste mi avevano lasciato abbastanza insoddisfatto...nessuna di queste mi aveva convinto...>>.

            Mariano racconta del suo fallimento all'università: <<...sono andato all'Università e mi sono iscritto prima ad Economia e Commercio...non tanto per diventare commercialista, cose di questo genere che io disprezzavo, ovviamente...ma perché pensavo che l'Economia era una competenza fondamentale...per fare attività politica...che poi era cresciuto quest'interesse in me...già da giovanissimo...e avrei voluto dedicarmi anche a questo tipo di attività anche a tempo pieno.....all'università però non andava ad Economia...ho avuto dei grossi problemi a studiare...cioè non arrivavo...non arrivavo proprio agli esami...non riuscivo più a studiare...feci due esami, studiando...ti dico, gli ultimi 20 giorni...preparai 'sti due esami...due fondamentali, mi ricordo, Ragioneria e Istituzioni di diritto pubblico...ehm...presi un 27 a uno e un 28 a un altro...dissi che non si poteva anda' avanti così...ehm...lasciai Economia e commercio...e mi iscrissi a Filosofia...che era in assoluto la cosa che mi interessava di più...cioè feci questa operazione...non riesco a studiare...forse se vado a fare la cosa che io amo di più in assoluto, dico, forse lì...riuscirò a superare questo tipo di...difficoltà...mi iscrissi a Filosofia ma non andò neanche lì...io andavo...raramente arrivavo all'esame...nel senso che poi io ero uno...cioè avevo una mania di perfezione che...fino al liceo sono riuscito a gestire...all'università molto meno, nel senso che io poi...cominciavo a studiare sempre libri che non dovevo portare...perché li consideravo fondamentali per essere preparati in modo rigoroso...non riuscivo mai ad arrivare in fondo...nel senso che poi arrivavo all'esame (ride)...al momento dell'appello, io avevo studiato...tredici libri, ma non quelli che dovevo portare...ovviamente uno stratagemma banale per non andare a fare l'esame...>>.

            A proposito della sua scelta di fare il servizio civile, Mariano racconta: <<...quindi, quando poi decisi il servizio civile...ero anche in una certa difficoltà, perché...tu renditi conto anche in termini d'identità che vuol dire...tu pensi tutta la vita a questo...e poi quando arrivi all'università che è il momento decisivo...dopo che ti sei fatto un culo così (ride)...per tutti gli studi, perché io già alle elementari studiavo più degli altri...e ci tenevo enormemente...cioè ne ho fatto un fattore d'identità per me fondamentale...arrivi all'università, che è l'unico momento in cui devi fare sul serio...in realtà, perché tutto il resto puoi non fare assolutamente niente, no?...e non vai, non giri...quindi questo ti dice anche l'importanza...cioè come cambiò la mia vita...ad un certo punto questa proposta...di fare il corso di formazione professionale per Drop-outs...cioè, rispetto a tutto quello che io avevo sempre pensato per il mio futuro...avevo sempre pensato: l'università, pubblicare...vabbe', con quell'ingenuità che hanno i ragazzi...è chiaro che è come pensa' a fare l'astronauta...ovviamente...che è giusto che sia a quell'età...poi anche per me...era un sogno...quindi, trovarsi a fare prima l'operatore di strada...e poi il corso di formazione professionale per ragazzi a rischio (ride)...ehm...>>.

            Mariano parla del suo servizio civile con la Caritas di Roma: <<...al momento di fare il servizio civile...di fare l'obiezione di coscienza e poi il servizio civile...scelsi la Caritas di Roma...ehm...scelsi anche un po' casualmente...adesso non ricordo nemmeno bene perché...perché la Caritas...nel senso che non è che avevo avuto con la Caritas rapporti precedenti...perché non frequentavo più parrocchie...mi orientavo più verso i gruppi...e per questo la ricerca con Opus Dei, FUCI...comunque sono sempre andato a vedere...la FUCI l'ho scelto io di vedere, gli altri due me l'han proposti: sono andato e ho visto...quindi cercavo qualcosa...(i suoi familiari schiamazzano nell'altra stanza e lui si mette a ridere e mi lancia uno sguardo imbarazzato)...oddio, questo sarà un problema per l'intervista...ehm...con la Caritas di Roma...entrato un po' casualmente...devo dire che mi trovai subito bene...con loro...imparai anche molte cose...nel senso che questa...poi anche disposizione un po' ingenua verso l'aiuto, l'aiuto con gli altri...trovava poi in Caritas di Roma...almeno allora ero totalmente sprovveduto nel campo dell'attività sociale...trovava anche una prima sistemazione...una prima formulazione teorica...organizzativa...nel senso...cioè, ti insegnano come si fa un progetto...obiettivi, metodologia...che è una cosa banalissima però per me che allora...a vent'anni circa...che venivo dalla raccolta della carta in parrocchia...il salto era notevole...ehm...quindi da una parte una serie di conoscenze, di competenze tecniche che ti vengono date...appunto, la progettazione, la programmazione, l'attenzione per l'organizzazione...dall'altra anche un saldare questo discorso di aiuto verso gli altri un po', se vuoi, anche etico...ad un discorso più politico che comunque allora...quando l'ho fatto erano i tempi della guerra con l'Iraq...una cosa che mobilitò molto gli obiettori di coscienza della Caritas...e la Caritas di Roma è stata una delle prime organizzazioni a prendere obiettori di coscienza...mi ricordo che stavamo in mobilitazione permanente...andavamo lì ogni settimana...ci vedevamo tutti gli obiettori per prendere posizione nei confronti di questa guerra...e quindi c'è stata anche la scoperta di un mondo non violento che io in realtà conoscevo poco...che poi aveva fatto anche dell'obiezione di coscienza...una bandiera...cioè io avevo scelto la Caritas per fare...più che altro avevo scelto il servizio civile...cioè non voglio fare il militare: armi, stellette, cose...voglio fare un servizio che io consideravo più utile...l'obiezione di coscienza mi era come aspetto...cioè un rifiuto proprio di una certa logica...era un modo di affrontare i conflitti, completamente diverso...che è quello non violento...quello era per me una cosa molto più vaga, che conoscevo molto meno, che forse...al momento di fare la domanda mi interessava anche meno...anche proprio per una questione di conoscenza...e invece il servizio serve anche a quello...a entrare in contatto con gente che aveva fatto l'obiettore di coscienza prima di me...quando io l'ho fatto era da poco passato i 12 mesi...i primi facevano 18 mesi, 2 anni, non mi ricordo...quindi era gente estremamente motivata, molto preparata, che s'era letta bei libri: Ghandi, e tutti gli altri, gli anglosassoni, e così via...tutte cose che io ho scoperto lì...quindi...nello stesso tempo avevo questo rapporto con...in Caritas con una persona che si chiamava Giancarlo Cursi...che poi è passato da un'altra parte...nella Fondazione Italiana per il Volontariato...che era uno teorico...di questi...laureato in Scienze Politiche...Sociologia...che era molto fissato su come si organizza...i vari livelli organizzativi...progetti, e queste cose qui...quindi, diciamo, da una parte il lavoro con gli obiettori di coscienza...dal punto di vista culturale e politico...dall'altra un discorso sulle competenze tecniche, fatto con Giancarlo...e con...Tilde Silvestri, che tu conosci..>>.

            A proposito del suo servizio civile con la Caritas a Tor Bella Monaca, Mariano racconta: <<...perché io venni mandato per metà tempo in un settore della Caritas...la Caritas è divisa in cinque settori: Centro, Nord, Sud, Est, Ovest...il settore Nord, un posto dove in realtà ho fatto ben poco, perché non mi davano assolutamente niente da fare, cosa che non è mai troppo...(ride)...troppo buona e...dall'altra, invece, l'ho fatto a Tor Bella Monaca...ehm...presso il Presidio Interorganizzativo...tu sai cos'è...allora io sono stato uno dei primi obiettori, ce n'è stato solo uno prima di me...poi sono venuto io e un altro ragazzo, che si chiama Salvatore...quindi siamo stati la seconda ondata di obiettori a Tor Bella Monaca...e quindi l'ingresso, anche lì, in una struttura che lavorava con un lavoro...con il modello di rete...che era una cosa che io assolutamente non conoscevo...in realtà pochi allora lo conoscevano...adesso poi lo stra-citano tutti...non solo quindi conoscere immediatamente tutto questo mondo qua del lavoro di rete, che cosa vuol dire, leggi...ma non solo leggi, studi...lo vedi: servizi pubblici, del privato sociale, del volontariato che si vedono intorno a un tavolo...discutevano dei casi del luogo, cioè...il caso della persona X, lo conosceva questo e quello, cosa si può fare...era la rete pensata intorno al caso...e anche con Tilde che facevamo questo lavoro anche sulle competenze, sulle conoscenze, perché...credo che la prima persona che mi ha spiegato come si fa un progetto è stata Tilde...anche prima di Giancarlo...cioè la prima che mi ha detto: obiettivi, metodi, destinatari, risorse, chi, quando...eh...sicuramente è lei la prima persona...poi c'era questo lavoro...facevamo anche...delle risorse del territorio (sembra un po' annoiato)...la U.S.L., il servizio materno-infantile della U.S.L., il D.S.M., le associazioni...cioè come si fa l'analisi dei bisogni e delle risorse di un territorio...queste cose qui...se vuoi anche banali...però se vai a vedere, ancora oggi non è che le facciano in tanti...ehm...e anche in Tilde una certa...una carica etica notevole, di disinteresse autentico...unita anche a un discorso con un'attenzione più politica...poi anche un discorso religioso molto forte...visto la scelta che ha fatto...poi c'era uno psicologo nel Presidio, che si chiama Nanni Di Cesare, non so se lo conosci...che era una figura importante...nel senso che molto del lavoro del Presidio si reggeva su di lui...lui ascoltava tutti e poi...spiegava: allora, le cose stanno così...(ride) praticamente spiegava lui...credo che queste figure qui...cioè Nanni, Tilde, Giancarlo Cursi della Caritas e...direi, allora, Oliviero Bettinelli, che era responsabile degli obiettori e lo è tuttora in Caritas...sono state le figure che in qualche modo...sono state figure importanti...>>.

            Mariano parla delle sue esperienze a Tor Bella Monaca: <<...quindi ho fatto quest'anno di servizio civile a Tor Bella Monaca...in quell'anno ho fatto anche un corso, promosso dal Presidio, per operatori di rete, tenuto dalla Comunità di Capodarco...e da quell'esperienza...quel corso era agganciato comunque a far nascere un gruppo di volontari che operassero nella logica di rete...il corso è più o meno finito con la fine del mio servizio civile...però visto...come ti ho detto, io cercavo dei gruppi, delle organizzazioni in cui impegnarmi...di queste persone io mi fidavo...e mi fido tuttora...perché appunto, univano vari aspetti che mi piacevano: l'aspetto politico, quello della competenza...anche un certo disinteresse, come dire, una certa carica etica...poi nel caso di Tilde e Giancarlo, c'era anche un discorso religioso, però appunto...un intendere la religione privilegiando certi aspetti e non altri, insomma...e quindi decisi di restare anche dopo...mi ritrovai in questo gruppo...mi ritrovai...per certi versi ormai era un percorso...ben contento di starci...e quindi continuai anche dopo il servizio civile...e fino a adesso...perché poi l'ho sempre fatto...ormai sono sei, sette anni...sono rimasto anche...vabbe' tutta l'attività, il discorso del gruppo...lavoravamo coi minori, abbiamo deciso di lavorare coi minori da subito...anche credo...fondamentale...per i rapporti che avevo con loro...e sono rimasto anche per questo...>>.

            Quanto alla sua esperienza a Tor Bella Monaca, Mariano racconta: <<...nel senso che a Tor Bella Monaca abbiamo creato anche un'Associazione, delle relazioni...che non è facilissimo trovare altrove...cioè delle relazioni fondamentalmente fondate sulla gratuità...perché non c'era nessun discorso di soldi dentro...né ci potevano essere desideri di crearsi, come dire, un'immagine sfruttando un'associazione, un'organizzazione, cosa che a volte succede, è banalissima...ma era talmente piccola come organizzazione...appena nata...quindi nessuno di noi poteva avere nessun altro interesse che quello di provare a far qualcosa di sensato nell'aiuto e di stare bene insieme...e queste due condizioni, secondo me, c'erano...c'erano tutte...lì a Tor Bella Monaca...abbiamo iniziato dopo aver fatto questo corso...abbiamo fatto un'analisi del territorio, i vari profili...alla fine erano venuti fuori diversi progetti, cioè diverse idee...cioè lavoriamo sui minori, questa è una cosa che c'ha unificati...e qualcuno lavorava sul gioco, quindi un laboratorio ludico-teatrale, una cosa del genere...noi volevamo lavorare...cioè mi ritrovai poi anch'io in questo gruppo...sulla questione studio-lavoro...follia totale per certi versi...e poi c'era un altro gruppo che invece lavorava sul sostegno scolastico...il primo e il terzo ci sono tuttora...cioè c'è ancora un gruppo che lavora sugli aspetti ludico-teatrali, che si chiama Capovolgiochiamoci, che tu conosci...e un altro gruppo c'è tuttora che fa sostegno e recupero scolastico...il nostro gruppo, invece, che era formato da, mi pare, cinque, sei persone...ma comprese casalinghe...perché era un corso che tendeva a coinvolgere le persone che avevano dei ruoli chiave all'interno della comunità, come l'allenatore della squadra di calcio, le persone della U.S.L., e così via...e poi c'erano anche però...la casalinga che era alle Vincenziane, quindi che si dava molto da fare, o c'erano altre casalinghe, che avevano avuto un ruolo all'interno della parrocchia...nel Presidio ci sono anche i centri di ascolto delle due parrocchie...quindi venne fuori questa idea...allora, lavoro non lo possiamo dare, questo è scontato e...fortunatamente lo avevamo chiaro anche allora...sullo studio, che si può fare...insomma avevamo deciso di fare un centro...per l'orientamento scolastico e professionale...e c'appoggiammo ad alcune persone che avevano anche una competenza superiore alla nostra, cioè delle persone che lavoravano per il C.I.S.., Centro per l'Integrazione Sociale di Tor Bella Monaca, e che avevano l'esperienza dei corsi di attività sociale della GI.O.C....sai cos'è...è la Gioventù Operaia Cristiana, ed è un'organizzazione internazionale che opera in particolare con disoccupati, giovani in cerca della prima occupazione, o giovani alla prima occupazione...con ispirazione da una parte religiosa e dall'altra anche politica, concreta...è un gruppo che lavora molto sulla esperienza, sulle cose da fare...molto poco mistico...e loro avevano pensato...proprio perché vengono dall'esperienza con centri industriali...avevano pensato a dei corsi di abilità sociale, cioè dei corsi dove praticamente...insegnavi alle persone a leggere una busta paga, come si fa una vertenza, come si fa un curriculum...e loro lo facevano come coscientizzazione dell'operaio...e quindi avevamo deciso con loro: noi apriamo un centro...che poi adesso ti dirò cos'era...e facciamo dell'orientamento rispetto alle scuole del territorio: cosa c'è, oppure i corsi di formazione professionale, quelli del Comune, quelli che sono vicino a...alla zona di Tor Bella Monaca, gli altri che ci stanno...e per la scelta della scuola media superiore...corsi di formazione del sindacato...e via dicendo...ehm...una sorta d'Informagiovani, insomma...e dall'altra però per i ragazzi che sono interessati ad avere qualcosa di più, organizziamo un vero e proprio corsetto...in, avevamo pensato allora, sei incontri più un ritorno dopo, a distanza di tempo...per vedere se avevano fatto una ricerca del lavoro, pensata con questi ragazzi con un progettino individualizzato, tre settimane dopo mi pare...e appunto c'appoggiavamo a queste due persone...del C.I.S. che ci davano una mano...il centro lo abbiamo...abbiamo cercato in rapporto a questa logica di rete che c'animava allora...in una struttura...nella parrocchia di Santa Rita...chiedemmo allora un locale...anche perché la parrocchia voleva dire tutta una serie di agganci...poteva anche essere più facile arrivare a comunicare con le persone del quartiere...anche perché alcuni di noi non erano di questa zona...insomma, io ero obiettore, qualcun altro lavorava qui ma insomma...e quindi poteva essere un buon...con tutti i limiti che aveva...per cui...dall'altra venivi targato Santa Rita...e ci diedero, mi ricordo...prima ci dovevano dare un locale, poi ci diedero un container...una sorta di container...devo dire molto pulito...però...dopo di che cominciammo a fare il volantinaggio e a cercare le persone...riuscimmo, muovendoci tutti...a trovare una sola persona...muovendo anche i servizi...mi pare una persona sola, alla fine diede la disponibilità a...partecipare al nostro corso...noi avevamo fatto volantinaggio e avevamo informato i centri di ascolto parrocchiali, il C.I.S. e tutti quanti...capimmo in qualche modo due cose anche molto banali che però allora sembravano non così banali, cioè...uno, che quello che io considero importante non è detto che sia importante anche per la persona con la quale ho a che fare...cioè io posso pensare che abbia un senso...fare orientamento dentro il lavoro, la scuola, però...quello che voglio orientare può essere che non c'abbia il minimo interesse per questo tipo di cose...e la seconda, che non avevano nessuna intenzione di venire loro da noi, nel centro dove stavamo...fu questa doppia considerazione che ci spinse...allora, da una parte, spaccò anche il gruppo perché fu un insuccesso...una cosa che lasciò un attimo il segno, perché sai...hai fatto il corso pieno di tante teorie, analisi varie...arrivi a organizzare questa cosa, vedi che non viene nessuno, insomma...un attimo di smarrimento credo che sia normale...quindi ci fu qualche problema di tenuta dell'équipe...poi si decise di fare qualcosa che...mise fuori gioco una serie di persone, inevitabilmente, cioè...trarre le conseguenze da questo voleva dire andare tu da loro e non andarci con qualcosa di già pronto...>>.

 

            Lavoro di strada

 

            Mariano racconta le sue prime esperienze nel lavoro di strada: <<...e da qui nacque l'idea del lavoro di strada...cosa che credo allora non faceva nessuno a Roma...non faceva nessuno nell'ambito dei minori, della prevenzione primaria e secondaria...perché invece...ma anche nel campo della riduzione del danno...tossicodipendenze...quindi prevenzione terziaria...cominciarono più o meno nel '92...Maraini...e noi cominciamo nel '92 a girare in strada in modo stabile...come gruppetto e...lì successe una cosa molto semplice: che alcune casalinghe dissero: non ce la sentiamo, come facciamo...(ride) cosa che adesso, dico, giustissima, perché non puoi andare a fare lavoro di strada coi gruppi giovanili con la signora cinquantenne...è una cosa che non ha nessun senso...quindi perdemmo alcune persone...ehm, dopo...>>.

            Quanto al suo primo impatto con la strada, Mariano dice: <<...e...cominciammo, in realtà in modo anche incredibile...sembrava allora una cosa assurda...cioè una cosa aberrante dal punto di vista psicologico...nel senso che il salto per me era notevole...andare a Tor Bella Monaca e girare in strada...io ci misi un po' ad accettarla come prospettiva perché...ehm...ritorno adesso un attimo indietro alla mia storia di vita...fino ad allora io non ho mai frequentato la strada in vita mia...mai (lo sottolinea)...e...quindi per me andare a fare...andare in strada...e andarci a Tor Bella Monaca, poi...quindi anche con dei gruppi...di ragazzi...che poi credo tu in parte conosci, perché il quartiere l'hai girato...beh, mi sembrava una cosa impressionante...(ride) cioè, io non volevo farla questa cosa...dico, no: questo va al di là delle mie possibilità...poi decisi di farlo perché venne fuori l'idea della videocamera...perché sai, ci vai ma che vai a fare? questa era la domanda...la videocamera che si scelse, secondo me, fondamentalmente per difendere l'operatore...cioè non tanto perché era uno strumento potente, interessante...è perché io co' 'sta videocamera a fare le interviste avevo, come dire, più tranquillità a fare questo tipo di operazione...allora, devo dirti che dall'idea che mi sembrava aberrante...l'impatto poi con la realtà fu molto più semplice...molto più semplice...io cominciai...eravamo rimasti in pochissimi...eravamo io, un'altra...un'insegnante...però abbastanza spigliata, diciamo così, con dei problemi (ride) ma abbastanza spigliata...e un ragazzo del quartiere...che ci faceva da operatore ogni tanto, però era...era una figura a metà strada tra un operatore e un utente... (ride) forse più un utente per certi versi...e mi pare un'altra persona...insomma, cominciammo un po' alla garibaldina...buttarsi in strada, con le domande su scuola e lavoro...perché venivamo da questa cosa qui...e cominciando con qualche ragazzo del C.I.S....facendo interviste lì dentro, quindi...un po' più soft...poi andammo su 'sta strada a girare...devo dire che l'impatto poi alla fine fu molto positivo, cioè...diciamo i gruppi spaventavano meno di quanto uno...la strada spaventa meno a frequentarla di quanto uno possa pensare a priori...e io credo che tutti quelli che hanno fatto questa esperienza con noi hanno avuto la stessa...pensi: non ci riuscirò mai, sarà terribile, difficile, arrivo lì con la videocamera, cosa penseranno...io devo dire che molte volte mi sono divertito...proprio, con i gruppi, si sono divertiti anche loro...ehm...la videocamera è molto ben accetta...ci sono pochissime persone...cioè una minoranza di persone o di gruppi che decidono di non farsi intervistare...poi nel gruppo c'è sempre quello che ha voglia di farlo...ma quello che non ha voglia è coperto perché sta comunque nel gruppo, quindi se vuole si espone, altrimenti no...>>.

            Mariano racconta dell'effetto prodotto su di lui dal lavoro di strada: <<...ehm...credo che l'esperienza del lavoro di strada ha avuto un'importanza...un po' per la mia vita...notevole...perché io avevo una serie di timori, di insicurezze proprio a livello emotivo che ho superato grazie a questa attività...cioè il lavoro di strada mi ha fatto superare dei limiti emotivi...in qualche modo costretto...perché io capivo che era sensato fare questa cosa...quindi l'ho fatta perché...le indicazioni che venivano dall'attività precedente ci dicevano che dovevamo fare questo passo...quindi l'ho fatto per ragioni teoriche...però dal punto di vista emotivo mi ha costretto a superare dei limiti...che è una cosa che poi io mi sono ritrovato nella mia vita...cioè è ritornata in tutti i miei ambiti...perché ovviamente non è che li superi solo per quella cosa lì...significa superare delle barriere emotive proprio nei rapporti con gli altri...quindi un'importanza enorme...come puoi immaginare...è servito cento volte più a me che a quelli che ho intervistato...nettamente...ed in parte è sempre così...quindi ho iniziato...poi abbiamo perso anche questa cosa di scuola e lavoro che era pallosissima, nel senso che i ragazzi hanno voglia...di parlarne, però...insomma, pesa anche...se non lo sai fare rischi anche di annoiare le persone, poi tocca alcuni aspetti molto delicati...abbiamo pensato...poi abbiamo provato un anno tutt'altro tipo di domande: che sono quelle su amore e sesso...avrai visto il video...(ride) quello ha avuto un successo incredibile...su amore e sesso potrebbero star due ore a parlare...a poco a poco abbiamo aumentato il tempo...all'inizio facevamo di un quarto d'ora...mi ricordo qualche giornata epica in cui andavo da solo a fare le interviste...la sera con 'sta videocamera (ride) riprendevo e facevo domande...quindi mi piaceva anche un po' questa immagine dell'operatore che va, gira...senza timori poi che ti rubassero la videocamera...sai queste cose che qualcuno mi diceva, quando parlavo con gli amici...c'era questo mito di Tor Bella Monaca...ehm...quindi credo, a parte questa cosa importante che ti dicevo, a livello emotivo...mi sono sempre molto divertito...ho passato poi...nel tempo fai sempre la stessa cosa, no? e la fai anche meglio...cioè io sono diventato molto più spigliato, ho cominciato anche a giocare molto di più coi gruppi, a fare molte più battute...cioè da una rigidità iniziale...dovuta a tante questioni, non solo ad una mancanza di pratica ma anche, proprio...a un mio modo di stare con gli altri...ehm...poi, forse l'aspetto ludico, del gioco, man mano è aumentato sempre di più nel corso degli anni...forse persino troppo...nel senso che l'ultimo anno che abbiamo fatto queste video-interviste...se tu hai visto l'ultimo video, che tra l'altro è anche il più breve non a caso...vedi che c'è quasi solo il gioco con i ragazzi, cioè...non c'è più quasi nessuna riflessione sulle cose...sull'esperienza...ma c'è il puro e semplice far battute...fare imitazioni...stare insieme a scherzare...quindi c'è stato addirittura questo tipo di percorso: da un inizio di discorso sul lavoro e scuola...con questionaroni strutturati...domande in fila, no? questo tipo di lavoro qui...a distanza di tre anni, se non sbaglio, a passare a fare...non c'è nessun tipo...non c'è una questione di riferimento...non c'è una sola domanda...si va lì e si gioca...che da una parte è un segno positivo perché vuol dire che...non hai più bisogno di certe, anche, difese...dall'altra però secondo me portava anche un certo impoverimento...e poi la comunicazione che passava sul gioco...non funzionava, insomma...abbiam trovato dei compagni di strada cammin facendo...obiettori di coscienza perché...la Caritas di Roma ne distaccava due a Tor Bella Monaca...uno lo ha messo a lavorare con noi...quindi poi una di queste persone del C.I.S., quella tra l'altro più in gamba...ne parlavo prima...ha cominciato a lavorare con noi...è stata qualche anno con noi...ehm...e poi più in là è nato anche il rapporto con la cattedra di Lutte...per cui questo ormai è il terzo anno o addirittura il quarto...in cui vengono dei ragazzi che fanno il tirocinio per la sua cattedra...>>.

            Per Mariano il lavoro di strada è stato anche un modo per costruire il suo percorso lavorativo: <<...contemporaneamente...c'è una cosa anche importante per cui mi è servito fare volontariato qui...a un certo punto io ero anche in contatto con alcune organizzazioni del territorio...il C.I.S. che ti ho nominato più volte...ad un certo punto...una persona del C.I.S., cioè questa ragazza che io avevo contattato per il corso di abilità sociali, che era stata nella GI.O.C., che lavorava per Capodarco, là al C.I.S....e che poi era entrata nel mio gruppo per fare lavoro di strada, perché era interessata a vedere che è 'sta cosa...mi ha anche chiamato per partecipare come operatore in un corso di formazione per ragazzi a rischio, un C.F.P., corso di formazione professionale, organizzato da Capodarco...quindi io grazie all'attività a Tor Bella Monaca, poi ho trovato il mio primo lavoro...il primo lavoro vero...avevo fatto qualche altra cosa...per la Fondazione Italiana per il Volontariato, tramite Giancarlo, comunque...tramite questo tipo di relazioni...il mio primo lavoro vero l'ho trovato qui a Tor Bella Monaca...ehm...e poi subito dopo, finito questo, ne ho fatto un altro ancora di corso di formazione professionale sempre al CIS...perché ormai avevo iniziato a lavorare con loro...quindi tu capisci...l'importanza che ha avuto quest'esperienza...per me, nel senso che ha favorito...il mio inserimento nel mercato del lavoro...e quindi grazie all'attività del volontariato io ho trovato una strada assolutamente impensabile...nel senso che io studiavo Filosofia...in realtà sono iscritto tuttora, anche se...l'ultimo esame...l'ho dato penso un anno fa...o qualcosa di più...e...avevo pensato tutta la mia vita in funzione dell'attività accademica...io devo dire che fortunatamente accettai di farlo...perché comunque avevo l'università che non girava...e dava senso alla mia vita fare qualcosa...anzi fare qualcosa di retribuito, cioè...perdevo in termini di identità dall'università ma acquistavo...facendo un lavoro...che già fare un lavoro è una cosa fondamentale...e fare un lavoro che io riconoscevo senz'altro...che legavo alla professione d'aiuto e quindi con tutte le ragioni sociali, culturali, politiche che vuoi...e questa è un'altra cosa che devo a Tor Bella Monaca, cioè al lavoro che ho iniziato con loro...ehm...ho fatto appunto due corsi di formazione professionale...e finiti i due corsi io mi ritrovavo...adesso ho un curriculum, comunque...avevo lavorato comunque con la comunità di Capodarco...ho fatto due corsi...avevo il lavoro di strada come volontario...potevo presentarmi...potevo presentarmi...>>.

            Mariano racconta un'esperienza diversa di lavoro di strada: <<...ho fatto poi l'operatore di strada per la PARSEC...che è un'organizzazione sempre del C.N.C.A., che faceva...né prevenzione primaria, né prevenzione...cioè faceva il lavoro sul...prevenzione AIDS e altre malattie a trasmissione sessuale...e entrai in questa PARSEC...ho fatto con loro sei mesi, circa...facendo sempre il lavoro di strada ma da tutt'altra parte...in IV Circoscrizione...zona Serpentara, Fidene...ehm...anche lì con ragazzi diciamo, diversi da quelli di Tor Bella Monaca...nel senso in genere erano ragazzi...o di piccola borghesia...e comunque scolarizzati, cioè...più o meno, quasi tutti frequentavano le scuole medie superiori...cosa che a Tor Bella Monaca...è un'eccezione...tanto più nei gruppi di strada, insomma...ehm...o qualcuno veniva da fasce popolari ma sicuramente una minoranza...tutto sommato...e in realtà poi vedevi che...i bisogni, il modo di passare il tempo...era una realtà molto simile...cioè i miti...erano gli stessi...forse...l'unica differenza...coi ragazzi di Tor Bella Monaca...la più evidente...era che si spostavano...cioè i ragazzi di Tor Bella Monaca sono più legati in genere al territorio...almeno fino a una certa età...l'unico momento in cui ci escono...è solamente per andare in qualche discoteca...che non sono in zona...e allora vanno anche al Piper...o vanno al posto fuori città...ma per il resto sono molto centrati sul loro territorio...il centro di Roma non lo conoscono quasi per niente...ci si muovono da stranieri...anche perché ci mettono più di un'ora e mezza ad arrivarci...invece, sicuramente questi ragazzi qui avevano...una conoscenza della città...e anche una voglia di muoversi...sicuramente superiore, però...a parte questo la carriera...anche questo è interessante...quanto poco la scuola incideva...invece su altri comportamenti, perché...calcola che comunque il tempo era comunque lì al muretto...fermi a parlare del più e del meno...la musica è la stessa...identica...un po' più di Nirvana e un po' meno di Underground...ma insomma, questo è il massimo della differenza...il disagio più o meno è lo stesso...nel senso di luogo...la conoscenza dell'AIDS era più o meno la stessa...ehm...quindi ho lavorato per la PARSEC un po' di tempo...questi sei mesi...e alla fine avevano proposto a tutti noi dell'équipe...una cosa molto semplice, cioè...non vi possiamo più pagare quello che vi pagavamo prima, perché...ci...io stavo a prestazione...ritenuta d'acconto...e non possiamo perché ci obbligano a mettervi in regola...ci obbligano adesso i servizi...vi chiediamo di aprire la partita Iva...che era una cosa che io non volevo fare perché...non è da lavoro dipendente e...finirete a prendere molto meno, cioè...noi avevamo calcolato mezzo milione...mezzo milione al mese per lavorare...18 ore...20 ore, anzi...a settimana...facemmo una battaglia interna...inaccettabile, al di sotto di un livello di dignità...chiedemmo o di guadagnare di più o di fare meno ore...preservare la retribuzione oraria...non riuscimmo a farlo...io me ne andai...e con me, qualcun altro...metà équipe persero...ma comunque decisero per loro andava bene così...perché dovevano preservare anche l'orario di apertura della struttura...era una cifrabus...un pullman di quelli rossi che ci sono a Londra...e perché una delle poche cose che contano per la committenza è quanto è aperto il servizio...tenerlo aperto un'ora in più dell'altra associazione...cooperativa...ti faceva avere più punteggio anche in futuro...un attestato di merito maggiore...ed è questo l'interesse fondamentale da preservare, per la struttura, per la sua sopravvivenza...della qualità del servizio non gliene frega niente a nessuno, fondamentalmente...ti chiedono quante ore è stato aperto il servizio, quanti preservativi hai distribuito, quanti ragazzi hai contattato...numeri...quindi loro decisero, vabbe'...lasciai questo e...>>.

            Mariano continua a parlare delle sue attuali occupazioni: <<...successivamente mi ritrovai...a Tor Bella Monaca partì questo progetto nuovo sulla dispersione scolastica con un Bando del Comune...e entrarono sette organizzazioni...tra cui la nostra...Eutopia...e io venni designato per la struttura di coordinamento di questo progetto...formata da quattro persone...io sono uno dei quattro coordinatori...ad un progetto a cui lavoro non so da quanto...ormai due anni fa...ufficialmente da sette mesi...il Comune mi deve sette mesi che non mi ha ancora pagato...però abbiamo cominciato a lavorarci, credo, due anni prima, perché...abbiamo presentato questa cosa...mi pare due estati fa...però naturalmente dal momento del bando al momento della partenza...qui l'hanno fatta grossa...ma è passato un mare di tempo...quindi questa è l'occupazione attuale...contemporaneamente...e ti dico solo due parole su questo...grazie a Tilde, che aveva lavorato in una rivista che si chiamava "Confronti"...fu lei a presentarmi a questa rivista...e io iniziai nel marzo di due anni fa...cominciai a collaborare con questa rivista come volontario...come è normale che sia...almeno inizialmente...per fare...scrivere pezzi, correggere bozze...il lavoro di redazione...oltre a quello di scrittura...ehm...la cosa è andata bene, nel senso che...a un certo punto è mancata a questa rivista una persona...mi hanno chiesto di sostituirla...la sostituzione è andata...e ho cominciato a lavorare con la rivista...quindi io adesso sono...sempre a prestazione...perché un contratto prima di averlo è...(ride) sono miraggi, ma...sto in modo stabile dentro a questa rivista...e mi occupo per la rivista...comunque di temi sociali, cioè...io ho speso la competenza che mi ero fatto nel campo del sociale...in particolare all'inizio...per scrivere i miei primi pezzi...per cui io scrivevo di qualcosa che sapevo...tossicodipendenza o minori...però erano mondi che conoscevo, ecco...anche quando andavo a parlare con le persone, immediatamente...riconoscevo l'altro, riconoscevo anche i limiti...e poi standoci dentro...quindi mi sono giocato la mia competenza lì per arrivare a fare...alla fine (ride) un'attività culturale...ci sono arrivato...per lavorare in un mensile che è fondamentalmente un mensile culturale...poi si occupa di questioni politiche e sociali...e ho coperto anche uno spazio che nella rivista, in qualche modo, era un po' scoperto...ho iniziato con questioni sociali, poi adesso mi occupo del lavoro, dello sviluppo...insomma ho ampliato...il mio campo...>>.

            Mariano continua a raccontare dei suoi progressi, frutto del lavoro come operatore di strada a Tor Bella Monaca: <<...capisci, Tor Bella Monaca cos'è stato per me, nel senso che...gran parte di quello che io faccio oggi...io lo devo molto all'aver fatto il servizio civile a Tor Bella Monaca...chissà invece cosa sarebbe successo se io non fossi venuto qui e avessi deciso di fare il servizio civile qualche anno dopo?...in realtà io potevo fare il rinvio e non lo feci...pensavo: almeno mi levo 'sto servizio civile...do un senso...ehm...>>.

            Per quanto riguarda i rapporti con gli altri operatori, Mariano dice: <<...ho notato delle differenze...per esempio la persona che viene dalla cattedra di Lutte...e in qualche modo si ritrova qui...tra l'altro generalmente non sa nemmeno bene cosa verrà a fare...pensa di venire a fare psicologia e si trova all'interno di un intervento sociale...per cui è capitato...insomma, qualche problema...perché spesso non conoscono nemmeno bene Roma, a volte vengono da fuori...dall'Abruzzo o dalla Sardegna...qualche problema ce l'ha di rapporto con i ragazzi perché entra proprio in un mondo completamente nuovo...ehm...la gran parte di queste persone sono state ragazze...perché...lo sai...a Psicologia...e quindi una cosa che ti può succedere ed è successa...che a me non capita...è che...il nostro rapporto è molto giocato sul contatto...sulla relazione...all'inizio è praticamente tutto, cioè...il fatto di entrare in sintonia...il fatto di essere simpatici o...essere riconosciuti come interlocutori credibili...ehm...questo atteggiamento da parte delle ragazze può essere equivocato...da parte del ragazzo intervistato...tanto più se la differenza di età è minima...quindi è capitato a volte che noi abbiamo dovuto...stoppare qualche ragazzo che...secondo me, entro certi limiti giustamente...voleva provarci...nel senso che...tu vieni...a parte che non sono io a dirti vieni, sei tu che vieni da me...vieni, si vede, per stare con me...perché poi inizi, banalmente, facendo questo...quindi chiacchieri, e chiacchiero anch'io...giochi a biliardo se vai in bisca e anch'io gioco a biliardo...allora, se vieni a fare quello che faccio io, ci sta anche che io ci provo...con te come ci provo con una ragazza del mio gruppo...quindi, secondo me entro certi limiti è assolutamente normale...fa parte del gioco...poi può succedere che ci sono ragazze, com'era questa del C.I.S....che è molto più astuta...che vuol dire...che poi mandava un messaggio...agli altri, anche non verbale...anche molto chiaro...sì, di disponibilità, però...capivi chiaramente che quella non aveva nessuna intenzione di stare lì a starci o cosa...qualche ragazza di Psicologia era un pochino più sprovveduta, cioè...capiva che doveva essere aperta verso l'altra persona, giocare, però...come dire, il gioco poi ti prende, cioè...è divertente stare con i gruppi, è piacevole...io raramente ho avuto momenti di tensione...sono anche successi, ma...rari e facilmente gestibili...secondo me una casa-famiglia è molto più dura del lavoro di strada...ehm...quindi a un certo punto comincia a giocare con i ragazzi come giocava con altri amici suoi...allora, lì il ragazzo può facilmente equivocare e dire...beh, a questo punto me la gioco anch'io e ci provo...direi che forse questo è l'unico problema che una ragazza può trovare, nel senso che...(ride) con i ragazzi nessuna c'ha mai provato...non è mai successo, insomma...anche perché poi la ragazza a Tor Bella Monaca c'ha un certo ruolo...un po' subalterno rispetto al maschio...quindi, è difficile che si muova, come dire, con quella...ehm...con una determinazione, ma anche con una invadenza...che invece i ragazzi hanno...perché sono...hanno un altro tipo di modello di riferimento...quindi, fa parte dell'essere maschio, l'essere invadenti...ehm...secondo me questa è l'unica difficoltà, l'unica differenza che posso vedere...poi contano di più altre cose...le esperienze precedenti, la capacità, appunto di relazionarti con persone che non conosci, la facilità di muoversi per strada...più che una differenza di genere...>>.

            Per quanto riguarda i ragazzi di strada, Mariano dice: <<...i ragazzi...io ho frequentato in gran parte gruppi di ragazzi tra i 15 e i 20-22 anni...diciamo, la stragrande maggioranza...quasi mai più piccoli, qualche volta più grandi...sono arrivato fino ai 28 anni...ehm...la stragrande maggioranza delle persone che ho incontrato l'ho vista per due, tre incontri massimo...quindi, due, tre incontri...di una durata variabile tra il quarto d'ora e le due ore...una media di mezz'ora, tre quarti d'ora...con alcuni di essi invece ho fatto un percorso diverso...di riconoscimento...anche maggiore, perché...l'anno scorso io ho lavorato solo su due gruppi...ho smesso di fare un lavoro su tutti i gruppi del quartiere perché m'ero stufato e non lo consideravo più sensato...ho lavorato solo su due gruppi...quindi, con quelli invece, mi sono visto molte volte...sono gruppi in cui già ero stato più d'una volta...già mi conoscevano...sono gruppi che hanno partecipato a cose che abbiamo organizzato noi...però sono gli unici due gruppi con i quali c'è un lavoro consistente...questo lo dico perché...le informazioni che io ti do, partono anche da questo contatto con i gruppi...ehm...l'impressione della loro adolescenza...una cosa che mi colpiva...che mi colpì subito...dopo l'insuccesso del centro di orientamento...era questo...noi facemmo...andavamo in giro intervistando ragazzi dai 15 ai 20 anni con un questionario banalissimo a chiedergli: tu che fai? ma lo cerchi lavoro? che t'è successo a scuola?...un minimo per avere informazioni...che ci dovevano servire per il nostro lavoro...cioè per capire...cioè, io penso che a loro serva questo, vado in strada...e gli chiedo...insomma, che volete?...la cosa che mi colpì fu che la stragrande maggioranza dei ragazzi che noi incontravamo...erano ragazzi...che non facevano assolutamente niente...e che non c'avevano nessuna intenzione di trovarsi un lavoro...e...allora, non ti devi fermare a questa osservazione, nel senso che...è evidente che dietro a questo niente che cosa c'è?...ci possono essere mondi enormi e i più diversi...però una cosa che mi colpì subito era una difficoltà...come dire, a percepire un percorso...a pensarsi in relazione al futuro...cioè, una buona parte di ragazzi, mi sembra...anche con l'esperienza dei C.F.P., però...io ho visto ragazzi anche con problemi seri...con la Giustizia, la droga o altro che...avevano proprio difficoltà a pensarsi in relazione al futuro, a costruirsi una carriera...carriera nel senso di percorso professionale...e questa è una prima cosa forte...dall'altra una...anche perché diversi di loro...avevano dei fallimenti scolastici forti alle spalle...che è una cosa che ha inciso profondamente nelle loro vite...perché se tu vai a fargli un'intervista ora...e non ti conoscono...e gli chiedi: come mai hai fallito?...perché il professore è stronzo...invece purtroppo non è vero...cioè purtroppo non ci credono...farebbero bene a crederci, ma non ci credono...in realtà loro sono convinti...perché io l'ho sperimentato col C.F.P., perché invece lì, ho potuto fare un lavoro di altro tipo...loro non mettono in discussione il modello di scuola, quello nel quale sono vissuti...credono che quello sia il modello vero, e...se non è andata bene è perché loro non sono stati in grado di essere all'altezza di quel modello...poi il professore può essere anche stronzo...ma la scuola si fa in quel modo lì...quando io provavo a fare una serie di attività con loro di Italiano...fatto in altro modo, cioè non davo il tema...io non ho mai dato temi...facevo lavori sulla costruzione delle storie...partivo dai fumetti...e diversi di loro dicevano: vabbe' ma questa mica è una cosa seria...cioè questa mica è la scuola...la scuola ti dà il tema...ehm...quindi, non mettono assolutamente in discussione il modello tradizionale e considerano un fallimento...quello loro...e questa è una cosa che ti colpisce duramente, cioè...c'era un ragazzo per esempio, che va regolarmente a rubare a destra e a manca, c'ha già dei procedimenti pendenti...che aveva una difficoltà proprio fisica a sostenere gli esercizi di Matematica...Fisica nel senso che non riusciva a stare fermo con un foglio davanti...e se lo mettevi alle strette ti diceva: io non lo so fare, è inutile, non l'ho mai saputo fare e non lo so fare...ed aveva un blocco rispetto alle addizioni...non l'algebra...le addizioni...con la Matematica in particolare...era uno scoglio enorme...quindi, è come se il percorso tradizionale...che poi non funziona, noi lo sappiamo...ma loro forse no...che è quello della scuola e dei suoi vari gradi...lì è bloccato...si ferma...che cosa puoi fare quando accade questo?...allora, sicuramente diversi di loro...costruiscono un'identità su una leadership, giocata sugli atteggiamenti devianti...o anche sul furto...cioè è un fattore importante d'identità...cioè, molto meglio...io lo capisco benissimo...vieni da questo fallimento...molto meglio essere un ladro...che essere uno che non c'ha nessuna identità precisa e determinata...che sta lì al muretto però che fa? passa solo il tempo sul motorino...e io invece sono uno che ruba...c'ho i motorini e me ne cambio di più, c'ho lo stereo, c'ho una serie di cose...quindi...ma non è soltanto che mi dà dei soldi...capisci? non è tanto questo...è in termini proprio di percezione di se stessi, di riconoscimento sociale...ovviamente c'è una parte poi di popolazione che non la riconosce come una cosa...negativa...e anche quelli più onesti, però si rendono conto...che qui la situazione è difficile...qua bisogna sopravvivere...e quindi lo capiscono poi da questo punto di vista...ma lì, per il ragazzo, è importante l'identità che gli dà...per le ragazze l'altra strada è il protagonismo sessuale...cioè sono...cosa che noti subito...sono vestite in un modo...terrificante per me, no?...cioè, molto caricate...truccate in modo vistoso...mettono dei vestiti addosso...che sono estremamente volgari...cioè, non è che sono sexy...sono proprio volgari...e alcune di queste ragazze, però...una buona parte, guarda...non è che ha, come dire, una vita sessuale particolarmente...libera, nel senso, rapporti su rapporti...no, cioè, alcune...giocano anche questa carta perché, comunque...per l'identità funziona...altre invece si fermano al vestire...quindi tu le vedi...no? quella che per la vicina...per la signora vecchio stampo, è una puttana...in realtà...è un termine che non mi interessa, ma...non è nemmeno una che ha molti rapporti sessuali, però...si rappresenta in questo modo...quindi una cosa che noti è questo fallimento scolastico...è una cosa che segna profondamente...ci sono poi intorno a questo una serie di altre cose che incidono...la situazione familiare che, a volte...terrificanti, che trovi lì...però questa è una cosa che a noi appare poco, nel senso che...noi non chiediamo quasi mai...i rapporti familiari...perché richiede una frequentazione notevole...quindi...se lavori solo su un gruppo, forse con qualcuno c'arrivi...ma te ne parlano loro...nelle situazioni familiari noi non entriamo mai, ma c'è sicuramente un problema proprio dei genitori ad essere tali, insomma...difficoltà...perché col C.F.P. a me è capitato di avere rapporti con loro molto più...faticano a essere figure di riferimento, cioè...per esempio...c'era un ragazzo che veniva al C.I.S. che ha avuto un mezzo litigio con la persona che...al C.I.S. fa l'accoglienza...questo è andato a chiamare il padre e un altro po' il padre menava a questo del C.I.S....oppure un altro esempio...avevamo dei problemi con un ragazzo che poi c'aveva mandato il tribunale...viene 'sto padre...e ci racconta la storia dei figli...un figlio sta in galera...una figlia ha avuto già un bambino ed è scappata con un altro, insomma...una situazione completamente disastrata...e dice: io non so come mai 'sti figli son finiti tutti così, che gli è successo...che già, insomma un genitore con tre figli tutti rovinati (ride), tutti...non sa cosa gli è successo...poi veniamo a sapere che questo poco tempo prima...aveva sparato con una pistola contro un'altra famiglia che avevano risposto al fuoco...>>.

            Mariano cerca di descrivere il suo lavoro con i ragazzi anche in relazione alle differenze con la propria adolescenza: <<...una cosa personale...anche in riferimento alla mia adolescenza...lì in parte ti ho detto che tipo di adolescenza ho passato io...era parrocchiale...già col catechismo...Gesù Cristo...giocavamo a pallone pure noi...non è che...insomma...però io già leggevo molto...tranne "Cioè" e il "Corriere dello sport"...credo che poche altre cose...poi questi ragazzi leggano...invece...>>.

            Mariano racconta dei recenti sviluppi del lavoro di strada: <<...una sensazione mia nel fare questo lavoro con questi ragazzi...che ho sempre avuto...e anche più forte l'anno scorso...cioè, noi abbiamo sempre fatto questa scelta, anche a livello teorico...di dire: non lavoriamo su un gruppo solo, ma...con tanti gruppi...con questo meccanismo delle video-interviste...che è anche una difesa...è una difesa la videocamera, ma...è anche una difesa entrare in gruppo e starci solo una volta o tornarci dopo tre mesi, e punto...perché non devi fare un percorso...insieme a loro...vai, la gente si diverte, gli fai delle domande, vai con la videocamera...sei, come dire, una variante rispetto alla...norma che è piuttosto monotona...ehm...ad un certo punto, tu capisci...capisci che questa cosa non funziona, nel senso che...non viene fuori niente da un lavoro fatto così...non è che c'è un salto nei rapporti con i ragazzi, che a un certo punto accade qualcosa...per cui nasce...devi anche deciderlo di farlo...allora l'anno scorso abbiam dovuto anche prendere atto del fatto che il lavoro di strada ha senso anche se...comincia con un lavoro di contatto...diciamo aperto anche a molti gruppi...ma poi...deve prendere un gruppo o due e...con quelli lavorare per stabilire una relazione stabile, favorire...lavorare per l'integrazione del gruppo...con il territorio...eventualmente se ci sono problemi di formazione, di scuola...mettere in contatto con questo o quel centro...fare in modo che questi gruppi possano sperimentarsi...mettersi alla prova...organizzando dei microprogetti...minimi...questo è il modo in cui lavora la stragrande maggioranza dei gruppi di lavoro di strada...e quindi io l'anno scorso...ho spinto per fare questo lavoro...la mia sotto équipe ha preso due gruppi...con cui avevamo rapporti pregressi...un'altra sotto-équipe ne ha preso uno...>>.

            Mariano descrive le sue difficoltà nel lavoro di strada: <<...devo dirti che è stata per me dal punto di vista anche emotivo...psicologico...è stata un...è stato difficile per me questo tipo di...di relazione...ed infatti ha confermato quello che...in qualche modo io già sapevo...cioè che...noi non avevamo fatto questo passaggio: da tanti gruppi a un gruppo...non tanto per ragioni teoriche...perché sapevi che non funzionava...ma perché sia io che le persone che facevano lavoro di strada con me due anni fa...non volevamo fare questo passo...cioè non volevamo entrare in un gruppo...in realtà c'entri da educatore quindi non è che fai...l'altro ragazzo della comitiva, però...vuol dire in qualche modo avere un contatto stabile...non lo volevamo fare...perché dal punto di vista psicologico sembrava troppo pesante...troppo duro...passare il tempo lì con il gruppo...ehm...devo dire che gli altri che con me hanno fatto questa scelta l'anno scorso...per loro non ci sono stati grossi problemi...così almeno dicono tutti...cioè non è stato un problema stare con i gruppi...per me stare con un gruppo senza fare niente...fare niente tra virgolette...è invece un problema...tant'è che io ho sempre insistito per fare cose con loro e alla fine...abbiamo organizzato dei tornei, una festa finale con i gruppi di ragazzi...e qualcuno di loro c'è stato a farlo...ma io l'ho fatto...non solo perché lo ritenevo sensato dal punto di vista teorico...e lo ritengo tuttora...ma anche perché io non riesco a stare...in un gruppo di ragazzi seguendo...cioè parlando di quello che parlano loro...non facendo niente...perché la gran parte dei gruppi fa questo...non fa niente...che poi è un niente che...che ne so, vuol dire prendere il motorino e spostarsi e ritornare...chiacchierare e poi muoversi a chiacchierare da un'altra parte...questo ovviamente...ecco, questa è una cosa che a me mi crea dei grossi problemi...cioè c'è una differenza...ecco, questo secondo me è un problema del lavoro di strada che io sento forte...io non faccio niente o vado al pub...faccio niente sempre tra virgolette...con i miei amici...cioè, quali sono le persone con le quali io vado a parlare senza una ragione...sono le persone con cui ho un rapporto più stretto...o gli amici loro che vengono con me, che mi presentano...ok?...io con loro faccio una passeggiata, con loro vado in un pub, con loro vado a mangiare una pizza...non è un'attività che tu faresti mai per lavoro...allora, invece...io devo fare...nel lavoro di strada come prevenzione primaria e secondaria...perché già la riduzione del danno è tutta un'altra faccenda...qual'è la cosa incredibile...per me incredibile...che tu vai in un gruppo...e a volte non c'è nemmeno 'sto disagio...ci sono dei problemi, ma...e tu vai lì per avere delle relazioni che sono tipiche del rapporto di amicizia...ma il rapporto di amicizia vuol dire anche di affinità...cioè, io lo faccio con te, ma non con te...cioè io con te non passerei mai tre ore della mia vita fermo a chiacchierare...mai lo farei...ok?...invece in un gruppo, tu ti prendi tutto il gruppo...chi c'è, c'è...quindi tu ti ritrovi...diciamo che noi c'andiamo una volta a settimana...perché noi siamo volontari...ma un operatore professionale molto di più...diciamo noi...una volta a settimana...io andavo lì e...siccome prima di fare qualcosa con il gruppo è durissima...la maggior parte del tempo...insomma, stai con loro...parli, riparli...io avvertivo anche tutta questa distanza...questa differenza che c'era tra noi...che però, aspetta, non è solo differenza...culturale...di mondi differenti...ma è anche proprio una difficoltà come affinità...per cui per me poteva anche essere uno stralaureato...intelligentissimo...però...non avrei passato del tempo in modo gratuito...perché questo modo qui...non fare niente...è qualcosa di gratuito, di disinteressato, no?...questa è la caratteristica del lavoro di strada...mentre in tutte la altre professioni d'aiuto, c'è una ragione per cui uno viene a contatto, cioè...io ho bisogno di un'assistenza...ho bisogno di un sussidio...ho bisogno di un'assistenza psicologica...no?...oppure, vengo io da te...e già è un salto...il lavoro di strada fa questo salto...però vengo a darti le siringhe...perché tu hai questo problema...poi non faccio solo questo, però...questo è fondamentale...nel lavoro con i gruppi di ragazzi...non c'è questa cosa qui...passiamo del tempo in modo gratuito...non è legato al fare questo o qualcos'altro...con delle modalità più tipiche dell'amicizia...allora tu puoi dire che ci stai da educatore...ed è vero...nel senso, nessun ragazzo ti prende mai per un loro amico...perché non è stupido...e se non sei stupido tu...a presentarti in un modo...lo capiscono...la distanza si nota subito...lì basta già come parli, come pensi...la distanza è enorme e si vede...quindi questo rischio non c'è mai...però...è molto vicina a questo tipo di rapporto qui...cioè poi è vero che tu lavori per rinforzare le relazioni, per poi poter far crescere il gruppo e eventualmente intervenire su casi singoli...che ne so...adesso io ho uno dei ragazzi...l'ho fatto iscrivere alle 150 ore perché non ha nemmeno la terza media...a un altro voglio fargli fare il corso di formazione professionale...fai la festa insieme, organizzi, però...la buona parte del tempo...si sta lì al muretto o si sta lì al pub o si sta lì in bisca...ecco, per me questo stare con loro era...molto faticoso...dico per me...per tutti gli altri della mia équipe...comprese le ragazze che venivano da Lutte...non hanno avuto lo stesso problema...sono stato l'unico a segnalarlo...dell'anno scorso...quelli di due anni prima la pensavano esattamente come me...forse anche perché avevano un percorso molto simile al mio...ehm...e lì una differenza l'ho sentita...appunto, perché in parte è un discorso di affinità...e questo vale in generale, come dicevo prima...c'era anche un discorso culturale...cioè, parlare di...una serie di cose...anche proprio banalmente come temi (sbuffa)...che, insomma, io dopo un po' lo trovavo un po'...fastidioso...noioso...ecco, onestamente...dico...>>.

 

            Progetti futuri

 

            Mariano conclude parlando dei suoi progetti per il futuro: <<...ed è questa la ragione che mi fa pensare per il futuro...non so se è il caso di continuare per me l'esperienza del lavoro di strada...perché quest'anno stiamo facendo un lavoro completamente diverso...siamo ritornati a fare tanti gruppi...in vista di...pure io ho preso alcuni ragazzi...e fanno il lavoro di strada insieme a me...che è una cosa estremamente interessante...proprio dal punto di vista teorico...li ho fatti entrare in équipe...e entrano all'associazione...fanno la riunione mensile di Eutopia...quindi un salto...che poi hai dei risultati anche molto concreti, ne riconosci anche il senso...però riparte un'altra volta da tutti i gruppi...in vista di selezionare un gruppo due, più in là...però personalmente io mi sto chiedendo...in versione futura...proiettato nel tempo...quando si tratterà di lavorare col gruppo due...se è il caso che io continui...in quella prospettiva...o se invece non è meglio che io...quest'anno continui a tenere un gruppo che si è formato dall'anno scorso...ormai quasi tutti l'hanno scelto, quest'anno perché c'ha una certa forza...e il prossimo anno fare qualcos'altro...io ho già un'idea di quello che vorrei fare...adesso ci penserò...di lasciare la fascia dei minori...perché per la fascia dei minori l'unico lavoro sensato è questo...e fare invece un lavoro con il mondo degli adulti...creando comitati, organizzazioni...che lavorano sui problemi del territorio...quindi lavorando proprio sui condomini o sulle strade...selezionando una serie di persone...che cosa si può fare...il verde...che possiamo fare noi...rapporti con le istituzioni...quindi facendo un lavoro, che...fare qualcosa insieme...come anche fare con un gruppo attività, diciamo...mi piace molto...organizzare qualcosa con loro mi piace molto...invece la relazione gratuita con il gruppo è una cosa che a me, ti ripeto, mi crea qualche problema di tenuta...>>.


 

4.3  Storia di Chiara

 

4.3.1 Presentazione del soggetto

 

            Chiara ha 23 anni. E' nata a Lanciano, in provincia di Chieti. La sua famiglia è composta da padre, madre e due sorelle più piccole. Vive a Roma ed è iscritta alla facoltà di Psicologia come studentessa fuori sede. Abita con altri studenti universitari al quartiere Prenestino. E' fidanzata da quattro anni.

            Chiara è cresciuta con la nonna. Ha un rapporto con il padre e con la madre che si può definire discreto, anche se conflittuale.

            Da piccola ha svolto molte attività extrascolastiche come la danza, il canto, il teatro. Ha fatto parte degli scout per 5 anni, prestando, in questo ambito, anche assistenza a persone invalide.

            A scuola, Chiara si impegnava molto nello studio. Ha frequentato il liceo classico ed ha lavorato sodo fino a quando, durante l'adolescenza, la compagnia di due amici l'ha distolta in parte dallo studio.

            Chiara si è trasferita prima a Macerata, dove si era iscritta alla facoltà di Giurisprudenza, e poi a Roma, dove si è iscritta a Psicologia, con l'intento di specializzarsi in Criminologia. Vive a Roma da circa 4 anni ed in questo periodo di tempo ha cambiato casa parecchie volte.

            Per non pesare troppo sui genitori che la mantangono agli studi, Chiara svolge qualche lavoro part-time.

            Ha iniziato il lavoro di strada a Tor Bella Monaca durante la frequenza al corso di "Psicologia dello sviluppo" tenuto dal Professor Gerard Lutte, ma ha continuato anche dopo aver superato l'esame, perché si era trovata bene con il gruppo. E' nel lavoro di strada da circa un anno.

            Per il futuro ha intenzione di cercare un lavoro che le permetta di rendersi maggiormente indipendente dai suoi genitori.

 

 

4.3.2 Protocollo dell'intervista

 

            Ho contattato Chiara telefonicamente, tramite una comune amica che, avendo prima ricevuto il suo consenso, mi ha fornito il suo numero. Ci siamo sentite una settimana prima del nostro incontro e ci siamo date appuntamento davanti al C.I.S. di Tor Bella Monaca nel pomeriggio.

            L'intervista si svolge in una stanza del C.I.S. adibita, in genere, al recupero scolastico. Anche gli altri due incontri si svolgono secondo la stessa modalità.

            Chiara si dimostra subito disponibile verso di me, ma anche molto preoccupata rispetto al colloquio. Mi dice che il registratore le incute un po' di timore e mi chiede di farle delle domande, perché non si sente in grado di parlare a ruota libera. Allora le propongo di iniziare a chiacchierare del più e del meno con il registratore acceso e di decidere lei stessa quando iniziare a parlarmi di sé. Le dico anche che cercherò di farle qualche domanda senza interferire troppo con il suo discorso. Dopo una conversazione amichevole, facilitata dal fatto che entrambe studiamo Psicologia, Chiara si rilassa abbastanza da poter iniziare a parlarmi di sé.

            Siamo sedute a tavolino, una di fronte all'altra e, nonostante ciò, Chiara, per quasi tutto il corso del nostro incontro, non riesce a dirigere lo sguardo su di me, si rivolge verso la finestra e si agita molto sulla sedia. Solo dopo molto tempo riesce ad aprirsi davvero e noto che anche il suo sguardo è diretto verso di me.

            Per buona parte del colloquio mi trovo costretta ad intervenire per cercare di tranquillizzarla, dicendole che non è necessario che tocchi determinati argomenti se non vuole. Fortunatamente il colloquio si svolge senza intrusioni esterne.

            Chiara racconta in maniera non molto lineare: salta continuamente da un argomento all'altro e ogni tanto si blocca chiedendomi se va bene quello che dice. Il linguaggio è abbastanza elementare, poco ricercato e quasi privo di termini tecnici. Chiara è, comunque, visibilmente presa dal discorso ed affronta anche argomenti molto personali.

            Verso la fine del colloquio, Chiara si mostra evidentemente più rilassata e serena e si dice contenta di avermi aiutato e di essere riuscita a parlarmi di certi argomenti, cosa che all'inizio pensava di non riuscire a fare. Inoltre, sostiene che è stato un modo diverso di trascorrere qualche ora al di fuori dello studio. E' lei stessa a preoccuparsi di contattarmi per i nostri seguenti incontri.

 

 

4.3.3 Ricostruzione della storia di vita

 

            Storia di Chiara

 

            Chiara inizia il suo racconto dicendo: <<...mi chiamo Chiara, ho 23 anni, studio Psicologia...e sono nata a Lanciano in provincia di Chieti...una cittadina...ehm...borghese al massimo...ehm...gente straricca, aristocratica...ehm...45000 abitanti...ehm...credevo di amarla, ma quando ho conosciuto Roma...non che non l'ho amata più, però...mi sono innamorata di Roma in un modo straordinario...per cui credo di rimanere qui...vista la mentalità...sterile dei Lancianesi...perché, insomma, è una piccola cittadina...pure essendoci cresciuta...però, non ritengo...opportuno farci crescere i miei figli...viste le diverse realtà che offre una città come Roma...>>.

            Chiara parla dei quartieri dove ha vissuto la sua infanzia: <<io ho praticamente vissuto vicino a mia nonna fino all'età di sei anni, era il quartiere storico...e lì...praticamente, insomma, stavo sempre con le mie amiche...però stavo sempre in giro...a livello di vita di quartiere...insomma, fino a sei anni non è che...però poi, quando mi sono trasferita nel quartiere in cui vivo tuttora,...diciamo, sempre c'è il fattore scoutistico,...ho cominciato a vivere il quartiere,...facendo poi volontariato con persone anziane, persone disabili...e in questo senso lo vivevo...organizzavamo animazione...>>.

            Poi, Chiara passa a descrivere la sua famiglia: <<...io sono praticamente la prima figlia di...di tre...allora, io ho praticamente altre due sorelle...il mio papà fa l'autista, la mia mamma fa la casalinga...e...amo follemente mio padre...ehm...e questo fin da piccola...ehm...che ti devo dire?...(è molto imbarazzata e sorride)...non so...ehm...il rapporto con le mie sorelle...io ho due sorelle...una di 22 anni e l'altra di 17...dunque...quella di 22 anni ha un carattere molto chiuso, introverso,...è particolare, non è che...ho un rapporto, diciamo, stretto con lei, perché...poi, insomma, essendo molto chiusa...ed essendo molto attaccata a mia madre, i suoi segreti, diciamo così...li confessa a mia madre...anzi, ultimamente,...tornando spesso a casa, insomma, si è aperta un po' di più con me...forse anche perché ha visto che mi sono staccata dalla più piccolina...che è sempre stata il mio amore, diciamo,...poi è stata anche molto malata: a 14 anni è stata operata all'ernia del disco, proprio al Don Gnocchi...e quindi, insomma, sono sempre stata un po' più apprensiva nei suoi confronti...per il resto...non lo so...con mia madre ho un rapporto di odio e amore...sono sempre in continuo conflitto con lei...forse perché mi toglie un po' mio padre...però insomma, poi alla fine, è tranquillo...non è...è buono, è molto buono...>>.

            Chiara continua dicendo: <<...da piccola...niente, io sono cresciuta praticamente con mia nonna...e...non perché mia madre non ci fosse o lavorasse, ma...volevo un bene incredibile a mia nonna...e...avevo un'amichetta...cioè lo sai che mi sembra proprio di...(è imbarazzata e bloccata)...sono basilari come cose? sono...(le rispondo di raccontarmi quello che vuole, quello che lei stessa ritiene più importante)...ah...va bene, allora...>>.

            Chiara racconta delle sue varie attività nel periodo infantile e adolescenziale: <<...anche tennis...però il tennis all'inizio, così...poi ho lasciato...ho lasciato, più che altro, perché avrei voluto farlo a livello agonistico...e il livello agonistico...non posso fare sport perché...ho la pressione bassa per cui...non posso fare sport, non posso andare sulle giostre...me l'ha vietato il medico: mi s'abbassa la pressione...perché magari...poi io sono una persona molto sensibile, no?...per cui, che ne so, mi s'abbassa la pressione...e sulle giostre...m'ha detto che non ci devo andare...tante cose però...tante cose che non ho potuto realizzare...io da piccola facevo anche Ballo...e mamma mia,...Danza Classica,...mia madre però...mi ha...m'aveva segnato che c'avevo tre anni...e...poi però m'ha tolto di lì perché diceva...se lo devi fare tu, lo deve fare anche tua sorella...siccome non so, forse...mia madre non me l'ha mai detto, ma sicuramente,...per disponibilità economiche...e credo anche che sia una cosa giusta...o tutt'e due o nessuna...allora m'ha tolto...però dentro ce l'ho sempre una vena...così...artistica...>>.

            Chiara punta l'attenzione su una particolare attività che l'ha segnata: <<...io ho fatto la scout...l'ho fatto per 5-6 anni...e...gli scout li ho fatti a Lanciano...negli scout ci sono entrata perché...mia madre era scout...faceva la scout...e quindi...sono entrata così, per gioco...ho detto: vediamo un po'...e poi irrimediabilmente sono rimasta...si dice: scout una volta, scout per sempre...a parte tanti problemi che si sono creati all'interno del gruppo, però...ti dà tutta un'emozione particolare: lo stare davanti al fuoco, il camminare per tanti chilometri...e poi sentire quegli amici...quei...fratelli...proprio tutti...è strano effettivamente...come...e io sono entrata a 14 anni e sono stata fino ai 21...insieme scout e liceo...io facevo tantissime cose...proprio iperattiva...lì ho fatto anche assistenza agli anziani e agli invalidi, negli scout...nel momento in cui, però, non ho dovuto farlo più,...perché c'è stato un periodo in cui dovevo farlo proprio per un mio iter formativo all'interno degli scout,...però ho continuato poi, nel momento in cui...infatti è stato proprio...la stessa cosa che è successa a Tor Bella Monaca: nel momento in cui non ho dovuto fare più il seminario, però sono rimasta...e così lì...m'aveva spinto...che loro mi davano molto...sono persone che...in quelle condizioni non è facile ridere, non è facile dire: è bella la vita...non è facile andare avanti...e, tante volte, vedendomi di fronte a dei piccolissimi problemi miei, che io rendevo enormi,...vederli, così, vivere...mi davano una forza...loro che davano la forza a me...incredibile...mi hanno dato tanto...dai 16 ai 18 ho fatto quest'esperienza...>>.

            Chiara conclude questa parte del suo racconto dicendo: <<...ho fatto tante cose che però non...cioè alla fine però non sono arrivate a niente...mi rendo conto...che,...a parte lo studio,...che è la cosa che credo...sappia fare meglio,...ehm...cioè non che magari...ho sfondato in campo tennistico...oppure,...che ne so,...mi so' data...al teatro o...a qualcosa di questo genere qui, no?...il Ballo...il canto...no, il canto forse no...sono meno portata...c'è mia sorella che è favolosa...quando canta...ehm...sai che cosa dice mio padre?...chi sa fare tante cose, non sa fare niente...per cui...ti dico...lo dice in generale...>>.

            Parlando delle sue idee religiose in rapporto all'impegno come scout, Chiara dice: <<...il mio rapporto con la religione non è molto...cioè io credo...però...una cosa fondamentale è che...che io credo a Dio tramite la natura, tramite gli animali, i campeggi, l'erba...però se ti devo dire che sono proprio di quelle accanite, credenti, no...perché poi mi danno fastidio molto i rituali cattolici, quelli non li sopporto...cioè io vado a messa tranquillamente, però...non so...baciare il bambinello a Natale oppure andare alle processioni...non li sopporto, però credo,...io credo molto ai Santi...San Francesco...io lo sento dentro questo Santo...ma credo che tutti lo sentano più degli altri...è un Santo molto attuale...è strano...il fattore religioso...che si ricollega agli scout...quindi...allo stare insieme come gruppo...sono cattolica...praticante, no...c'ho i miei momenti...così...beh, come tutti...come la maggior parte dei giovani credo...che hanno i propri momenti...di...vanno a messa...poi non ci vanno...sinceramente in questo periodo sento il bisogno di riavvicinarmi alla Chiesa...ma...all'interno di un gruppo...perché...c'ho bisogno perché...sto praticamente...non demotivata...però...però riavvicinarmi alla Chiesa...magari anche all'interno di un coro...di...di qualcosa che mi possa aiutare...poi il canto è...io mi sfogo quando canto,...ballo, ma poi...ti esce tutta quella...poi con la chitarra,...la chitarra la strimpellavo...ma l'ho lasciata e non mi ricordo niente...per cui avrei voglia proprio di ricominciare a fare qualcosa di nuovo e di diverso...no?...>>.

            Rispondendo ad una mia domanda sulle sue idee politiche, Chiara dice: <<...non mi sono mai interessata di politica...non ho mai...non rientro proprio nell'ottica assolutamente...a livello di informazione sì, però, per il resto, niente di...è mia sorella che si interessa molto di politica, la più piccolina,...però, anche non interessandomi molto di politica, le ho inculcato, non so per quale motivo, uno spirito comunista...forse perché sono molto...rivoluzionaria...almeno a casa dicono che sono così...comunque sono di sinistra, sì...>>.

            Parlando delle sue scuole elementari e medie, Chiara dice: <<...io ho trascorso un'adolescenza tranquillissima...ehm...non è che ho da dire niente di straordinario sulla mia adolescenza visto che...l'ho vissuta tranquillamente con...i miei genitori, i miei nonni...ehm...scuole elementari, medie tranquille...mah, le scuole elementari non sono state segnate da particolari...eventi...semplicemente andavo bene a scuola, avevo tanti amici e...poi mi ricordo una cosa particolare...che...inventavo parecchi giochetti...facevo ogni giorno...mi mettevo,...di pomeriggio, dopo che avevo fatto i compiti,...ehm...che ne so?...portavo dei piccoli premi a scuola,...facevo delle domande, no?...facevo mettere in fila tutti i miei compagnucci, poi insomma, chi indovinava 'ste domande inerenti...forse ai cartoni animati,...vincevano un biscotto oppure una caramella...e la maestra era molto...guardava positivamente questa...questa cosa...le medie...né le elementari, né le medie...semplicemente ho avuto un particolare tipo di affetto nei confronti del mio professore di Italiano, che mi ha fatto amare poi il Latino, il Greco...e infatti io...da lì...anche perché un tempo si usava fare Latino alle scuole medie, adesso non s'usa più...però lui, vedendo questa mia passione,...mi faceva andare da lui il pomeriggio a fare Latino...quindi ho preso il liceo classico...>>.

            Parlando della sua adolescenza e in particolare del passaggio dalla scuola media al liceo, Chiara dice: <<...allora...alla scuola media...allora,...la grande decisione:...dovevo decidere se andare al liceo magistrale o al liceo classico...il liceo classico,...l'avrei scelto non per me...ma...soprattutto per...per i miei...ma non per un volere dei miei,...perché vedevo che i miei ci tenevano in particolar modo e quindi...e ricordo...io volevo andare all'istituto magistrale, però,...ad un certo punto,...io, un giorno, dovevo andare a trovare la mia maestra e dovevo dirgli...che cosa...no, il mio professore di Italiano delle medie,...e dovevo dirgli che cosa avrei scelto...tra il classico e l'istituto magistrale...e stavo sulle scale e allora mia madre mi ha chiesto: ma che cosa gli dirai al professore d'Italiano?...e io...non sono stata...non c'ho pensato nemmeno...mi sono girata verso mamma e gli ho detto: il liceo classico...poi mia madre chiude la porta...mia madre poi, insomma, è sempre vissuta in questa cittadina provincialissima...per cui il liceo classico è visto...allora, sento mia madre che dice a mio padre: il liceo classico...e da lì è partita tutta...infatti io credo che proprio da lì sia partito il mio...malessere nei confronti di mio padre,...che in un certo senso mi ha sempre costretto a fare quello che io non volevo,...e amore folle nei suoi confronti...e non riesco a rendermi conto del perché, però...perché mio padre,...in modo sottilissimo e finissimo,...mi faceva sempre capire quello che...che voleva lui...>>.

            Poi Chiara parla del percorso che dal liceo classico l'ha portata all'università: <<...allora, io praticamente ho fatto il liceo classico,...non tanto per mia madre perché,...ma per mio padre,...l'ho fatto in maniera...non brillante, però...primeggiavo nelle materie...umanistiche: Italiano, Greco, Latino...per cui...e mi sono innamorata in modo spasmodico di queste materie...al che avevo deciso...di...fare Giurisprudenza per fare Criminologia...a Macerata...no, inizialmente a Teramo,...ma non l'avevo deciso io, l'aveva deciso mio padre,...perché a Teramo c'era mia cugina...cos'ha fatto?...ha preso casa, ha pagato due mesi,...mi stava facendo l'iscrizione,...però a un certo punto io gli ho detto: papà, ma che cosa stai facendo...io volevo andare a Macerata che c'era una mia amica...e lui...lì...così tutto d'un botto...ha detto: ma io sto facendo tanto per te, tanti sacrifici...ehm...che cosa ti pensi?...poi ha riflettuto e allora, effettivamente,...io ho fatto da solo tutto quanto, lei non ha avuto nemmeno la possibilità di scegliere...e mi ha...allora, io mi sono iscritta a Macerata...sono stata lì un anno...un anno stupendo, meraviglioso, con la mia migliore amica,...mi ero informata male però...perché, per fare Criminologia, avrei dovuto prendere Psicologia...ehm...però...alla segreteria di Macerata mi avevano detto che avrei potuto studiare il criminale, giustamente, solamente dal punto di vista penale...e non da quello...dal punto di vista psicologico...mi avevano detto che non c'era nessunissima specializzazione...e quindi...allora, io che cosa ho detto?...allora, mo' io divento avvocato,...farei 365 giorni all'anno,...mi alzerei,...non sarei io,...ma sarei una donna frustrata pur facendo l'avvocato e pur prendendo tantissimi soldi...allora mi so' fatta coraggio...e, avendo l'appoggio di un amico mio qui a Roma,...quest'amico mio aveva preso casa insieme alla ragazza anche per me,...con l'appoggio...con la complicità anche di mia madre, però...io dovevo dirlo a mio padre...assolutamente...(si blocca per un istante)...è stata mia madre a dirglielo...e...(abbassa il tono della voce e sembra molto dispiaciuta e triste)...mio padre mi rinfaccia ancora...quel momento, quel periodo...che...io praticamente gli ho dato una coltellata,...l'ho ucciso moralmente,...sta di fatto che...avevo perduto la stima...la fiducia di mio padre...e forse anche un po'...d'amore...da parte sua...>>.

            Chiara racconta poi del suo arrivo a Roma e del primo periodo che vi ha trascorso: <<...e me ne sono venuta qui a Roma...e lui...lo sai come mi chiamava?...a casa?...l'avvocato, il mio avvocato...e quindi...praticamente...allora, me ne sono venuta qui...e ho lottato in un modo incredibile...ho detto: io sto facendo quello che voglio...ehm...ti dispiace se non ti guardo negli occhi?...(le rispondo di fare come vuole, di non preoccuparsi e le chiedo se le dispiace se mangio una caramella)...assolutamente, anzi mi metti a mio agio così...tranquillamente...(le rispondo che anch'io sto cercando di mettermi a mio agio, e lei prosegue il racconto)...ehm...dunque...praticamente...siccome io sono venuta con...allora sono stata qui con...un mio amico, la sua ragazza e il fratello della sua ragazza...ho passato un anno bruttissimo perché poi...per una serie di fraintendimenti...che loro m'avevano detto delle cose che poi non era...insomma una di quelle convivenze un po' burrascose...ehm...>>.

            Il primo periodo di Chiara a Roma finisce con una crisi che la porta a tornare a Lanciano dai suoi genitori: <<...ho finito per prendermi un esaurimento nervoso,...per dare soltanto due esami,...per non riprendere casa il semestre successivo...e ritrovarmi proprio senza niente...e mio padre...insomma, questa cosa me la rinfacciava tutti i giorni...perché io sono tornata a casa,...il mio ragazzo stava qui perché stava facendo Ingegneria,...un ragazzo che avevo conosciuto agli scout...e lui era venuto a studiare qui a Roma...e...io stavo malissimo...>>.

            Chiara racconta del suo ritorno a Roma: <<...e allora...poi a un certo punto mio padre ha detto: no, tu così non ci puoi più stare,...riprendi la casa...il semestre...insomma, io sono venuta a gennaio...quel semestre lì...io, praticamente, non mi sono assolutamente ambientata, perché stavo a casa a studiare "Psicologia generale"...né frequentando persone, né andando all'università...né facendo niente...e mi sono fatta uno o due esami, forse, ah...sì, uno o due esami...proprio pochissimi...e mi sentivo male, e mi sentivo in colpa...e, con mio padre che me lo rinfacciava sempre,...ehm...l'estate...ho lavorato in uno stabilimento balneare...ho lavorato ed ho guadagnato un bel po' di soldi...e sono tornata a casa proprio...qui e ho detto: ah! così mi pago tutto io!...ed era una soddisfazione incredibile...perché non dovevo sentire mio padre che mi rinfacciava...né i soldi e né...praticamente il fatto...perché giustamente, quando lavori, poi, puoi permetterti anche di...prima di tutto, di non fare un esame, di andarti a comprare una cosa, di...rifiutare un voto basso...io, così, con i soldi di mio padre, il voto basso non lo rifiuto...perché, giustamente, quello mi dice: oh, ma tu stai lì, ma quando ti sbrighi?...è una cosa incredibile...e quindi...>>.

            Chiara racconta del cambiamento positivo che ha vissuto lo scorso anno: <<...insomma, poi...l'anno scorso...la svolta della mia vita:...ho conosciuto Lutte,...m'ha fatto vedere le cose da un punto di vista completamente diverso...cinque esami...con tutto che ero rappresentante del seminario,...che stavo qui,...che giravo...e insomma, ero iperattiva...ehm...perché poi, insomma, stavamo sempre con lui alla Magliana...ci spostavamo varie volte, per cui era...un'esperienza completamente diversa...quindi, qui stavo rivivendo anche un po'...l'esperienza scoutistica...cioè la cosa principale...il fatto primario...prioritario di questo fatto qui...che io mi sentissi meglio e che io ho dato praticamente cinque esami...è che io...amavo primeggiare...e amo primeggiare tuttora...per cui...al liceo...praticamente, palestre di qua, tennis, scout ehm...ero qualcuno...mi sentivo qualcuno...poi, con Lutte,...ero tornata ad essere qualcuno e ho dato cinque esami...>>.

            Chiara parla delle sue amicizie e delle difficoltà nel rapporto con gli altri: <<...no, lo sbaglio mio...se riguardo indietro...è quello...di non aver mantenuto delle amicizie importanti...persone significative...ehm...amiche particolari...effettivamente mi rendo conto di non aver...fatto in modo che magari queste amicizie...potessero diventare qualcosa di più profondo...ma...ehm...l'amicizia...l'amicizia è...veramente qualcosa di incredibile...l'amicizia più bella che abbia mai vissuto è quella...ehm...con due ragazzi...che poi è praticamente il ragazzo che...mi ha aiutato a venire qui a Roma...e ho vissuto quest'amicizia all'età di 16, 17 anni...sì, 16, 17, 18, almeno questa età...ehm...stavamo sempre insieme,...vivevamo in simbiosi...ogni cosa,...lui era un pittore...uno di loro era un pittore, non il mio migliore amico...quello di Roma...ehm...non so se...conosci qualche...pittore,...sono tutti un po' particolari,...per cui fai con loro delle cose...ehm...non trasgressive, però...cose particolari che magari all'età di 16, 17 anni, nemmeno ti sogni di fare...ma cose divertenti, cose...ehm...cioè all'età di 16 anni e loro ce n'hanno 22, 23...anche il cantare a squarciagola in mezzo alla strada,...ti sembra particolare per cui...oppure andare a mangiare nei pub, facendo la colletta lì dentro...per mangiare, così...quel panino diviso in tre...è qualcosa d'incredibile, vissuta a quell'età...ehm...e poi si leggevano poesie...ehm...si leggevano sulla riva del mare...insomma...e quel periodo vivevamo un po' così...e quel periodo, proprio, mi ricordo che, non ho studiato per niente...il mio professore di Italiano una mattina m'ha detto: Chiara, questo periodo non stai studiando più,...ma io so con chi vai...mi seguiva...giustamente lui diceva...qua non rende più...vediamo che cosa sta succedendo...ehm...ah...no, non è durata due anni...quest'amicizia è durata un anno...ed è finita quando...il padre di questo pittore si è ucciso...si è sparato...alla testa...(sembra molto dispiaciuta ed abbassa il tono della voce)...e da lì è finito proprio tutto...non ci siamo visti più, io questo ragazzo non l'ho visto più...ehm...dopo 4, 5 anni l'ho rivisto che stava...praticamente a Tiburtina...io stavo aspettando una mia amica...che doveva tornare qui a Roma...ehm...lo chiamai...lui stava seduto e m'ha detto...l'ho chiamato e gli ho detto: Luca sei tu?...allora lui si è alzato, m'è venuto vicino e m'ha detto: credevo che non t'avrei mai più rivista...m'ha abbracciato forte forte...ma...guarda...perché poi quando vivi...certe cose con loro...e dopo quello che era successo...che tu non l'avevi visto più...al suo funerale era lui che...al funerale del padre, era lui che consolava noi...ehm...insomma quelle...amicizie adolescenziali che ti segnano e che...ti restano...e poi, insomma...io sono andata a Macerata...e quest'amico mio era venuto...l'altro però...era venuto a fare Ingegneria qui...ehm...poi da Macerata, insomma, ci sentivamo e...il pittore non si sapeva che fine aveva fatto...aveva fatto...insomma, una vita un po' così...particolare...e poi era venuto qui a Roma...ehm...però insomma...poi lui si è messo con questa ragazza...quello che faceva Ingegneria, si è messo con questa ragazza...per cui...diciamo che, il rapporto che c'era tra noi due...è finito...lei gelosa di non si sa che cosa...(si blocca ed abbassa il tono della voce)...è andato tutto a rotoli...soprattutto durante la convivenza, perché poi...effettivamente, è meglio andare a vivere con persone che non conosci...e che scopri...pian piano...che non con persone che conosci perché...la convivenza...con persone che...non conosci...è quella diretta...non ti piace qualcosa di loro?...guarda, io faccio così...tu fai colà...cioè io c'ho la mia vita, tu c'hai la tua vita...quando sono persone che conosci, loro si sentono autorizzate a dirti quello che devi fare...cioè non...cioè no...sbaglio...quando ci sono persone...insomma...convivi con persone che conosci...tendi...anche quando...non ti va bene qualcosa...a dire...vabbe'...in mente tua, dici...vabbe', è lui, sta a posto, è inutile che...io...però lui d'altro canto...siccome non gli andava bene che stavo con...con questo ragazzo con cui sto adesso da quattro anni, che diceva che non andava bene per me...lui...ha sempre professato il fatto che io fossi una persona particolare...e che avessi bisogno di una persona particolare...il mio ragazzo non è una persona...a detta sua, particolare...per dirti, io sono una persona molto...e beh, a quell'età giustamente...persona iperattiva, facevo di tutto, di più...il mio ragazzo è una persona molto tranquilla...non è che andava cercando chi sa che...tranquillità dei sensi, proprio...poi diceva: lui non è per te, non fa per te...per cui...ah, ti volevo fare una domanda: ma quando parlo sono...vado da una parte all'altra? cioè...sono lineare?...no, perché mi serve...mi serve anche per lo studio...(le rispondo che sono due cose diverse: il parlare di un argomento specifico e il raccontarsi; che è normale che, dovendo raccontare gran parte della propria vita, si passi da un argomento ad un altro con molta facilità; lei non sembra soddisfatta della risposta)...no, perché io mi sento confusa adesso...sicuramente mi sentirei confusa...allora, io quando parlo mi sento che vado da una parte all'altra...(le dico che è normale che sia così e di non preoccuparsi; sembra rassicurata e continua il discorso)...e quindi...no ma effettivamente poi...non è che...sinceramente so...che non va bene per me questo ragazzo...io lo so...perché...e quindi...e poi...niente...è finita l'amicizia, ti stavo dicendo...con questo...con questi due ragazzi...vabbe' l'altro ragazzo, quello di Roma...dopo quello che è successo a casa...non ci siamo più visti e non ho intenzione più di vederlo...sento di volergli moltissimo bene, però non voglio assolutamente...perché...perché mi sono resa conto che lui non era come...come credevo fosse...e perché io credo che, insomma...anche lui non mi voglia più...rivedere, perché...s'è reso conto che non ero come lui voleva che...io fossi...perché lui voleva che...cioè lui diceva: sei una persona particolare, così e così, così e colà...e tu ti meriti quello, e tu quell'altro...sì, tu me lo puoi dire perché sei mio amico, però...fino a che punto poi?...poi ci si metteva pure la ragazza per altri...motivi, quindi...non...la ragazza fa Psicologia...e ogni tanto la vedo...così, mi viene...(sbuffa)...uno spasimo...non ci siamo mai più parlati...la saluto con un sorriso...larghissimo...quando la vedo, però...insomma, in un certo senso la odio perché m'ha fatto...proprio tanto male...anche se l'odio, insomma...è un bruttissimo sentimento...>>.

            Chiara parla ora del suo attuale fidanzato: <<...è effettivamente una persona troppo calma...troppo tranquilla...però...quando stai fuori...quando torni a casa, quel po' di tempo che c'hai,...non pensi che...le cose debbano cambiare e che bisogna...rimettere in gioco un certo rapporto,...pensi semplicemente che stai bene con lui...e che è inutile che...magari, cambi qualcosa di questo rapporto...o cerchi di cambiare lui perché poi, alla fine,...se tu gli vuoi bene, se tu lo ami...quello deve rimanere, quello è...almeno io così la penso...se tu lo ami, lo ami per quello che è...puoi smussare qualche lato del suo carattere, ma è inutile che lo stai a cambiare...tanto vale che rompi e basta...abbiamo convissuto insieme per un periodo...però...io ci credo nella convivenza...è un ottimo modo...un modo buonissimo per...capire effettivamente, per conoscere com'è la persona...però poi alla fine...se un domani io deciderò di lasciarlo...perché adesso...a volte...sento di volergli un bene incredibile...altre volte sento di...di non amarlo affatto...altre volte lo ritengo responsabile dei miei malesseri...perché lui mi vizia tantissimo...e il fatto di...di viziarmi fino al punto di...effettivamente...come io debba reagire magari in un determinato...magari...ehm...che ne so, sto sbagliando in una situazione...e lui non mi dice che sto sbagliando...e invece io ho bisogno di sentire che lui è duro nei miei confronti...ho bisogno che lui...mi dica male in quel momento, che lui mi dica: guarda stai sbagliando, non lo devi fare...e invece lui no...cioè me lo dice rarissime volte e...non cresco così...io c'ho bisogno anche di...di confrontarmi...cioè soprattutto con lui...>>.

            Chiara continua a parlare delle sue difficoltà nel rapporto con gli altri: <<...poi...altre amicizie,...a parte le amicizie scout, che...io avevo moltissimi amici uomini...con i ragazzi puoi...puoi confrontarti con loro...in modo più libero, più spontaneo,...invece le ragazze sono...la maggior parte sì...ehm...sono complici, sì,...è vero, moltissimo,...ma sono...cioè, sarà un luogo comune, sarà stupido anche dirlo, però sono tutte...gelose...la maggior parte sono tutte gelose...per cui...c'è sempre...in qualunque...di qualunque argomento stai parlando...c'è sempre la gelosia di mezzo...senti sempre che l'altra magari...ti punzecchia per...qualche motivo...cioè, dipende pure da come tu ti poni poi, nei loro confronti...cioè io,...per partito preso, mi...mi pongo...come la corazza, come...un...perché sono...perché giustamente...chi meglio di te lo sa?...se da piccola sei stato sempre attaccato...hai dovuto sempre far fronte a responsabilità su responsabilità...quindi ti senti anche di...e poi mio padre...che...cioè sì...io non è che do la colpa a lui per come sono adesso, però...effettivamente, mio padre da piccola che mi diceva: tu non ti devi far mettere i piedi in testa da nessuno,...tu devi essere più forte di tutti, tu...stiamo scherzando?...io ho sviluppato una certa aggressività...io non sono assolutamente aggressiva, ma se l'ho sviluppata...anzi sono una persona,...senza false modestie,...molto buona, molto...ehm...riesco ad essere anche molto dolce, però...cioè, sono aggressiva e non voglio esserlo...e ci sono stati dei...cioè, se lo sono...a volte, quando racconto a mio padre alcuni episodi,...li racconto come per...compiacerlo del fatto che io...mi faccio rispettare oppure che...non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno...è un meccanismo un po'...però mi fa male questo...(si rattrista e abbassa lo sguardo)...mi fa male perché...mi pesa tanto...perché io a volte vorrei essere diversa...perché mi sento...proprio una sorta d'angoscia...addosso...io me le sento proprio sulle spalle, ma mi pesano in un modo incredibile...io fin da piccola avevo responsabilità di tutto...di tutto...poi sono arrivata a quest'età che...proprio, io credo non possa essere diversamente...non potrei essere diversamente...però ti segnano...ti segnano veramente...ehm...sai com'è?...che all'inizio quando mi conoscono, mi odiano,...poi però...cioè si rendono subito conto che sono,...non un cagnolino, però...se voglio farmi rispettare...cioè, il rispetto nel vero senso della parola...cioè, il rispetto che esiste tra due individui, tra due persone,...assolutamente sì, perché il rispetto è la prima cosa,...io te lo do...proprio come persona,...in modo indiscriminato,...tu me lo devi dare, perché sono una persona...e su questo non si transige...però...cioè, in fondo non sono né aggressiva, né...io voglio...voglio apparire aggressiva perché...ehm...mi fanno troppo male...ehm...mi hanno fatto troppo male tante persone...e mi hanno fatto anche troppo male...ehm...non voglio dire mio padre, però...mio padre...giustamente me lo fa senza volerlo...è per questo, cioè...mi pongo in maniera aggressiva...per non ricevere altre batoste...sì, però...cioè, io sono anche tanto insicura per cui...è vero che...giustamente, è la prima impressione che do, perché poi quando mi conoscono...subito...cioè, tutti me lo dicono: oddio, chi sa che sembravi?...poi così...che guardi brutto, che non...però poi...sono una persona molto...tranquilla nel vero senso della parola...e poi io...>>.

            Chiara racconta di due particolari esperienze molto traumatiche che l'hanno segnata: <<...ci sono ancora...diciamo che...a parte mio padre, a parte gli amici...le persone che mi hanno fatto male...che...giustamente quando ricevi del male, non è che lo ricevi soltanto perché loro ti vogliono fare del male...assolutamente no, perché...qualcosa hai fatto pure tu, no?...ehm...e ci sono 'ste due cose, no?...ehm...beh...il fatto di non riceverle...di non voler ricevere male, però poi...ehm...però io...ho un'esperienza bruttissima...ehm...diciamo...di violenza...ehm...ehm...no, sono due le...esperienze brutte...ma una...una...preferisco non...non parlarne...l'altra...avevo forse...nove o dieci anni...stavo passeggiando con mia sorella e...una mia amica e...stavamo andando...in un quartiere...è un quartiere storico di Lanciano...e incontriamo un...diciamo...un pazzo...un ragazzo di 14, 15 anni...e allora m'ha preso la testa...e me l'ha sbattuta al muro più volte...ed io che piangevo perché gli dicevo:...no, no, per favore no,...ma lui rideva e mi continuava a sbattere la testa al muro...e questo credo che me lo ricorderò per tutta la vita...e l'altra...l'altra m'ha segnato completamente...l'altra non...(le dico di non parlarne se non vuole)...no, semplicemente...ti spiego un po' i sentimenti...che mi provoca l'altra...è che...è colpa mia...no, è stata colpa mia...sì, è per questo che io dico...ho bisogno proprio di qualcuno...infatti, guarda, tante volte...c'avrei bisogno di parlare con qualcuno che possa...affrontare...che possa affrontare dei sentimenti che potrei scatenare, nel momento in cui...io possa riuscire,...davanti a questa persona specializzata...che mi possa veramente aiutare,...possa riuscire proprio...a tirarmi fuori...a...finalmente a piangere...a razionalizzare e a capire che non è colpa mia...a capire che io non ho fatto niente...dio mio...era terribile...io credevo di morire...io credevo di...di non riuscire ad andare avanti...il momento proprio...credevo di...stavo morendo...io stavo morendo...cioè è stato veramente...se io...io però...ho bisogno di raccontarlo perché devo riuscire a razionalizzare in ogni modo quest'esperienza...e capire che non è stata colpa mia...e comunque fra tutte le altre responsabilità che ho...mi addosso anche questa, capito?...però poi...e con tutto che...ehm...però il...è il rapporto particolare che ho con mio padre...non voglio...guarda assolutamente, non voglio colpevolizzare...quel povero cristo di mio padre...però...cioè effettivamente me ne...cioè senza saperlo, me ne addossa proprio tante di...di cose...però sai che penso?...dico...se loro c'hanno tutti 'sti problemi...non dipenderà da me?...penso anche ai loro...problemi...>>.

            Chiara continua a parlare dei suoi problemi cercando di trovarvi una spiegazione: <<...sai qual'è il punto?...che...mi metto sempre nella condizione...di...come se io non riconoscessi mai i miei meriti...perché sono stata abituata...giustamente...a non riconoscerli...capito?...insomma tu,...se da quando sei piccola,...ti inculcano...cioè, allora...io, praticamente...mi pongo in maniera...così aggressiva, così contrastante...ehm...da quando mi hanno fatto male...non mi pongo più in modo...aperto, estroverso...ehm...probabilmente dall'età di 10, 11, 12 anni...da quando ho cominciato a capire che...mi potevano far male...che c'erano persone che mi facevano male...e quindi ho cominciato a mettere questa corazza...mi addosso tutte queste responsabilità...sto con la mia corazza...tiro fuori la mia aggressività...nel momento in cui vedo che qualcheduno si sta azzardando...a farmi male...faccio in modo, così, che non...che non mi facciano male, però...il male a volte lo ricevo lo stesso...perché non è di certo facendo vedere che io ho una corazza iniziale...perché poi questa corazza, insomma...t'ho detto che...è semplicemente iniziale...non è facendo così, semplicemente che...perché...insomma, è nel rapporto con le altre persone...ma non male...è che ci rimani male...per qualche motivo, così...perché pensi che questa corazza ti possa far stare tranquillo...ti possa...che ne so...ti possa far non piangere per qualche motivo...forse è questo, però...ripeto...l'ho messa...ho detto: c'è bisogno di qualcosa...c'è bisogno di...un'armatura...da quando ho cominciato a vedere che...ricevevo male...>>.

            Chiara descrive la sua situazione attuale: <<...quest'anno mi sento una specie di cacca proprio...perché...sto studiando per dare Fondamenti...e...tutto è finalizzato a Fondamenti...ehm...però...guarda...fortunatamente c'ho Tor Bella Monaca...perché all'università nemmeno ci sto andando...e il fatto che...mi sono messa lì e sono stata in crisi due settimane a pensare che indirizzo dovevo scegliere...che cosa sarebbe stato più giusto per me...perché poi l'indirizzo...io lo sceglievo non tanto in base a quello che volevo fare io...ma quanto a...l'indirizzo che...mi avrebbe portato a finire prima l'università...però così...torno a...prima di tutto, a scendere a compromessi con i soldi...e a scendere a compromessi con mio padre...allora, tanto vale che facevo l'avvocato...cioè io alla fine mi ritroverei a fare...almeno, io mi sono informata bene, insomma...con l'Evolutivo che cosa vado a fare...la cosa migliore che potrei andare a fare è lavorare in un tribunale di minori...nel sociale allora...però, capito?...è questa cosa qui...>>.

            Parlando dei suo problemi, Chiara dice: <<...sarà che effettivamente con quest'esame...sto dalla mattina alla sera a studiarlo...per cui non esco se non per andare all'università oppure per venire qui...veramente e poi...non ho voglia di uscire perché...ho voglia di fare cose che siano costruttive, che siano...che mi diano...per cui uscire...anche se sto con gli amici, non mi dice proprio niente in questo momento...in questo periodo...per cui...non è interessante...>>.

            Chiara continua a parlare del rapporto con la sua famiglia: <<...sono assillata proprio dal fatto che mio padre mi mantiene qui...con tutto che io sono andata a lavorare, con tutto che ogni tanto qualche lavorino me lo faccio...vado anche a pulire per le case, così...comunque con tutto questo, però sono...influenzata moltissimo da lui...più che altro perché penso, giustamente, a tutti i sacrifici che fa...e poi mia madre, che fa la casalinga, per cui...le mie sorelle non lavorano...una è disoccupata e l'altra sta...fa ancora la scuola, insomma...pure l'altra...la più piccola che c'ha...la più piccola, ce n'ha 18 quasi, di anni, ad aprile...c'ha intenzione di venire a studiare qui, musica...sai certe volte che penso?...io penso che...è il fatto che, se non stanno bene loro, non sto bene neanche io...lo sai che tante volte mi metto sui libri a pensare a...quanti sacrifici fanno i miei, a quello che passano, a quello...allora io sto lì...che sono proprio...non riesco magari a rifiutarli...che sì, gli esami li faccio, c'ho pure una buona media...e...ogni storia è a sé...ogni esperienza particolare...io ho avuto un'esperienza particolare per cui non posso dare delle colpe...cioè, è vero che...perché io me le sto sempre a dare le colpe,...me le do perché me le dà mio padre,...per cui sto sempre a colpevolizzarmi di tutto...sempre...ehm...solo che adesso sono stufa e ho deciso proprio di,...non di pensare soltanto a me stessa,...ma di cominciare ad essere più obiettiva e a razionalizzare quello che ho vissuto perché non posso...sentirmi sempre colpevole di tutto...capisci?...>>.

            Chiara descrive meglio i suoi problemi attuali: <<...per cui non è che posso...e comunque...a mio padre...sì, gli fa piacere...però dice: l'importante per me è che fai gli esami...quindi, quando ti dice così...e lui non mi chiede nemmeno che esame...stai preparando, che esame devi dare...e così...semplicemente, per lui è importante che io lo faccia...e questo mi fa capire che vuole che mi sbrighi...però è difficile, perché...io sto fuori e, quando mi danno tanti soldi per stare fuori,...un minimo di spiegazione glielo devi dare...perché tante volte...veramente una volta...io ho contestato...Fondamenti l'ultima volta...che è stato a ottobre...non ci sono andata perché la mattina c'avevo la febbre...ad un grado altissimo...allora...niente, ho telefonato a mio padre e gli ho detto: guarda papà, io non ci sono andata, c'avevo la febbre e così...non è che loro non capiscono anzi, capiscono perfettamente...loro...ehm...non mi direbbero assolutamente niente se riportassi un 18 a casa...però per loro è importante che li faccia...questo è importante per loro...insomma, io mi metto in pieno nei loro panni, perché è inevitabile...io mi ci devo mettere...sono stata a Macerata e non ho fatto niente...così di colpo...vabbe', ho fatto uno sbaglio...dovevo fare Psicologia...un anno...sì, avrò passato pure tanti problemi con quelli a casa, però...e vabbe', tutta 'sta giustificazione poi alla fine...poi, piano piano, piano piano, mi so' rimessa in carreggiata e, alla fine,...pare che l'anno scorso...e io non vorrei tornare...ma l'anno scorso perché forse...ehm...sentivo che tante persone avevano fiducia in me...come quando facevo il liceo, no?...e allora ho dato il massimo...perché poi alla fine sono anche così, no?...quando non c'hai persone attorno con cui...interagire,...con cui rapportarti, con cui comprometterti soprattutto...e quindi...che poi...comincio a pensare che tutto...c'è stato un momento in cui proprio stavo malissimo...proprio male...che poi, veramente dovevo andare da qualcuno perché stavo malissimo...non posso stare in queste condizioni...avevo pensato di...tornare a casa a studiare, ma sarebbe allucinante...per cui ho detto: a gennaio...intanto vedo un po' di trovarmi un lavoretto e poi...il tempo si trova...l'importante è volerlo e...insomma, ti dai una regolata con gli esami e così...però poi dopo, alla fine, ti prendi il tempo che vuoi...non è che puoi stare a...cioè, è vero che loro, sì, ti mantengono, però,...è proprio nel momento in cui io mi trovo un lavoro,...sono anche...autorizzata a fare della mia vita quello che voglio,...invece così...no,...così non riesco a...tante volte veramente mi...io amo moltissimo il teatro...e l'arte in genere proprio,...ma il teatro è qualcosa di favoloso anche perché...io ho anche recitato un po',...però il teatro costa tantissimo,...i corsi di teatro costano tantissimo...e poi il tempo...invece...allora, io avevo pensato anche di fare qualcosa tipo...un livello di teatro...anche di questi corsi che non si pagano...però io devo studiarle le parti...allora, dovrei rinunciare ai libri per studiare le parti,...se andassi a lavorare, io farei l'uno e l'altro...perché dico: oh, io me lo sto guadagnando...a stare qui...me la sto pagando io questa casa...e allora,...faccio tranquillamente quello che voglio,...il teatro lo faccio,...invece così no,...questa mia passione la devo...abbandonare...però certe volte non ci si abitua...non riesco a...a capire perché bisogna fare così...scegliere...veramente certe volte mi ci impunto, la notte a pensarci...ma perché io devo stare soltanto sui libri?...sì, io sto facendo anche Tor Bella Monaca,...sto andando all'università,...ma perché non posso fare teatro?...perché non posso fare l'altro?...non riesco a...no a diventare grande, però...è tosta, eh...perché è una scelta...a me non me l'ha detto nessuno di fare l'università...per cui...sì, adesso con otto esami non...arranco...adesso guarda vedo...no tutto in nero, però...effettivamente...cerchi piano piano di dire...dai, quello è per te, per la tua meta dove vuoi arrivare...però adesso guarda...>>.

            Chiara continua a raccontare dei suoi problemi con i genitori, cercando una possibile soluzione: <<...cioè io sai che cosa penso?...penso che il modo migliore per sbloccare questa situazione...cioè, questo mio sentirmi in colpa...questo affanno,...mi devo sbrigare,...è cercarmi un lavoro,...un lavoro mensile che mi dia...anche quelle trecento, quattrocentomila lire al mese che io so che...se faccio un esame e mi mette 23, 24 lo rifiuto...e gli dico a mio padre: oh, cioè io, in fondo, me lo sto guadagnando, capito?...>>.

 

            Lavoro di strada

 

            Chiara spiega come è maturata in lei la scelta del lavoro di strada: <<...ho scelto il seminario perché,...guarda,...sinceramente,...non c'è stata nessun...nessuna...tipo di riunione...di presentazione dei seminari...e quindi, mi era sembrata una cosa come...non so...arriviamo noi, facciamo, diciamo...mi ero rappresentata un'immagine di Tor Bella Monaca con bambini in mezzo alla strada, tipo...una Napoli di quelle...e allora ho detto: ma, proviamo...mi ha ispirato...e poi sono stata scelta tra i tanti che poi avevano optato per questo seminario...>>.

            Chiara spiega che, riguardo al lavoro di strada, è in accordo con i suoi genitori: <<...per il fatto del lavoro di strada i miei...sono tranquilli,...sono veramente molto tranquilli,...sono contenti perché io, a casa, parlo molto di...di loro,...di Tilde,...di come mi sono trovata...>>.

            Chiara parla del lavoro di strada paragonandolo alla sua esperienza come scout: <<...faccio lavoro di strada da un anno...l'anno scorso...quando praticamente ho cominciato a fare il seminario di Lutte...e poi mi sono affezionata...prima di tutto, sono rimasta perché mi sono affezionata a loro...e poi, perché...m'ha dato tantissimo,...m'ha dato proprio tanto...il fatto che avessi bisogno di...ehm...di dare qualcosa agli altri...anche perché, paragonata agli scout, è una cosa completamente diversa...perché lì magari...a differenza di qui, che ci sono riunioni tecniche,...lì era...praticamente...sì, si facevano le riunioni...però poi si partiva, si usciva...si stava fuori, si stava insieme...e la cosa che c'accomunava, poi...che accomuna sia il lavoro di strada che gli scout,...è l'amore per la strada...cioè noi, praticamente, facevamo comunità nella strada,...era proprio sulla strada,...camminando 30, 40, 50 chilometri al giorno,...che riuscivamo a trovare la comunità...e quindi ad affezionarci, a volerci bene...no?...a trovare, magari, quei sentimenti, che in altre situazioni non riscontri, non...>>.

            Parlando del suo primo impatto con il lavoro di strada e del suo rapporto con gli altri operatori, Chiara racconta: <<...e poi il lavoro di strada...prima di tutto, mi sono affezionata a Tilde, che è una persona straordinaria...e poi, l'anno scorso, ho lavorato con Mariano,...siamo state io e un'altra ragazza...e...Mariano,...ma, effettivamente,...Mariano fa questo lavoro, mi sembra, da...sette....sei, sette anni...e mi sono resa conto che c'ha una passione fortissima per questa cosa qui,...ne parla in un modo incredibile,...c'ha tutta una cosa dentro particolare che lo porta...è una specie di missione...e,...però, è anche molto tecnico,...molto...non parla mai degli affari suoi...il fatto è che, magari, certe volte, c'avevi dei problemi tuoi...che...ti rendevi conto che c'avevi proprio bisogno di parlare con lui...di parlare anche con qualcuno che certe cose...che poi lui è veramente una persona...prima di tutto, colta...ma poi, insomma...c'ha parecchia esperienza, per cui ti può consigliare...effettivamente certe volte, che magari volevo consigliarmi con lui, poi mi ritraevo, perché vedevo che lui...non che non era disposto, però lui con noi non parlava dei fatti suoi,...per cui pensavo che...non volesse che noi parlassimo dei...cioè, lui, praticamente,...quello era una lavoro per lui, no?...era un lavoro per cui lui...stop...era staccato dal resto di tutto...e invece, quest'anno sto lavorando con Gianni...Gianni Pizzuti...è una persona di un'umiltà unica...cioè,...quando lavoriamo,...che giriamo alla ricerca dei ragazzi...e mi fa: Chiara ma tu che pensi? ma per te va bene così?...come li vedi questi ragazzi? come li hai visti?, così...ti chiede il tuo parere,...invece Mariano era molto quadrato...non che...questo è, questo si fa, questo si dice,...invece Gianni è molto più,...pur avendo molta più esperienza di Mariano,...Gianni è più umile da questo punto di vista...>>.

            Rispondendo alla mia domanda sulle differenze di genere nel lavoro di strada, Chiara dice: <<...bella questa domanda...la donna è molto più obiettiva, riesce...riesce a cogliere dei lati, delle particolarità che all'uomo, normalmente, sfuggono...perché il ragazzo,...almeno, per quanto riguarda la mia esperienza,...é molto più...guardo Mariano...lui è sempre molto razionale nelle sue...cioè, a volte,...non fa rientrare nemmeno le componenti emotive in tutto quello che vediamo...sì, le vede, però...io mi ritengo molto più obiettiva in quanto donna...ma credo che proprio le donne siano più...e nell'approccio, invece,...meglio i ragazzi, sicuramente,...perché riescono ad instaurare un rapporto molto più libero nei loro confronti...e, infatti, tante volte, ci siamo trovati io e l'altra mia amica...in situazioni poco piacevoli, perché...l'approccio...anche perché siamo ragazze...di fraintendimento...poi lì, spettava a noi non lasciare intendere niente,...perché magari tu ci vai come c'andava lui, molto amichevole...però l'amichevole della ragazza è diverso...magari loro lo vedono proprio in quel modo...>>.

            Chiara spiega perché ha deciso di continuare il lavoro di strada anche dopo il termine del seminario: <<...e sono rimasta perché mi sono affezionata a loro...perché...a parte, dal punto di vista affettivo, perché, inevitabilmente,...ma...dal punto di vista del...riconoscimento dei ragazzi...noi, alla fine dell'anno,...abbiamo organizzato delle partite...delle partite di pallavolo, di calcio, una festa...e c'erano i ragazzi...chi mi chiamava di qua,...chi mi chiamava di là, insomma...ti rendi conto che questi ragazzi si sono affezionati a te...perché hai fatto qualcosa di concreto soprattutto,...non è che hai detto facciamo questo, facciamo quell'altro, però...alla fine è rimasta così, una cosa...e...questo m'ha portato a ritornare, a rientrare...>>.

            Chiara spiega i suoi dubbi sul lavoro di strada: <<...il lavoro di strada era un'esperienza nuova...sai, il volontariato vero e proprio, a volte, in questa...in questo tipo di lavoro...di strada,...non ce lo vedo...perché la maggior parte del tempo lo passiamo, praticamente, attorno al tavolo,...a decidere quello che dobbiamo fare con i ragazzi...adesso stiamo lavorando all'interno di una specie di...di progetto Contrappunto, no?...e stiamo cercando i ragazzi che, in un certo senso,...insomma, ragazzi che hanno avuto dei disagi all'interno della scuola, per cui hanno abbandonato...però, per il momento, stiamo solo osservando questi gruppetti,...però non stiamo...in un certo senso, non li stiamo aiutando,...non stiamo con loro...quindi, a volte, vengo anche demoralizzata da questa cosa qui...perché, quando stavo agli scout, facevo anche servizio con...gli handicappati, con le persone disabili,...andavo da loro, mangiavo con loro...per cui era più,...in un certo senso,...sentito...però...il lavoro di strada...diciamo, visto in maniera concreta...io, sinceramente, sto ancora...cercando di capire che cos'è il lavoro di strada,...sto ancora...chiedendomelo...perché non...infatti, quando stiamo alle riunioni, io ascolto moltissimo, perché,...effettivamente,...lo sento e non lo sento...sono rimasta perché,...ti ho detto,...perché i ragazzi si sono affezionati, mi sono affezionata io, però...devo riuscire ancora ad...entrare bene nella cosa,...anche se,...una cosa è certa,...ho bisogno di dare...e sono rimasta per questo,...perché non posso stare a fossilizzarmi sui libri...infatti io, quando vengo qui...a Tor Bella Monaca,...è tutta una cosa...insomma, torno a casa tranquilla, contenta...però...effettivamente insomma, vedo il volontariato...ma di che cosa alla fine?...forse, se...dovessi fare recupero con i bambini,...sarebbe più...lo senti...è più tangibile,...invece così...e la stessa cosa...la stessa domanda me la ponevo l'anno scorso...quando giravamo...a fare interviste ai ragazzi, però...di concreto...vedevo Mariano così preso dalla cosa...poi, alla fine, quando però si è concretizzato nel...fare quello, fare la partita...allora sì,...certo, però ho deciso di rimanere...con Mariano ne abbiamo parlato tante volte...è un lavoro che, infatti, si protrae durante tutto l'anno...per arrivare a concretizzarsi alla fine...quando, negli scout, no...negli scout ogni settimana un'uscita...tende di qua...poi insomma...riunioni...era una cosa diversa...>>.

            Chiara continua ad esprimere i suoi dubbi a proposito del lavoro di strada: <<...il lavoro di strada...come m'è sembrato...t'ho detto...ehm...all'inizio tanto tecnico...ma...non...cioè non...è molto diverso dagli altri tipi di...di volontariato...o di associazioni...t'ho detto, lì...perché, vedi il fatto concreto, vedi...lo tocchi, lo...lo senti...senti che...senti che stai ricevendo...ma lo senti...giornalmente...quando andavo a trovare i disabili...io sentivo...che loro mi aspettavano...che loro volevano che stessi con loro...ehm...invece...il lavoro di strada...non so se perché l'ho fatto con Mariano...quindi l'ho visto in maniera anche...sarà che io...sono partita dal seminario...per cui lo sentivo anche come un dovere...lo facevo per un esame...all'inizio questo...magari, tante volte,...stavo sotto esame...dobbiamo uscire oggi, dobbiamo uscire domani...dobbiamo fare questo, dobbiamo fare riunione d'équipe...cioè, ad un certo punto, guarda,...basta, me ne vado, perché non ce la facciamo più, allora...stavamo io e l'altra ragazza che...effettivamente...eravamo esasperate da lui...e non riuscivamo a vederlo più come...un qualcosa che ci potesse dare...e poi, alla fine,...quando tu vedi che tutto il lavoro che hai fatto durante l'anno si concretizza...in qualcosa di serio...in qualcosa che...ehm...che è per i ragazzi...è per...per queste persone che...hanno bisogno di vedere che qualcuno si muova per loro...allora...ti rendi conto che stai ricevendo, però...lo stai ricevendo tutto in un colpo...tutto insieme...ma sai che...guarda, preferisco, sinceramente, magari...andare a trovare persone disabili oppure stare con loro e ricevere giornalmente...dare e ricevere...che...che non così...perché effettivamente noi...così...facciamo tante riunioni...ehm...sì, usciamo...stiamo un po' con i ragazzi però...effettivamente...il volontariato vero e proprio...magari che stai alla Stazione Termini, vai a portare il panino...vedi che loro t'aspettano...che...io non lo vedo...sinceramente...t'ho detto...sto ancora chiedendomi...che cos'è il lavoro di strada,...me lo sto ancora chiedendo...cioè...forse sì, sicuramente sarà anche...sinceramente...spassionatamente proprio...non so che cosa...non lo so che sto facendo di pratico, però,...vedendo Mariano,...vedendo gli altri,...parlo molto di Mariano perché effettivamente...è la persona che più m'ha colpito,...è una persona...un po'...emblema di questo lavoro di strada, per me...però, il fervore con cui...fa questo,...la passione che ci mette,...come ne parla...e poi lui ha tutto un modo particolare di spiegare,...di parlare di questa cosa...per cui...e anche Gianni...effettivamente dici: ma allora...c'è effettivamente, concretamente, qualcosa di vero in tutto questo...e io...sto lì...quando Mariano mi parlava...Chiara ma che dici?...così...sì, rispondo però...e non riesco nemmeno a capire il perché loro ci mettano tutta questa...enfasi...adesso non è che sto...che ne so...attaccando questo tipo di volontariato e dico: io non è che ci trovo...anzi...io sono rimasta perché,...ma forse, egoisticamente parlando,...sono rimasta perché avevo...bisogno...non lo so...forse di trovare...quelle stesse sensazioni,...quelle stesse emozioni, che provavo...quando stavo con...persone che ne avevano bisogno...poi soprattutto perché,...quando stavo con queste persone,...ehm...io ho assistito a una...signora...molto particolare...che stava sulla sedia a rotelle, era disabile, ma...aveva un'intelligenza finissima, unica...ed è morta,...è morta senza che io me ne potessi rendere conto...e non lo so, forse stare...cioè, è completamente diverso, però...forse stare in mezzo a loro...in mezzo...ehm...cercare di aiutare queste persone...ehm...è come,...non lo so,...supplire alla sua mancanza,...compensare una mancanza mia,...è più un fatto egoistico...però, sinceramente...cioè,...aiutare come?...non è che noi andiamo...a casa di persone povere del quartiere...portiamo pasta, portiamo...forse questa è più la mansione di Tilde, magari...è più lei forse che fa...queste cose qua...per me...non so...forse c'è un collegamento con...ma sicuramente...con la strada-scout e la strada...la strada di Tor Bella Monaca...degli operatori di strada...forse...effettivamente io ho sbagliato perché sono...entrata...qui...pensando di ritrovare quello che...avevo una volta...però è completamente diverso...cioè...è veramente diverso...>>.

            Chiara parla del lato positivo del suo impegno nel lavoro di strada: <<...sì...ecco, più che...più che capire che cos'è il lavoro di strada,...ehm...sto bene con loro,...mi aiutano a...a stare bene...ma no a stare bene...a stare meglio con me stessa,...a passare dei momenti così...diversi da quelli che non siano...lo studio...per questo che ti dicevo prima...in modo egoistico...forse, quando capirò effettivamente che cos'è...il lavoro di strada,...allora, riuscirò veramente a dare,...per adesso ricevo da loro...così, semplicemente...>>.

            Chiara parla dei ragazzi di strada anche paragonandoli a se stessa alla loro età: <<...beh, io a quell'età,...all'età dei ragazzi che incontro quotidianamente,...io ero molto ingenua,...molto...spaventata di tutto,...invece loro sembrano essere molto sicuri di se stessi, molto spavaldi, forti...con tante insicurezze, comunque...ehm...e lo dimostra...il loro look, il telefonino all'età di 13, 14 anni, insomma, è una cosa comunissima, oramai è diventato veramente uno status symbol...magari non lavori, non fai nient'altro, però il telefonino lo devi avere...>>.

            Infine, Chiara racconta del suo cambiamento avvenuto grazie al rapporto con i ragazzi di strada: <<...coi ragazzi di strada...all'inizio, vabbe'...giustamente, sempre con Mariano, perché Mariano stava sempre...con noi, no?...e ho dovuto fare uno sforzo su me stessa,...cioè, veramente dovevo cercare, magari, di farmi vedere...perché,...giustamente,...sapendo...avendo...io fatto mente capace del fatto...che ci sono persone che mi fanno male,...e quindi insomma, sei diffidente,...vai con molta diffidenza a fare le interviste,...a conoscere i ragazzi...però, lì ho dovuto fare parecchia...forza su di me,...parecchia violenza su di me,...perché...dovevo far vedere che ero diversa da...insomma,...che non avevo questa corazza...e mi ponevo, quindi, in modo...cordiale nei loro confronti,...che volevo conoscere i loro problemi,...che volevo stare con loro, che volevo condividere con loro...i loro interessi,...il loro modo di essere...e però, mi è...non mi è sembrato difficile, perché...effettivamente, io sono quella, capito?...cioè, con loro mi è sembrato tutto molto spontaneo,...molto sincero...e, se è così,...effettivamente se io...all'inizio sì,...giustamente, è stato difficile per me...però, se io poi mi sono posta in modo così...magari quando li vedevo ero sempre, così, molto sorridente,...alla fine, forse, io sono effettivamente così...cioè, è stato molto semplice poi...non mi ha creato alcun problema poi...m'ha fatto capire...ad essere più me stessa soprattutto...più spontanea, sì...>>.


 

            Progetti futuri

 

            Per quanto riguarda i suoi progetti per il futuro, Chiara dice: <<...ma...prima di tutto, voglio laurearmi...e trovarmi un lavoretto...poi, voglio fare assolutamente il corso di specializzazione, perché voglio assolutamente specializzarmi in Criminologia...poi,...a livello personale,...vorrei farmi una famiglia,...ma sicuramente dopo la specializzazione,...dopo essermi realizzata...>>.


 

4.4.  Storia di Flaminia

 

4.4.1 Presentazione del soggetto

 

            Flaminia ha 29 anni. E' nata a Roma. La sua famiglia, è composta da padre, madre e un fratello di un anno più piccolo di lei, di nome Maurizio. Flaminia proviene da una famiglia borghese, è atea e di sinistra.

            I genitori si sono separati quando era piccola, quindi lei ha sempre vissuto con la madre e con il fratello. Per i primi vent'anni il padre è stato poco presente nella vita di Flaminia, ma attualmente sembra che il loro rapporto sia migliorato.

            Flaminia ha studiato nel quartiere Nomentano, in una zona molto centrale di Roma. Ha svolto sempre molte attività, oltre a quelle scolastiche, come ad esempio la danza e il teatro. All'università si è iscritta a Lettere, portando a termine gli esami, ma bloccandosi sulla tesi di laurea.

            Da tre anni è andata a vivere da sola, cercando di lavorare per poter pagare le bollette, nonostante gli aiuti economici che riceve dai suoi genitori.

            Oltre all'impegno a Tor Bella Monaca, svolge altre attività sempre a contatto con bambini e ragazzi; lavora in una ludoteca e in ambito teatrale.

            E' entrata a far parte del gruppo di operatori di strada a Tor Bella Monaca 5 anni fa.

            Attualmente vive con un ragazzo (un altro operatore di strada) e continua a svolgere varie attività contemporaneamente, con la speranza che queste possano, un giorno, confluire in un unico impegno.

 

 

4.4.2 Protocollo dell'intervista

 

            Ho contattato Flaminia telefonicamente, tramite una comune amica che le aveva parlato del colloquio e ci aveva messe in contatto.

            Ci siamo viste, dopo quattro giorni, a casa di sua madre a Porta Maggiore, nel primo pomeriggio. In casa c'era anche il fratello.

            Prima di iniziare il colloquio, assisto ad una conversazione tra lei ed il fratello Maurizio, durante la quale i due scherzano sul fatto che Flaminia sia un’operatrice di strada da ben cinque anni; il fratello, infatti, aveva scommesso che lei avrebbe abbandonato subito quest’esperienza; ora, invece, entrambi si dimostrano piacevolmente stupiti dal fatto che questo interesse di Flaminia sia rimasto intatto nel tempo.

            Il primo colloquio si svolge in cucina, sedute faccia a faccia intorno al tavolino. Anche gli altri due incontri hanno seguito questa modalità.

            Flaminia è da subito molto tranquilla e ben disposta nei miei confronti.

            Il registratore e il blocchetto non creano alcun problema. L'incontro non subisce interruzioni o intrusioni esterne, se si escludono i due gatti di casa che attraversavano spesso la stanza, ma senza disturbare.

            Flaminia è molto amichevole, sorride spesso, si mette immediatamente a suo agio e mette anche me in condizione di poter ascoltare con la massima attenzione e in un'atmosfera rilassata ciò che dice.

            Flaminia sembra impegnarsi seriamente nel suo racconto: affronta temi anche personali rimanendo molto tranquilla e lineare, è ironica, brillante, divertente.

            Non intervengo quasi per niente per gran parte del colloquio; solo alla fine le pongo qualche domanda, esclusivamente per capire bene i nessi tra la sua storia ed il lavoro di strada a Tor Bella Monaca.

            Alla fine del colloquio, a registratore spento, discutiamo su come sia difficile e faticoso parlare di sé ad un estraneo; lei sembra contenta e soddisfatta di come si è svolto il colloquio.

 

 

4.4.3 Ricostruzione della storia di vita

 

            Storia di Flaminia

 

            Flaminia introduce il suo racconto dicendo: <<Io sono Flaminia...ho 29 anni faccio non si sa bene cosa...diciamo che faccio la disoccupata fondamentalmente...nel senso che poi il mio tempo è occupato da una serie di cose più o meno collegate da alcuni interessi che mi ritornano in una serie di lavori che mi riesco a trovare però...da qui a sostenere che ho un lavoro è un po' eccessivo...io sono di sinistra, lo sono sempre stata...e considera che io sono atea...sono nata a Roma...e c'ho sempre vissuto...anche se in questo momento vivo in un posto un po' strano...cioè è dentro Roma ma è...lontano dal centro di Roma più o meno quanto Tor Bella Monaca...si chiama Lunghezza, c'è un castello e vivo lì col mio fidanzato attuale...e questo è il presente...>>.

            Flaminia parla dei suoi ricordi d’infanzia: <<...indietro ti posso raccontare limitatamente poche cose...nel senso che l'infanzia...ho pochi ricordi...posso ricostruire...non ti potrei raccontare un ricordo perché non ce l'ho...mentre ti posso dire che...insomma...quando io ero ancora piuttosto piccolina...direi intorno ai cinque anni...mio padre...i miei genitori si sono separati...quindi ho sempre vissuto con mia madre e con mio fratello...e quindi poi tutte le cose forti della mia vita le ho vissute fondamentalmente in relazione a loro due...mio padre è stato molto assente per tutta l'infanzia...per tutta l'adolescenza...non so bene per quale strano motivo...almeno io lo collego a qualcosa...si è ripreso un po' un ruolo paterno dai miei...diciamo vent'anni in poi...tanto che adesso è la persona che mi dà più soldi per sopravvivere (sorride)...cioè si preoccupa anche di fatti pratici...ma di fatto da ragazzina l'ho visto molto poco...abbastanza pochi ricordi anche per tutta l'adolescenza...non sono mai stata particolarmente contenta...cioè allegra (sorride)...quindi pure i ricordi che c'ho...probabilmente li ho anche selezionati...male io...però insomma...ho un'immagine sia della mia infanzia che della mia adolescenza abbastanza cupetta...non drammatica...perché poi di fatto...non mi ricordo episodi drammatici però insomma...non allegra...con...diciamo le fasi significative...al di là della fase di separazione dei miei che non mi ricordo...sono sicura del fatto che...ho rapidamente assorbito il fatto che era un bene...e di questo ne sono tuttora convinta...perché comunque il rapporto dei miei non era...cioè era pesante...ed era pesante anche il...come dire...il rapporto di papà con noi...cioè non era un padre che si viveva molto bene il fatto di essere padre...però insomma quella non la riesco a ricordare come cosa...suppongo sia stato in qualche maniera significativo...>>.

            Flaminia esprime le sue idee riguardo religione e politica: <<io sono atea e di sinistra ...dunque, da lontano...mia madre è stata una fervente cattolica nella sua giovinezza...e poi...non ti saprei dire esattamente bene con quali passaggi...però, insomma, tra sessantotto e...evoluzioni varie,...si è sganciata in maniera molto netta...molto drastica, tant'è che io non sono battezzata...cioè...io nasco atea, non è stato un mio percorso...mio padre, forse, non si dichiara ateo in maniera così assoluta, però...è quantomeno disinteressato...oddio, io,...dire che sono atea,...forse è un po' forte...comunque, insomma...c'ho delle strane tendenze mistiche...molto vaghe, insomma...che...non riconoscibili in nessun tipo di...di religiosità ufficiale...l'unica cosa che so è che...sicuramente, per fatti di vita...tra cui anche Tor Bella Monaca...mi sono trovata molto spesso vicino a persone, invece,...con una fede molto forte...magari non manifestata nella maniera più tipica...cioè, una Tilde per esempio è...non è una suora come me la sono sempre rappresentata, diciamo, nella mia vita...però sicuramente è una persona...fortemente di fede...e sono abbastanza convinta che ci siano, poi, delle coincidenze di valori...molto forti...tra me e...persone che vivono la fede in un certo modo...quindi, boh!...per fatti strani, però...mi posso sentire vicina anche a un...sentire religioso o cristiano, diciamo...politicamente...stesso discorso...cioè, anche lì, mi sono trovata con un...una sostanziale...accettazione della strada familiare...cioè, la mia famiglia è una famiglia di sinistra...anche lì, mia madre con più convinzione e determinazione,...mio padre forse in maniera più...superficiale,...però non mi sono mai trovata a fare battaglie...forse, anche per questo, tendo a non parlarne...perché...sono cose...sono nata sia più o meno con la mia ideologia, sia più o meno con la mia...fede o non fede...che sia, insomma...quindi...ho fatto abbastanza poca politica attiva, nel senso di...ho fatto l'occupazione, al tempo dell'occupazione all'università...queste cose qui, no?...molto più per...ehm...cercare relazioni umane, che non...cioè...le mie scelte politiche sono molto...nella vita quotidiana...ehm...Tor Bella Monaca compresa...>>.

            Flaminia parla del suo rapporto con i genitori, con il fratello e con altri parenti: <<...sulle relazioni importanti familiari e non...la relazione con la mamma non è mai stata facile...prima...perché mia madre è una che tende molto a indurre...somiglianze...anche che non esistono...noi figli dovevamo vivere con lo stesso tipo di educazione e di problemi e di sofferenze che s'era vissuta lei...e ogni volta che si andava in un'altra direzione...erano problemi...cioè o seguivi le tappe...o la cosa non andava...io non ho mai seguito (ride) nessuna tappa...quindi già questo...e si vede dal fatto...insomma mia madre insegna Genetica all'università...mio fratello ha fatto Psicologia, che è una scelta un po', come dire...un campo diverso ma non del tutto...e io ho deciso che volevo fare teatro, che non c'entra proprio niente...e così per tutto il resto...che poi è diventato anche un mio problema...però sicuramente lo è stato anche per lei, cioè...il fatto di non essermi laureata...il fatto che lei...avendo avuto una vita molto ordinata e regolare...lei si è sposata presto, ha fatto due figli...poi ha anche divorziato e c'ha avuto tutta una serie di vicende, però...è una che tende ad essere proprio ordinata anche mentalmente...io, appunto...in 10 anni c'ho avuto le mie 10 storie...adesso convivo con una persona a cui voglio molto bene, ma non sono per niente sicura di volermelo sposare, ecc....e quindi lei c'ha...lei c'ha sempre avuto difficoltà ad accettare che io fossi fatta in un certo modo e io...c'ho sempre avuto difficoltà ad accettare di non rispondere...al modello che in qualche maniera mi veniva proposto, cioè anch'io...almeno una 'mezza-me' sarebbe stata molto contenta di sposarsi a 24 anni, di fare due bambini...però evidentemente non è nelle mie corde...e il rapporto con la mamma è stato in certi momenti molto pesante...proprio con anche liti molto forti...cioè lei a diciott'anni m'ha cacciato di casa...cacciato di casa per modo di dire perché poi sono andata da mio padre...però...insomma, ha pesato molto...anche in alcune fasi abbastanza critiche...ha pesato...devo dire che invece...non so se perché la spaventa l'idea della malattia o perché in certi momenti le sembra il caso di non infierire più di tanto...però, nei momenti in cui le ho esplicitato un disagio...forte, cioè...io, per esempio, due anni fa...c'ho avuto una crisi depressiva molto forte, che si è risolta...sono stata in analisi...e poi si è risolta con...tre mesi di psicofarmaci e...un lungo lavoro...ecco, in momenti del genere...la mammina ritrae molto...le unghiette e...e riesce anche a sostenere...però insomma, comunque non è un rapporto facile...è abbastanza tranquillo adesso...ma non è un rapporto facile...con mio padre il rapporto non c'è stato...è in qualche maniera rinato il rapporto dopo che si è...ammalato mio nonno...cioè il padre di mio padre...e io mi sono...abbastanza fatta carico...di questo nonno, nel senso che...oddio, non in senso pratico, però...noi abbiamo pochi parenti...mio padre è figlio unico...io e Maurizio siamo gli unici figli che ha anche se si è risposato...quindi non è...una famiglia gran che allargata...e quindi questo nonno non è che avesse molte persone che potessero tenergli compagnia...la persona che sicuramente l'ha fatto di più sono stata io...e questo in qualche maniera deve aver fatto recuperare a mio padre...una specie di senso di...(ride)...di senso della famiglia...fatto sta che...sicuramente negli ultimi anni...è più presente...anche se è una persona che comunque io...non lo so...continuo per molte cose a sentire abbastanza distante...cioè, poi una persona con cui non hai avuto più di tanto a che fare per vent'anni...certe cose non ti vengono proprio...spontanee...il confronto con mio fratello l'ho sentito sempre molto...perché siamo molto vicini di età...e siamo molto diversi di carattere...cioè ci siamo presi due ruoli molto separati...molto differenziati nella famiglia...nella famiglia ristretta, insomma...cioè Maurizio assorbe...Maurizio c'ha un buon carattere...è molto tollerante, c'ha una grossa capacità di assorbire...il che poi comporta altri problemi...del genere...che non reagisce alle cose...quando non gli piacciono...e io invece ero quella problematica...che però si riteneva che avesse molto carattere...io sono convinta che poi la vita ha dimostrato abbastanza che era...che erano ruoli messi male...non c'entravano molto con la realtà delle cose, però insomma...questo siamo stati per molto tempo...col che non potrei dire che il rapporto con mio fratello sia stato un cattivo rapporto fratello-sorella, anzi...sono abbastanza convinta che...di tutte le dinamiche familiari che, secondo me, nella nostra famiglia sono abbastanza distorte...e abbastanza pesanti...il rapporto con Maurizio...al di là di quella...diciamo, gelosia...che c'è normalmente tra fratello e sorella, così vicini di età soprattutto...è stato un rapporto che c'ha aiutato molto...perché c'avevamo almeno la sicurezza che c'era un'altra persona (ride) sempre presente su cui potevi contare e soprattutto, secondo me, c'ha aiutato molto a...a livello affettivo da bambini...e invece a un livello più razionale...di elaborazione del nostro passato...delle nostre risorse...da una certa età in poi...cioè siamo due persone...in modo piuttosto diverso...comunque, riflessive tutt'e due...e il fatto di avere qualcuno...con cui raccontarsi le riflessioni...soprattutto se sono riflessioni sulla mamma, sul papà, sui nonni...queste cose qua...è stato piuttosto importante...anche perché a mio padre e a mia madre...diciamo, con mio padre e con mia madre non si può...parlare...perché sono due persone che...ognuna in un modo differente...non vogliono ascoltare...e possono pure avere i loro motivi...in un certo senso...cioè...più o meno io mia madre ormai l'ho visualizzata come una persona che...è arrivata a una certa età e ha detto: io mi sono trovata un mio equilibrio...so razionalmente che è un equilibrio, in qualche modo, fasullo...però, finché mi consente di sopravvivere, me lo voglio tenere, quindi non mi rompete le palle...ecco...allora, il fatto che, invece, ci sia una persona della tua stessa età, che ha lo stesso tipo di problemi tuoi, con cui, invece, le cose te le puoi dire tranquillamente e magari sperare che...non dico le superi...però le fissi e te le spieghi in qualche maniera...non è male... e sono di fatto gli unici parenti che ho...cioè, detti questi tre, tutti gli altri sono stati piuttosto inessenziali...i due nonni sono morti...questo qui, paterno...da poco...l'altro, da abbastanza tempo...la mitologia familiare è molto intensa e appassionante...però mi ha influenzato relativamente, cioè...al di là del padre di mia madre...che è un personaggio molto forte e che ha dato un'impronta educativa tutta particolare ai propri figli...e secondo me ha...come dire...creato lui il 90% dei problemi della mia mamma e quindi...in qualche maniera mi pesano...però per il resto...le due nonne sono vive ma non potrei dire di volere questo bene immenso alle mie nonne...e non ci sono altri personaggi...particolarmente importanti...>>.

            Per quanto riguarda la sua infanzia e il suo rapporto con il quartiere, Flaminia racconta: <<...io sono nata...la mia infanzia la colloco a Piazzale delle Province...dall'altra parte dell'università...e sono stata lì per...praticamente, tutta l'infanzia e buona parte dell'adolescenza...poi sono venuta...qui...a Porta Maggiore...direi, dai 15-16 anni in poi sono stata qui...e poi due anni fa ho iniziato a girare per Roma...in case e palazzi...però insomma la mia infanzia era stata lì...in un quartiere che...si estende, diciamo...tra l'università...e il quartiere Nomentano, il quartiere Trieste...cioè da quelle parti...Villa Torlonia, ecc., perché tutte le mie scuole...sono state posizionate in quella direzione lì...però io ho fatto pochissima vita di quartiere...cioè direi niente, perché...tanto per fare un parallelo...coi ragazzi di strada...io non ho mai fatto vita di strada...neanche vagamente...non ho neanche mai fatto vita di gruppo...cioè io...la mia vita di ragazzina era organizzata secondo una serie di attività mie...del genere: Danza, Mimo, Francese, Doposcuola, cose varie, però...cioè, non avevo del tempo da passare con amici a caso...c'avevo degli amici selezionati...questo è valso sicuramente per l'infanzia, per...scelta non mia o per scelta...parzialmente mia...e poi è valso anche per l'adolescenza e...per tutto il periodo del liceo, invece per scelta...io non ho mai amato la vita di gruppo...a me piace stare con una, due persone al massimo...e mi piace che ci siano situazioni in cui si può raggiungere un certo livello di confidenza; di intensità, anche...e quindi ho sempre svicolato a qualsiasi situazione di gruppo...giusto, mi sarà capitato per qualche mese della mia vita di...di frequentare un gruppo di persone...compatto di quelli che si vedono sempre tra loro...per il resto io stavo tra casa mia, casa di alcuni amici e i posti dove facevo tutte le attività che dovevo fare...te lo dico perché insomma...effettivamente il mio impatto col quartiere...come dire...collego molto le mie memorie ai posti...per cui per me quel quartiere lì, quello della mia infanzia, c'ha un grosso peso...cioè per me passeggiarci in mezzo non è un fatto irrilevante...c'ha un peso forte...però non è un peso bello...i ricordi...no, non è così...è sostanzialmente una cosa angosciante...e questo è quello che ti posso dire del quartiere perché poi appunto di...grosse cose...tipo amicizie...non ce ne avevo...>>.

            Per quanto riguarda il periodo in cui ha frequentato la scuola Flaminia racconta: <<mi ricordo alcune cose della scuola sempre come molto conflittuali...non tanto con i compagni...con i quali ho avuto...dei rapporti con i miei coetanei, sempre abbastanza buoni...un po' da prima della classe...un po' da piccola leader...perché vengo da una famiglia, comunque...come dire...socialmente ben messa...con un certo livello culturale...quindi facevo la parte della ragazzina sveglia che sapeva già le cose prima degli altri, così...però più presa come il capo che non presa come quella rompicoglioni...insomma con loro vivevo bene...vivevo molto peggio con i miei professori (ride)...a tutti i livelli scolastici possibili...nel senso che proprio...c'ho sempre avuto liti abbastanza forti...dalla maestra che...mi beccò una volta che le facevo le corna...con tutti i provvedimenti del caso...alla professoressa di Matematica che ancora...viene ricordato...cioè mio fratello c'ha un anno meno di me e veniva nella stessa sezione...alle medie...la professoressa di Matematica che sosteneva che tra me e mio fratello...io ero quella intelligente ma...com'era l'aggettivo?...puntuta...molto acida...nel senso che...c'avevo un brutto carattere e quindi...sì...potevo anche essere brava quanto me pareva, ma...però sempre stronza rimanevo (ride)...al contrario di mio fratello, che invece era tanto carino, tanto simpatico e tanto buono...arrivati alle medie...alle medie dovevo essere molto infelice per fatti sentimentali...io ho passato...ero una ragazzina che si innamorava continuamente...da...me lo ricordo sin da...proprio piccola...questa è...l'unica cosa che ti posso dire è che...fin dai sei anni ero sempre innamorata di qualcuno...il fatto è che fino a una certa età...gli amori andavano bene...o più o meno bene...poi c'è stato un lungo periodo...cioè praticamente tutta l'adolescenza...o quella che io mi...rappresento come adolescenza...in cui io sono cresciuta molto...ingrossata molto...per cui già sembravo...così a vedermi...più grande di cinque anni, delle ragazzine della mia età...in più ero...saccente...c'avevo tutta un'altra serie di cose...fatto sta che...mentre trovavo facilmente degli adepti...o degli amici...non era pensabile che io trovassi dei fidanzati...e questa cosa mi dev'essere molto pesata...direi, soprattutto dai 12 e i 16...sì, insomma...>>.

            Flaminia parla dell'amicizia: <<...sicuramente sì...per me, le amicizie sono cose molto intime...me ne frega abbastanza poco...delle cose molto sociali...ho pochi amici di vecchia data...proprio pochi...perché, poi, sono abbastanza convinta che le cose cambiano...è inutile che uno si fissa...cioè, l'affetto come cosa astratta,...c'ho molte difficoltà a considerare che esiste...cioè, beati quelli che ci riescono, io no...se non riesco a condividere delle cose con le persone, me le perdo...e quelle con cui sono riuscita a condividere effettivamente...cioè, concretamente, qualcosa, per molto tempo, non sono tante...cioè, ci saranno un paio di persone che continuo a vedere...sono, per lo più, molto amica dei miei ex fidanzati...(ride)...e questo forse è un...forse c'è qualcosa che non quadra...ehm...beh, diciamo che...anche lì, sono stata in una bella crisi nell'ultimo periodo...nel senso che...è una delle cose su cui io mi faccio più...più dubbi...in un certo senso...perché a me sembra di aver dedicato molto tempo alle mie relazioni personali, nella mia vita...per poi rendermi conto che, in realtà, i rapporti di cui sono soddisfatta...sono molti meno di quelli che forse avrei voluto, insomma...forse ho più amici maschi che amiche donne...no, comunque insomma...senza volerla fare particolarmente drammatica...no, vabbe', insomma...qualche persona molto molto fidata e molto intima...ce l'ho...boh!...insomma sì, forse ho...ho dedicato più tempo alla mia vita sentimentale che a quella...amicale...e di conseguenza...no, no...poi ,in realtà, io poi mi lamento perché tendenzialmente sono lamentosa di mio, però...cioè, credo che poi tutti quanti, se poi vanno a stringere, di persone realmente significative, ne contano un numero limitato...ecco, io dico: le mie conoscenze sono molte, le persone significative sono poche poche...cioè quelle che, quando c'hai un problema, ti rendi conto che...ti va di condividerlo con loro, o quando c'hai una gioia...son proprio poche...pochini, pochini...>>.

            Per quanto riguarda il periodo del liceo, Flaminia racconta: <<...entrata al liceo...inizialmente molto felice perché...Liceo Classico...ambiente nuovo...poi il Tasso è una scuola che...c'aveva nella mia mente tutto un significato...(ride) che poi ha perso, standoci dentro, però nella mia mente ce l'aveva...quindi ero molto contenta...con, anche lì, una classe che mi seguiva molto...ero tutta bella contentina...se non che al terzo anno...insomma, al primo liceo...la cosa cambia in maniera abbastanza radicale...io già non stavo bene...cioè...se dovessi vedere in questo momento la mia vita...io la vedo abbastanza centrata su...sulle mie depressioni, cioè...a un certo punto della mia vita io ho imparato...che c'era qualcosa che faceva sì che io...soffrissi molto anche per cose piccole, molto frequentemente...piccole esplosioni di depressione ce l'ho avute sicuramente fin da...dai 10,12 anni...e già al ginnasio non dovevo stare molto bene psicologicamente...al liceo, si sono verificate una serie di cose per cui la situazione è peggiorata...tra cui principalmente un professore di Filosofia molto stronzo, che aveva un atteggiamento...molto provocatorio e violento con gli studenti...e provocatorio anche con le ragazze, cioè...il tipo che ti metteva la mano addosso...o ti faceva il complimento imbarazzante...tutte 'ste cose qua...per cui ho passato un anno di merda...proprio una cosa micidiale...di quelli che...tutte le mattine speri di non dover entrare a scuola, ecc., con proprio...crisi, anche semi-svenimenti...ho fatto il mio primo anno di analisi...che non è durato un anno...quindi non era un anno...vabbe'...insomma, qualche mese di analisi...perlomeno per...resistere a una situazione che sentivo del tutto superiore alle mie forze...l'anno successivo me ne sono andata dal Tasso...e sono entrata in un altro liceo...per cui praticamente io ho fatto tre anni al Tasso e due in questo Liceo...di San Lorenzo...dove c'era un ambiente molto più rassicurante...dove ho incontrato Mariano...sottolineo la cosa per tanti motivi...perché è stato una presenza piuttosto forte nella mia vita...e soprattutto è stata la persona che mi ha introdotto al lavoro di strada...in quel periodo...è stato un buon periodo perché dai 18 anni in poi...cioè subito dopo essere entrata in questa scuola nuova...quindi un po' prima dei 18 anni...vabbe' insomma, le prime vacanze che ho fatto...da sola...mi sono fidanzata...che per me era una cosa molto...perché io c'avevo molto bisogno...non con Mariano ancora...con un altro fanciullo...un ragazzo di Milano...e da lì...in qualche modo mi si è un po' riassestata l'immagine...insomma mi sono un attimo ripresa...ho cominciato a pensare che in fondo non ero così un disastro, c'era speranza, ecc., ecc...>>.

            Flaminia racconta il passaggio dal liceo all’università: <<...tra l'ultimo anno di liceo e i primi anni di università...forse c'ho avuto quelle che io considero poi i momenti più intensi, più significativi della mia formazione e della vita affettiva...dai 18 anni fino ad oggi sono sempre stata fidanzata...con persone diverse, ma ininterrottamente...che è uno dei motivi per cui, dicevo che, io non esco mai da sola la sera, perché forse c'è sempre qualcuno che ci pensa...però, insomma, ho sempre fatto in modo di non...di non stare da sola...poi intorno ai 18 anni, col fatto che finiva la scuola, mi si è sempre più fissato quello che volevo che fosse...il mio futuro...e in quel momento...la mia passione...insomma, quello che ero convinta che avrei fatto era il teatro...per cui mi sono iscritta a una facoltà...che riguardava il teatro...cioè Lettere con indirizzo di Spettacolo...avevo già iniziato abbastanza piccolina a fare cose che avevano a che fare col teatro...però dai 17 anni ho iniziato in maniera un po' più metodica, per cui ho fatto un corso di teatro, ho fatto assistenza alla regia...facendo anche delle esperienze belle, cioè...comunque per una persona di 19 anni...andare a fare un mese di prove fuori, con...sempre da saccente come sono...per cui dicendo: bleah, che schifo...però insomma, fatto sta che...c'è stato dopo questo amore milanese...la storia con Mariano che è stata una delle più lunghe, e probabilmente la più intensa...cioè sicuramente quella che ha avuto...per tanti motivi...il peso più grosso delle mie storie...prima di tutto per l'età, cioè...ci siamo messi insieme in un momento in cui tutt'e due stavamo per decidere della nostra vita...e quindi...insomma, stavamo in un momento molto importante per tutti e due...quindi abbiamo condiviso molte cose...di scelte da fare, di...di ideali...e nello stesso tempo di grande passione, perché a vent'anni sei particolarmente...convinto che troverai il grande amore della tua vita, ecc., ecc...l'università l'ho sempre vissuta con grossa fatica...nel senso che sono una di quelle che quando deve andare a fare un esame...doveva andare a fare un esame...doveva farlo perfettamente...e siccome nessuno...è convinto che sa un esame perfettamente...era sempre uno stress ogni volta, micidiale...e quindi l'ho molto sofferta...ho finito gli esami lentamente...dopo di che...diciamo, verso i 25, 26...comunque li avevo finiti...ho iniziato una tesi che non ho mai finito...lei è lì (ride)...è lì e non si sa...questo per vari motivi, non l'ho mai finita...un po' perché non mi va...evidentemente c'è qualcosa di profondo che fa sì che io non abbia proprio alcuna intenzione di finirla...la cosa principale, profonda è che...a me non va assolutamente che la mia vita prenda un indirizzo decisivo...vorrei che rimanesse nella vaghezza per più tempo possibile...e poi ci sono stati dei fatti pratici, cioè...io a 25, 26 anni, appunto mentre stavo facendo l'ultimo esame...sono andata via da questa casa...sono andata via perché...la convivenza con mia madre non era proprio...possibile...non lo era da molti anni (ride) veramente...però a un certo punto è venuto proprio...era necessario...insomma, comunque, è arrivato un punto in cui non era fattibile...con la mammina adesso c'abbiamo ottimi rapporti, però...ce l'abbiamo perché sono tre anni che non viviamo insieme...non è stato facile, insomma...dai 25 anni ho iniziato a vivere da sola...sempre con degli aiuti economici...no, sempre no...però a tratti con degli aiuti economici...materni e poi paterni...che però non sarebbero mai stati sufficienti per sopravvivere...e quindi ho dovuto iniziare...non più a fare la ripetizione ogni tanto...ma a guadagnare per pagare le bollette...che è un po' diverso come concetto...e così...fosse una scusa o fosse una motivazione reale, però...insomma la tesi è passata un po' in secondo piano...a questo si è aggiunto che...non so se per fortuna o forse sarebbe stato meglio che non fosse andata così...però...fatto sta che ho iniziato a fare delle cose che mi interessavano...cioè fin dall'inizio...pur dovendo guadagnare...non mi sono mai trovata...che ne so...a servire in un pub...che mi avrebbe stressato fisicamente, ma non mi avrebbe impegnato la testa più di tanto...ho preso a fare cose che mi piacevano...che hanno più che altro a che fare con i ragazzi, cioè...il più...ora sono cose...o di animazione o di didattica o...di visite guidate per ragazzi...cose che hanno a che fare con i ragazzi...bambini e ragazzi...e che man mano ho scoperto che mi piaceva fare...e tra l'altro...man mano mi sono pure formata su queste cose...e vedevo come una cosa sempre meno sensata fare una tesi su una cosa che a questo punto sono abbastanza convinta che non sarà mai il mio lavoro...mentre parallelamente c'erano delle cose che facevo, che mi facevano guadagnare...e che mi interessavano e che non riguardavano assolutamente nulla di quello che avevo studiato...e quindi, insomma è diventato un po' difficilino da...conciliare le cose...di quando in quando in questi tre anni...ho ripreso in mano la tesi...fai conto che ogni due, tre mesi io riprendo in mano la tesi...passa una settimana e poi dico...no, non me ne frega un cavolo, non ce la posso fare...e quindi...insomma...>>.

            Flaminia parla dei suoi impegni sociali precedenti al lavoro di strada: <<...ehm...io mi sono trovata a fare...diciamo, per lavoro...cioè, era una situazione in cui guadagnavo...ma che avrei fatto anche gratis...mi sono trovata a...tenere...bambini...in...delle specie di colonie, diciamo...estive...ehm...lo classifico...tra gli impegni sociali...perché...queste specie di colonie erano gestite da un gruppo...una specie di cooperativa, diciamo...che...faceva degli accordi particolari coi comuni in cui andava...a portare i bambini...e gli accordi consistevano nel fatto che...questi comuni davano la possibilità di...tenere le colonie e i campeggi in questi posti...in cambio del fatto che la cooperativa...accettava...prendeva, nel periodo...della colonia...bambini con problemi vari...o orfani, o...insomma, i più vari...questo comportava che queste colonie erano miste...tra bambini paganti e bambini...problematici...e insomma, mi sono trovata in situazioni pure abbastanza forti...e sono le uniche cose che considero di...partecipazione emotiva e di impegno sociale forte...e forse...sono state anche più segnanti, in qualche modo, di Tor Bella Monaca, perché...non so come dire...c'è un punto della propria vita in cui, secondo me, uno si rende conto...che ci sono delle persone diverse da lui...cioè, bene o male, ci si trova sempre a vivere in un contesto...se non identico, simile...per cui...a scuola è molto difficile che ti trovi in classe con bambini con problemi molto più grandi dei tuoi,...la classe sociale è più o meno quella,...io sono stata, fino, fai conto, ai 14-15 anni, abbastanza convinta che poi, sostanzialmente, si stava tutti benino (ride)...che sì, c'erano delle cose alla televisione, però...senza il confronto forte...e poi, invece, in questi campi in cui...io sono stata prima da bambina...cioè come essere pagante...e poi...come adulta, pagata...ho iniziato a incontrare delle situazioni che erano molto lontane...e...prima...da bambina, mi sono resa conto che esistevano e, già, è stato un bello shock...poi, quando sono passata a stare da adulta in queste situazioni, cioè da responsabile,...mi sono pure resa conto che...potevo farci pure qualcosa io...e, quindi, come situazione...sono state anche più...significative rispetto...sono state quelle che m'hanno dato le scosse più...forti:...vabbe', ok! Mo sveglia, mo puoi pure cominciare a fare qualcosa (ride)...>>.

 

            Lavoro di strada

 

            Parlando delle motivazioni che l’hanno spinta a scegliere il lavoro di strada, Flaminia spiega: <<...passiamo a Tor Bella Monaca...allora io a Tor Bella Monaca ci sono arrivata tramite Mariano...cinque anni fa...ci sono arrivata per due motivi fondamentali...allora, il primo è che era molto tempo...che pensavo di voler fare volontariato...o meglio pensavo...che, il volontariato dà questa sensazione che uno a un certo punto si vuole votare al bene dell'umanità...e c'è questo fatto del lavoro gratuito che...insomma, non era l'elemento fondamentale...volevo fare qualcosa che mi poteva sembrare sensato...e che mi portasse contemporaneamente fuori da quello che poi è sempre stato il mio ambiente sociale...e la mia vita...anche perché...avevo già avuto occasione di incrociare...situazioni molto diverse dalle mie...anche molto pesanti...e la cosa mi aveva lasciato dei segni...cioè, mi interessava continuare...il tentativo di uscire dalle mie abitudini...e possibilmente volevo fare questa cosa...cercando in qualche maniera di essere utile...cioè di fare qualcosa che desse senso a me e nello stesso tempo...potesse pure essere utile a qualcun altro...questo non è facile...cioè, non è facile trovare una situazione che ti convinca...perché poi...il volontariato...un po' come te lo rappresenti magari se non l'hai mai fatto...e un po' perché, obiettivamente, molte situazioni sono di un certo genere...il volontariato...per lo più è una cosa che si limita all'assistenza...e a me in tutta sincerità...con tutto che non voglio levare nulla alle persone che lo fanno...che stanno alla mensa...però era una cosa che non mi sembrava che per me potesse avere un qualche senso, cioè mi sembrava...che fare un volontariato puramente assistenziale...a me non avrebbe dato niente...e siccome dietro a questa ricerca di volontariato non c'era tanto il concetto...perché devo essere buona...ma c'era quello: voglio crescere, voglio capire delle cose...di andare a fare la mensa non mi quadrava...però non sapevo che altro fare...cioè non avevo molte altre cose possibili...quindi uno dei motivi che m'ha spinto a Tor Bella Monaca è stato sentire Mariano parlare...di quel particolare volontariato, di quella situazione in cui lui...era arrivato tramite servizio civile...e che aveva iniziato da poco a fare...e che raccontava come una cosa piuttosto interessante...perché insomma cominci a sentire che...la cosa si fa per strada...che non stai lì a fare assistenza, ma cerchi di incontrare, conoscere, capire...insomma mi sembrava...una bella cosa...e quindi un motivo era questo: che mi sembrava un bel volontariato...e la seconda cosa era che (si blocca per un momento)...quel momento era un...momento di riavvicinamento con Mariano...cioè io e Mariano eravamo stati insieme, c'eravamo lasciati...dopo esserci lasciati, abbiamo passato un paio d'anni...molto faticosi...cioè in cui non ci si parlava...ci si vedeva poco...era una sofferenza...insomma tutta la cosa molto...sofferta...e poi avevamo iniziato...molto cautamente...a rivederci ogni tanto...a risentirci...io a Mariano ci tengo molto...nel senso che è una persona...se Mariano mi sentisse dire che per me lui è...c'ha il peso di un fratello nella mia vita, probabilmente si incazzerebbe...però è proprio così...cioè, c'ha l'importanza che ha una persona con cui hai condiviso delle cose fondamentali...e quindi io ci tenevo anche a recuperare questo rapporto...e allora piuttosto che fare quelle cose di...telefonate continuative...ho detto: a me 'sto volontariato mi interessa, proviamoci...sarà anche l'occasione per fare un'esperienza insieme a Mariano...e quindi le due cose fondamentali sono state queste...direi più o meno allo stesso livello d'importanza...e probabilmente se fosse mancata una delle due non l'avrei fatto...nel senso che...non sono sicura che sarei andata a fare volontariato a Tor Bella Monaca se non ci fosse stato Mariano...>>.

            Flaminia racconta il suo rapporto con la strada: <<...i miei ricordi di strada non sono per niente belli, tra l'altro...cioè io da ragazzina facevo una strada...questo probabilmente è anche parte della mia mitologia...però fatto sta...che io mi ricordo...noi abbiamo avuto le chiavi di casa molto presto in mano...un po' perché mia madre lavorava e un po' per scelta ideologica, perché...dovevamo essere autonomi...fatto sta che io facevo una strada, direi...tra gli 8 e i 10 anni...che va da Piazzale delle Province a Villa Torlonia...strada che, quindi, costeggia a un certo punto Villa Torlonia...e, praticamente, del tutto isolata, cioè dove non passa pressoché nessuno e...tra quel tratto di strada e quello successivo, che portava a casa mia, io...mi ricordo, almeno, quattro o cinque volte, di essere stata bloccata da maniaci, esibizionisti...quindi per me la strada non era un posto rassicurante (sorride)...non era un posto degli amici, che ti incontri, no...era un posto che io, per anni, ho sostanzialmente temuto...e strano perché...subito dopo essere andata a vivere da sola...io sono andata a vivere in un posto...in via Alessandria...che è molto vicino a tutte le mie scuole...elementari, medie e paraponziponzipò...e una sera che non avevo niente da fare...cosa che non è frequente...e che però non mi andava di restare in casa...ho detto: adesso faccio una cosa, faccio una botta di coraggio...nota che c'avevo 25 anni, 26 anni, non 12...faccio una botta di coraggio, non me ne frega niente, sono le dieci di sera...esco da sola e mi vado a fare una passeggiata...e uscii, la sera alle dieci...d'inverno...col buio e col freddo...che sono due tra le cose che mi (ride), cioè...che amo di meno in assoluto...mi feci questa passeggiata a piedi da sola...in una situazione in cui, tendenzialmente, io avrei paura...passando...per caso o per scelta, non lo so...fatto sta...passando davanti a tutta una serie di mie scuole perché la zona era quella...e mi trovai a pensare: vedi che bello, questa deve essere proprio una liberazione...questa cosa, che sto facendo in questo momento, deve in qualche modo rappresentare una grossa liberazione...e tornai a casa molto soddisfatta di questa cosa...>>.

            Flaminia racconta del suo primo impatto con il lavoro di strada a Tor Bella Monaca: <<...vabbe'...sono arrivata là...molto spaesata ma molto entusiasta...spaesata perché...beh, prima di tutto perché m'ha stupito Tor Bella Monaca...cioè mi aspettavo di arrivare in una specie di Bronx...e, invece, se tu arrivi a Tor Bella Monaca in primavera...in un pomeriggio di sole, non ti fa per niente l'effetto del Bronx...è un bel quartiere da vedere...e quindi ero un po' stupita...poi perché io...io non sono stata formata...al contrario di quello che è successo a tutte le altre persone che sono arrivate dopo...le quali si sono fatte i loro bei periodi di...preparazione sul lavoro di strada...io sono arrivata a una riunione...ho sentito questa riunione e...nel momento in cui sentivo questa riunione io ero già del gruppo...non so se l'abbiamo scelto io o loro che io ero già del gruppo però di fatto è andata così...per cui ho partecipato a una riunione e la settimana dopo sono andata a fare lavoro di strada...io sono, sostanzialmente, abbastanza timida...non avevo mai preso in mano una videocamera in tutta la mia vita...insomma, (ride) non era proprio il massimo della situazione facile...però c'era di vantaggio che Mariano, invece, già da un po' faceva lavoro di strada...che io ho iniziato dicendo: no, no, no, no...spiegatemi come funziona 'sta videocamera, io non faccio niente, faccio solo le riprese...per cui ho fatto, diciamo...un periodo di rodaggio...facendo le riprese...e poi, man mano, prendi un po' sicurezza, sentendo gli altri che fanno le interviste...la cosa che forse mi ha convinto di più fin dall'inizio...è stato il fatto che...a me quel lavoro interessava per far lavorare la testa...e il lavoro di strada, così come lo facciamo noi lì...fa lavorare la testa...cioè non c'è talmente niente di dato per presupposto o per scontato fin dall'inizio...che ogni giorno ti devi inventare: perché ci vai, cosa vuoi andare a fare, chi vuoi incontrare, cosa gli vuoi dire...e quindi è molto stimolante...e poi...vabbe'...io il primo anno ho fatto pochi mesi...praticamente, appunto, solo i mesi primaverili, poi ho preparato il video...altra cosa che mi diverte molto...appunto facendo io teatro...l'idea di preparare questo video che raccoglieva le interviste...era molto divertente...>>.

            Per quanto riguarda l’impatto con i ragazzi, Flaminia racconta: <<...l'impatto con i ragazzi devo dire...che è sempre stato buono...nel senso che...io non ho mai vissuto situazioni sgradevoli...durante le video interviste...non ho mai subito rifiuti drastici...e non ho mai vissuto un'intervista pesante o difficile...quindi non potrei dire che ho sofferto...come non ho mai sofferto la strada...in senso di...atmosfere...un po' perché comunque non vai mai a fare lavoro di strada da solo...e un po' perché...c'avrò avuto culo io, però...questa mia visione di Tor Bella Monaca come di un posto difficile ma...normale nella sua difficoltà...mi è rimasta...e di fatto...io non ho mai incrociato a Tor Bella Monaca...niente che mi abbia aggredita...né visivamente né in nessun altro modo...conosco una serie di problemi a Tor Bella Monaca...abbastanza gravi...ma li ho sempre conosciuti con quel minimo di distanza che mi ha permesso poi...di lavorare a Tor Bella Monaca senza soffrire...cioè, lavorare tranquillamente...>>.

            Per quanto riguarda il paragone con i ragazzi di strada, Flaminia dice: <<...mi vengono più differenze...anche se, nel fondo, penso che poi similitudini ce ne siano...ehm...apparentemente...il fatto è questo...io ho vissuto un'adolescenza molto strutturata...non da me...socialmente strutturata, cioè...io c'avevo la famiglia che era,...nella sua disgregazione, magari profonda, però...sostanzialmente...una famiglia...con una casa, dei soldi, una mamma...molto mammosa...un fratello...e questa famiglia...era anche quella che mi dava...l'impostazione...affettiva, morale, intellettuale e comportamentale...cioè io sapevo...cosa dovevo fare,...cosa era giusto che io facessi,...sapevo anche cosa era, fra virgolette, bene, nel quadro della mia famiglia, che io facessi, ovvero...io la mia adolescenza l'ho passata facendo i miei duemila corsi...ehm...di lingue, danza, ginnastica ritmica, pallacanestro...la mia giornata era questa...cioè era...estremamente organizzata, molto studio...perché la scuola, per me, era una cosa...era un valore, un ideale...e anche molto sentito da me...cioè io ci tenevo ad andare bene a scuola...la mia giornata era: scuola, studio, attività varie e frequentazione di pochi e scelti amici, a casa mia o a casa loro...cioè questo era...ehm...quindi da un punto di vista...di apparenza...niente di più lontano...perché...considera che i ragazzi che, normalmente, intervistiamo sono persone che...cioè, si è scelto di intervistarli per strada in quanto loro stanno proprio, praticamente, solo là...cioè, non esiste un'attività che...occupi il loro tempo,...un'attività strutturata insomma...questa abitudine a stare in gruppo...c'ha proprio il senso opposto al mio...al mio stare a casetta con l'amichetto...è proprio un riconoscimento di qualcosa di...estraneo alla famiglia,...la necessità di avere il gruppo,...io non ho mai avuto...anzi ho, assolutamente sempre, sfuggito...quindi, lo so...sai, da una parte...è pure una differenza che in qualche maniera...qualche strana somiglianza, dal mio punto di vista, la nasconde...nel senso che poi...di fatto, le mie scelte di vita sono andate molto contro...a quella che è la mia...impostazione culturale, familiare...forse più tardi dell'adolescenza...cioè...quando si è trattato proprio di scegliere il corso della mia vita...ho un po' scombinato le carte, rispetto a quello che ci si sarebbe aspettato...lì...c'è la sensazione di persone che...che si trovano necessariamente a doversi cercare la loro strada...subito...e poi, certo, cercarsi la propria strada, in un contesto come quello, non è facile...e quindi...c'hai l'impressione di persone molto perse...cioè...non lo so...s'era parlato di ragazzi di strada in...altre società e altre culture...e...una delle idee affascinanti era quella che la strada fosse...una scelta...cioè, che non fosse soltanto una cosa in cui uno capitava...a Tor Bella Monaca trovi un po' di tutto...però, l'impressione che hai...prevalente...è più quella di...di persone perse...non è quella di...di persone che stanno cercando un valore alternativo,...è quella di persone che...che non ce li hanno proprio i valori intorno...né...nemmeno contro cui andare...capito?...perché, lì, la cosa grave...che poi era venuta fuori, per esempio, forse te ne avevo accennato,...in periodo d'elezioni...è...nemmeno che loro c'hanno così presente...il fatto di volersi opporre a qualcosa,...perché: cazzo, almeno lotti!...no, è...le risposte più frequenti alla videocamera...sono: boh! non lo so, boh!...cioè...più di...vabbe' di...vabbe', buttiamo le armi, stiamo qua...boh! insomma, senti un sacco di vuoti...senti pure che, comunque sia, in qualche maniera, il...il riconoscimento nel gruppo a loro...per loro funziona...per me questa è la distanza più grossa perché, veramente,...non sono mai riuscita a sentirlo, invece a loro li sostiene molto...adesso non vorrei nemmeno essere troppo...così, telefilm americano...perché poi, secondo me li fregano anche un po' certi modelli...però, al di là del telefilm americano, io sono convinta che i rapporti stretti ci siano...nel senso che...che ce ne hanno proprio bisogno...e quindi secondo me poi se li creano...cioè, non penso che sia tutto così assolutamente superficiale...poi, dipende pure...non ci riesco molto a parlare in generale, sai?...perché ho visto situazioni troppo differenti tra di loro...cioè, per me, Tor Bella Monaca non è affatto niente di compatto...è tanti gruppi come ne ho visti tanti quando facevo il liceo...cioè, ci sono quelli che hai la sensazione che sono molto carini...che stanno effettivamente bene insieme, anche senza far nulla, perché  comunque per lo più non fanno nulla...hai anche la sensazione che il loro non fare niente...comunque comporta un'unione forte tra di loro...un confronto significativo perché poi...probabilmente le loro...cioè, il totale scollamento dalla scuola...il totale scollamento dalle famiglie...cioè, la necessità di confrontarti con qualcuno ce l'hai,...però ci sono dei gruppi in cui hai la sensazione che questa cosa c'è...forte e funzionante, e poi ce ne sono altri che invece...boh! presumibilmente, stanno là perché veramente non sanno che fare il pomeriggio...però non riesco a...non riesco ad avere un'immagine che mi raggruppa tutti i gruppi di Tor Bella Monaca, proprio per niente...probabilmente è pure normale...che sia così, insomma...però...non lo so...devo ammettere che sono più le...distanze...l'altra cosa incredibile...cioè l'altra cosa che forse...sì, cioè è una cosa...questa è una cosa che, effettivamente, m'ha sempre colpito lì...io c'ho un'educazione molto borghese...ehm...questo comporta che...facevo molto la saccentina a 13, 14, 15 anni...però comunque sembravo una ragazzina di 13, 14, 15 anni saccente...né più né meno che questo...ehm...loro, invece, sono...non so...cioè, sicuramente,...nei ragazzini di periferia è più forte...anzi...forse solo con loro...comunque, loro hanno la tendenza a volerti dimostrare di essere molto più grandi di quello che sono,...per cui, per esempio,...io a Tor Bella Monaca mi sono sentita fare degli apprezzamenti di tipo erotico pesanti da gnappetti così,...che dici: ma che stai a di'? ma, te rendi conto?...(ride)...per piacere,...però la sensazione che hai, in realtà, mentre qualcuno si scandalizzava...ah, ma qui...come sono duri, come sono rudi,...invece, la sensazione che hai è che ti fanno una tenerezza immensa...perché noti tantissimo lo scollamento tra il ruolo che loro si sentono comunque di dover recitare...e lì è micidiale...cioè, credo che tutti i ragazzini di 13 anni, il bisogno di riconoscersi da qualche parte, di recitare un ruolo, lo sentano,...ma lì lo sentono proprio tanto...cioè, c'hanno dei modelli fortissimi...e, però, c'è uno scollamento immenso tra questa necessità di fare i duri, in un contesto che gli deve, in qualche maniera, apparire duro...e poi il fatto che, invece, glielo leggi proprio negli occhioni...quando vai...e quindi tra le altre differenze c'è anche quella...cioè io sono convinta che io a  13 anni, sostanzialmente, con tutte le mie paure, con tutte le mie cose, però...di fondo c'avevo delle grosse forze...perché c'avevo intorno un contesto sostanzialmente rassicurante, per cui io...sì, sapevo che dovevo farmi i miei combattimenti, le mie battaglie, però, sostanzialmente,...ero coperta...invece lì hai l'impressione che stanno abbastanza nel vuoto,...con poca terra sotto ai piedi...e che quindi, tanta meno terra sotto i piedi c'hanno e tanto più devono sembrare giganti...e viene fuori un contrasto assurdo...e, quindi, questa è una cosa che sento tanto...e poi, a parte Tor Bella Monaca intesa come lavoro di strada, a me capita di lavorare spesso coi bambini, pure nelle scuole...cioè faccio visite guidate, cose del genere...quindi mi ritrovo...beh, sono molto più svegli i ragazzini di Tor Bella Monaca che quelli...realmente...cioè...non lo so...è un contesto strano,...a me mi suona pure difficile...fare delle distinzioni tra quartieri,...però, effettivamente, i ragazzini...e anche i ragazzi più grandi di Tor Bella Monaca, c'hanno, nello stesso tempo, delle...delle paure, ma anche delle curiosità particolari...cioè:...altra differenza,...io c'ho sempre avuto tutto quanto spiegato, tutto pronto, a 13 anni Roma la conoscevo discretamente perché comunque mi si portava a vederla e c'andavo anche da sola...leggevo, per cui poi, m'è pure passata abbastanza presto la curiosità di una serie di cose...e, invece, loro sono proprio accesi,...hai questa impressione, se fai le interviste, di:...ah, a me non mi importa niente,...però poi ti stupisci che, se vai a fare la visita guidata con due classi,...a me succedeva spessissimo, con le visite che fa il Comune, che ti capitavano contemporaneamente una scuola di periferia e una scuola di centro:...quella di centro, non gli sfugge una parolaccia manco per scherzo però...tu non ti immagini gli sguardi, proprio persi nel vuoto, che non gliene può fregare di meno...il ragazzino di Tor Bella Monaca, che magari ti sfotte dall'inizio, ti manda pure a...ti dice le peggio cose,...però, appena gli dai una notizia un tantino fuori da quella che lui s'aspetta, proprio pende dalle tue labbra...boh! insomma, forse a tuttora continuo a...ad avere più forti le differenze...però insomma differenze sia buone che...non ho mai sentito Tor Bella Monaca come un luogo diverso...il contesto è diverso ma...anzi questo è un elemento che gli...cioè la rappresentazione di Tor Bella Monaca che ha la città...è una cosa che c'ha un peso fortissimo sui ragazzi del quartiere...altrettanto quanto la condizione reale...cioè...loro stanno in una condizione di obiettiva difficoltà...come molti altri quartieri periferici...su questo si aggiunge il peso di sapere che loro sono visti in un certo modo...cioè io, dai ragazzi di Tor Bella Monaca, mi son sentita raccontare cose agghiaccianti del genere...appunto, posti di lavoro non dati appena il datore di lavoro sapeva che uno era di Tor Bella Monaca...cioè il ragazzo semi-assunto...ma te dove vivi? a Tor Bella Monaca...no, vabbe' allora ciao...ehm...però questo pure segna...cioè, poi la condizione...è quella...è come sei...e, in un certo senso, ancora di più come ti vedono...per questo, ti dico, poi ti manca la terra sotto i piedi...non tanto perché non c'hai da mangiare...che poi, io per esempio devo ammettere, la maggior parte delle situazioni che ho visto...ho visto delle situazioni anche abbastanza agghiaccianti, però, facendo lavoro di strada, tu incontri tutto...e non necessariamente incontri i casi più tragici...di Tor Bella Monaca...perché tu non stai al Presidio ad aspettare la famiglia disperata, incontri chi capita...e nove su dieci sono persone che hanno condizioni di vita sostanzialmente normali...però, il loro normale, è un normale che risente di una serie di handicap, tipo questo...tipo quello di doversi giustificare...che sono handicap che noi non abbiamo mai avuto...e poi questo pesa psicologicamente, al di là del peso pratico,...loro comunque sia...cioè, io mi ricordo tutte le discussioni sugli extra comunitari...loro c'hanno la necessità di fare battaglie ad altri...perché si sentono combattuti, loro che è una cosa tragica...>>.

            Flaminia parla ora del suo rapporto con l’équipe di lavoro: <<...mentre il rapporto col quartiere e coi ragazzi è...diciamo, sempre andato abbastanza bene...poi ti dico in particolare quali esperienze...fin da subito il lavoro all'interno dell'équipe...invece è sembrato una cosa problematica da gestire...nel senso che...il primo anno quando sono arrivata...l'équipe era formata...da...Tilde, supervisore...e le persone che lavoravano fisicamente in strada...erano Mariano, una certa Tina...che era sui 35-40...forse più 40 che 35...forse pure di più...(ride)...quanto so' buona...e un ragazzino che si chiama Vito, che è un ragazzo del quartiere...piuttosto problematico...un po' stranetto...questa Tina...che era la  persona che, insieme a Mariano e insieme a qualcun altro, aveva dato l'avvio a questo progetto di strada...si dev'essere un po' sentita spodestata...il che...povera cara...è anche vero, nel senso che, comunque, c'era sicuramente una relazione privilegiata tra me e Mariano, perché tendevamo a fare cose insieme...in più c'era che, nella relazione coi ragazzi...Tina che faceva...fa tuttora penso...la professoressa...c'aveva l'atteggiamento della professoressa...il quale atteggiamento...non è che faciliti tantissimo...e quindi s'erano create tutta una serie di situazioni...di...molto sotterranee, molto nascoste, però di polemica...di discussione...su come vanno fatte le video interviste...che senso c'aveva fare una video intervista e poi parlare sempre l'intervistatore invece di far parlare l'intervistato...tutta una serie di cose che...a un certo punto io e Mariano vedevamo in un modo, lei vedeva in un altro...e la situazione d'isolamento ovviamente non la doveva far sentire molto a suo agio...e in questi primi mesi la vita d'équipe non è stata facile in questo senso...considera anche che, da sempre...ma ovviamente ancora di più il primo anno...il lavoro di strada era una continua e costante ricerca di senso...cioè...ogni uscita, ci si chiedeva che stiamo a fa'...e allora o ti trovi con delle persone che sentono come te quello che stai a fare, e allora ce la fai ad arrivare alla volta dopo...oppure è una fatica micidiale...cioè uscire io e Tina era...(ride)...non ce la fai...cioè se non ti senti per lo meno sostenuto dal gruppo...per non dire di un altro fatto, che è...in qualsiasi attività di volontariato, questo nella mia visione, ma penso in quella della maggior parte delle persone che fanno parte di Eutopia...come possibilmente dovrebbe essere considerato in qualsiasi attività umana, ma per il volontariato senz'altro, se no è un'idiozia farlo...qualsiasi attività di volontariato deve avere...un grado almeno di piacevolezza, di interesse...anche per il volontario...cioè se tu vai a fare volontariato e soffri quando lo fai non va...non dura...e infatti, quello che poi è successo è stato che questa Tina è uscita dall'équipe, cioè ha smesso di fare volontariato...si sono man mano aggiunte altre persone...alcune più stanziali, altre più di passaggio...per esempio, tutti gli studenti di Lutte che sono venuti di volta in volta...io ti posso pure dire esplicitamente che io ho...caldeggiato che non venissero più...nel senso che...per il lavoro di strada...è vero da una parte che è bello pensare di introdurre persone nuove a fare lavoro di strada...però è anche vero che veramente...è molto difficile...capire cosa si sta facendo...allora, o lo capisci perché veramente c'è qualcosa di forte che ti spinge a farlo...e allora ti continui a porre domande per te stesso, non perché lo devi fare...perché ci tieni a capire dove stai andando...se vieni buttato a fare lavoro di strada sapendo che dopo sei mesi smetti...in una situazione in cui la formazione che ti si può dare per il lavoro di strada è, comunque, limitata...perché, per accogliere persone nuove nel lavoro di strada, sono sempre stati fatti degli incontri che spiegassero cos’è Tor Bella Monaca, cos’è il lavoro di strada, cos’è il lavoro di rete, ecc....però, in quattro giornate in cui io ti racconto queste cose...considera che teoricamente le persone che vengono lì, vengono per farlo...e quindi vabbe’...diciamo, il gruppo si è rimpinguato in modi strani...alcuni modi secondo me poco convincenti, altri più convincenti...con però...momenti in cui l’équipe funzionava bene...intendo che...(ride)...nella disorganizzazione che più o meno c'ha sempre contraddistinto...però, c’era un entusiasmo tale da far sì...primo, che ci fosse tra operatori il piacere di portare avanti l’attività e secondo...che per lo meno a tratti si sono creati, effettivamente, coi ragazzi delle belle relazioni...cioè, posto che, dopo lunga fatica,...eravamo giunti a questa conclusione per cui...noi provavamo a portare avanti dei progetti...ma, al di là dei progetti, quello che poi aveva più peso per noi era il singolo incontro...cioè era il fatto di riuscire, in ogni video intervista, a creare una relazione...con la persona che avevamo davanti...ci sono stati momenti in cui...le interviste funzionavano, cioè c’era dell’interesse da parte nostra e da parte dei ragazzi di...raccontarci delle cose...e ci sono stati addirittura dei momenti in cui siamo riusciti a portare avanti dei progetti (sorride)...il che...è ancora più stupefacente...quindi in tre anni...perché io di lavoro effettivo di strada ho fatto tre anni...forse più saltuari di altre persone, nel senso che poi per i tipi di lavori scombinati che faccio...mi può capitare tranquillamente di stare due mesi fuori Roma...però insomma in tre anni di attività...ci sono state alcune cose che secondo me hanno funzionato anche piuttosto bene...e per quello che mi riguarda che m’hanno gratificato abbastanza...>>.

            Per quanto riguarda eventuali differenze di genere nel lavoro di strada, Flaminia dice: <<...io sono convinta che in qualsiasi cosa ci sono differenze abbastanza sostanziali se le fa un uomo o se le fa una donna...nel senso che sono abbastanza convinta che...ci sono fatti proprio...di tutti i livelli...da questioni erotiche, per cui io, personalmente, se vado a fare le video interviste, tendo a farle agli uomini...(ride)...e non ci posso fare niente...cioè, mi viene proprio spontaneo perché c'ho più facilità proprio di comunicazione,...come, se vedi le interviste di Mariano, sono al 90% donne, cioè proprio...è così...poi, ci sono delle differenze di atteggiamento...lì, conta anche il fatto proprio del lavoro di strada in sé...cioè il lavoro di strada, comunque, rispetto a tante altre forme di volontariato, è...più...diciamo, pericoloso, tra virgolette, poi non ha niente di pericoloso realmente, però ti mette in una condizione di tensione, legata, perlomeno, a un supposto pericolo...cioè, tu vai incontro a persone sconosciute,...in un ambiente non protetto,...quindi, vai tendenzialmente incontro ad un potenziale pericolo, tanto più se vai a fa' le interviste all'R5...allora, come donna ci sono delle cose che tendenzialmente,...io perlomeno, cerco di non fare...cioè, ho sicuramente delle inibizioni in più...però, nello stesso tempo, offro più rassicurazioni...ovvero, tu donna ti avvicini a un gruppo di ragazze, ti accolgono senza preoccuparsi più di tanto,...se due uomini, con la videocamera, si avvicinano a un gruppo di ragazze, nel corridoietto del centro commerciale e magari loro tre stanno sole, cioè...stai lavorando in un ambiente che non è protetto né per te, né per chi ti riceve...e quindi, già questa, non è una differenzettina da poco...e poi ci son delle differenze di atteggiamento...però, lì...non ti saprei nemmeno...cioè...lì non è un fatto sessuale...è un fatto proprio di comportamento...l'intervista è giocata su una relazione personale...se tu sei uno che si pone in un certo modo, l'intervista funziona in un certo modo...forse, complessivamente, le donne hanno più tendenza...sono più morbide, è più difficile che trovi una ragazza che va a fare le interviste in maniera...io, perlomeno, quello che ho visto, delle ragazze che hanno collaborato con noi...è più facile che ti accettino, sia perché intimorisci di meno, sia perché, comunque, le donne si sentono tranquille e gli uomini possono fare i galletti...è più facile che ti accettino ed è più facile che rimangano a parlare, perché,...in qualche maniera, sei più rassicurante...cioè, gli uomini...io ho visto...fare cose un po' più durette, un po' più...però, insomma, lì non credo che sia un fatto sessuale, credo che sia più un fatto di...di carattere...l'unica differenza seria è questa...>>.

            Per quanto riguarda il vissuto del lavoro di strada, Flaminia dice: <<...sul lavoro di strada...che ti posso dire?...c'ha senso che ti dica soltanto che cosa c'ha il lavoro di strada che è...in qualche maniera significativo per me...beh, per me c'ha di significativo questo...varie cose...la prima...è che...mi...il contatto...nel senso del...della...ricerca di un rapporto...con persone diverse da me...è una cosa che m’ha sempre interessato e che tuttora m’interessa...la seconda...e te l’ho già detto...però insomma, mi piace...un volontariato che preveda costituzionalmente una ricerca...una ricerca pure sul...per esempio, sull’errore...cioè una ricerca che preveda il fatto che puoi sbagliare e puoi capire cosa c’è che non quadra...una ricerca che preveda...la possibilità di cambiare continuamente la direzione...se non ti quadra la direzione che hai preso...insomma mi sembra che...è una delle poche strade possibili per fare un volontariato che...ti dia senso pure a te...cioè che non ti renda un esecutore...di...di favori, diciamo...e che invece ti renda una persona pensante...che deve trovare soluzioni o che...deve trovarsi anche lui...le soluzioni alle proprie questioni, alle cose che si domanda lui, insomma...mi piaceva il metodo della videocamera nel senso che, stranamente...ho trovato moltissima disponibilità nelle persone a...a rispondere alle video interviste, cosa che non avrei mai sospettato...perché io sono una di quelle persone...da brava borghesuccia, che se qualcuno mi fermasse per strada e mi dicesse: ti posso fare una video intervista?...scapperei...e invece...è abbastanza curioso, vedere come poi...io, sinceramente...su dieci persone a cui chiedo...chiedevo...perché ora non m’è capitato nell’ultimo periodo, però insomma...su dieci persone a cui chiedevo di...posso fare un’intervista?...otto, nove ti rispondevano di sì...per me è sconvolgente questo fatto...non solo ma poi,...in qualche maniera, la videocamera ripara...cioè...una persona si deve sentire, in qualche maniera, più libera di dirti delle cose...da una parte inibisce, ma dall’altra parte è come se proteggesse...perché tu non sei in contatto diretto con me...sei in contatto con una cosa strana (ride)...e quindi...per esempio permette di far venire fuori delle cose che poi...la gente...non so se ti racconterebbe...forse non mi sono mai sentita raccontare cose di straordinaria intimità...però, comunque, mi sono sentita raccontare cose che, secondo me, non era normale che mi venissero raccontate, per essere la prima volta che io incrociavo delle persone...poi mi ha dato da un punto di vista proprio...sociologico...dei grossi spunti, il lavoro di volontariato là...insomma per farti capire, non so...il periodo delle elezioni tra Fini e Rutelli...noi stavamo facendo le video interviste...e avevamo deciso di puntare le interviste di quel periodo proprio sul...sulle elezioni...m’ero sempre chiesta...ma per quale motivo tutti ‘sti ragazzini di periferia votavano a destra?...beh, insomma, chiederglielo...è stato piuttosto interessante...cioè, ci sono delle...differenze...che tu dai per scontate...che sostanzialmente non ti spieghi...e che, per la maggior parte delle persone, sono inspiegabili...cioè...tu ti puoi teoricamente dare delle spiegazioni sul perché i ragazzi di Tor Bella Monaca facciano questo o quest’altro...basandoti sulle tue rappresentazioni di una realtà che non è la tua...però...a parte il fatto che bisogna vede’ quanto tu sia acuto a farti queste rappresentazioni...ma se non glielo chiedi...la forza della tua immagine su...appunto, un certo tipo di persone, un certo posto...una classe sociale che non è la tua...rimane sempre una cosa vaga, come una favoletta che tu hai sentito raccontare: che ci sono...dei ragazzi a Tor Bella Monaca, che c'hanno un certo tipo di problemi...ma rimangono comunque una cosa totalmente distante, totalmente...fuori dal tuo universo...e, quindi, sentirsele raccontare le cose...sentirsi dire da un ragazzino di 17 anni che gli piace Fini...c'ha un suo interesse...per esempio che ti rendi conto...di quanto tu...persona di sinistra...proprio con le tue rappresentazioni...della realtà...fai sì che...persone che non fanno parte...della tua classe sociale, poi si sentano lontane, cioè...se tu...al ragazzino di Tor Bella Monaca...io ti faccio un esempio pratico...a Tor Bella Monaca...c’è un teatro...e questo teatro...è gestito...nemmeno dalla Circoscrizione, viene gestito dal Comune...non si sa per quale stranissimo motivo...il quale Comune...c'ha messo dentro una...associazione...che fa capo a un teatro qui, del centro di Roma, esattamente del Colosseo...e che ha fatto una bellissima estate teatrale a Tor Bella Monaca, qualche anno fa...con spettacoli che non si capiva per quale strano motivo una persona di Tor Bella Monaca sarebbe dovuta andare a vedere...il primo era un “Aspettando Godot”...non solo del tutto incomprensibile, ma anche brutto...allora, se la sinistra non comincia ad accettare...che le persone che vivono in periferia non sono...né delle persone da educare...né dei poverini che vanno aiutati...ma sono delle persone che portano una loro...cultura...questi c'hanno ragione a votare Fini...perché almeno, nella sua demagogia...gli dà un qualche valore a cui aggrapparsi...cioè, meglio aggrapparsi a dei valori fasulli di...di forza, di...che non aggrapparsi a nulla...allora io, sentendo i ragazzini di Tor Bella Monaca parlare di Fini e di Rutelli...quando ti dicevano che Rutelli gli stava sul cavolo perché è un...presuntuosetto, borghese...non gli faceva simpatia a loro...e insomma, ti spiegavi delle cose...per non dire del fatto che...comunque sia...al di là del...come dire...una critica che uno si vuol fare...come classe sociale, come partito...poi ti fai anche una critica personale...cioè ti chiedi pure: ma io come me la so’ rappresentata poi la diversità?...e, a prescindere poi da Tor Bella Monaca,...cioè Tor Bella Monaca è una delle tante diversità che incontri, no?...manco la più forte...quindi di ognuna di queste diversità ti dai, diciamo, una rappresentazione...allora, fino a che punto la tua rappresentazione poi ti impedisce di capire veramente?...insomma, sociologicamente mi è stata utile quest’esperienza...mi davano delle risposte che io non condividevo, ma avevano senso...non solo...ma adesso ti ho fatto questo esempio, che è una cosa non...come poi...il concetto di incontro con la differenza non è...io mi devo appiattire e il diverso è un valore in sé e quindi tu, in quanto diverso hai ragione...vuol semplicemente dire: tu, in quanto diverso, potresti avere ragione...e, comunque sia, hai una ragione diversa dalla mia e va bene che sia così...allora, a prescindere dalla cosa Fini-Rutelli...comunque, io la distanza la sento...e la continuo a sentire, no? per cui io posso dire tranquillamente...io capisco perché un ragazzino di 17 anni di Tor Bella Monaca vota a destra...ciò non toglie che la cosa (ride) mi fa incazzare come una iena...poi ci sono altre cose in cui invece...il fatto di capire la differenza ti apre pure degli orizzonti nuovi...cioè, sentire parlare i ragazzi di Tor Bella Monaca, per esempio delle loro amicizie o delle loro storie familiari...o anche della musica...allora, tutta una cosa sulla musica dove, sinceramente...nove interviste su dieci...dicono: boh! che ne so? a me me piace la Tecno...(ride)...e comunque sia, pure quello può essere curioso...poi però magari trovi...il ragazzino che...che ti racconta perché gli piace sentire un certo tipo di musica...magari pure la più becera, magari quella da discoteca...ma che però...c'ha un suo perché, magari pure intrigante...e quindi, diciamo...la accetti più facilmente...la accetti e ti piace pure...il fatto che qualcuno c'abbia un vissuto e un’esperienza diversa dalla tua...poi maturi una serie di cose, lentamente nel tempo, per cui...tutta una serie di cose che, comunque, ti sono state insegnate come male...non necessariamente sono male...cioè, la vita di strada...è un male nel senso che...se comporta sofferenza, se comporta disagio, allora è un male...non è male in sé...cioè se...cioè ti cambiano pure un po’ le prospettive...diciamo, anche politiche...della tua immagine di quella che dovrebbe essere la vita in una città , per esempio...per cui...se io oggi dovessi fare un progetto per un quartiere...non...non punterei tanto a dare ai bambini...una bella casettina dove stare tutti dentro buoni a fare i loro giochini...cercherei di fare in modo che vivano bene in strada...ti cambia un po’ la prospettiva...emotivamente ti cambia...sai, la video intervista come l’abbiamo fatta noi, per lo meno negli anni in cui ho lavorato io...non è molto prolungata...cioè non ti dà la possibilità di...portare avanti un rapporto con le persone che intervisti...perché abbiamo sempre fatto interviste che...magari duravano anche un’ora, ma che poi si chiudevano là...cioè non abbiamo mai preso delle persone e riviste, riviste, riviste...la concentrazione su gruppi è avvenuta successivamente...l’ha portata avanti più che altro Mariano...ma, per quello che mi riguarda, io mi sono sempre trovata a fare interviste a persone nuove, quindi...non ti potrei dire che ci sono persone a cui mi sono legata...delle persone che ho intervistato...però ci sono state interviste molto intense...quindi, anche da quel punto di vista, ci sono volte che...che poi...sai, diciamo che, tutto quello che dico a te che mi è successo, è quello che spero sia successo alle persone intervistate, cioè...posto che io non credo di aver cambiato la vita a nessuno a Tor Bella Monaca, e non credo che il tipo di attività che facciamo noi cambi...nel senso di risolvere,...in maniera definitiva e totale, le cose...però...spero che quel...come dire...quel piccolo dubbio che mette a te fare un’intervista a un’altra persona, nasca pure nella testa dell’altra persona, avendo a che fare con te...e nello stesso tempo, spero che...nella stessa maniera in cui molte volte tu esci dall’intervista tutto contento e dici: hai visto che simpatico, mi sono proprio divertita,...nella stessa maniera...questo è più o meno il massimo del risultato che io mi auguro...dalle video interviste...>>.

            Flaminia fa il punto della situazione attuale del lavoro di strada: <<...poi magari se vuoi entriamo nei dettagli proprio del lavoro...ti dico come siamo arrivati alla situazione di adesso...perché io...l’anno scorso ho fatto lavoro di strada in una specie di gruppo separato...cioè l’anno scorso c’erano due gruppi di strada...un gruppone e un gruppino...il gruppino era formato da me...il mio attuale fidanzato, che si chiama Salvatore,...Mauro...e un’altra tirocinante, insieme a Mauro,...che si chiama Lucia...e poi c’era il gruppone di Mariano...questa situazione un po’ strana, anche perché questi due gruppi si sono trovati a non comunicare tra di loro...per tutto l’anno...cosa non molto positiva...in una situazione di questo tipo...questa situazione di separazione è nata dal fatto che il mio attuale fidanzato è un ex amico di Mariano...praticamente uno dei suoi migliori amici...e vabbe’ insomma...senza raccontarti tutta...tutti gli antefatti...comunque il discorso è che Mariano a un certo punto ha deciso che lui...non voleva più avere a che fare con quest’altra persona...non voleva più vedere me perché...gli creavo problemi...e quindi ci siamo trovati in questa situazione assurda...per cui Mariano...io, Salvatore, Mauro e Lucia stavamo da una parte...Mariano e...erano moltissimi...dall’altra parte...ecco...questa cosa te la dico...al di là del pettegolezzo, perché...perché ha determinato una...una rottura un po’ brusca...proprio nel gruppo e nella mia percezione dell’attività...cioè...per vari motivi...uno, per il rapporto in sé con Mariano,...due,...perché in un contesto in cui la situazione...cioè, i rapporti all’interno del gruppo erano un elemento fondamentale, per quello che mi riguardava, per stare a Tor Bella Monaca...il fatto che i rapporti fossero tesi...cioè che...soprattutto all’inizio di questa situazione, tutti stavano molto sul chi vive perché...io e Mariano non ci dovevamo incontrare...era una cosa faticosissima...non ha facilitato le cose...e tre, perché, dal punto di vista pratico dell’attività,...che ci siano due gruppi che fanno due cose molto affini...ma che non comunicano tra di loro,...fa perdere un sacco il senso della cosa...e quindi io ho passato tutto l’anno scorso chiedendomi: che cosa stiamo facendo...e facendo l’attività con molto meno entusiasmo...del solito, cioè...stavo sostanzialmente a disagio...e quest’anno...ha fatto sì che io, di fatto, quest’anno non sto facendo lavoro di strada, sto facendo recupero...e...e sto preparando questo corso...di formazione per operatori, che stiamo facendo adesso là...con tutto che nettamente a me interessa più il lavoro di strada del recupero scolastico, per...piuttosto che ritrovarmi in una situazione...come l’anno scorso...a fare lavoro di strada da sola, con un altro gruppo che fa lavoro di strada...non ce l’avrei fatta...e quindi, di fatto, mi sto trovando a fare un’altra cosa...questo è per dirti che cosa è successo del gruppo...>>.

            Per quanto riguarda l’evoluzione del lavoro di strada, Flaminia dice: <<...poi...la piega che...da quel che ho capito, perché, ti ripeto,...non sto seguendo effettivamente il lavoro di strada,...che sta prendendo l’équipe di strada...è una piega in qualche maniera necessaria...cioè...la prima fase del lavoro di strada...per persone che non fanno nella vita gli operatori sociali...o che comunque si trovano a farlo...perché Mariano si è trovato a fare lavoro di strada, non è partito come volontario...la prima fase del lavoro di strada è necessariamente una fase di scoperta...in cui...devi mettere in gioco tutte le cose...devi capire tutte le cose e devi...partire più o meno da zero...e accettare di scoprire un pezzettino per volta e di formarti pian piano...la tua idea di lavoro di strada...ed è quello che è successo...con tentativi anche diversi tra loro...con momenti di scoraggiamento totale perché...ah, non riusciamo a fa’ niente...con momenti invece di gratificazione...un po’, legati magari a degli eventi magari riusciti, ma un po’, legati al fatto che, appunto, magari una giornata t’eri divertito...e quindi dicevi: va bene pure così, chi se ne frega dei progetti...dopo di che però...dopo una fase di scoperta, in cui capisci e accetti che il momento del contatto è un momento fondamentale,...poi per continuare a trovare senso devi fare dei passi avanti...cioè devi...cominciare a ragionare in una prospettiva...un po’ più forte, anche un po’ più pretenziosa...se no non riesci a andare avanti...purtroppo questa fase, appunto, non me la son vissuta...non me la sto vivendo...>>.

            Per quanto riguarda le prospettive del lavoro di strada, Flaminia dice: <<...e...non lo so...io spero che si riesca prima o poi a ricostruire una situazione in cui...riprendere il lavoro di strada perché...mi farebbe piacere farlo...boh!...è un po’...sai un po’ non c'ho il...forse dovrei fare quelle scelte un po’ drastiche e decidere di andarmene...adesso per sei mesi non ci vado a Tor Bella Monaca e vediamo che succede...però poi ti dispiace perché...in qualche maniera...quando prima dicevo a mio fratello che lui aveva scommesso che io avrei smesso di andare a Tor Bella Monaca...la mia vita è fatta tutta di...di passioni che si esauriscono in tempi brevi...questo su tutto...e questo lasciava supporre che sarebbe successa la stessa cosa anche a Tor Bella Monaca, quindi...non gli posso dare torto...e invece, Tor Bella Monaca...c'ha un che di familiare per me...cioè, a questo punto, è un posto dove...non ti dico neanche che ci vado per abitudine...ci sono stati momenti che non mi andava proprio per niente di andarci...cioè comunque il lavoro di strada...per quanto lo vivi bene, c'ha dei momenti che non ti va...che ti pesa...ma anche banalmente che non ti va di prendere la pioggia...e ciò nonostante...magari appunto scompaio per un mese perché non ce la faccio...però poi...molto per le persone, proprio per gli operatori che ci sono dentro...a me Tilde piace molto, mi piacciono molto tutte le suore...coinvolte...devo dire che loro sono proprio carine...a prescindere dalla (ride) suoraggine...comunque è un bel clima...è un clima in cui si vede che c’è...sia emotivamente interesse l’uno per l’altro...e sia intellettualmente l'intenzione di costruire insieme delle cose...e quindi...insomma, per quanto non sia convinta di quello che sto facendo in questo momento lì dentro...l’idea di mollare...e poi un po’...sai quando ti sembra che hai fatto...che questo figlio l’ho fatto anch’io (ride)...e non lo abbandono...ecco, per me,...col lavoro di strada, sto un po’ in questa situazione di...di madre che deve abbandonare il suo bambino...cioè...il lavoro di strada, sicuramente, prima di tutto è figlio di Mariano...di Mariano e di Tilde...però Tilde non ha mai avuto il coraggio di scendere in strada...questo glielo rimprovererò (ride)...per molto tempo...però Mariano e Tilde a parte,...la persona che c’è entrata subito dopo e che...ci s’è fatta più carico, più problemi, sono stata io...proprio per un fatto cronologico, non perché sono...e insomma il fatto di abbandonarlo così mi dispiace...mi dispiace di non...di non seguire poi le direzioni che può prendere...io vorrei che si chiarisse questa situazione, perché io vorrei continuare il lavoro di strada...però non...a parte che a Roma non è che ci siano tutte queste altre...possibilità di fare lavoro di strada...ma oltre al fatto che non saprei come altro fare...ma poi io ci tengo proprio a farlo lì...quindi vorrei...cioè spero sinceramente che la cosa si risolva...non saprei bene come, nel senso che...il problema fondamentale è Mariano, nel senso che finché lui non decide che...che i suoi problemi sono risolti...io non posso fare niente...io non posso fare violenza a una persona...diventerebbe solo una fatica per tutti...però, insomma, spero che si risolva perché a me in tutta sincerità...fare recupero scolastico me piace pure, però...è proprio un altro universo...>>.

 

            Progetti futuri

 

            Flaminia parla dei suoi progetti per il futuro: <<...per il resto, per il futuro...boh! non lo so...la tesi...le ho pensate tutte...credo che la cosa più saggia sia di cambiarla...nel senso che...una cosa su cui lavori da 5 anni, una settimana sì e tre no...a un certo punto...la mia tesi è una specie di...enorme costruzione fatta con materiali tutti diversi...cioè per quello che mi riguarda ha perso completamente senso...non so se ce l’abbia un senso...però io non glielo riesco più a vedere...penserei di finirla...cioè non ho ancora avuto la determinazione di dire non la faccio...anche perché avendo finito gli esami...insomma, sto in una condizione...un po’ così...però non me ne frega veramente niente e questo è molto triste...cioè è molto...se tu unisci al fatto che mi pesa psicologicamente farla, il fatto che non me ne frega più niente...portarla avanti è proprio arduo...io quello che penso di fare ora è di andare dalla professoressa e dirle: senta, facciamo una bella cosa...io oramai lavoro, c'ho altro da fare...mi dia una tesi rapida da fare velocemente, tanto c'ho una buona media...una cosa che in due mesi la finisco...dopo di che se in quei due mesi la finisco, bene...se non la finisco nemmeno così, allora...a questo punto (ride) me la faccio fare da qualcun altro...no, vorrei finirla, più che altro per non avere un peso...per non sentirlo come peso...e poi direi che a questo punto la mia vita è centrata su...ma...su una serie di cose...non so bene come queste cose si incroceranno tra loro e non so a quale lavoro specifico porteranno...però siccome sono cose che non sono poi molto distanti...adesso, in questo momento, c'ho un paio di associazioni che faccio funzionare...di cui quella che in questo momento mi sta dando più da lavorare è una ludoteca...e quindi tra ludoteca, didattica, storia dell’arte, teatro...insomma, sono tutte cose che si possono più o meno riuscire a far muovere in una stessa direzione...c'ho un fidanzato...il fidanzato...io non lo so se me lo voglio sposare, cioè...ho dato per scontato per molti anni...che la mia vita sarebbe stata ordinata come quella della mia mamma...cioè ho dato per scontato che io a un certo punto della mia vita mi sarei sposata, che subito dopo avrei fatto dei bambini, che mi sarei laureata, avrei iniziato a lavorare...man mano che il tempo passava, (ride) mi rendevo conto che questo non avveniva...e, a un certo punto, mi sono anche fatta la convinzione...non so se per evitare il suicidio o perché è di fatto così, però...mi sono fatta la convinzione che...che, forse, io manco lo cerco questo...cioè che...guarda caso tutte le volte che con un fidanzato la cosa si fa un po’ troppo lunga...lo mollo...allora, forse c’è qualcosa che non va...questo fidanzato è tanto caro e...boh! insomma non lo so...dei bambini li vorrei...ma non so bene quando...certo se uno pensa che ho quasi trent’anni forse sarebbe il caso, però...non si può fare un bambino così poi, capito?...e quindi non lo so...(ride)...il mio futuro è quanto di più incerto io mi riesca a immaginare...l’unico problema in tutto ciò è che non sto bene...cioè...se io riuscissi a vivermi...questa totale incertezza e instabilità...essendo felice, andrebbe tutto bene...non è così purtroppo...non so bene se le depressioni sono un fatto...che in qualche maniera dipende dalle reali soddisfazioni o insoddisfazioni della vita o...se comunque sarei depressa e sarò sempre depressa qualunque cosa mi succeda...perché  poi un certo tipo di crisi, comunque ce le ho sempre avute...potevo essere fidanzata, felice ma tanto...se mi devo dispera', io mi dispero...non c’è niente da fare...forse se fossi un po’ più soddisfatta, o perlomeno più tranquilla...cioè...in questa situazione di instabilità, il fatto di svegliarsi tutte le mattine e non sapere che cosa faccio oggi, non è che proprio ti fa stare serena...ecco, forse se la mia vita c'avesse un pochino più di...inquadramento...potrebbe essere meglio...>>.


 

Capitolo 5  Conclusioni

 

In questa prima parte del capitolo conclusivo si analizzeranno i temi di ogni singola storia di vita, prendendo in considerazione le tre fasi prescelte: storia dell'intervistato, storia attuale, progetti futuri.

 

 

5.1  Analisi dei temi

 

5.1.1 Commento tematico: storia di Mauro

 

Storia di Mauro

 

            Che tipo di percorso di vita può portare al lavoro di strada? Quali sono i modelli, le scelte, le figure significative che conducono ad un impegno così nuovo e coinvolgente nel sociale?

            Nella storia di vita di Mauro si trovano diversi elementi che possono aiutarci a comprendere questo percorso.

            Per Mauro, fare l'operatore di strada può significare un ritorno alle origini, per aiutare chi, come lui, è nato in periferia ed è costretto a lottare per guadagnarsi un posto a questo mondo. Infatti, in Mauro possiamo riscontrare un forte legame, sin dall'infanzia, col quartiere d'appartenenza; quartiere che è ora sede del suo lavoro di strada e anche di altri tipi di impegni sociali.

            L'inflessione dialettale di Mauro fa trasparire le sue radici e quelle della sua famiglia. La sua è una famiglia di immigrati, che si è trasferita a Tor Bella Monaca e si è dovuta costruire una casa in cui abitare, lottando per raggiungere una situazione ora accettabile. Egli racconta come una figura significativa per lui sia stata la nonna; donna all'antica e autoritaria che, in una famiglia allargata, accudiva tutti i nipoti. Il rapporto di Mauro con i genitori, dell' <<Abruzzo cattolico>> ma <<di sinistra>>, è sostanzialmente buono; l'unico momento di conflitto sembra essere l'entrata di Mauro nell'impresa edile del padre; situazione che poi però <<si è andata...sfiammando da sola>>.

            Un altro fattore molto importante che si evince dal racconto di Mauro è il suo rapporto difficile con le istituzioni e soprattutto con quella scolastica. Egli, infatti, racconta le sue grosse difficoltà di ambientamento a scuola; difficoltà dovute, non solo al dialetto ed alla situazione delle scuole nel quartiere, ma anche e soprattutto, individuata nel modello scolastico. Infatti, Mauro lo considera "costrittivo", eccessivamente selettivo e competitivo, <<il modello del giudizio e dell'etichetta>>. Nonostante le difficoltà, Mauro, con grosso impegno e sacrificio, spinto dalla voglia di apprendere, riesce ad andare avanti ed a proseguire gli studi. Gli rimane, però, quest'impegno morale nei confronti dell'ambito scolastico, come <<scotto>> che ha pagato personalmente e che rivede nei ragazzi che incontra nel suo lavoro. Questo fattore sicuramente influisce sul suo desiderio di diventare un educatore. Rispetto al suo impiego come educatore nell'asilo nido di Tor Bella Monaca dice, infatti: <<un piccolo sogno l'ho coronato>>.

            Una fase molto importante della vita di Mauro sembra iniziare con il liceo. In questo periodo è soggetto ad un'evoluzione personale molto veloce, dovuta anche al fatto che il liceo in questione si trova a piazza Indipendenza, e quindi al centro di Roma. La scoperta più importante in questo periodo non sembra tanto quella relativa ai rapporti sentimentali, quanto quella politica. Mauro si impegna tanto e riesce a far coniugare, sembra, abbastanza facilmente, le sue origini cattoliche con le scelte politiche di sinistra. Questo gli permette di aver accesso ad un mondo al quale effettivamente sente di appartenere sin dalla nascita: quello politico, per il riscatto della sua classe sociale. L'impegno politico sembra essere un filo conduttore che porta poi all'impegno sociale e che accompagna Mauro per tutta la vita. Egli dice, infatti: <<ed è stato questo uno dei percorsi importanti della mia vita perché poi l'impegno politico è stato una costante fino adesso...poi è collegato all'impegno...all'attività nel sociale>>. Per quanto riguarda l'interconnessione dei due filoni che sembrano prevalere, cioè quello cattolico e quello politico, Mauro dice: <<è stata un'esperienza matura quella della riflessione più attenta su queste due matrici>>.

            Quindi, ad un certo punto della sua vita, Mauro sente questa duplice spinta dettata dai valori politici e religiosi, che poi vanno a coniugarsi perfettamente nell'impegno sociale. Mauro, infatti, inizia a fare assistenza domiciliare prima ad handicappati fisici e poi a psicotici. Contemporaneamente riesce a vincere un concorso da educatore in un asilo nido e si iscrive ad un corso per educatore professionale a Capodarco. Rispetto ai suoi impegni nel sociale, Mauro dice: <<è diventata una cosa che mi ha seguito quasi per tutta la vita>>.

            Questi impegni portano Mauro ad entrare nel contesto del lavoro di strada sempre nel suo quartiere.

 

Storia attuale

 

            I motivi che portano Mauro ad entrare nel lavoro di strada riguardano il suo percorso di crescita e di impegno nel campo sociale, di cui si è già parlato.

            Per quanto riguarda il vissuto del lavoro di strada bisogna esaminare due fattori diversi, ma strettamente correlati tra loro. Da una parte troviamo la crescita personale che consegue al lavoro di strada, in quanto sede di contatti molto diretti e poco mediati da ruoli prestabiliti; dall'altra troviamo, però, le difficoltà sia a livello personale che relative allo specifico del lavoro di strada.

            Per quanto riguarda il primo fattore, nella storia di vita di Mauro, traspare, sia indirettamente che in modo esplicito, l'evoluzione positiva della sua capacità empatica e di rapporto con gli altri e con se stesso, dovuta all'esperienza nel sociale e, in particolar modo, al lavoro come operatore di strada. In relazione a questa crescita personale, ovviamente, nell'operatore sorgono anche delle difficoltà iniziali, dovute alla paura di un contatto così ravvicinato, così poco mediato dai ruoli di assistenza tradizionali. Il rapporto che si viene a creare, infatti, non è quello tipico tra utente (che in questo caso non richiede l'assistenza) e servizio assistenziale (che nel lavoro di strada non esiste). L'operatore si ritrova a svolgere un ruolo che è in parte alla pari e in parte da educatore. Fatto sta che, nel corso della pratica del lavoro di strada, il ruolo dell'educatore viene quasi sempre celato dietro una relazione di collaborazione. Nel lavoro di strada l'utente non richiede l'assistenza; l'operatore, quindi, non ha il ruolo di "salvatore", ma quello di educarsi per educare. Questo uscire completamente dai ruoli d'aiuto tradizionali spaventa, in genere, chi si appresta a svolgere un lavoro di questo tipo. Anche dalle parole di Mauro si evince una paura iniziale, sostituita poi da una successiva sicurezza dovuta all'esperienza e alla convinzione di trovare un'attuazione fattiva ai propri valori.

            Un altro fattore che nel lavoro di strada è molto rilevante è il rapporto con l'équipe di lavoro. Infatti, il livello di coesione tra gli operatori è essenziale nel lavoro di strada. In questo caso particolare, oltre tutto, trattandosi di operatori volontari, il rapporto tra di loro, diviene elemento ancor più importante. Nel racconto di Mauro riscontriamo il valore che egli attribuisce a questo fattore; egli dice infatti: <<si è creata una sintonia che...insomma, succede qualche volta, no?>>.

            Rispetto ad eventuali differenze di genere nel lavoro di strada, Mauro ritiene che ci siano, in donne e uomini, capacità comunicative ed empatiche diverse e complementari che devono essere sfruttate al massimo; è proprio per questo motivo, spiega, che quando si esce in strada, si cerca sempre di fare in modo che in ogni piccola équipe siano presenti almeno un uomo e una donna.

            Un altro discorso molto importante è quello della relazione con i ragazzi. Nella storia di Mauro si riscontra la sua grande capacità empatica nei loro confronti, dovuta al fatto di saper proiettare nei ragazzi una parte di sé, poiché anche Mauro ha dovuto lottare per contrastare difficoltà e disagi. Egli ritiene, infatti, di condividere con questi ragazzi determinate esperienze, quali per esempio la provenienza socioculturale e la vita nello stesso quartiere. Un altro fattore che fa sentire Mauro vicino a questi ragazzi è il vissuto del rifiuto da parte del sistema educativo. Mauro è ben cosciente, però, anche delle differenze tra il suo percorso di vita e quello dei ragazzi; differenze che lui attribuisce, fondamentalmente, all'aver vissuto, in prima persona, il periodo degli anni '70, ed all'essersi impegnato molto a livello politico. Nonostante ciò, Mauro non li critica per questo; semplicemente spiega che quel tipo di esperienze non sono riproducibili, ma che le esperienze presenti ora, invece, possono essere vissute dai ragazzi e da lui stesso come altrettanto utili ed istruttive.

 

Progetti futuri

 

            Per quanto riguarda i suoi progetti lavorativi, Mauro vorrebbe diventare un educatore professionale e svolgere un lavoro di interconnessione di servizi e di ricerca sociale, sempre, però, rivolgendosi alla fascia giovanile. Vorrebbe svolgere un lavoro di tipo più strutturato rispetto al lavoro di strada.

            Quanto ai suoi progetti a livello affettivo e personale, Mauro conclude la sua storia dicendo che sta cercando la serenità in questo campo e precisamente: <<spesso la mia vita...insomma...strabocca di sentimenti...e insomma, adesso mi piacerebbe una cosa serena, tranquilla>>.

 

 

5.1.2 Commento tematico: storia di Mariano

 

Storia di Mariano

 

            Nella storia di Mariano è indubbiamente presente la concomitanza di un fattore religioso e di un fattore politico. Lo scontrarsi e l'intrecciarsi dei due modelli comportamentali, dei due registri di lettura della vita, segna, per lui, una serie di contraddizioni che si vanno pian piano risolvendo.

            Mariano proviene da una famiglia immigrata <<cattolico-piccoloborghese>>. Una figura dominante nella sua famiglia sembra essere quella dello zio sacerdote; questi, molto impegnato socialmente e di mentalità molto aperta, gli insegna i valori religiosi senza farli cadere nel moralismo, andando spesso contro la cultura di provenienza. Lo scontro dello zio con i valori conservatori della famiglia ed il suo impegno sociale, sembrano aver spinto Mariano a seguire la stessa strada.

            Mariano, inizialmente, sembra riconoscersi completamente nei valori cattolici propri della sua famiglia. Si evince, poi, dal suo racconto, un'evoluzione diversa. Egli inizia a frequentare da subito la parrocchia, ma non sembra soddisfatto del tipo di esperienze che lì sperimenta.

            In seguito, continua a cercare un gruppo politico-religioso nel quale ritrovare i suoi ideali. Per qualche tempo frequenta Comunione e Liberazione, l'Opus Dei ed infine la FUCI che è, come sostiene, <<un po' più, diciamo...a sinistra>>; ma non sembra trovarsi bene in nessuna di esse.

            Nel frattempo Mariano segue il suo percorso scolastico con impegno, ottenendo ottimi risultati, poiché, come spiega, lo studio è molto importante per lui.

            Durante gli anni del liceo inizia però la sua "ribellione" ai valori di cui era stato circondato fino a quel momento. All'inizio egli punta tutte le sue forze sullo studio abbandonando, così, definitivamente la parrocchia. Più tardi, Mariano si renderà conto dei suoi nuovi bisogni, subendo un crollo nello studio a metà dell'ultimo anno di liceo. Il suo cambiamento è dovuto all'incontro con due figure molto importanti. La prima è una professoressa di Italiano, intellettuale e di sinistra: Mariano viene colpito sia dal modo speciale di insegnare, sia dagli ideali di sinistra, che all'inizio vive come contrastanti con la sua cultura di provenienza. Il secondo incontro importante, in questo periodo, è il suo primo amore; ne parla come di <<una ragazza di sinistra...come allora dicevo>>. Anche questa ragazza stimola in lui la passione per la politica e, contemporaneamente, lo porta a vivere esperienze alternative allo studio e divertenti. Si scoprirà poi che questa famigerata ragazza è proprio Flaminia, altra operatrice intervistata nel corso di questa ricerca.

            Contemporaneamente Mariano vede sgretolarsi certi valori, mentre altri si consolidano in lui: abbandona la parrocchia, si confronta con alcuni gruppi religiosi senza apprezzarli, mentre diminuisce il suo interesse per lo studio e inizia a conoscere il mondo politico.

            In questo periodo vive un forte contrasto tra le due culture, quella familiare e quella acquisita; esse si contrappongono decisamente e Mariano si trova di fronte ad una scelta. Con il passare del tempo contrasti e contraddizioni tra mondo cattolico e mondo politico iniziano ad attenuarsi ed a trovare una "collocazione" nella vita di Mariano. La scelta allora si rivelerà non più necessaria perché, come sostiene, riferendosi alla distanza tra le due culture: <<...chiaramente non è così, insomma ognuno ci ha i suoi...le sue miserie e poi i suoi punti, invece forti...>>. Anche a causa di questo cambiamento, Mariano non riesce più a proseguire lo studio, nonostante fosse la cosa più importante per lui. Le sue critiche al sistema educativo della scuola italiana sono probabilmente correlate al suo abbandono.

            Sceglie di fare il servizio civile presso la Caritas di Roma; il che, a giudicare dalle precedenti esperienze, non si direbbe propriamente un caso. Lì finalmente riesce a coniugare quasi tutti i suoi interessi e valori, iniziando a vederli non più in contrasto tra loro, ma confluenti nel suo impegno sociale. Gli ideali socio-politici si accordano con quelli religiosi per dar luogo ad una scelta d'aiuto non solo fattiva, ma anche ragionata e teorizzata. Alla Caritas, Mariano incontra altre figure molto significative che lo accompagnano e lo aiutano in questo percorso di crescita personale. Alcune di queste persone gli insegnano le basi teoriche e metodologiche dell'approccio all'aiuto; altre facilitano il suo inserimento nel mondo del lavoro, permettendogli, in questo modo, di ritrovare anche un altro suo importante interesse: quello culturale. Alcune delle persone con cui viene in contatto, ed è forse la cosa più importante, lo aiutano a crescere emotivamente nel rapporto con gli altri.

 

Storia attuale

 

            Mariano si avvicina all'esperienza del lavoro di strada poco preparato, si potrebbe dire sprovveduto. Proprio durante il lavoro, inizia la sua maturazione e la definizione dei suoi valori ed interessi, che trovano la giusta collocazione e possono quindi coesistere.

            Il suo primo impatto con il lavoro di strada è molto difficile, infatti egli lo definisce <<aberrante dal punto di vista psicologico>>; sente che è un'esperienza in cui è privo di difese e la accetta solo dopo la decisione di utilizzare la videocamera per facilitare la comunicazione; egli la ritiene uno strumento che più che altro serve a difendere l'operatore, ad assegnargli un ruolo ben definito. Mariano vive, in questa occasione, un passaggio molto brusco, dall'assistenzialismo tradizionale al lavoro di strada, trovando così ciò che cercava.

            Grazie agli ottimi rapporti con l'équipe di lavoro e alla sua esperienza di crescita affettiva con i ragazzi, comincia ad apprezzare appieno questo tipo di intervento: inizia ad approvarne le premesse teoriche ed a divertirsi, come sostiene quando racconta: <<...mi ricordo qualche giornata epica in cui andavo da solo a fare le interviste...la sera con 'sta videocamera...riprendevo e facevo domande...>>.

            Il rapporto con l'équipe di lavoro è essenziale nella storia di Mariano, sia come motivo fondamentale di scelta, sia come fonte di apprendimento teorico-pratico, che pure a livello personale, come fonte di un'evoluzione emotiva e affettiva nel relazionarsi agli altri. Rispetto alla sua crescita emotiva dice, infatti: <<dal punto di vista emotivo mi ha costretto a superare dei limiti...che è una cosa che poi mi sono ritrovato nella mia vita>>.

            Gli operatori con i quali ha occasione di lavorare, lo aiutano a coniugare in modo più sereno interessi politici e religiosi; il rapporto con loro è spontaneo e disinteressato e viene apprezzato da Mariano proprio in quanto tale. Grazie a questi contatti egli riesce anche ad imparare molto sul metodo del lavoro di strada ed a condividerne le premesse teoriche, cosa fondamentale per vincere le frequenti frustrazioni tipiche di questo genere d'impegno sociale.

            Rispetto ad eventuali differenze di genere nel lavoro di strada, egli ritiene che non ce ne siano di evidenti; individua unicamente il rischio di un fraintendimento, da parte dei ragazzi, del rapporto con un'operatrice. Nel lavoro di strada, infatti, l'operatore instaura una relazione di collaborazione (quasi alla pari) con i ragazzi con i quali viene a contatto, trascorre del tempo insieme a loro, adeguandosi più o meno alle loro abitudini; così, un ragazzo di strada può credere che un'operatrice possa essere disponibile ad instaurare con lui eventuali rapporti di tipo sentimentale. Mariano comprende che questa è una dinamica normalissima e ritiene che l'operatrice debba, fin dall'inizio, definire bene i limiti del rapporto con i ragazzi. Dal suo discorso si deduce che le qualità essenziali di un operatore di strada sono: capacità di comunicare ed empatia; il sesso non può essere una discriminante per definire la validità dell'operatore.

            Per quanto riguarda il rapporto con i ragazzi che incontra nel suo lavoro, egli è perfettamente consapevole della distanza che lo separa da essi; allo stesso tempo, si sforza di capire e motivare i loro errori e le loro scelte devianti; il suo rapporto con i ragazzi è profondamente empatico. In questo caso l'empatia nasce, non dall'affinità, ma dalle contrapposizioni che divengono accettazione della diversità. Parlando dei loro atti devianti, dice: <<io lo capisco benissimo>> e, a proposito dei loro fallimenti scolastici, si rammarica del fatto che questi ragazzi, invece di ribellarsi contro un modello di scuola selettivo e altamente competitivo, si sentano  i soli responsabili dei loro stessi fallimenti. In fondo, Mariano si sente vicino a questi ragazzi nella critica al sistema educativo.

            Nell'ultima parte della storia di vita, Mariano mette in evidenza una problematica specifica del lavoro di strada, che lui sente molto e che forse lo porterà ad una scelta diversa per il futuro. Il problema risiede nel suo rapporto con questi ragazzi, con i quali gli operatori passano insieme del tempo libero (cioè senza fare attività particolari); quello è uno spazio che, secondo Mariano, dovrebbe essere riservato alle amicizie: il fatto di trascorrere tempo libero insieme a delle persone <<non è un'attività che tu faresti mai per lavoro>>. Mariano sente tutta la difficoltà di stabilire un rapporto basato sul contatto, che ha molte delle caratteristiche del rapporto di amicizia, ma non è basato sull'affinità emotiva e culturale con l'altra persona. Questo problema rispecchia chiaramente la particolarità del lavoro di strada, in cui l'operatore, non protetto da ruoli predefiniti, si trova a costruire un rapporto con l'utente che differisce molto da quello assistenziale tradizionale.

 

Progetti futuri

 

            Per quanto riguarda i suoi progetti lavorativi, Mariano vorrebbe occuparsi, sempre a Tor Bella Monaca, non più del campo dei minori, ma di quello degli adulti, cercando di creare una rete nel territorio che rapporti i leader locali alle istituzioni e queste ai servizi, per realizzare progetti che riguardano la vita nel quartiere (cita, per esempio, il problema del "verde").

 

 

5.1.3 Commento tematico: storia di Chiara

 

Storia di Chiara

 

            Quale percorso di vita può aver portato Chiara a svolgere lavoro di strada? Quali sono state le esperienze significative che l'hanno indotta ad assumersi un impegno nel sociale così nuovo ed alternativo?

            La vita di Chiara sembra pervasa da una lotta intestina tra la voglia di conformarsi agli schemi (soprattutto a quelli indotti dalla sua famiglia e da suo padre in particolare) e l'esigenza di seguire i propri interessi, essere coerente alle caratteristiche della propria personalità, non ancora del tutto definita. Nel corso del racconto si deduce, infatti, che il suo percorso di crescita va ancora definendosi.

            Chiara è nata in un paesino di provincia: Lanciano, che lei descrive come una <<cittadina provincialissima>> dalla quale sembra, con molta fatica, essersi distaccata emotivamente, oltre che logisticamente.

            L'infanzia di Chiara sembra essere caratterizzata dalla forte presenza della nonna, che l'ha cresciuta, e da tutta una serie di impegni extra scolastici, quali il canto, la danza, il tennis ed il teatro; impegni che si rammarica di non essere riuscita a portare avanti. Queste attività l'hanno portata a non frequentare, inizialmente, né la "strada", né il quartiere. A scuola, Chiara sembra impegnarsi molto e non avere grossi problemi, fino al momento della scelta della scuola superiore. La scelta del liceo è per Chiara un primo momento di rottura con i suoi genitori e, in particolar modo, con il padre, che sembra imporgli, anche se non esplicitamente, il liceo classico.

            Al liceo, Chiara vive due fondamentali esperienze che la inducono ad uscire dagli schemi familiari per seguire le sue caratteristiche personali. Inizia ad avere le sue prime amicizie importanti, che la portano a trascurare gli studi. Contemporaneamente, Chiara, seguendo l'esempio della madre, entra a far parte degli scout. Quest'ultima esperienza sembra segnarla in maniera particolare e viene raccontata da Chiara con molto coinvolgimento. In questo ambito, lei riesce finalmente a trovare una concretizzazione dei suoi valori e per la prima volta in vita sua frequenta la "strada", ma in maniera positiva, facendo <<comunità in strada>>. Gli scout sono accomunati, secondo Chiara, anche alla sua devozione cattolica, soprattutto per quanto riguarda il "fare gruppo". Durante la sua attività negli scout, fa anche esperienza di assistenza a persone invalide; questo sembra darle molto dal punto di vista affettivo, tanto che Chiara si lega particolarmente ad una di queste persone e vive in maniera molto drammatica la sua morte.

            L'impegno negli scout e la contemporanea attività di assistenza agli invalidi, iniziata negli scout, ma continuata anche dopo il termine prestabilito, sembrano strettamente correlati alla seguente scelta del lavoro di strada, dove il "fare gruppo", l'impegno sociale e l'amore per la "strada" vengono a convergere.

            Finito il liceo, Chiara si trova, nuovamente, di fronte ad una scelta che la contrappone fortemente ai desideri di suo padre. Dopo vari cambiamenti di residenza, dopo un errore che la porta ad iscriversi a Giurisprudenza e ad accorgersi dopo che non era quello il corso di studi che l'avrebbe portata a specializzarsi in Criminologia, Chiara approda a Roma, creando un vero scompiglio in casa sua. Il padre sembra essere molto deluso dalla <<coltellata>> infertagli dalla figlia; Chiara ne è molto dispiaciuta, ma cerca con tutte le forze di trovare una propria identità e di seguire i propri interessi, nonostante il dissenso paterno.

            Chiara si trasferisce a Roma e si iscrive alla facoltà di Psicologia. Purtroppo, però, una difficile situazione di convivenza induce in lei una vera e propria crisi, che le permette di sostenere solo due esami e che la porta, infine, a rientrare a casa dai suoi genitori. Questo fallimento è, ovviamente, spunto di nuovi rimproveri da parte del padre, il quale però la convince a riprendere un appartamento a Roma ed a ricominciare daccapo. In questa occasione, il padre, forse per la prima volta, inizia a rendersi conto della crescita, nella figlia, di una personalità indipendente.

            Chiara torna a Roma e sembra, sia pure lentamente, riprendersi: trova un lavoro stagionale che le permette di rendersi un po' più indipendente da suo padre (anche se per un breve periodo), sostiene parecchi esami ed è molto presa dal corso di "Psicologia dello sviluppo", tenuto dal Professor Gerard Lutte. Proprio durante questo corso, ella, scegliendo uno dei seminari disponibili, approda a Tor Bella Monaca ed al lavoro di strada, aspirando a rivestire il ruolo di "salvatore" e sperando di ritrovare le stesse condizioni vissute negli scout.

 

Storia attuale

 

            Parlando della sua storia attuale, Chiara racconta dei due principali problemi che la assillano e che, in qualche modo, sono collegati tra di loro ed al lavoro di strada.

            Il primo riguarda il rapporto con suo padre e la sua voglia di indipendenza, sia negli studi che nel resto della sua vita; a riguardo, però, Chiara dice anche: <<...non riesco a...non a diventare grande, però...è tosta, eh...perché è una scelta...>>.

            Il secondo problema che assilla Chiara risiede nel rapporto con gli altri, nel quale non riesce ad essere spontanea, si protegge con una <<corazza>> e diventa, a volte, aggressiva; questo succede da quando ha capito, come lei stessa afferma, <<che c'erano persone che mi facevano male>>. Per spiegare questa sua difesa e "chiusura", parla di due eventi traumatici che l'hanno portata ad assumere questo atteggiamento: due episodi di violenza che ha subito. Ne racconta solo uno e dichiara di non voler parlare del secondo, probabilmente il più traumatico. Spera, prima o poi, di poterne parlare con una persona specializzata, che sia in grado di contenere le reazioni ed i sentimenti che l'evocare questo evento potrebbe scatenarle, e spera di convincersi che l'episodio in questione non è stato causato da lei. Questi due problemi sembrano essere in stretta correlazione con il lavoro di strada, che diviene, in qualche modo, l'ambito in cui Chiara riesce a riconoscersi come persona indipendente dagli altri (soprattutto dal padre) ed in cui trova finalmente dei rapporti in cui relazionarsi con maggiore spontaneità.

            Chiara approda al lavoro di strada l'anno scorso; questo fatto la aiuta in qualche modo a riprendersi dalla precedente crisi. Inizialmente, considera questa esperienza come un dovere, finalizzato unicamente al superamento dell'esame.

            Chiara sostiene di aver forse sbagliato ad entrare nel lavoro di strada aspettandosi di ritrovare le condizioni che viveva negli scout. Nel paragonare le due esperienze, riscontra delle similitudini dovute all'amore per la strada, al fare <<comunità in strada>>. Allo stesso tempo, è afflitta da grossi dubbi riguardo al lavoro di strada a confronto con gli scout e con l'assistenza a persone invalide; infatti, le è adesso difficile trovare gratificazione giornaliera e conferma dell'utilità del suo lavoro. Questo prova le differenze tra lavoro di strada e volontariato tradizionale: esse risiedono soprattutto nel fatto che il lavoro di strada, in genere, si pone obiettivi a lungo termine e, per questo, deve essere supportato da una piena accettazione delle basi teoriche che lo sottendono.

            Le difficoltà iniziali di Chiara sono dovute, in parte a questi dubbi sull'utilità del lavoro stesso e, in parte al rapporto con gli altri operatori, che invece credono fermamente in questa attività e che, di conseguenza rendono, secondo lei, il lavoro in questione <<molto tecnico>>.

            Il lavoro di strada si basa proprio sull'importanza dell'équipe. Chiara, infatti, supera queste difficoltà grazie al rapporto affettuoso che si crea con gli altri membri dell'équipe ed al risultato finale del lavoro, che le permette di ottenere <<riconoscimento>> da parte dei ragazzi; essa dice infatti: <<...ti rendi conto che questi ragazzi si sono affezionati a te...perché hai fatto qualcosa di concreto soprattutto...[...]...e...questo m'ha portato a ritornare...>>.

            il rapporto con i ragazzi di strada sembra essere, per Chiara, molto importante poiché la costringe in qualche modo ad essere più spontanea, ad abbandonare la sua <<corazza>>; in seguito, trova sempre più semplice relazionarsi in maniera più vera. Il cambiamento si deduce direttamente dalle parole di Chiara, che dice: <<...cioè è stato molto semplice poi...non mi ha creato alcun problema poi...m'ha fatto capire...ad essere più me stessa soprattutto...più spontanea, sì...>>.

            Chiara asserisce inizialmente di aver scelto Tor Bella Monaca ed il lavoro di strada perché bisognosa di <<dare>>; nel corso del colloquio, però, risulta evidente che il lavoro di strada, in realtà, ha in lei una motivazione egoistica e le permette di ritrovare emozioni e sentimenti che aveva già provato negli scout; inoltre, l'esperienza del lavoro di strada sembra, in qualche modo, riempire la vita di Chiara di qualcosa che sia diverso dallo studio, ma che sia al tempo stesso costruttivo. Dice, infatti: <<...quando io vengo qui...a Tor Bella Monaca...è tutta una cosa...insomma, torno a casa tranquilla, contenta...>>. In realtà le conclusioni del suo discorso rivelano che, sia l'esperienza di assistenza agli anziani e invalidi, sia il lavoro di strada sono capitati a Chiara nei suoi percorsi formativi (rispettivamente negli scout e nel corso di laurea in Psicologia) ed sono stati scelti per un suo bisogno di dare qualcosa agli altri; in entrambi i casi, però, Chiara si è ritrovata a voler prolungare queste esperienze perché bisognosa di ricevere dagli altri e perché vi ha trovato una "strada" più adatta alla sua personalità.

 

Progetti futuri

 

            Per il futuro Chiara spera, innanzi tutto, di trovare un lavoro che le permetta di rendersi un po' più indipendente dai suoi genitori che, tuttora, la mantengono a Roma. In questo modo, crede di poter essere più libera nelle sue scelte, soprattutto per quanto riguarda lo studio, per poter finalmente coronare il sogno di specializzarsi in Criminologia.

            Chiara ha intenzione di rimanere a fare lavoro di strada a Tor Bella Monaca, nonostante i suoi dubbi sull'effettivo valore di quest'esperienza, in quanto aiuto attivo e concreto.

            A livello personale, Chiara si dichiara comunque desiderosa di costituirsi un suo gruppo familiare, ma solo dopo essersi specializzata e realizzata. E' auspicabile, infine, che Chiara riesca a trovare un equilibrio più stabile e definitivo e che, nel far ciò, trovi il coraggio di parlare con una persona specializzata di quell'esperienza così traumatica, per poterla infine superare.

 

 

5.1.4 Commento tematico: storia di Flaminia

 

Storia di Flaminia

 

            Che percorso di crescita ha portato Flaminia, borghese, atea e di sinistra, a svolgere lavoro di strada? Quali sono stati gli incontri e le esperienze che l’hanno indotta ad unirsi al gruppo di lavoro di strada a Tor Bella Monaca ed a rimanerci?

            I rapporti di Flaminia con i genitori sono stati abbastanza difficili, poiché, da una parte l'assenza del padre ha fatto sì che ella crescesse principalmente con la madre e con il fratello, dall’altra il rapporto con la madre sembra essere stato, da sempre, molto conflittuale. Questo conflitto deriva, secondo Flaminia, dalla loro fondamentale diversità: infatti, la madre sembra aver avuto una vita abbastanza ordinata, mentre Flaminia racconta della sua “ribellione” fin da piccola, del suo “non seguire le tappe” che le erano state proposte. Viceversa, il rapporto con il fratello sembra essere da sempre molto significativo e rassicurante, nonostante le normali gelosie. Questo traspare anche dalla loro breve conversazione prima del colloquio. Il rapporto di Flaminia con i genitori è indice (o causa) di una "ribellione" contro la cultura familiare, che può averla indotta a ricercare esperienze di tipo diverso, come, ad esempio, il lavoro di strada.

            Per quanto riguarda l'infanzia, Flaminia cerca di ricostruire gli eventi e racconta in particolar modo dei suoi vari impegni e dei suoi pochissimi amici (un po’ per scelta e un po’ per forza di cose); inoltre, Flaminia tiene a precisare che lei non aveva mai fatto vita "di strada", che anzi il suo rapporto con la strada, prima dell’esperienza di Tor Bella Monaca, è stato, fin da piccola, caratterizzato dalla sua paura nei confronti di quell’ambiente.

            Per quanto riguarda il periodo della scuola, Flaminia riferisce del suo rapporto positivo con i coetanei, per i quali aveva il ruolo della <<piccola leader>>; il rapporto con gli insegnanti sembra, invece, caratterizzato da un rifiuto dell’autorità, anche in base alle rappresentazioni che gli insegnanti avevano di lei come molto intelligente, ma con un carattere difficile e “puntuto”. Quindi, già si intuisce un contrasto con l'autorità e con il metodo educativo tradizionale.

            L’impatto con il liceo sembra essere, dapprima, favorevole, anche grazie alla rappresentazione della scuola in questione (il Liceo Tasso), caratterizzata politicamente a sinistra. In seguito però ai suoi vissuti depressivi, Flaminia cambia scuola e si trasferisce in un liceo di San Lorenzo in cui sembra trovarsi molto meglio.          Nella nuova scuola, Flaminia vive la maggior parte delle esperienze di crescita, parte essenziale del suo percorso personale: in quel periodo si fidanza con Mariano (futuro compagno nel lavoro di strada) ed inizia a fare esperienze che la proiettano verso il futuro, soprattutto in campo teatrale. Il rapporto con Mariano è, sicuramente, il più lungo ed importante, proprio perché vissuto da entrambi in un periodo di condivisione del futuro, degli ideali e delle scelte più importanti.

            Flaminia si iscrive poi alla facoltà di Lettere con indirizzo "Spettacolo", per portare avanti l’interesse per il teatro. Finisce gli esami ed inizia a lavorare alla sua tesi a circa 25-26 anni.

            In quel periodo, però, la rottura con la madre è nella fase più acuta: Flaminia non si sente più di convivere con lei. Sceglie allora di andare a vivere da sola. Per far ciò, nonostante gli aiuti economici che riceve dai genitori, (anche dal padre, al quale nel frattempo si è riavvicinata), è costretta ad andare a lavorare. In seguito ai nuovi impegni lavorativi e anche a causa della sua paura di crescere, Flaminia tralascia la tesi di laurea ed inizia a fare dei lavori che la interessano e la impegnano molto. In questo periodo, Flaminia sembra vivere le forti contraddizioni tra la voglia di evadere gli schemi familiari precostituiti e quella di adattarvisi supinamente.

            Attualmente, Flaminia, oltre a svolgere lavoro di strada come volontaria, si occupa di una ludoteca, di visite guidate per ragazzi, fa l’animatrice e non ha ancora terminato la sua tesi.

 

Storia attuale

 

            La scelta del lavoro di strada per Flaminia è stata l’unione di due esigenze molto diverse tra loro che sono confluite entrambe nell'impegno sociale a Tor Bella Monaca. Il suo rapporto con Mariano si era interrotto da circa due anni e, verso i 25 anni, Flaminia vive un periodo di riavvicinamento con lui. Mariano intanto, tramite il servizio civile, era approdato al lavoro di strada e le raccontava delle sue esperienze a Tor Bella Monaca. Flaminia, per suo conto, aveva sempre desiderato fare volontariato, ma non aveva mai trovato un ambito che la convincesse a pieno. La decisione di iniziare il lavoro di strada a Tor Bella Monaca unisce perfettamente queste due esigenze; in più, sembra divenire la sede ideale in cui trovare finalmente un ambiente diverso da quello in cui è cresciuta, ma anche corrispondente ai suoi bisogni.

            Tuttavia, l’impatto con la strada per Flaminia deve essere mediato da un episodio che descrive come un atto di liberazione: la passeggiata notturna con la quale vince la paura della strada.

            A Tor Bella Monaca Flaminia viene “adottata” subito dal gruppo ed inizia il lavoro di strada con l’appoggio di Mariano.

            L’impatto di Flaminia con il quartiere e con i ragazzi è subito positivo, anche grazie alla sua voglia di frequentare ambienti diversi da quelli in cui era vissuta fino ad allora. Con l’équipe, invece, si sviluppano ben presto dinamiche conflittuali. Dapprima, Flaminia ha avuto problemi con un’altra componente del gruppo, che si era sentita spodestata dal suo arrivo; la situazione si era poi risolta con l’abbandono del gruppo di strada da parte di questa signora. In seguito, i problemi di Flaminia con il gruppo di lavoro di strada sono stati acuiti dal fatto che lei si è fidanzata con un altro componente del gruppo (Salvatore), con il quale attualmente convive, grande amico di Mariano. Questo fatto ha spaccato il gruppo in due sotto gruppi che, inizialmente, non comunicavano affatto tra loro. Ciò ha indotto Flaminia ad abbandonare l’anno scorso il lavoro di strada e ad occuparsi invece del recupero scolastico. Lei spera, comunque, di poter ritornare a fare lavoro di strada perché <<è proprio un altro universo>>. La scelta di Flaminia di abbandonare il lavoro di strada, nonostante la sua voglia di continuare, dimostra appieno l'importanza dell'équipe nel lavoro di strada.

            Il lavoro di strada ha avuto ed ha per Flaminia un grande significato. Innanzi tutto, si tratta di un lavoro che è utile a <<far lavorare la testa>>, cosa resa necessaria dalla continua verifica dei progetti, dei mezzi e delle basi teoriche stesse del lavoro in questione. Inoltre Flaminia punta l’attenzione su altri vissuti del lavoro di strada importanti per lei : la ricerca di un contatto con persone diverse per cultura, idee politiche e vissuti dell’adolescenza; l’importanza di un tipo di volontariato che non sia condotto in qualità di semplici esecutori, ma che sia basato soprattutto sulla continua ricerca e revisione, per usare le sue parole: <<che ti renda una persona pensante...che deve trovare soluzioni o che...deve trovarsi anche lui...le soluzioni alle proprie questioni>>. Inoltre, Flaminia parla dell’utilità di usare la videocamera come strumento che, nel contatto, protegge e permette, contemporaneamente, di affrontare anche temi importanti senza paura. Per Flaminia il lavoro di strada è stato utile anche da un punto di vista <<sociologico>>, poiché le ha permesso di formarsi nuove rappresentazioni dei ragazzi di periferia e delle loro scelte politiche, completamente opposte alle sue; le ha permesso anche di avere una visione più aperta della “diversità”, di poter fare una critica alla chiusura mentale della propria classe sociale e del proprio partito; inoltre, come dice Flaminia, <<ti cambiano pure un po’ le prospettive...diciamo, anche politiche...della tua immagine di quella che dovrebbe essere la vita in una città>>.

            Flaminia parla anche della sua speranza che le emozioni che lei ha vissuto facendo le video interviste siano rimaste anche nei ragazzi intervistati.

            Secondo lei, nel lavoro di strada, dopo una prima fase di contatto, di scoperta del lavoro stesso, di formazione nel lavoro, si avverte la necessità di fare dei <<passi avanti>>; è quello che è avvenuto al gruppo di Tor Bella Monaca. Purtroppo Flaminia, per i motivi di cui sopra, non ha vissuto e non sta vivendo questa fase e spera di poter tornare a far parte dell’équipe di strada al più presto.

 

Progetti futuri

 

            Per quanto riguarda il lavoro di strada, Flaminia spera di potervisi reinserire al più presto anche perché, come lei stessa afferma, lo sente un po’ come un figlio, che, nonostante i vissuti di scoraggiamento, non vuole abbandonare; come dice precedentemente al colloquio, il lavoro di strada è l’unica passione della sua vita che non si sia spenta come un fuoco di paglia.

            Inoltre, Flaminia vuole terminare la sua tesi <<per non sentirlo come peso>> e spera che tutte le sue occupazioni attuali, che in fondo sono abbastanza compatibili l’una con l’altra, convergano in un unico impegno.

            Per quanto riguarda il suo attuale convivente, Flaminia non sa ancora se lo sposerà o meno; ciò nonostante, si dice desiderosa di avere dei figli prima o poi.

            Flaminia lamenta il fatto di non riuscire a convivere con l'instabilità che caratterizza ora la sua vita e conclude il colloquio dicendo: <<ecco, forse se la mia vita c'avesse un pochino più di...inquadramento...potrebbe essere meglio>>.


 

5.2  Paragone tra le storie di vita

 

         Dopo aver già analizzato i temi di ogni singola storia di vita, in questa parte conclusiva questi verranno trattati facendo un paragone tra le quattro storie e cogliendone, in tal modo, particolarità e punti in comune. Si farà riferimento alle due fasi definite prima dei colloqui: storia dell'intervistato e storia attuale, ossia lavoro di strada. Si porrà particolare attenzione all'evoluzione personale che ha condotto gli intervistati al lavoro di strada ed al loro vissuto del lavoro in questione.

 

 

5.2.1 Storia degli intervistati

 

            Sostiene S. Pighi1 che il lavoro di strada si basa proprio su una continua rivisitazione da parte degli operatori dei loro vissuti personali; è per questo motivo che è importante valutare la storia di ogni operatore.

            Per quanto riguarda il percorso di vita che ha portato gli intervistati a svolgere lavoro di strada, molti sono i punti in comune e le analogie presenti tra le quattro storie di vita.

            Il primo evidente legame che unisce i quattro operatori è la correlazione tra politica, religione e lavoro di strada; anche se non bisogna dimenticare che il campione prescelto per la ricerca è poco rappresentativo, a causa dell'ambito in cui esso è stato scelto: si tratta di organizzazioni cattoliche e/o di persone che vivono in quell'ambito.

            Ciò nonostante, il gruppo di operatori di strada di Tor Bella Monaca, facente parte dell'Associazione Eutopia2, non è affatto selettivo sotto il punto di vista religioso, esso, anzi, accetta e comprende molte e diverse provenienze culturali; a riprova di ciò si pensi al fatto che, nella stessa équipe di strada, era coinvolto un ragazzo problematico di Tor Bella Monaca, che si trovava, come dicono gli stessi operatori intervistati, a svolgere un ruolo intermedio tra operatore e utente. Se ne deduce che il credo e le convinzioni socio-politiche dei quattro operatori intervistati non sono esclusivamente dettate da una caratterizzazione cattolica dell'Associazione Eutopia. Quindi, se si vuole andare a ritroso lungo il percorso di vita che può portare al lavoro di strada, ha un senso prendere in considerazione le identità religiose e politiche dei soggetti ed i mutamenti che hanno vissuto sotto questo punto di vista.

            I quattro operatori che hanno partecipato alla presente ricerca presentano delle discrepanze significative rispetto al percorso seguito, nonostante una linea generale che li accomuna, poiché tutti accettano alcuni valori cattolici che associano ai valori di sinistra.

            Mauro nasce in una cultura religiosa e caratterizzata politicamente a sinistra e riesce, nel corso della sua esistenza a riconoscersi facilmente in essa. Mariano, invece, si imbatte, per la maggior parte della vita, in forti contrapposizioni tra la sua cultura di provenienza, fortemente cattolica tradizionale, e gli ideali socio-politici di sinistra, ai quali sente di aderire; riesce pian piano a far coniugare, fuori e dentro di sé, le due culture, facendo in modo, così, di rendere la scelta non più necessaria. Flaminia è atea e nasce, anche lei come Mauro, in una famiglia in cui gli ideali di sinistra sono ritenuti fondamentali; nonostante ciò, riesce ad accettare certi valori religiosi ed a condividerne gli scopi. Chiara, infine, si dichiara cattolica e dice di non interessarsi molto di politica; in realtà, fornisce un esempio di come si possano coniugare i valori delle due culture: infatti, rispetto alla religione, Chiara sostiene di non essere tanto interessata ai rituali, quanto agli ideali cattolici e, riguardo alla politica, afferma di aver trasmesso, comunque, alla sorella gli ideali di sinistra.

            Il lavoro di strada nasce perciò, in tutti e quattro gli operatori, da una convergenza di valori religiosi e socio-politici, che, invece di contrastare tra di loro, trovano una perfetta fusione nell'impegno sociale3.

 

            Nelle storie di vita dei quattro operatori emerge un altro fattore comune, che riguarda la "ribellione" contro determinati schemi e che, quindi, facilmente si connette alla scelta del lavoro di strada come professione d'aiuto alternativa. Per Mauro e Mariano, questa "ribellione" si esplicita, per esempio, nella scelta del servizio civile, che in Mariano comporterà anche una presa di coscienza di un modo diverso di pensare, che prende in forte considerazione, non solo il rifiuto del servizio militare, ma anche una riflessione sulla vera e propria obiezione di coscienza. Mauro e Mariano, inoltre, contestano entrambi il sistema scolastico-educativo attuale; è questo, probabilmente, che ha portato Mauro a volersi inserire come educatore negli asili e Mariano a scegliere, nell'attività di recupero scolastico, una modalità alternativa di insegnare.

            In Flaminia la "ribellione" si esprime nella necessità di frequentare ambienti diversi da quello in cui è cresciuta (cioè quello borghese); necessità che la indurrà a svolgere, dapprima, varie attività con i bambini ed i giovani, poi, lavoro di strada.

            Infine, nella storia di Chiara la "ribellione" è evidente nel desiderio di distacco dal paesino in cui è nata, che considera borghese e di strette vedute, e nel suo conflitto con il padre per raggiungere una certa indipendenza sia economica che affettiva.

            Il disagio rispetto al sistema scolastico, di cui si accennava nell'analisi delle storie di vita di Mauro e Mariano, è, in realtà, sentito da tutti gli operatori che hanno partecipato alla presente ricerca, sebbene con modalità diverse. Infatti Mauro, Mariano e Flaminia hanno seguito un percorso scolastico molto simile, poiché si sono impegnati moltissimo nello studio fino al liceo, ma, giunti all'università, sono stati invasi da un malessere e da un disinteresse. Ciò ha portato Mauro e Mariano ad interrompere gli studi e Flaminia ad arenarsi sulla tesi di laurea, dopo aver sostenuto tutti gli esami della facoltà di Lettere. Chiara, quanto allo studio, è in una fase precedente agli altri tre operatori, ma anche lei ha avuto delle evidenti difficoltà, provate dal fatto che ha già cambiato ben tre diverse facoltà (tra l'altro dislocate in tre differenti città d'Italia); ora, però, sta proseguendo, sebbene lentamente, i suoi studi alla facoltà di Psicologia.

 

            Un fattore comune nelle storie di vita delle due operatrici intervistate riguarda le varie attività svolte durante l'infanzia e l'adolescenza, che le hanno portate a non frequentare affatto la strada. Infatti, sia Flaminia che Chiara, hanno vissuto la loro fanciullezza piena di impegni: il teatro, la danza, lo sport, il canto. Questi impegni costanti e cadenzati hanno reso la loro adolescenza molto ordinata e controllata ed hanno fatto sì che non frequentassero né la strada, né il proprio quartiere, se non di sfuggita. Questo però, anziché essere un fattore contrastante con la successiva esperienza di lavoro di strada, è stato, per entrambe, un maggiore stimolo a sviluppare le proprie differenze individuali uscendo in "strada". Lo stesso percorso è stato vissuto da Mariano il quale, da piccolo, era troppo impegnato negli studi e nell'attività parrocchiale per frequentare il quartiere e la strada. Differente evoluzione per Mauro, invece, che è nato e cresciuto a Torre Angela (quartiere limitrofo a Tor bella Monaca), trascorrendo la maggior parte del suo tempo libero proprio in strada. L'affetto verso il suo quartiere è stato, in questo caso, essenziale nella scelta del lavoro di strada.

 

            Sostiene D. Demetrio4 che, nelle storie di vita degli operatori di strada, il fattore che più incide sia l'incontro con alcune figure significative. Nelle quattro storie di vita di questa ricerca si possono riscontrare, oltre ad esperienze precedenti di impegno sociale che possono aver condotto gli intervistati a svolgere lavoro di strada, vari incontri significativi.

            Nella storia di vita di Mauro, per esempio, è evidente come l'attaccamento al proprio quartiere di provenienza ed il progressivo riconoscimento di determinati valori socio-politici di sinistra, lo abbiano indotto a frequentare un ambiente in cui, come egli stesso afferma, molti suoi amici hanno percorso più o meno il suo stesso iter, creando cooperative benefiche e prestando assistenza a persone bisognose. In questo ambito, egli ha scelto di prestare assistenza ad handicappati fisici ed a psicotici.

            Mariano, sembra essersi identificato molto in suo zio, sacerdote molto impegnato socialmente, che ha raggiunto i suoi scopi umanitari anche andando contro la propria cultura di provenienza. In seguito, Mariano, durante il liceo, frequenta due persone in particolare che lo introducono, per la prima volta, ai valori di sinistra, in cui egli si riconosce subito: una sua professoressa di Italiano e la sua prima fidanzata (che poi si scoprirà essere Flaminia). Durante il servizio civile, poi, Mariano inizia a frequentare un ambiente (quello della Caritas e del volontariato in generale) che, in qualche modo, riesce a far coniugare in lui i valori socio-politici di sinistra e quelli cattolici. In questo periodo egli fa anche molte esperienze nel sociale, che lo condurranno direttamente al lavoro di strada.

            Nella storia di Flaminia emerge come figura più significativa proprio quella di Mariano, che la introdurrà, poi, al lavoro di strada. Un'esperienza che sembra segnarla in modo particolare è quella delle colonie, durante la quale Flaminia si rende conto della condizione dei bambini problematici e, ancor più, del fatto che lei stessa può impegnarsi socialmente e apportare un aiuto fattivo in queste situazioni di disagio.

            Infine, nella storia di Chiara, l'esperienza maggiormente significativa è sicuramente quella degli scout. In questo ambito trova, innanzi tutto, riscontro ai suoi valori religiosi, che si esprimono nell'amore verso la natura e verso il prossimo; secondariamente, fa esperienza di assistenza a invalidi ed anziani, creando un rapporto molto significativo con una signora in particolare, la cui improvvisa scomparsa indurrà Chiara a ricercare in un altro ambito (proprio quello del lavoro di strada) le stesse emozioni e gli stessi vissuti.

 

            Oltre alle figure significative incontrate nel corso della loro vita ed ai precedenti impegni sociali svolti dai quattro operatori intervistati, prima di passare all'analisi dei vissuti del lavoro di strada, è importante notare che gli operatori di strada che hanno partecipato a questa ricerca hanno seguito, tutti, un percorso di vita molto coerente e consequenziale, in cui la cultura di provenienza, i propri ideali, valori e significati, hanno trovato concretizzazione nelle varie esperienze vissute ed, infine, nel lavoro di strada.

 

 

5.2.2 Storia attuale: lavoro di strada

 

            Per quanto riguarda il vissuto del lavoro di strada dei quattro operatori intervistati, si inizierà con l'analisi delle motivazioni che li hanno indotti a scegliere un impegno sociale di questo genere.

            I quattro operatori giungono al lavoro di strada attraverso differenti percorsi, ma tutti e quattro vivono e ricercano il lavoro di strada poiché fondamentalmente diverso dalle forme tradizionali di volontariato. In effetti, vi sono forti differenze sia a livello teorico che pratico; il lavoro di strada, infatti, vede invertirsi la normale relazione assistenziale: è l'operatore a spostarsi verso l'utente e non viceversa. Ciò comporta che l'utente, in realtà, non richiede per primo l'aiuto, ma, in qualche modo, ne viene investito dall'esterno. L'operatore si ritrova, perciò, a svolgere un ruolo non ben definito: è alla continua ricerca di significati del proprio operato e di risposte alternative alle "richieste non richieste" dell'utenza. Inoltre, il lavoro di strada, in genere, si pone pochi obiettivi a breve termine; i risultati maggiori, generalmente, si hanno solo dopo molto tempo. Questo richiede all'operatore una costanza ed una tolleranza alla frustrazione, tali da poter essere dettate solo da un reale convincimento sull'utilità del suo lavoro e sulle basi teoriche che lo sottendono (principalmente la Psicologia di Comunità, l'Action Research ed il Lavoro di rete)5.

 

            Nello specifico dell'Associazione Eutopia e del lavoro di strada con i gruppi informali di adolescenti a Tor Bella Monaca, gli operatori si trovano a passare la maggior parte del loro tempo a contattare questi giovani (che a volte non sono nemmeno particolarmente problematici), a far sì che la presenza dell'équipe nel territorio divenga una piacevole costante ed a partecipare a riunioni di gruppo. I risultati tangibili, come hanno confermato tutti gli operatori coinvolti nella ricerca, giungono, al minimo, dopo un anno di lavoro.

            Queste caratteristiche, proprie del lavoro di strada, rispetto al tradizionale volontariato, fanno presupporre la necessità, da parte degli operatori, di una reale accettazione teorica del lavoro stesso, senza la quale, probabilmente, verrebbero facilmente vinti dalle frequenti frustrazioni. In questa necessità, gli operatori trovano un valido aiuto nel rapporto instaurato con gli altri membri dell'équipe.

 

            Rispetto al problema del convincimento sulle basi teoriche del lavoro, Mauro, Mariano e Flaminia sembrano sicuri dell'utilità del lavoro di strada. Chiara, invece, sostiene di non aver ancora ben compreso cosa sia il lavoro di strada; ciò nonostante, è rimasta, poiché si è affezionata molto all'équipe e poiché, a fine anno, con la realizzazione di una festa e di alcuni avvenimenti sportivi in collaborazione con i ragazzi, ha finalmente visto i risultati del lavoro dell'équipe di strada di cui fa parte.

 

            Altro fattore interessante, nel vissuto del lavoro, riguarda il primo impatto con la strada. Rispetto a questo, nelle storie dei quattro operatori, emerge un'iniziale paura, che si rivela successivamente infondata.

            Dalle storie di vita di Mauro e Mariano, risulta un iniziale timore del contatto con i ragazzi; timore causato proprio dalle fondamentali caratteristiche del lavoro di strada. Infatti, i due operatori temevano la mancanza di ruoli definiti e di problematiche specifiche da affrontare. In realtà, questo timore veniva superato, subito dopo, dall'idea di utilizzare la videocamera; strumento che, a detta di tutti gli operatori intervistati, fungeva, non solo da facilitatore comunicativo, ma, anche e soprattutto, da difesa, sia per gli operatori stessi, che per i ragazzi.

            Inoltre, in tutti gli operatori, tranne in Mauro, nato e cresciuto nel posto, influivano negativamente anche dei forti preconcetti sul quartiere di Tor Bella Monaca, che gode, nella capitale, di una pessima fama. Chiara dice, per esempio, di essersi immaginata una situazione disastrata, con bambini in mezzo alla strada, e di essersi invece ritrovata in un quartiere periferico e problematico, ma dotato di una fama ben peggiore rispetto alla reale situazione.

            Anche Flaminia si dichiara piacevolmente stupita dal suo primo impatto con il quartiere e dalla sensazione provata nell'arrivare a Tor Bella Monaca in primavera. Nel caso di Flaminia vi era, però, una paura della "strada", vissuta come luogo poco rassicurante, se non pericoloso. Questa paura viene vinta da Flaminia, prima di giungere a Tor Bella Monaca e al lavoro di strada, tramite l'episodio che lei stessa racconta: si è liberata di tutti i suoi timori nei confronti della strada, passeggiando di notte, da sola, nel suo quartiere. Probabilmente, senza questo atto di liberazione, non si sarebbe inserita nell'équipe di strada a Tor Bella Monaca.

            In tutti gli operatori intervistati, comunque, la paura iniziale è stata presto sostituita dai lati positivi del lavoro; primo fra questi il rapporto con l'équipe. Il lavoro di strada, infatti, trova fondamento proprio nel lavoro d'équipe, perciò è essenziale instaurare delle relazioni gratificanti all'interno del gruppo di lavoro. Inoltre, nel caso specifico, essendo un lavoro basato sull'adesione volontaria, la coesione dell'équipe assume un'importanza ancora maggiore.

 

            Nelle testimonianze dei quattro operatori emerge chiaramente l'importanza dell'équipe6. Per Chiara questo è stato un fattore determinante nella decisione di prolungare quest'esperienza; essa sostiene anche di aver avuto inizialmente dei problemi con alcuni componenti dell'équipe, dovuti alla diversa importanza attribuita al lavoro in questione; problemi che sembrano essere, però, quasi del tutto risolti.

            Dalle storie di vita di Mauro, Mariano e Flaminia emerge l'importanza del lavorare in équipe. Flaminia sostiene, oltre a questo, che in un lavoro in cui si devono continuamente cercare conferme al proprio impegno, è importante aver vicino persone che la pensino allo stesso modo e che siano in grado, nei momenti di difficoltà, di sostenere il gruppo stesso.

            Quanto all'importanza dell'équipe, Flaminia e Mariano, a causa di problemi personali che coinvolgevano entrambi, si sono trovati costretti a decidere di dividere l'équipe in due sotto-équipe, per poter continuare a lavorare in armonia; questo, però, non è stato sufficiente, poiché le due sotto-équipe, in questo caso, comunicavano poco tra di loro; cosicché Flaminia si è sentita in dovere, per ora, di abbandonare il lavoro di strada, per occuparsi, nell'ambito della stessa Associazione Eutopia, del recupero scolastico.

 

            Nell'ambito del discorso sul lavoro d'équipe nel lavoro di strada, è stata posta agli intervistati una domanda riguardante eventuali differenze di genere nel lavoro stesso.

            Mauro è stato molto esplicito nel sostenere che le diverse capacità empatiche di uomini e donne sono state non solo messe a confronto, ma sfruttate dall'équipe, soprattutto per quanto riguarda il contatto con i ragazzi; è proprio per questo , dice Mauro, che, in genere, per uscire in strada, si cerca di formare dei gruppi in cui siano presenti rappresentanti di entrambi i sessi.

            Mariano, invece, sostiene che non ci sono evidenti differenze, ma che sono più importanti, nel lavoro di strada, certe capacità di relazionarsi, indipendenti dal sesso dell'operatore, ma che dipendono fondamentalmente dall'esperienza di quest'ultimo. Ciò nonostante, Mariano riscontra una problematica di livello pratico: le operatrici, a volte, soprattutto se poco esperte, possono essere fraintese dai ragazzi di strada, che possono desiderare di intraprendere dei rapporti sentimentali con esse. Questo, secondo Mariano, è, in qualche modo, normale, poiché l'operatrice si reca per prima dai ragazzi, senza uno scopo preciso, ma solo, perlomeno all'inizio, per parlare con loro e per trascorrervi del tempo insieme; Mariano sostiene che proprio le capacità relazionali dell'operatrice dovrebbero aiutarla a porre, fin dall'inizio, dei chiari limiti al rapporto che si viene a creare tra lei ed i ragazzi; cioè, secondo Mariano, alla mancanza di ruoli predefiniti nel lavoro di strada, devono supplire le capacità umane e l'esperienza.

            Quanto alle differenze di genere nel lavoro di strada, Flaminia, molto lucidamente, spiega vantaggi e svantaggi dell'appartenere ad un sesso o ad un altro: una donna, per esempio, non può andare da sola a fare le video interviste di sera, perché poco protetta; i ragazzi di strada, d'altronde, sono più disponibili nei confronti di una donna, perché più rassicurati. Nonostante ciò, Flaminia nota come sia più facile per un uomo intervistare le ragazze e viceversa.

            Infine, Chiara sostiene che, nel lavoro di strada, le operatrici riescono a cogliere più aspetti dei problemi che incontrano, al contrario degli operatori, che lei considera troppo razionali. Viceversa, Chiara crede che, in fase di contatto, gli operatori siano facilitati dalla loro maggiore capacità di instaurare, da subito, un rapporto amichevole, cosa che, anche secondo lei, per le donne può essere fonte di fraintendimenti.

            Dalle quattro storie di vita si deduce che le differenze di genere esistono, ma non sono poi così negative come si potrebbe pensare; possono viceversa essere sfruttate al massimo sia le qualità maschili, che quelle femminili; quanto agli svantaggi, vi si può facilmente ovviare, con l'aiuto dell'esperienza e delle capacità relazionali e comunicative.

 

            Un altro punto che è stato toccato nelle storie di vita è quello riguardante il confronto tra l'adolescenza degli operatori e quella dei ragazzi. Tutti gli intervistati sono stati concordi nel rilevare forti differenze relative ai diversi valori vissuti, ma tutti hanno riscontrato molte similitudini rispetto alla smania di crescere, al bisogno di trovare una propria collocazione in questo mondo.

 

            Per quanto riguarda il rapporto con i ragazzi di strada, tutti gli operatori intervistati lo considerano molto positivo e gratificante. Per tutti è stato difficile il contatto iniziale, ma, subito dopo, il relazionarsi con i ragazzi è divenuto sempre più semplice. Il rapporto è basato su una forte empatia. Il contatto empatico, come abbiamo visto, può nascere sia da una forte affinità, come nel caso di Mauro, nato e cresciuto nello stesso quartiere di Tor Bella Monaca, sia da forti contrasti, come per gli altri tre operatori, provenienti da una diversa estrazione sociale. La relazione operatore-ragazzo di strada è diversa dal rapporto assistenziale tradizionale: è un rapporto di collaborazione, ma non alla pari, in cui gli operatori mettono capacità relazionali ed organizzative al servizio dei ragazzi, per aprire una comunicazione, per raggiungere insieme ad essi degli obiettivi comuni, per far sì, infine, che i ragazzi stessi divengano attori protagonisti della propria vita e del proprio futuro.

 

            Per quanto riguarda, invece, le problematiche del lavoro di strada, a parte quelle già insite nelle premesse teoriche del lavoro stesso (la mancanza di ruoli definiti e la continua ricerca di significato e gratificazioni), Mariano è l'unico operatore intervistato ad individuarne una ancor più specifica. Egli, infatti, considera difficile passare del tempo senza uno scopo specifico (cosa che avviene spesso nel lavoro di strada) con persone (i ragazzi di strada) che non fanno parte della sua cerchia di amicizie e che, quindi, sono differenti da lui, non solo per provenienza culturale, ma anche e soprattutto per affinità di pensiero. Egli, proprio per questo motivo, è incerto se proseguire nel lavoro di strada.

 

            Un altro punto che è stato toccato in questa ricerca e che sembra importante valutare, è la possibile esistenza di una "evoluzione tipo" del lavoro di strada. In questo ambito, Mariano e Flaminia hanno spiegato con precisione che, dopo una prima e lunga fase di presa di contatto con i gruppi informali di ragazzi del quartiere, il lavoro di strada non avrebbe senso, se non si pensasse, poi, di focalizzare attenzione ed energie solo su uno o due gruppi, per raggiungere degli scopi comuni; proprio questo è successo a Tor Bella monaca. L'équipe sta attualmente lavorando, infatti, su due gruppi per cercare di stabilire con essi una relazione stabile e di portare avanti insieme dei microprogetti che riguardano soprattutto il mondo del lavoro.

 

            Infine, risulta evidente dalle quattro storie raccolte, un fattore essenziale del lavoro di strada: la crescita personale degli operatori rispetto alla capacità di relazione. Tutti gli operatori che hanno partecipato alla presente ricerca, infatti, hanno constatato un miglioramento nelle loro capacità relazionali che poi si è allargato, con ottimi riscontri, a tutti gli ambiti della loro vita.


 

Bibliografia

 

 

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Appendice

 

Una testimonianza: Mauro Maurino

 

            Per comprendere meglio cosa sia in realtà il lavoro di strada, si riporta la testimonianza di un operatore.

            Mauro Maurino, operatore di strada della cooperativa “Crescere Insieme” di Torino, ha raccontato la sua esperienza al Convegno “Giovani Periferici”, che si è tenuto nella parrocchia romana di Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca il 16 Novembre 1996.

L'intervento è stato registrato ed in seguito riportato su carta testualmente:

 

   <<Ciao a tutti, sono Mauro Maurino e sono conosciuto in alcuni gruppi di San Salvario come Zebra; è un soprannome che mi hanno dato i ragazzi perché andavo sempre in giro con una Kefiat palestinese.

Il titolo del mio intervento è “Educativa di strada siamo noi: educatori ed animati”; il titolo non l’ho scritto io, l’ha scritto Alessandro; Alessandro è un ragazzo che ha lavorato con noi in strada, era un ragazzo di un gruppo naturale e oggi è presidente di un'associazione spontanea del quartiere.

Il contributo che vengo a portare è frutto di una riflessione non solo mia, ma fatta con i miei colleghi, che tuttora lavorano sulla strada e con alcuni dei nostri ragazzi: quando abbiamo ricevuto la proposta di partecipare, abbiamo ritenuto importante non solo raccontare il nostro progetto, ma farlo raccontare: l’educativa di strada vista dalla strada che cosa era? Qualcosa da questo lavoro con i ragazzi, credo sia saltato fuori: di sicuro è stato utile sia a noi sia a loro.

Il progetto di cui parlo è attivo da circa 3 anni ed è realizzato in un quartiere cittadino che è quello di San Salvario, a fianco alla stazione centrale di Porta Nuova; è un quartiere di transito e ne presenta tutti gli aspetti tipici, quindi mobilità della popolazione, culture che si incontrano e si scontrano, i traffici illeciti sono all’ordine del giorno, sono diffusi su tutto il territorio e creano grossa tensione e incertezza nei residenti; l’immigrazione sia straniera che italiana è uno degli elementi caratteristici; normalmente si sente parlare di immigrazione straniera, ma a San Salvario, ovviamente non più come negli anni 50’-60’, ci sono ancora immigrati del Sud.

In questo contesto la cooperativa “Crescere Insieme” con altre realtà non istituzionali del territorio, come le Associazioni Sportive in particolare, e il Servizio Sociale, hanno attivato questo progetto; progetto che, dal punto di vista teorico, si inquadra in interventi in cui operatori professionali esterni intervengono su un territorio nell’ottica del Self-Help; il Self-Help parte dal presupposto che ogni persona ha dentro di sé alcune capacità di aiuto e di collaborazione, il lavoro che bisogna fare è quello di tirare fuori, di rendere visibili queste doti latenti, che possono essere messe a servizio della comunità, bisogna risvegliarle; l’approccio del gruppo non è direttivo e questo in genere porta a produrre delle leadership della base, che quindi pian piano tenderanno a sostituire gli operatori specialisti che avranno il compito in sostanza di agevolare dei rapporti autentici tra le persone ed il crearsi di possibilità.

Quando parliamo tra di noi diciamo che l’operatore di strada è lo street-walker, e penso che questa sia una parola che si adatta bene al primo mese di lavoro a San Salvario: era tra metà novembre e metà dicembre, faceva un freddo incredibile, ed abbiamo iniziato in tre a camminare per il quartiere; su e giù, a contattare i bar, conoscere le parrocchie, i parroci, l’Esercito della Salvezza, la sinagoga, il tempio valdese, la moschea e le prostitute; ci siamo fatti un’idea di tutto il territorio, dai pied-à-terre agli oratori, dai bar in odore di mafia, e ce ne sono molti, alle istituzioni; abbiamo passato al setaccio la zona e questo ci è stato molto utile perché abbiamo potuto conoscere i gruppi o comunque sapere dov’erano, mappato il territorio e inoltre abbiamo messo in giro le nostre facce: le nostre facce non erano più sconosciute.

Il principio di partenza a cui ci siamo ispirati è stato quello del benessere: è importante innalzare il benessere del quartiere, certamente è importante guardare agli svantaggiati, ma guardare solo agli svantaggiati, senza far in modo che il quartiere cresca, fa sì che poi quest’ultimo non sia sufficientemente maturo per permettere il loro inserimento; se il quartiere cresce e si sente sicuro, allora probabilmente si riuscirà più agevolmente ad inserire quelli che noi in gergo chiamiamo gli “sfigati”.

Ci siamo detti: “Qui il sentire comune probabilmente potrà essere il vivere meglio”: in una zona degradata quello che può unire una popolazione che culturalmente comunque trova grosse difficoltà a incontrarsi, quello che sentirà, sarà il vivere meglio; tutti quanti vorranno vivere meglio.

Abbiamo deciso che il nostro sarebbe stato un intervento strabico: da un lato avrebbe guardato certamente allo svantaggio, ma dall’altro doveva guardare alla normalità, non poteva permettersi il lusso di guardare solo alla normalità o solo allo svantaggio.

Partendo dal benessere come scopo generale, abbiamo tentato di delineare alcuni obiettivi un pochino più specifici: ci siamo posti l’obiettivo di creare una rete di servizi delle risorse presenti sul quartiere; l’obiettivo di valorizzare alcuni punti di aggregazione spontanea, sulla base del fatto che i punti in cui i gruppi si incontrano sono poi i punti dove la gente non va, perché se ci sono quei ragazzi che magari si drogano, allora io tenderò a non passare più lì, ma dal marciapiede opposto. C’erano alcuni punti del quartiere che potevano essere rivalutati con i ragazzi; altro obiettivo che ci siamo posti era quello di rendere possibile l’inserimento di alcuni gruppi in risorse che già c’erano: gli oratori, il tempio valdese, l’Esercito della Salvezza sono tutte realtà che di fatto ci sono, però per tante ragioni non riescono ad accogliere a volte questi gruppi, allora l’obiettivo era quello di creare le condizioni perché questo avvenisse; un altro obiettivo ancora era quello di offrire delle opportunità ai ragazzi per aumentare la socializzazione e le loro competenze, le loro capacità di gestirsi la vita quotidiana, i rapporti quotidiani.

Partiti dal presupposto principale, il benessere, e delineati gli obiettivi, abbiamo ipotizzato un progetto composto di sei sottoprogetti ed interventi differenti:

1) Animazione del quartiere

2) Ragazze (come minoranza svantaggiata, in un quartiere violento dove molte sono confinate in casa oppure sono ai margini di gruppi dominati dai maschi; raramente si vedono gruppi di ragazze oppure gruppi naturali nei quali le ragazze hanno reale protagonismo, in genere sono gregarie)

3) Gruppi naturali di adolescenti

4) Minori immigrati stranieri (spesso tagliati fuori dai circoli dell’integrazione perché o ai margini della legalità o addirittura nell’illegalità, ed in questo abbiamo avuto l’intuizione di un educatore arabo, e questo ha facilitato molto il contatto con tutta la realtà, non solo dei ragazzini sulla strada ma anche quello che c’è dietro)

5) Lavoro

6) Urgenze (se esplodeva qualche famiglia o qualche ragazzo o ragazza scappava di casa eravamo disponibili a cercare di intervenire: qualche volta questo è avvenuto)

Quando abbiamo finito il giro per il quartiere, abbiamo fatto due cose. Abbiamo eletto il bar di Sergio come nostro ufficio, questo era un bar frequentato da minori, anziani, stranieri, era vicino ad alcune scuole del quartiere, per cui ci sembrava adatto al lavoro che dovevamo fare; un effetto di questa nostra scelta del bar è che abbiamo scoperto presto che gli anziani erano tutti vecchi partigiani ed in breve ci hanno tutti tesserati all’A.R.P.I.; questo lo racconto perché noi siamo andati ad animare e invece in qualche modo siamo stati animati; comunque per animare bisogna entrare nel quartiere e non bisogna stare fuori. La seconda cosa che abbiamo fatto è stata di avviare iniziative con obiettivi limitati e a breve, con grosse possibilità di successo: abbiamo avviato un corso di trucco ed un corso di tatuaggio e organizzato una festa di Natale per i ragazzi; dico questo perché in un qualsiasi progetto di animazione di quartiere è necessario darsi degli obiettivi vicini per coinvolgere la popolazione; un obiettivo lontano corre il rischio di frustrare in qualche modo chi della popolazione partecipa; il successo di un obiettivo vicino crea un circolo virtuoso, dà la forza di coinvolgere ulteriormente le persone, qualcosa di lontano rischia di essere controproducente rispetto alla finalità generale che si ha.

Due parole sulle caratteristiche dell’animatore: noi abbiamo pensato al profilo professionale dell’educatore spurio, non poteva essere un educatore professionale classico, ma abbiamo pensato che dovesse avere due caratteristiche: quella dell’operatore professionale, con le capacità tipiche legate alla relazione d’aiuto, ma doveva avere anche le capacità tipiche dell’animatore professionale; se doveva poter reggere bene il bisogno della singola persona per inserirsi in una relazione d’aiuto, doveva avere capacità empatiche e doveva anche avere la capacità di "leggere" un quartiere, perché noi non intervenivamo solo sul singolo, intervenivamo sul quartiere intero; questa persona doveva avere capacità organizzative che andavano al di là dell’organizzare la partita di calcio al Valentino o il nascondino vicino alla Circoscrizione, doveva avere qualcosa di più: capacità di organizzazione, capacità di lettura di un quartiere.

L’area che abbiamo lasciato scoperta nella nostra riflessione e che oggi, anche in virtù di questo lavoro, abbiamo visto che mancava questo profilo che noi abbiamo immaginato di fronte e invece per un progetto del genere ci vuole un triangolo, a tre lati, sono le competenze legate al mercato del lavoro, all’impresa, al collocamento, alla motivazione e rimotivazione al lavoro.

Quando noi abbiamo messo nel progetto il sottoprogetto dedicato al lavoro, in realtà è stato poi quello che ha avuto meno risultati; probabilmente se allora avessimo avuto queste competenze, se avessimo lavorato sul fronte dell’impresa, del mercato del lavoro, avessimo avuto gli strumenti, le conoscenze, avremmo forse ottenuto qualcosa di più; quindi speriamo su questo di lavorare in futuro come équipe.

Centrale nel ruolo dell’educatore di strada era la funzione di mediazione, dovevamo metterci in testa di essere dei mediatori, nelle nostre discussioni ritornava continuamente la parola mediazione e veniva aggettivava in vari modi: mediazione culturale, educativa, dovevamo mediare tra i ragazzi e i servizi, tra il mondo degli adulti e il mondo dei giovani, qualsiasi cosa veniva ricondotta alla mediazione.

In queste parole ho cercato di riassumere il quadro teorico, il contesto cittadino in cui avveniva questo progetto, ora cercherò di entrare più sullo specifico su un pezzo del progetto, quello a cui noi siamo più affezionati perché è stato fonte di successo, ed è il gruppo di piazza Saluzzo: è un gruppo naturale di ragazzi dai 16 ai 21 anni, tutti italiani, figli di immigrati del Sud; non era un gruppo disastratissimo perché al suo interno aveva alcuni studenti, alcuni disoccupati, che in comune avevano la piazza ed il campetto dell’oratorio in cui ogni tanto andavano a giocare.

Tenete conto che la zona di cui parlo, dalla Stazione al Po, non ha neanche un albero, ed il campetto dell’oratorio è asfaltato; ultimamente hanno messo due aiuole, ma immagino che siano in tutto 10 metri quadri, in p. Saluzzo; quindi verde non ne esiste, esiste solo asfalto in questa zona.

Iniziamo a lavorare con questo gruppo ed il loro approccio nei nostri confronti non è esaltante: scrivono, rispetto all’approccio avuto con noi, che ci scambiano per <<tre figli dei fiori, con la voglia di riportare la società e soprattutto quella più giovane indietro nel tempo, fino agli anni ‘60: uno capelli lunghi e scartoffie sotto il braccio, l’altro barba lunga e sigaretta in bocca, e l’ultima sguardo estasiato e pantaloni larghi, tre tipi poco affidabili che ci tempestavano di domande: come va la scuola? Cosa fate nel tempo libero? Come vi divertite?>>.

Devo dire che mi ha colpito questa cosa perché io, il capellone di turno, in ogni caso avevo idea che questo potesse facilitare e far pensare ai giovani che ero più vicino a loro, ma con questo gruppo non ha funzionato; sicuramente ero più accogliente che non presentandomi in giacca e cravatta, ma in ogni caso l’effetto è stato quello di fargli pensare che io ero vecchio, anni ‘60.

Poco dopo che abbiamo fatto conoscenza, ci hanno chiesto di fare una festa, al che noi abbiamo detto: sì, benissimo però la fate voi, noi vi diamo una mano, ma il lavoro è vostro: è stato un completo disastro; la festa non è mai stata fatta; dopo due giorni erano solo due o tre che ci davano retta rispetto a questa cosa e poi più nessuno ha voluto perdere tempo su questa festa perché troppo faticosa. Non ci siamo scoraggiati, quello che abbiamo messo nei nostri zainetti era la pazienza ed abbiamo continuato a lavorare con loro, la vita è andata avanti e ad un certo punto abbiamo avuto la possibilità di fare un ricerca sociale sui sogni dei ragazzi di S. Salvario; c’erano dei soldi da spendere, noi abbiamo fatto questa proposta e insomma la cosa è andata in porto infine e noi abbiamo chiesto aiuto a questo gruppo, loro hanno partecipato e collaborato e noi, tramite questa ricerca, siamo venuti a conoscere le loro paure, che non ci aspettavamo: loro avevano paura dei delinquenti, cosa che ci ha lasciati sorpresi perché non è che fossero tutti dei santi; alcuni di loro volevano entrare in polizia, cose che erano al di là di ogni possibile immaginazione, visto le cose che saltavano fuori; dall’altra parte veniva fuori un grande desiderio di protagonismo.

Con queste cose la vita continuava nella norma: c’è la ricerca delle ragazze, il gruppo per lo più era composto da maschi, c’erano le risse, gli scontri e gli incontri con gli altri gruppi del quartiere e pian piano noi incominciavamo ad assumere più importanza per loro, incominciavamo ad essere dei soggetti interessanti: noi eravamo delle persone esperte ma alla pari, che avevano capito che al loro gruppo non bastava organizzare feste e tornei, che il divertimento era legato al poter trovare qualcuno con cui parlare, sentendosi trattati alla pari, rispettati a tal punto da ricevere richieste d’aiuto e collaborazione; quando hanno scritto alcune cose è saltato fuori: <<noi siamo contenti di collaborare con voi>>, questo vuol dire che si sentono trattati alla pari; non voglio dire che l’educatore deve essere un amico, questo è un altro discorso, però il messaggio psicologico che deve passare in ogni caso è che sei sì una persona esperta, ma che non sei superiore, perché altrimenti ti giochi nella relazione ed è finita, navighi in altri mari.

Incominciamo quindi ad essere delle figure importanti in tutti gli avvenimenti sia positivi che negativi: una sera incontrano una ragazza nigeriana disperata: era arrivata a Porta Nuova quella sera e non sapeva dove andare a dormire, piangeva e allora il gruppo si interessa di questa ragazza nigeriana e alla fine va a suonare a casa dell’educatrice perché non sapevano come risolvere il problema; lo stesso gruppo una settimana dopo organizza una spedizione punitiva contro gli immigrati del quartiere, veniamo avvisati da qualcuno del gruppo poco convinto di questa cosa, riusciamo ad intervenire e a bloccare la spedizione.

A S. Salvario la tensione era molto alta, e noi ci siamo detti: cosa possiamo fare; abbiamo discusso e la nostra parola d’ordine è stata "diplomazia popolare". In un posto dove le istituzioni non riescono a dare risposte, dove i giornali e le TV fanno solo quello che possono per buttare benzina sul fuoco, dove i leader riconosciuti fanno la stessa cosa, noi proviamo a metterci in mezzo: abbiamo iniziato ad andare alle manifestazioni e parlare alla gente, ad andare nelle case in agitazione perché avevano aumentato l’affitto senza migliorarle, a parlare con gli inquilini, per dimostrare che il problema casa rendeva tutti uguali: stranieri o italiani se la casa è fatiscente lo è per tutti. Siamo andati alle riunioni di alcuni gruppi antirazzisti e poi siamo andati nelle scuole, a fare corsi di intercultura; al gruppo di p. Saluzzo abbiamo organizzato uno scambio in Spagna, con kenioti, marocchini, italiani e spagnoli; questo è stato un incontro di culture per loro e abbiam fatto 20 giorni in Italia e 20 in Spagna.

Nel frattempo un ragazzo di p. Saluzzo, ma non di questi, aveva la passione della cinematografia e non era più possibile sentir parlare di noi dai giornali e dalla TV in questo modo e così ci venne l’idea del film; i ragazzi partecipano e così si riesce a fare il film: questo è un successo poiché nel film sono coinvolte anche le istituzioni, ma i più attivi sono i ragazzi che a quel punto prendono in pugno la situazione. Questo film viene presentato alla Mostra Internazionale di Cinema Giovani, ed è un grosso successo: con mezzi poveri, in modo anche tecnicamente povero, loro riescono ad arrivare a questa mostra. Al termine dell’estate arrivano con la richiesta di fare qualcosa: vogliamo continuare ad animare il quartiere. Allora abbiamo fatto una pausa di riflessione, siamo andati in montagna con loro un paio di giorni, e alla fine salta fuori l’idea: facciamo un’associazione senza fine di lucro, che abbia il compito di animare e rivalutare il quartiere di S. Salvario. Le cariche sociali sono tutte loro, noi abbiamo fatto solamente il lavoro di spiegargli cos’era il codice civile, come si faceva a registrare un’associazione e l’atto costitutivo; di fatto l’associazione è loro, ha già prodotto due film, svariate feste e loro vanno avanti; hanno incominciato ad incontrare le rivalità, a scontrarsi con le meschinerie di qualche politico di Circoscrizione ma non si sono fermati, continuano e sono diventati un nostro interlocutore: la festa di Capodanno è stata data alla nostra cooperativa e l’altra sera c’è stata una riunione con l’associazione per vedere i termini della collaborazione perché noi, senza di loro, la festa di Capodanno non riusciamo a farla.

Concludo velocemente. Oggi il progetto è in una fase di passaggio: è riuscito ad avere alcuni successi, è riuscito a creare dei leader di base che stanno andando avanti per conto loro; la mediazione con la parrocchia non è più nostra, la mediazione con i politici della Circoscrizione, la mediazione con i commercianti organizzati, non sono più nostre, ma loro.

Allora ci siamo detti: proviamo a spostare più in là la frontiera dell’intervento. Siamo riusciti perlomeno in parte a creare alcune zone di competenza nel quartiere per il quartiere stesso; proviamo a pensare il quartiere che guarda lontano, abbiamo l’occasione di un nostro educatore che andrà a fare l’educatore di strada in America Latina, condizione ben più disagiata del quartiere di S. Salvario, allora facciamo in modo che Piero non vada da solo ma che in qualche maniera vada, adottato dal quartiere e da alcuni gruppi spontanei del quartiere, che economicamente dovranno appoggiare l’iniziativa, che porteranno ed esporteranno S. Salvario in America Latina, e ne avranno indietro uno scambio culturale che li arricchirà; questo è il punto che ci siamo posti per l’inizio del ‘97 quando Piero partirà.

Io vi saluto: è difficile raccontare un progetto complesso, ne ho raccontato un pezzettino e spero che qualcosa si sia riuscito a cogliere. Grazie.>>

 



1 S. Pighi, Operare nel sociale; la terapia come relazione, la prevenzione come autopromozione, Verona, 1994, p. 211.

2 AA. VV., Quaderni di animazione e formazione: Il lavoro di strada, Prevenzione del disagio, delle dipendenze, dell'Aids, Torino, 1995, p. 35.

3 ibidem, p. 37.

4 AA. VV., Ascoltare per proporre: adolescenti sulla soglia, Milano, 1996, p. 86.

5 AA. VV., Il lavoro di strada, op. cit., p. 39.

6 ibidem, p. 44.

7 AA. VV., Progetto Formazione Capodarco, L'operatore di strada, Roma, 1995, p. 58.

8 ibidem, p. 59.

9 AA. VV., Ascoltare per proporre, op. cit., p. 97.

10 AA. VV., Progetto Formazione Capodarco, L'operatore di strada, op. cit., p. 63.

11 G. Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, Bologna, 1987, pp. 223-236.

12 AA. VV., Ascoltare per proporre, op. cit., p. 69.

13 ibidem, p. 75.

14 AA. VV., Progetto Formazione Capodarco, L'operatore di strada, op. cit., R. Merlo, p. 173.

15 Cfr.. par. 1.2.2., e AA. VV.., Il lavoro di strada, op. cit., R. Maurizio, p. 5.

16 Cfr.. par. 1.2.2.

17 AA. VV., Il lavoro di strada, op. cit., M. Campedelli, p. 62.

18 AA. VV., Progetto Formazione Capodarco, L'operatore di strada, op. cit., p. 104.

19 S. Pighi, Operare nel sociale, op. cit., p. 179.

20 ibidem, p. 161.

21 ibidem, p. 161.

22 ibidem, pp. 162-166.

23 ibidem, pp. 177-179.

24 Cfr.. par. 1.5.

25 G. Caplan in S. Pighi, Operare nel sociale, op. cit., pp. 150-151.

26 Cfr.. par. 1.1.

27 AA. VV., Ascoltare per proporre, op. cit., pp. 89-90.

28 S. Pighi, Operare nel sociale, op. cit., p. 152.

29 AA. VV., Il lavoro di strada, op. cit., p. 96.

30 ibidem, pp. 166-167.

31 AA. VV., Progetto Formazione Capodarco, L'operatore di strada, op. cit., pp. 101-111.

32 ibidem, pp. 159-179.

33 in Cooperativa Lotta Contro l'Emarginazione, Il lavoro di strada: esperienze europee a confronto, Milano, 1994, p. 34.

34 Cfr.. nota 30.

35 Cooperativa Lotta Contro l'Emarginazione, Il lavoro di strada: esperienze europee a confronto, op. cit., p. 6.

36 S. Pighi, Operare nel sociale, op. cit., pp. 187-188.

37 Cooperativa Lotta Contro l'Emarginazione, Il lavoro di strada: esperienze europee a confronto, op. cit., pp. 5-6.

38 ibidem, pp. 5-6.

39 AA. VV., l'operatore di strada, op. cit., p. 186.

40 AA. VV., Il lavoro di strada, op. cit., pp. 103-106.

41 Cooperativa Lotta Contro l'Emarginazione, Il lavoro di strada: esperienze europee a confronto, op. cit., p. 19.

42 AA. VV., Ascoltare per proporre, op. cit., p. 79.

43 Cooperativa Lotta Contro l'Emarginazione, Il lavoro di strada: esperienze europee a confronto, op. cit., p. 19.

44 S. Pighi, Operare nel sociale, op. cit., p. 187-188.

45 AA. VV., l'operatore di strada, op. cit., M. Veronesi, pp. 183-193.

46 AA. VV., Il lavoro di strada, op. cit., p. 66.

47 Cfr.. nota 40.

48 Cfr.. nota 45.

49 AA. VV.., Ascoltare per proporre, op. cit., p. 104.

50 S. Pighi, Operare nel sociale, op. cit., pp. 195-197.

51 AA. VV., L'operatore di strada, op. cit., p. 70.

52 ibidem, p. 70.

53 AA. VV., Il lavoro di strada, op. cit., p. 51.

54 ibidem, p. 51.

55 ibidem, p. 54.

1 G. Di Cristofaro Longo, Identità e cultura, Roma, 1993, pp. 5-37.

2 T. Tentori, Antropologia culturale, Roma, 1990, pp. 13-14.

3 N. J. Smelser, Manuale di sociologia, Bologna, 1984, pp. 43-73.

4 ibidem, p. 113.

5 ibidem, p. 109.

6 ibidem, p. 110.

7 H. Bee, Lo sviluppo del bambino, Bologna, 1994, pp. 196-211.

8 L. Grinberg, D. Sor, E. Tabak de Bianchedi, Introduzione al pensiero di Bion, Roma, 1975, p. 11.

9 ibidem, p. 12.

10 G. Bateson, Mente e Natura, Milano, 1984, pp. 30-31.

11 F. Martinelli, Roma nuova, borgate spontanee e insediamenti pubblici, Milano, 1990, p. 149

12 ibidem, p. 155.

13 ibidem, pp. 155-156.

14 ibidem, p. 156.

15 Centro per l'integrazione Sociale di Tor Bella Monaca e Centro Formazione Professionale (Comunità di Capodarco), Atti del convegno cittadino: Tor bella Monaca a due ore dal centro, 23-24-26 giugno, 1989, Irene Ortis.

16 F. Martinelli, Roma Nuova, op. cit., p. 197.

17 D. Costantino e F. Santamaria, Giovani a rischio nelle aree metropolitane, Roma, 1991, p. 92.

18 F. Martinelli, Roma nuova, op. cit., pp. 198-199.

19 ibidem, p. 204.

20 ibidem, p. 207.

21 Atti del convegno cittadino, Tor Bella Monaca a due ore dal centro, op. cit., F. Viola.

22 D. Costantino e F. Santamaria, Giovani a rischio nelle aree metropolitane, op. cit., p. 92.

23 F. Martinelli, Roma nuova, op. cit., p. 221.

24 Tor Bella Monaca a due ore dal centro, M. Ajello, op. cit.

25 D. Costantino e F. Santamaria, Giovani a rischio nelle aree metropolitane, op. cit., p. 93.

26 ibidem, p. 93.

27 ibidem, pp. 93-99.

28 AA. VV., Progetto Formazione Capodarco, l'operatore di strada, Roma, 1995, G. De Leo, p. 58.

29 G. Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, Bologna, 1987, pp. 237-255.

30 ibidem, pp. 313-330.

31 Istituto Nazionale di Statistica, I grandi comuni: Roma 13° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni, 20 ottobre 1991, Roma, p. 61, tav. 1.5.

1 F. Ferrarotti, Storia e storie di vita, Bari, 1981, p. 41.

2 R. Cipriani, La metodologia delle storie di vita, Roma, 1995, p. 335.

3 B. J. Cohler, "Personal Narrative and life Course" in Baltes, Brim, Personal narrative and Life Span Development and Behaviour, New York, 1982.

4 G. Lutte, Appunti sullo studio psicologico delle storie di vita, Roma, 1995, (ciclostilato), p. 1.

5 G. Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, Bologna, 1987, p. 62.

6 F. Ferrarotti, Storia e storie di vita, Bari, 1981, p. 96.

7 G. Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, op. cit., p. 62.

8 ibidem, p. 62.

9 G. Lutte, Appunti sullo studio psicologico delle storie di vita, op. cit., p. 4.

10 ibidem, p. 8.

11 op. cit., p. 69.

12 G. Lutte, Principesse e sognatori nelle strade in Guatemala, Roma, 1994, p. 30.

13 G. Lutte, Appunti sullo studio psicologico delle storie di vita, op. cit., p. 11.

14 M. Andolfi, Il colloquio relazionale, Roma, 1994, p. 80.

15 G. Lutte, Psicologia degli adolescenti e dei giovani, op. cit., p. 65.

16 F. Ferrarotti, Storia e storie di vita, op. cit., p. 44.

17 G. Trentini, Teoria e prassi del colloquio e dell'intervista, Roma, 1993, p. 34.

18 A. Quadrio e V. Ugazio, Il colloquio in psicologia clinica e sociale, Milano, 1980, p. 210.

19 ibidem, p. 182.

20 M. Andolfi, Il colloquio relazionale, op. cit., p. 151.

21 A. Quadrio e V. Ugazio, Il colloquio in psicologia clinica e sociale, op. cit., p. 183.

22 ibidem, pp. 183,184.

23 ibidem, pp. 193-202.

24 G. Lutte, Appunti sullo studio psicologico delle storie di vita, op. cit., p. 11.

25 ibidem, p. 11.

26 M. Andolfi, Il colloquio relazionale, op. cit., p. 96.

27 G. Lutte, Principesse e sognatori nelle strade in Guatemala, op. cit., p. 199.

28 G. Lutte, Appunti sullo studio psicologico delle storie di vita, op. cit., p. 12.

29 G. Lutte, Appunti sullo studio psicologico delle storie di vita, op. cit., p. 13.

30 ibidem, p. 13.

31 B. J. Cohler, "Personal Narrative and Life Corse", op. cit.

32 G. Lutte, Appunti sullo studio psicologico delle storie di vita, op. cit., p. 7.

33 ibidem, p. 14.

1 Il C.I.S., Centro per l'Integrazione Sociale di Nuova Tor Bella Monaca, è un centro sociale polivalente promosso e sorretto da più organismi pubblici e privati. Intende realizzare un'azione a medio-termine per l'integrazione economica e sociale di gruppi di persone meno favorite. Il C.I.S. è sovvenzionato anche dalla C.E.E. ed è sorto nel 1988.

1 S. Pighi, Operare nel sociale, op. cit., pp. 187-188.

2 v. Cap. 2.

3 G. Lutte, Dalla religione al vangelo, op. cit..

4 AA. VV., Il lavoro di strada, op. cit., pp. 51-54.

5 D. Francescato, Psicologia di Comunità: esperienze a confronto, Roma 1983.

6 S. Pighi, Operare nel sociale, op. cit., pp. 162-166.