Università
Facoltà di Psicologia
Indirizzo Clinico e di Comunità
Tesi di laurea
in Psicologia dello Sviluppo
STORIE DI VITA DI OPERATORI DI STRADA
Relatore Correlatore
Ch.mo Prof. Gerard Lutte Ch.mo Prof. Gaetano De Leo
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Laureanda
Silvia Garozzo
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Anno Accademico 1996-1997
Prefazione
La ricerca in oggetto si prefigge di affrontare un argomento nuovo e poco conosciuto in Italia: il lavoro di strada. Esso nasce da una fusione tra
A Tor Bella Monaca, quartiere degradato della periferia romana, da circa 8 anni si è formato un gruppo di operatori di strada volontari, che si sono organizzati in una Associazione denominata "Eutopia"; questo nome significa buon luogo e lo scopo principale dell'Associazione è proprio quello di far sì che Tor Bella Monaca divenga un luogo buono, di cui essere fieri e, non più, fonte di stigmatizzazione. Per far ciò, gli operatori di strada di Tor bella Monaca, capitanati da una combattiva suora laica di nome Tilde Silvestri, hanno svolto in questi anni, un'opera, a dir poco, miracolosa: essi hanno iniziato con una mappatura del territorio e, in seguito, come prevede il lavoro di strada, hanno fatto sì che la loro presenza nel territorio divenisse cosa abituale. In un secondo momento, hanno iniziato a contattare i gruppi informali di giovani che si riunivano in alcuni punti del quartiere. Quale miglior modo di relazionarsi alla gioventù che una videocamera con cui scherzare, divertirsi e, contemporaneamente, affrontare anche argomenti interessanti? Da questa iniziativa sono nati, non solo tre videocassette che rappresentano in qualche modo la gioventù di Tor Bella Monaca e l'inizio della relazione degli operatori con essa, ma anche feste e tornei sportivi, organizzati in collaborazione con i ragazzi stessi.
Chi sono questi operatori di strada? Che cosa li spinge a svolgere un lavoro che raramente ottiene risultati a breve termine e che spesso richiede una continua ridefinizione degli obiettivi? Cos'è il lavoro di strada? Quali dinamiche comporta? Quali sono le problematiche che possono sorgere? Lo scopo della ricerca è proprio rispondere a queste domande. Per far ciò, si è utilizzato il metodo delle storie di vita che prevede che sia l'intervistato stesso a scegliere gli argomenti che ritiene più importanti per raccontare e raccontarsi. Sono stati intervistati quattro operatori di strada di Tor Bella Monaca: due uomini e due donne, di età compresa tra i 23 e i 32 anni. Essi hanno partecipato volentieri alla ricerca e si sono dimostrati tutti molto disponibili.
Tramite l'analisi delle quattro storie di vita si cercherà di ricostruire il percorso che conduce al lavoro di strada ed il vissuto del lavoro stesso. Facendo un confronto tra le storie, si potranno meglio cogliere analogie e diversità, anche in rapporto ad eventuali differenze di genere nel lavoro in questione.
La ricerca è organizzata in cinque capitoli. Nel primo capitolo si tratterà l'argomento del lavoro di strada in termini generali, per spiegare cos'è, per analizzarne le varie forme, per focalizzarne gli obiettivi e per chiarirne i metodi. Nel secondo capitolo si parlerà, invece, in maniera specifica del quartiere Tor Bella Monaca e della sua storia, della nascita dell'Associazione Eutopia, (ambito in cui lavorano gli operatori che hanno partecipato alla ricerca), e della sua evoluzione fino al giorno d'oggi. Nel terzo capitolo, dedicato alla metodologia della ricerca, si definirà il metodo delle storie di vita, spiegando perché è sembrato il più adatto a trattare un argomento di questo genere; inoltre, si chiarirà come il suddetto metodo sia stato utilizzato ai fini della ricerca. Nel quarto capitolo verranno riportate le storie di vita degli operatori. Infine, nel quinto capitolo, si cercherà di trarre le conclusioni della ricerca, analizzando ogni storia con un breve commento tematico in cui verranno affrontati i temi prescelti per approfondire l'argomento lavoro di strada. In seguito, si farà un paragone tra le quattro storie di vita ponendo l'attenzione soprattutto al percorso che può portare al lavoro di strada ed al vissuto del lavoro stesso.
Indice
Introduzione p. 1
Il Programma Integrato di Riduzione del Danno p. 3
Obiettivi p. 4
Premessa p. 5
Tossicodipendenza, Riduzione del Danno e Servizi p. 7
Prevenire p. 9
La ricerca attiva del tossicodipendente p. 10
Gli operatori p. 12
I servizi: la prima accoglienza p. 13
Gli stranieri p. 15
Il Centro di Prima Accoglienza p. 16
Lo scambio di siringhe p. 17
Dalla strada al Progetto Terapeutico p. 18
Storia di Marco p. 19
Storia di Roberto p. 20
Conclusione p. 21
Bibliografia
Capitolo 1 Introduzione generale
1.1 Alcuni concetti basilari
Prima di introdurre il concetto di lavoro di strada, (vedi Appendice), è fondamentale parlare di alcuni termini che ricorreranno spesso nella trattazione che segue.
Il primo concetto da chiarire per capire il lavoro di strada è quello di disagio.
Nel glossario del libro Operare nel sociale, a cura di S. Pighi1, il disagio viene definito come: <<il non star bene soprattutto psichico che nasce dalla contraddizione tra: i messaggi sociali proposti-il sistema di valori personale e comunitario proprio e-la sua impossibilità di realizzazione>>.
G. Grosso2 evidenzia che il disagio, in quanto tale, non è un semplice sentire psicologico, ma <<è un concetto ponte che inerisce ai rapporti tra il singolo e la società, la sua sfera di bisogni sociali e di esperienze verso gli altri>>.
In questo contesto il disagio giovanile viene concepito da N. De Piccoli3 come la difficoltà di questi ultimi di <<assolvere ai compiti evolutivi>>. L'autrice continua spiegando che <<spesso il luogo che permette la condivisione empatica del disagio è il gruppo dei pari>>.
E. Zambonardi4, propone una differenziazione tra tre diversi livelli di disagio giovanile: un livello evolutivo (che rientra cioè nella normalità), quello socio-culturale (che è legato alle società complesse e che spesso può incrementare il disagio evolutivo) e, infine, un livello di disagio cronicizzante (anticamera dell'assunzione dell'identità deviante). Conclude Zambonardi sostenendo che <<la crisi adolescenziale è quindi in parte espressione di un disagio evolutivo, che non va drammatizzato, ma sostenuto e non abbandonato o represso, perché questo potrebbe produrre effetti negativi spesso dirompenti>>.
Come abbiamo potuto notare, il concetto di disagio può essere strettamente correlato a quello di devianza. Infatti N. De Piccoli conclude il suo articolo5 citando Neresini e Ranci: <<il disagio giovanile si presenta come un fattore di accelerazione verso l'assunzione di comportamenti devianti e dei processi di emarginazione>>.
G. De Leo6 definisce la devianza come <<una categoria socio-psicologica che fa riferimento a tutte le forme evidenti ed evidenziate di trasgressione alle norme e alle regole rilevanti di uno specifico contesto di rapporti interpersonali e sociali>>.
Egli7 spiega che ciò che porta alcuni gruppi giovanili a commettere atti devianti non sono tanto le caratteristiche del disagio sociale, quanto le crisi esperienziali e valoriali e le opportunità che questi giovani hanno di conoscere la devianza e di riconoscersi in essa. Le regole, anche quelle devianti, sono un fondamentale mezzo per creare e sostenere la coesione del gruppo stesso; quindi, prima di spodestarle, bisogna inserirne delle altre accettabili che possano comunque svolgere il compito di tenere unito il gruppo e, per far ciò, di differenziarlo in qualche modo dagli altri8.
M. Santerini9 scrive che <<spesso l'atto violento serve proprio al riconoscimento pubblico di un gruppo povero di relazioni che riesce a sostenersi con una identità negativa data dall'esterno>>.
In genere, intorno a questi gruppi si forma infatti un’aura di stigmatizzazione che va annullata se si vuole che essi crescano riemergendo dal mondo deviante e si inseriscano invece nel mondo adulto in maniera adattiva. De Leo10 sostiene, infatti, che <<nel vicinato, nel quartiere, sulla strada, l'analisi di processi di stigmatizzazione ci consente di cogliere e di individuare quelle che sono le gabbie simboliche che la società mette attorno all'esperienza dei giovani>>. Da ciò si evince che il lavoro dell’operatore di strada verte, fra le altre cose, anche sull’abbattimento di queste barriere sociali, che può essere forse ottenuto nel cercare di creare uno spirito di quartiere e nel trovare un dialogo tra tutti i ruoli sociali esistenti all’interno del territorio.
Dopo aver analizzato i concetti di disagio, devianza e stigmatizzazione, l'ultimo termine su cui ci si soffermerà sarà quello di gruppo dei pari. E' questo un concetto già abbondantemente affrontato dalla Psicologia dello sviluppo11, ma siccome è proprio su di esso che si concentra l'azione del lavoro di strada, è opportuno aggiungere qualche informazione a riguardo.
Scrive G. Scarlatti12 che <<rispetto ai compiti evolutivi a cui è esposto, il gruppo dei pari si configura come zona cruciale e critica di passaggio verso il mondo adulto, così come un momento di rapporto e di interazione con il mondo adulto e con le espressioni più tipiche del mondo adulto>>.
Secondo l'autore13, il gruppo dei pari è la risposta dei giovani ad alcuni bisogni evolutivi principali: <<identificazione, identità, appartenenza ed autonomia, uno sperimentarsi rispetto alle proprie capacità, una ricerca di sicurezza e di autorealizzazione>>.
Dopo aver brevemente ripercorso il significato di questi concetti, importanti relativamente all'argomento che stiamo trattando, passiamo ad analizzare più da vicino il lavoro di strada.
1.2 Lavoro di strada
1.2.1 Storia e teorie
Il lavoro di strada nasce in Italia negli anni ‘70 circa e, prendendo spunto da due grandi filoni, quali
In Italia il lavoro di strada si è in realtà sviluppato da circa 10-15 anni e si è ispirato alle precedenti esperienze estere15, come per esempio quella francese che privilegia il principio della non assistenza e dello stimolo all'auto-organizzazione. Il lavoro di strada in Italia ha seguito un'evoluzione che lo ha visto, in una prima fase, occasione di tirocinio per educatori in formazione, al di fuori dalle normali strutture d'aiuto. In seguito, il filone del lavoro di strada si è collegato a quello di intervento con/e sulle reti sociali. Verso la metà degli anni '80, con l'esplosione delle iniziative di prevenzione delle dipendenze, il lavoro di strada è stato sperimentato in questo campo come una delle possibili azioni preventive. Infine il lavoro di strada è divenuto anche una nuova ed ulteriore risorsa per la riduzione del rischio di contagio da AIDS.
Il lavoro di strada si inserisce quindi nel contesto italiano come una nuova forma di prevenzione primaria, secondaria e terziaria16, che si svolge prevalentemente sul territorio e soprattutto sulla strada.
La strada viene qui ad acquisire un’accezione positiva, quando invece, prima di ciò, il termine “strada” veniva sempre usato per riferirsi a qualcosa di riprovevole: donne di strada, vita di strada, ecc..17
Questo cambiamento implica, come sostiene Luigi Cancrini18, un’ulteriore diversità di fondo rispetto alle dinamiche del tradizionale stato assistenziale: la basilare differenza del tipo di utenza raggiunta, che in un certo senso rifiuta l’appoggio dell’istituzione, in quanto non richiede per prima l’aiuto, ma viene in qualche modo sottoposta a questo involontariamente.
L’utente, in questa accezione, non è più considerato unicamente come bisognoso d’aiuto, ma anche e soprattutto, come risorsa per se stesso e per la comunità: l’utente è parte di una rete sociale (vedi
Il lavoro di strada si è sviluppato sia in USA, in America Latina, che in paesi europei, quali principalmente Francia, Inghilterra, Germania e Italia, ma con le dovute differenze a seconda sia del contesto che degli approcci teorici. In America Latina, per esempio, dove l'urgenza è maggiore, si può parlare realmente di “ragazzi di strada”, mentre in Italia è più appropriato usare il termine di “ragazzi in strada”, poiché in questo caso la strada viene ad essere, non l’unica risorsa disponibile, né tanto meno conseguenza di una scelta idealistica, ma piuttosto un luogo privilegiato di ritrovo.
Il bagaglio culturale su cui si basa il lavoro di strada comprende vari concetti mutuati dall’Antropologia, dalla Sociologia e dalla Psicologia. Tramite l’approccio antropologico19, infatti, l’operatore o il gruppo di lavoro, si avvicinano ai giovani che frequentano la strada, non guardandoli dall’esterno o limitandosi a basarsi sulle proprie esperienze di vita, ma cercando di entrare nella loro cultura e di rispettarla, quasi vivendola dall’interno. Il lavoro si fonda sull'assecondare, per quanto è possibile, le regole non scritte vigenti nel gruppo stesso di ragazzi, non cercando di fare retorica o di operare nell’ottica di uno stereotipato assistenzialismo, ma trovando man mano soluzioni nuove, insieme ai ragazzi stessi, che siano costruite su misura per loro.
Il lavoro in strada in genere segue una certa evoluzione abbastanza comune in tutti i gruppi che svolgono prevenzione primaria e secondaria nei quartieri: si comincia col prendere contatto con i ragazzi, con il farsi conoscere e divenire parte del contesto, poi si passa al lavoro con i singoli gruppi di giovani ed infine, se tutto procede come dovrebbe, si passa a fare la vera e propria animazione di strada. Il paradigma principale dell'animazione di strada consiste nella seguente concatenazione di eventi: l'animatore si inserisce nel contesto e stimola il processo di autodeterminazione dei soggetti e <<funge da strumento facilitatore nelle relazioni, nei contatti, nella costruzione di una rete sociale, supporta il processo proponendo strategie, metodi, tecniche>> 20.
L'animazione di strada21 (o lavoro di strada) si rivolge principalmente ai gruppi informali e naturali di giovani.
S. Pighi22 individua alcuni dei paradigmi più importanti del lavoro di strada:
- il presupposto dell'autointerrogarsi per seguire la continua trasformazione della rete sociale;
- il lavoro d'équipe;
- la specificità di ogni intervento rispetto al territorio;
- il fatto che sia l'animatore ad andare dai ragazzi e non viceversa;
- la metodologia non gerarchico-paternalistica ma attivo-cooperativistica, nella quale il rapporto tra animatori e giovani è paritario;
- l'ambito d'intervento che può interessare sia zone ampie (circoscrizioni, quartieri, ecc.) sia singole realtà circoscritte (bar, piazze, ecc.);
- l'importanza del coordinamento tra vari interventi che possono essere promossi da U.S.L., Comuni ed altre agenzie sociali;
- la funzione di ascolto e di conoscenza dei bisogni dei singoli soggetti;
- la funzione di facilitatore sociale;
- la collaborazione con i soggetti per definire obiettivi e azioni;
- la funzione di mediazione tra giovani e risorse territoriali;
- l'obiettivo a lungo termine di sviluppo di comunità e prevenzione del disagio giovanile;
- la visione dei gruppi come potenziali risorse;
- la funzione di formazione su tematiche sociali;
- le azioni di sensibilizzazione dell'area socio-politica che si interessa delle problematiche sociali.
Infine, lo scopo ultimo è di rendere superflua la stessa animazione di strada, poiché essa si prefigge un aumento di conoscenza e competenza degli attori sociali, che saranno successivamente in grado di fare a meno dell'ausilio degli operatori.
Lo stesso autore23 individua alcune problematiche relative al lavoro di strada: <<Un rischio evidente è di istituzionalizzare l'informale, cioè di facilitare il costituirsi di spazi formali e controllati là dove per carattere non esistono>>.
Un altro problema è quello di cercare di non confondere i propri obiettivi con quelli dei gruppi con cui si lavora. S. Pighi considera l'operatore di strada come colui che <<gioca costantemente equilibri incerti, fra lavoro/tempo libero, professionalità/amicizia, affettività/distacco>> e, secondo l'autore, <<questo comporta la gestione di un notevole carico d'ansia e lo sforzo di analizzare costantemente le proprie modalità relazionali e i propri vissuti>>24.
Dopo aver ripercorso la storia ed i principali paradigmi del lavoro di strada, passiamo ad analizzarne le diverse tipologie esistenti.
1.2.2 Tipologie di lavoro di strada
G. Caplan25 distingue tre diversi tipi di prevenzione: la prevenzione primaria intesa come promozione del benessere e quindi non diretta esclusivamente a chi è già in condizione di disagio, ma a tutta la comunità locale; la prevenzione secondaria che, invece, si dirige più che altro ai soggetti portatori di un disagio non ancora cronicizzato26 ed infine, la prevenzione terziaria o riduzione del danno, indirizzata a soggetti con disagio conclamato.
E. Zambonardi27 divide a sua volta la prevenzione primaria e secondaria sui giovani in cinque livelli specifici:
<<Un primo grosso orientamento della prevenzione è sviluppare tutte quelle iniziative che influiscono positivamente sulla qualità di vita del giovane.
Un secondo livello di prevenzione che viene chiamato prevenzione aspecifica del disadattamento, comprende tutti quei progetti che cercano di sviluppare questi fattori protettivi: l'autostima, ecc. e che hanno come obiettivo il contenimento di fattori di disagio personale e sociale [...].
Un terzo livello della prevenzione, che potremmo chiamare promozione specifica dell'adattamento o prevenzione specifica del disadattamento è caratterizzato da due accentuazioni forti: promozione dell'adattamento, con l'obiettivo dell'integrazione come possibilità di sperimentare un rapporto con la realtà, e prevenzione specifica del disadattamento, che vuol dire aver individuato luoghi e espressioni del disadattamento rispetto a contesti specifici (lavoro, scuola, tempo libero).
Un quarto livello è inteso come prevenzione specifica primaria di comportamenti aggressivi che siano autodistruttivi o distruttivi verso l'esterno. Qui entriamo nell'area di interventi sociali ed educativi mirati, che richiedono competenza e professionalità.
Un quinto livello della prevenzione può essere la prevenzione specifica secondaria, che ha come oggetto soggetti e contesti familiari e sociali, che richiedono interventi più marcatamente educativo-terapeutici riabilitativi>>.
Dai tre principali filoni di prevenzione derivano tre differenti tipologie di lavoro di strada28.
Alla prevenzione primaria corrisponde principalmente lo "sviluppo di comunità" che si esprime come animazione di comunità territoriale.
Alla prevenzione primaria e secondaria insieme corrisponde, nel lavoro di strada, "l'educativa territoriale" che si occupa di: presa in carico di minori a rischio; riduzione del disagio e della devianza in gruppi informali, interventi di network.
Alla prevenzione secondaria e terziaria, infine, corrispondono le "unità di strada" e le "comunità", quali mezzi di riduzione del danno.
Nei vari ambiti europei il lavoro di strada si è diretto più verso un campo specifico di prevenzione29. In Francia, per esempio, il lavoro di strada si è rivolto maggiormente al singolo, trascurando un po' il contesto socio-culturale. In Spagna, invece, si è puntata l'attenzione sul territorio cercando di attivarne le risorse. In Italia esistono un po' tutti i tipi di approccio, ma purtroppo ancora poco conosciuti e regolamentati.
In questa trattazione si tralascerà l'approccio alla riduzione del danno e ci si occuperà invece della prevenzione primaria e secondaria.
Nel lavoro di strada queste ultime sono mirate alla riduzione del disagio latente, ai gruppi a rischio o parzialmente devianti, al mondo sano.
1.2.3 Come si configura
Il lavoro di strada si svolge a metà tra l'individuale ed il collettivo. Infatti, sui resoconti di una ricerca francese sul lavoro di strada30, si legge che: <<per gli educatori l'investimento affettivo nella relazione intersoggettiva è un punto chiave del lavoro nel suo ruolo stabilizzatore, ma anche e soprattutto nel suo ruolo mobilitatore e dinamizzante>>; nella stessa ricerca è riportato anche abbastanza chiaramente che: <<tutti gli educatori insistono sull'importanza dell'azione collettiva>>.
L. Cancrini31 paragona il lavoro di strada al contesto terapeutico, e l'operatore di strada al terapeuta. Di conseguenza egli divide il lavoro di strada in due fasi: la presa in carico e lo sviluppo del lavoro terapeutico. Secondo l'autore <<il problema della presa in carico da parte dell'operatore di strada deve basarsi su un'analisi attenta delle situazioni con cui egli si confronta nella sua attività di tutti i giorni>> poiché <<la sua utenza è profondamente diversa da quella che si rivolge spontaneamente ai servizi semplicemente perché nega, sul piano verbale, un bisogno d'aiuto sottolineato da comportamenti disturbanti o dannosi per se stessa e per gli altri>>. Cancrini sostiene che <<la costruzione di un'alleanza capace di creare le premesse del cambiamento passa inevitabilmente attraverso una strategia dell'ascolto>>. A suo parere, quindi, il lavoro di strada si basa sull'accettazione del punto di vista dell'utente, sulla costruzione di un rapporto personale con quest'ultimo che non sia una relazione d'aiuto.
Per quanto riguarda invece lo sviluppo del lavoro terapeutico, L. Cancrini sostiene che si possa arrivare infine a due tipi di situazione: quella che lui chiama di "sostegno e accompagnamento" e l'avvio ai servizi.
Secondo R. Merlo32 l'obiettivo principale del lavoro di strada è quello di <<far sì che diminuiscano i soggetti sociali e le reti che trasformano il disagio in manifestazione sintomatica (prevenzione primaria) e/o siano comunque resi capaci di produrre interventi efficaci in fase precoce in contesti in cui suddetta manifestazione è avvenuta (prevenzione secondaria)>>.
Per quanto riguarda il metodo del lavoro di strada, R. Merlo sostiene che la consuetudine <<è quella di intervenire sui meccanismi quotidiani e ordinari di vita dei contesti>>. L'autore divide anche i sub-obiettivi in vari punti:
<<conoscere ciò che i vari attori sociali fanno esplicitamente e implicitamente come prevenzione;
conoscere tutte le altre strategie preventive che sulla città vengono spese, studiarne l'efficacia, ecc.;
conoscere il tasso di penetrazione delle varie strategie attivate su campioni sociali e valutare la penetrabilità dei contesti;
sensibilizzare gli opinion leaders formali e informali dei territori;
interconnettere risorse e servizi pubblici e privati;
costruire strumenti che fungono da cerniera tra le azioni prodotte attraverso l'opera di sensibilizzazione in modo tale che gli attori producano compatibilità;
produrre un'organizzazione che mantenga nel tempo e alimenti i gruppi e i soggetti che tramite il processo sono stati attivati;
modificare i modelli con cui i contesti pensano e agiscono sul disagio potenziale e manifesto>>.
Da ciò si deduce che l'obiettivo principale del lavoro di strada è quello che individua L. Regoliosi33 quando sostiene che gli obiettivi finali <<non saranno tanto la terapia, la guarigione, il cambiamento, bensì il prendersi cura di, il far sì che il contesto si prenda cura di, modificando la forma delle interazioni>>.
Avendo ripercorso gli obiettivi specifici del lavoro di strada, si cercherà di analizzarne ora le finalità generali. Nella ricerca francese sul lavoro di strada34 ne vengono individuate varie: l'adattamento della società all'individuo; l'integrazione dell'individuo nella società; l'interiorizzazione pura e semplice della norma; infine, in maniera trasversale, l'animazione di comunità35. Insomma per concludere <<l'animazione di strada mobilita le persone a far fronte ai compiti esistenziali facendo leva proprio sul disagio, sull'insoddisfazione, sul malessere, sulla noia, ecc., che rispetto a quest'ottica non assumono una connotazione negativa ma anzi costituiscono motore, punto di avvio del cambiamento>>36.
I luoghi d'intervento nei quali si svolge per lo più il lavoro di strada37 sono fondamentalmente di quattro tipi: <<i luoghi di aggregazione spontanea; i servizi aperti costruiti ad hoc; i luoghi di aggregazione istituzionali; le strutture socio-sanitarie, i servizi per le tossicodipendenze, le U.S.L. e in generale, i servizi socio-assistenziali>>. Per quanto riguarda i destinatari38, invece, abbiamo: le situazioni di devianza conclamata; le situazioni a rischio; le aggregazioni informali; infine, i gruppi naturali dotati di struttura autonoma e autonomia progettuale.
Avendo percorso metodo, obiettivi specifici e finalità generali del lavoro di strada, si passa ora ad analizzare la figura dell'operatore di strada, la sua formazione, l'attività che svolge, la sua personalità e le problematiche in cui può incorrere.
1.3 La figura dell'operatore di strada
M. Veronesi dà questa definizione dell'operatore di strada39:
<<è un lavoratore sociale, inserito nell'area delle professioni d'aiuto, in grado di stabilire una durevole relazione con gruppi informali adolescenziali, di prendere in carico le situazioni problematiche sia di un individuo che di un nucleo di persone, di inviare le persone con disagio a una rete di servizi e di risorse formali e informali, mantenendo con loro la relazione e provvedendo al loro sostegno durante la realizzazione di progetti specifici>>.
Secondo ciò che è scritto nella Carta di Certaldo40, un documento in cui vengono riportate le linee guida del lavoro di strada, l'operatore di strada è un <<facilitatore relazionale del territorio [...]; egli interviene sulla base di un'accettazione non pregiudiziale delle problematiche e del disagio altrui, impegnandosi in una relazione d'aiuto e di accompagnamento>>.
In un altro testo41 si legge che:
<<l'operatore di strada è un operatore della cura, non della terapia [...] la cura ha a che fare con l'accettazione dell'altro [...] l'operatore di strada non è un operatore di comunità: non solo perché l'intervento di comunità pone l'enfasi sul rafforzamento delle capacità, piuttosto che sull'intervento sul deficit, ma anche perché non spetta all'operatore di strada cambiare i soggetti. La sola cosa che gli compete è modificare la forma di interazione con questi soggetti, il modo in cui si giocano i conflitti, le negazioni, le espulsioni, le emarginazioni>>.
Come si può immaginare da questa breve descrizione, il lavoro dell’operatore di strada non è affatto semplice. Chi lavora nel sociale viene spesso preso da una sorta di “mania del salvatore”, sentendosi in dovere ed in grado di tirare fuori chi viene considerato più debole dal vortice dei suoi problemi o dei problemi della società; ma i ragazzi di strada scapperebbero di fronte ad un atteggiamento di questo genere e, d’altronde, non è di questo che hanno bisogno. I ragazzi di strada non sono persi nel loro limbo, non sono malati e non hanno bisogno di un atteggiamento caritatevole anche se comunque hanno bisogno d’aiuto, ma di tipo diverso. Essi sono spesso perfettamente coscienti della loro posizione e a volte si considerano peggio di quello che sono, a causa delle forti stigmatizzazioni interiorizzate.
Il ruolo che l’operatore dovrà tenere, allora, consiste nell’essere una persona esperta ma allo stesso tempo alla pari, un catalizzatore dei bisogni giovanili e del quartiere e, assolutamente, non un "salvatore".
L'operatore di strada viene perciò spesso a sostenere, nei confronti dei ragazzi, due ruoli principali: quello di adulto e quello di mediatore. Come adulto l'operatore assolve a tre principali funzioni42: una funzione di rassicurazione e contenimento, una funzione di apprendistato, una funzione di mediazione verso il mondo esterno. Ma43 <<l'operatore di strada è anche un soggetto costretto alla mediazione, è un soggetto che connette attori >>: egli media tra giovani e adulti, tra figli e genitori, tra i giovani stessi, tra i giovani e i servizi, ecc..
Gli operatori di strada, quindi, hanno bisogno di una formazione che li renda adatti a sostenere i due ruoli necessari a svolgere bene questo lavoro. La formazione deve sicuramente comprendere un’analisi personale a superamento degli eventuali pregiudizi e delle manie di grandezza dell’operatore. E' probabile che, nel corso del lavoro, l’operatore si trovi spesso a confrontarsi, tramite il contatto con i ragazzi di cui si occupa e le loro problematiche, con la propria adolescenza, con problemi forse ormai superati, ma che ancora bruciano in tutti noi. Chi infatti non si ricorda i grandi dilemmi esistenziali, i problemi a rapportarsi con gli altri, le liti con gli adulti e soprattutto con i genitori, la spiacevole sensazione di non sapere più cosa si è, se un bambino o un adulto, e la sorpresa di capire che non si appartiene a nessuna delle due fasce d’età? Chi non si ricorda d’altronde l’importanza del gruppo di amici, il primo partner, i divertimenti spesso ai limiti dell’illegalità?
L'operatore di strada dovrà ragionare su tutta questa importantissima parte della sua storia per poter in qualche modo riuscire ad immedesimarsi nei ragazzi e capirli, senza lasciarsi risucchiare da qualche evento personale. Quindi la sua formazione deve comprendere tutti questi elementi ed altri ancora.
S. Pighi44 sostiene, a riguardo, che la formazione deve portare l'operatore di strada ad <<orientarsi essenzialmente ad essere esperto in umanità più che uno specialista di tecniche, pur necessarie come supporto alla finalità ultima che identifica il suo ruolo>>. L'autore distingue tre componenti della formazione: la formazione attitudinale, che si propone di migliorare il rapporto con chi viene accolto; l'informazione corretta e cioè conoscenze di Psicologia, Sociologia, Pedagogia, Educazione alla salute, Legislatura, ecc.; infine, il saper sperare, poiché spesso i risultati sono a lungo termine e a volte non aderiscono perfettamente ai desideri dell'operatore.
Il progetto formativo di Capodarco45 prevede tre fasi principali: nella prima l'operatore dovrà acquisire la capacità, per alcuni versi paradossale, di <<essere sufficientemente pronto per viaggiare come se fosse solo, ma contemporaneamente dovrà avere la competenza di collaborare con il gruppo>>; la seconda fase è il momento in cui l'operatore acquisisce le conoscenze fondamentali di miti, riti e simboli della vita quotidiana; nella terza fase, infine, l'operatore impara a conoscere e utilizzare i <<linguaggi, le leggi le risorse e le trappole che un territorio può offrire>>.
Passiamo ora ad analizzare che tipo di attività svolge un operatore nel corso del suo lavoro di strada.
Secondo M. Campedelli46:
<<egli deve osservare i comportamenti dei soggetti e le dinamiche dell'ambiente in cui questi vivono, relazionarsi con quei soggetti in modo diretto e dialogico, valutare sia i bisogni che esprimono che le risorse di cui dispongono, operare nella normalità sociale e ambientale in cui questi vivono, costruire progetti possibili e condivisi sia con i destinatari sia con le altre figure operanti, valorizzare la rete di opportunità formali e informali>>.
La carta di Certaldo47 divide l'attività in tre fasi principali: mappatura e ricognizione del territorio; contatto e approccio con i giovani; strutturazione stabile dell'intervento.
Per quanto riguarda le specifiche attività svolte nel corso del lavoro, il progetto formazione Capodarco48 distingue: conoscenza costante delle risorse presenti nel territorio; interventi svolti di concerto e/o insieme ad altre figure professionali; sviluppo di occasioni per stabilire rapporti stabili con singoli e gruppi; creazione di iniziative di aggregazione specifica; costruzione di un osservatorio dei fenomeni sociali locali; sostegno relazionale a singoli o gruppi sui quali, a rete, si è elaborato un progetto.
Scrive M. Santerini49 che <<gli educatori sulla soglia possono entrare nei luoghi degli adolescenti, capire le loro regole e il loro mondo dall'interno, vivendo una forte responsabilità personale nel cambiare o ampliare la loro visione del mondo, centrando il progetto educativo nel dare un progetto vivibile subito e da coltivare per il futuro>>. Si deduce da ciò quanto siano importanti le caratteristiche personali dell'educatore. S. Pighi50 vede come caratteristica essenziale il conoscersi ed accettarsi. Secondo l'autore:
<<l'animatore, vivendo sulla frontiera nel quotidiano della vita dei giovani in particolare difficoltà esistenziale e con un carico di negatività non indifferente, deve saper riconoscere in sé e nell'altro il negativo nella vita dell'uomo in vista di un suo superamento attraverso l'assunzione della responsabilità personale, che si esplica nel cercare di neutralizzare le influenze negative>>.
Purtroppo, riguardo alle caratteristiche personali dell'operatore, nel lavoro di strada emergono anche dei punti problematici.
Un problema51 che rende difficile questa professione è il rischio che le motivazioni personali dell’operatore prevalgano su quelle dei ragazzi. Può capitare infatti che i ragazzi di strada abbiano obiettivi diversi dagli operatori, ma non per questo meno accettabili; allora, la sfida consiste nel seguire i bisogni dei ragazzi, accettandoli come diversi dai nostri ma comunque validi.
Il mezzo più importante con il quale si mantiene il dialogo con questi ragazzi52, una volta che questo si sia aperto, cosa tutt’altro che facile, è sì la forma di comunicazione adottata, ma ancor di più la costante presenza e disponibilità degli operatori sul territorio e la permanenza dell’interrelazione nel tempo. Anche questo non è un impegno facile da mantenere, poiché gli operatori, come del resto tutti gli esseri umani, sono soggetti a cambiamenti di obiettivi, di umore, di capacità di concentrazione e di lucidità mentale, non solo nel corso degli anni ma anche nel corso di una singola giornata.
Un altro problema che spesso ostacola gli intenti del lavoro di strada è quello della committenza, quando esiste: chi, infatti, commissiona il lavoro spesso si intromette e limita il raggio di alternative e la gamma di possibilità che dovrebbero stare alla base di un intervento di questo genere.
Ma cos’è allora che spinge una persona verso un lavoro così difficile, che certo dà qualche soddisfazione a lungo termine, ma che è anche fatto di tante delusioni e che richiede continui tentativi prima di raggiungere qualche risultato tangibile? Forse le caratteristiche e la storia personale dell’operatore stesso.
Che rapporto si instaura con gli altri membri dello staff e con i ragazzi?
E’ a questi interrogativi che si cercherà di rispondere seguendo le storie di vita di alcuni operatori di strada.
1.4 Le storie di vita per gli operatori di strada
Che rapporto c'è tra il lavoro di strada e le storie di vita degli operatori?
D. Demetrio53 sostiene, rispetto a ciò, che <<in educazione si ha a che fare con presenze ovvero con vissuti esistenziali attraverso i quali occorre passare nel corso della vita, e con i quali ci si deve incontrare, rispetto ai quali ci si deve, prima o poi, esporre ed esprimere>>.
L'autore sostiene cioè che un operatore di strada non può svolgere bene il suo lavoro se non è pronto a ripercorrere giorno dopo giorno la sua esperienza di vita. Secondo D. Demetrio54 <<fare il mestiere dell'educatore significa organizzare esperienze significative, non a caso ma con un disegno di carattere progettuale ampiamente argomentato, non tratto da un manuale pedagogico sedicente scientifico ma da una collezione, semmai, di pensieri sulla vita e sul problema di esistere>>.
Secondo l'autore:
<<il compito di chiunque si assuma, in quanto adulto, compiti di natura educazionale è sempre duplice: in primo luogo dovrà con le risorse a disposizione (la propria storia di vita) chiedersi quale sia stato il suo percorso di crescita per ritrovare in questo lavoro della reminiscenza e della riattualizzazione quanto più lo ha costruito come individuo, quali incontri hanno determinato il suo modo di ragionare, amare, odiare, credere, rifiutare o condividere; in secondo luogo, alla luce di questa sua rivisitazione autobiografica, condotta in solitudine o con l'aiuto di qualche maestro, l'aspirante educatore, rileggendo la propria storia di vita come il più importante libro di pedagogia che mai gli sia capitato tra le mani, potrà individuare i temi pedagogici prioritari che, a sua volta, è chiamato a proporre ad altri>>.
L'autore55 conclude dicendo: <<il tempo della valutazione di ciò che si è fatto irrompe quando ci si accorge che lavorando per-con gli altri si è lavorato per-con se stessi>>.
E' per tutte queste ragioni che il metodo qualitativo delle storie di vita ci sembra ancora più adatto ad affrontare l'argomento del lavoro di strada.
Nella ricerca con storie di vita si indagherà sul percorso che porta un operatore di strada a divenire tale, sul suo vissuto del lavoro di strada e sulle differenze individuali che distinguono diversi operatori.
Capitolo 2 Tor Bella Monaca e lavoro di strada
2.1 Analisi del contesto socio-urbanistico
L'importanza del contesto
Il concetto di contesto quale elemento fondamentale di interconnessione tra ambiente storico-sociale e storie personali dei singoli individui, pur avendo un'origine molto remota, assume sempre maggior concretezza attraverso il continuo sviluppo delle scienze umane1.
Già alle basi di tutte le scienze sociali troviamo l'inestricabile rapporto tra contesto e personalità; in Antropologia, quale scienza che studia l'uomo sotto il profilo biofisico e bioambientale e nel manifestarsi di sue peculiarità o modi di essere, gli studiosi, fra gli altri T. Tentori2, non possono far a meno di constatare che <<al di là di ogni resistenza e difficoltà di comunicazione immediata, più o meno persistente, l'esperienza del contatto in qualche modo incide sull'identità.>>.
Nell'ambito della Psicologia troviamo, innanzi tutto, Milton Erickson7, il quale basa la sua teoria dello sviluppo proprio sui conflitti di ordine sociale, che man mano l'individuo si trova a dover affrontare per potersi inserire bene nell'ambito della sua cultura d'appartenenza; egli divide infatti lo sviluppo in 5 fasi infantili e adolescenziali e 3 adulte, tutte caratterizzate dalla necessità di risoluzione di un conflitto; nel periodo giovanile troviamo, per esempio, un bisogno di scoperta della propria identità durante il periodo adolescenziale, di formazione di una coppia e di assunzione di un determinato ruolo lavorativo; tutte queste fasi sono determinate da un'interrelazione continua tra il singolo individuo e la società circostante. In realtà il rivoluzionario della teoria di Erickson sta più che altro nell'aver esteso la sua teoria dello sviluppo anche dopo il raggiungimento della fase adulta.
Anche in Bion8 riscopriamo la necessità di considerare l'uomo <<un animale gregario che non può evitare di essere un membro di un gruppo anche in quei casi in cui l'appartenenza al gruppo consiste nel comportarsi in modo da dare la sensazione di non appartenere a nessun gruppo...[...]...nessun individuo, per quanto isolato, può essere marginale rispetto a un gruppo, o mancare di manifestazioni attive di psicologia di gruppo...[...]...l'osservazione di gruppo da parte di un osservatore psicologicamente preparato, consente di cogliere situazioni che, in un'altra prospettiva, passerebbero inavvertite 9>>.
La vera svolta nel concetto di contesto la troviamo però nella teoria sistemica-relazionale, che basa il suo lavoro sulla relazione; il concetto di contesto nella terapia relazionale viene espresso come luogo sociale, come contesto d'apprendimento e come unica fonte di significato; nella teoria sistemica si va addirittura oltre il non semplice concetto di contesto: si parla infatti di metacontesto, intendendo per esso il conoscere e il far conoscere esplicitamente intorno al contesto.
Lo stesso Bateson10 nel suo Mente e Natura scrive: <<Il contesto è legato ad un'altra nozione non definita che si chiama significato. Prive di contesto, le parole e le azioni non hanno alcun significato. Ciò vale non solo per la comunicazione verbale umana, ma per qualunque comunicazione, per tutti i processi mentali, per tutta la mente.>>, e continua: <<La mia tesi è che qualunque sia il suo significato, la parola contesto è una parola appropriata, una parola necessaria alla descrizione di tutti questi processi in lontana relazione tra loro.>> e infine sentenzia: <<E' il contesto che fissa il significato>>.
Questa lunga, anche se non completa, introduzione storico-etimologica dimostra l'impossibilità di avvicinarsi ad una serie di dinamiche di gruppo senza aver prima affrontato la storia, la provenienza socioculturale ed il contesto socioabitativo del gruppo medesimo.
Perciò, in questa prima fase verrà affrontata la storia del quartiere e dei suoi abitanti, la disposizione delle abitazioni e dei luoghi di aggregazione giovanile e le statistiche riguardanti le maggiori problematiche sociali che caratterizzano il quartiere e che, purtroppo, contribuiscono a creare la stigmatizzazione di cui sia il quartiere che i suoi abitanti sono stati e sono tuttora vittime.
Bisognerà comunque ricordare che il contesto deve e può essere cambiato attivamente dagli attori stessi della società. Troppo spesso, parlando di una qualsiasi problematica, ci si trincera dietro un capro espiatorio che permette di deresponsabilizzare chi lo utilizza: la società. In questi casi si dimentica, forse volontariamente, il significato della parola società : la società siamo noi.
Passiamo ora ad analizzare la storia e la situazione attuale del quartiere di Tor Bella Monaca.
2.1.1 Breve storia della città marginale
L'VIII Circoscrizione, situata nella zona Sud-Est di Roma, tra la v. Casilina e la v. Prenestina, appena fuori dal Grande Raccordo Anulare, comprende la vecchia borgata e il nuovo complesso di Tor Bella Monaca (v. tav.1). Esse hanno avuto una storia ed uno sviluppo molto diversi; conoscere queste differenze è essenziale per poter approfondire le dinamiche e i rapporti sviluppatesi in seguito tra i nuclei familiari che vi risiedono.
La vecchia borgata di Tor Bella Monaca11 si sviluppò, insieme ad altre zone periferiche dell'agro romano, fondamentalmente nel secondo dopoguerra e nacque dalla reale necessità di abitazione degli emigranti che da Marche, Abruzzo e Centro-Sud si spostarono vicino alla capitale per ottenere un lavoro, trovando in queste zone un luogo più che adatto a costruire delle abitazioni abusive che gli permettessero di vivere vicino alla città.
Il terreno era di proprietà di privati che lo lottizzarono, vendendolo in piccolissime parti in prima istanza ai braccianti che già lavoravano per l'azienda stessa. Negli anni '50 i principali acquirenti di questi lotti furono gli immigrati del circondario, (dei castelli romani e del frusinate), che vedevano nella v. Casilina il collegamento ideale tra città e campagna12.
Negli anni '60 si ha il vero boom edilizio13 con un cambiamento fondamentale: si passa da autocostruttori privati a vere e proprie ditte costruttrici che prendono in mano l'"affare" dell'abusivismo, facendo entrare in scena una nuova figura: quella dell'inquilino. Tutto ciò ha contribuito a creare delle discordie tra le persone che per prime si erano costruite un'abitazione in questa zona e quelle che, invece, erano venute in affitto da Roma; per le prime era stato un miglioramento, portato avanti con le proprie forze, mentre i nuovi inquilini, invece, che per la maggior parte dovevano la propria scelta a necessità derivate dall'ampliamento del proprio nucleo familiare, vedevano mutare in peggio la propria condizione abitativa.
La borgata in quel periodo manteneva comunque l'aspetto di un paese e le caratteristiche della popolazione originaria: gli abitanti si conoscevano tutti, continuavano a parlare il proprio dialetto e soprattutto si sentivano forti della soddisfazione di aver creato da soli un nuovo luogo in cui vivere; la popolazione era caratterizzata principalmente da manodopera della produzione edilizia, artigianale e industriale.
Durante questo primo insediamento la zona era completamente priva di servizi essenziali quali fognature, acqua corrente, allacci elettrici, trasporti, servizi scolastici e commerciali.
Tramite successive richieste formali e proteste, pian piano la popolazione riuscì ad ottenere l'allaccio elettrico nel '
Negli anni '70 si è attuato un imponente programma di urbanizzazione14, già pianificato dalla legge 167, per risolvere il pesante problema della popolazione romana soggetta a sfratto; la zona, che aveva una superficie di circa
Il programma fu affidato sia ad aziende private, Isveur, Iacp e Interdil Roma e Lazio, sia a cooperative, e prevedeva la costruzione di circa 3400 alloggi in 5 comparti edilizi, 13 scuole, con una disponibilità di circa 175 miliardi.
Il nuovo quartiere è situato circa al centro dell'VIII Circoscrizione e confina con zone per lo più abusive: sul versante Est vi è il vecchio quartiere di Tor Bella Monaca e, ad Ovest, la borgata di Torre Angela.
Il quartiere è diviso in comparti contrassegnati da una lettera e un numero.
Esso comprende anche 2 poli scolastici: 4 scuole elementari e 3 medie, 4 scuole materne, 3 asili nido ed un unico liceo scientifico; le scuole costituiscono le poche costruzioni colorate del quartiere; sono state, infatti, progettate tutte in rosso mattone15.
A giugno '8316 iniziarono le prime assegnazioni degli alloggi comunali contrassegnati dalle sigle R8, R5, R4; a quei tempi, ai disagi dovuti alla mancanza di servizi nel vecchio quartiere, si aggiungevano quelli dovuti all'aumento della popolazione.
Quasi subito si venne a creare un forte comitato di quartiere che sostenne lotte durissime sia all'esterno, per ottenere i servizi che spettavano al quartiere, sia all'interno, per far in modo che fenomeni devianti non dilagassero e non andassero ad intaccare il duro lavoro che il comitato stesso stava sostenendo17.
Le prime richieste18 avviate riguardavano principalmente la sanità, (c'era bisogno di un pronto soccorso di quartiere per non dover ricorrere al S. Giovanni, troppo distante, e di una farmacia), il problema delle barriere architettoniche per gli handicappati, (che non potevano neanche uscire da soli nel proprio terrazzo), il problema degli anziani, per i quali non vi erano abbastanza assistenti sociali, (solo
Il comitato di quartiere19 si dovette anche occupare delle occupazioni abusive degli edifici; infatti, già nell''83, il comparto R5 era stato completamente invaso; i comparti R1, R4 e R6 solo parzialmente occupati e, nell'R8, si era verificato uno strano fenomeno di occupazione organizzata. A seguito di ciò, ovviamente, ci fu un aspra battaglia tra occupanti e assegnatari. In questa occasione il comitato di quartiere svolse il ruolo di ovviare a questi problemi facendo in modo che gli occupanti che realmente necessitavano di un'abitazione potessero ottenerla e che gli assegnatari potessero finalmente prendere possesso delle proprie case; il comitato, inoltre, sgominò l'organizzazione malavitosa20 che speculava sull'occupazione abusiva del comparto R8.
Nel nuovo quartiere, volenti o nolenti, furono mandati gli elementi più emarginati della popolazione romana: nuclei familiari appartenenti alle classi meno abbienti, anziani, detenuti agli arresti domiciliari, handicappati21.
Gli insediamenti più massicci si sono avuti e si continuano ad avere principalmente da altre zone periferiche e degradate della capitale, come il Laurentino 38, e da precedenti situazioni abitative precarie o sfratti dal centro storico "risanato".
Durante i primi 6 anni di insediamento, inoltre, si sono aggiunti alla zona 2 campi Rom spontanei che contavano più di 1000 persone, in condizioni abitative insostenibili.
La popolazione prevista dal piano era di numero limitato (28000) per far in modo di creare spazi vivibili per tutti; nonostante ciò, allo stato attuale, in un unico palazzo (R5) vivono ben 1226 famiglie22.
Anche se il quartiere in origine doveva essere una soluzione al problema degli sfratti ed è quindi composto di molte abitazioni popolari, nel suo interno vi sono anche interi comparti di proprietà privata, (l'R7, per esempio), che accolgono, come si può ben immaginare, una tipologia di persone completamente diversa; tutto ciò crea conflitti e realtà di emarginazione tra gli abitanti dei vari comparti che, se da una parte si sentono appartenenti e legati ad un medesimo spazio urbano, dall'altra sono ben coscienti della situazione di stigmatizzazione che contraddistingue il proprio quartiere e vorrebbero uscirne23.
Inoltre si hanno forti contrasti anche tra gli abitanti della borgata e quelli del nuovo quartiere, anche perché il nuovo insediamento è stato vissuto, in qualche modo, dai vecchi abitanti, come destabilizzante per le vecchie abitudini.
Tor Bella Monaca è il quartiere romano con il più alto tasso di handicappati, di disoccupati e di giovani disagiati, anziani e detenuti agli arresti domiciliari24.
Sotto il profilo economico il quartiere, oltre a pochissimi negozi, si presenta quasi del tutto privo di attività produttive, presidi ospedalieri, servizi e luoghi di divertimento: manca un ufficio postale, mancano cinema ed altri posti di ritrovo, mancano quasi del tutto luoghi adibiti ad iniziative culturali, eccetto il teatro e la sala cinema della Circoscrizione25.
Inoltre su tutto il territorio opera una sola centrale dei Carabinieri.
Soprattutto si avverte la mancanza fondamentale di collegamento e coordinamento delle istituzioni che dovrebbero operare sul territorio, (v. tabella).
Il collegamento pubblico con Roma è, a dir poco, ridicolo, costituito da un'unica linea di autobus, lo 058, che oltre tutto non connette direttamente al centro, ma ad un capolinea di alcuni autobus che portano in città, con un impiego totale di tempo di circa 2 ore.
Molti edifici sono già completamente degradati e non più vivibili; alcuni edifici pubblici, come ad esempio una scuola, sono stati occupati abusivamente e, cosa ancor più grave, alcune strutture sociali sono state letteralmente distrutte dall'usura e dagli atti di vandalismo.
Vi è un alto grado di disoccupazione, ma soprattutto di non occupazione giovanile; le attività lavorative più frequenti sono precarie, mal retribuite, in nero, e soprattutto, a 2 ore da casa; tutto ciò contribuisce ad incrementare il fenomeno, molto marcato in questo quartiere, del pendolarismo26.
La situazione più preoccupante è quella riguardante il livello d'istruzione: il 22% degli studenti non porta a termine il ciclo della scuola dell'obbligo; è alto anche l'indice di evasione scolastica, pari al 6% degli aventi diritto; solo il 46% degli studenti che terminano la scuola dell'obbligo si iscrive alla scuola secondaria superiore.
Altro fenomeno dilagante è quello riguardante l'uso e lo spaccio di droghe pesanti e leggere e l'organizzazione delinquenziale che fa da schermo a queste attività, come per esempio il riciclaggio di merce rubata che trova negli scantinati del Serpentone (comparto R5) il luogo ottimale27.
2.1.2 Il quartiere: luoghi dei e per i giovani
Fin dalla scuola media i ragazzi subiscono un processo maturativo di cambiamento che li porta a preferire la compagnia del gruppo dei pari a quella della famiglia.
L’integrazione nel gruppo contribuisce all’accettazione di sé come altro dai genitori (desatellizzazione), alla creazione di uno status simbolico autonomo e alla formazione di un’identità personale; il gruppo, inoltre, è un forte mezzo educativo di preparazione alla vita adulta.
In genere durante l’adolescenza, il normale processo di opposizione alla dipendenza dai genitori, è coadiuvato da queste aggregazioni di giovani, che rifiutano in blocco di conformarsi alle regole della società, ma, per contro, tendono ad un conformismo molto forte all’interno del gruppo stesso. E’ anche per queste ragioni che alcuni atti devianti di gruppo tra adolescenti possono forse essere considerati normali nell’ambito di una condizione di autoemarginazione dalle regole comuni28. E' però vero che, in genere, gli adolescenti dovrebbero poi evolvere verso uno smussamento di questi angoli ed un adeguamento al ruolo adulto, con relativo inserimento nella società.
L’amicizia, che si sviluppa come rapporto affettivo tra pari, può assumere il ruolo di importante mezzo comunicativo-emotivo per spostare l’identificazione dai genitori all’oggetto dell’amicizia e, conseguentemente, a se stessi; l’amico diviene quindi un oggetto sostitutivo molto importante per la crescita personale29.
Da tutto ciò deriva, preliminarmente, il fatto che gran parte del tempo libero venga trascorso dai giovani con il gruppo dei pari. In genere il modo in cui si trascorre il proprio tempo libero riflette purtroppo le disuguaglianze sociali30.
Così, se vogliamo analizzare in maniera esauriente i vissuti dei giovani residenti in un quartiere popolare ed emarginato come Tor Bella Monaca, dobbiamo innanzi tutto scoprire quali centri di incontro offre ai giovani questo quartiere, in quali luoghi i ragazzi preferiscono recarsi e trascorrere il proprio tempo libero e cosa amano fare.
Purtroppo scopriremo che i luoghi di aggregazione organizzata, offerti dalle strutture, sono ben pochi, se non del tutto inesistenti; questi ragazzi altro non possono fare, nel proprio quartiere, che riunirsi, senza scopo, sotto casa, sul muretto, nel prato o in un bar.
In aggiunta a ciò, bisogna anche considerare il fatto che il grave problema della non scolarizzazione e della non occupazione giovanile31 porta questi ragazzi a trascorrere periodi di tempo, molto più lunghi del normale, nel gruppo dei pari.
In ogni caso, gli operatori di strada che lavorano nel quartiere di Tor Bella Monaca hanno cominciato proprio con l'analisi della struttura urbanistica del quartiere e dei luoghi abituali di aggregazione creati e frequentati attualmente dai giovani.
Nel prossimo paragrafo si ripercorrerà la storia del gruppo di operatori di strada di Tor Bella Monaca, dai suoi albori, fino ad arrivare alla situazione attuale dell'équipe.
2.2 Storia e attività del gruppo di operatori di strada di Tor Bella Monaca
Il gruppo di operatori di strada che ha partecipato a questa ricerca fa parte di un'associazione di nome Eutopia, nata istituzionalmente nel novembre 1994, ma che ha una storia molto più remota di azione sociale nel quartiere di Tor Bella Monaca. Per comprendere meglio la base da cui si è sviluppata questa iniziativa, viene riportata la testimonianza, trascritta da una registrazione, di una delle "colonne portanti" di questa associazione: Tilde Silvestri, operatrice e coordinatrice del gruppo e testimone privilegiato, perché ha partecipato fin dagli albori a questo progetto:
<<La storia dell'Associazione è collegata alla storia di un'altra struttura che è nata a Tor Bella Monaca nel 1990, quando
Oltre a questa interessante testimonianza, per meglio comprendere le finalità e le attività di questo gruppo, si riporta un brano dell'Atto di costituzione dell'Associazione Eutopia:
<<L'associazione ha per oggetto un'attività di volontariato in contesti di emarginazione e di degrado sociale a partire dal quartiere di Tor Bella Monaca.
L'Associazione tende a far crescere il territorio dal di dentro, guardando e vivendo la comunità territoriale come attore sociale, come soggetto che ha una sua identità, ha competenze, ha del potere sia nei confronti degli individui membri che dell'ambiente esterno.
L'Associazione potrà esprimere la propria azione attraverso:
- creazione di una rete di persone, di azioni integrate volte a riconoscere e valorizzare le risorse del contesto, siano esse singoli cittadini/e, gruppi, istituzioni, per la soluzione di problemi comuni;
- corsi di recupero scolastico a vario livello, aventi come destinatari ragazzi/e drop-outs, adulti;
- laboratori centrati sulla creatività, sulla comunicazione, sull'espressività, sul gioco per minori a rischio;
- lavoro di strada volto a stabilire contatti con i giovani e i gruppi informali che la vivono permanentemente, a favorire nuove relazioni e flussi comunicativi per la riduzione del disagio;
- supporto a famiglie in situazioni di particolare disagio, realizzato da altre famiglie;
- promozione e realizzazione di momenti aggregativi (feste, attività culturali, gite, campi estivi, gare sportive, giochi...) per educare alla vita comune, alla cittadinanza, al rispetto per la diversità, alla non violenza;
- promozione e realizzazione di attività per la formazione iniziale e permanente dei volontari, di un'adeguata consulenza psico-metodologica per gli stessi;
- elaborazione di materiale scritto, video, radiofonico sul lavoro svolto nel territorio;
- studio della realtà Sociale in cui l'Associazione opera al fine di individuarne le carenze, le necessità, le risorse e di poter intervenire adeguatamente;
- realizzazione di altre attività che nel tempo possano concorrere alle finalità dell'Associazione.>>
Dopo aver passato in rassegna la storia del quartiere di Tor Bella Monaca e del gruppo di operatori di strada volontari ivi operanti, passeremo ad analizzare la metodologia seguita nella presente ricerca, che ha visto come protagonisti proprio alcuni di questi operatori di strada.
Capitolo 3 Metodologia della ricerca
3.1 Scopo della ricerca
Lo scopo principale di questa ricerca è di definire e comprendere il vissuto del lavoro di strada. Poiché esso costituisce una recentissima tipologia di prevenzione, soprattutto in Italia, ben scarsa è la bibliografia a riguardo.
Si cercherà di ricostruire l'evoluzione che parte dal vissuto adolescenziale degli operatori fino alle motivazioni della loro scelta, per finire con l'analisi dell'esperienza vera e propria del lavoro, ai fini di cogliere i possibili nessi tra le varie esperienze personali dei soggetti e le loro conseguenti scelte.
Si indagherà, inoltre, il rapporto che si viene a creare tra gli operatori ed i ragazzi di strada, nonché eventuali similitudini e differenze tra il periodo adolescenziale degli uni e degli altri.
Infine, verranno confrontate le esperienze dei vari operatori contattati, per cogliere punti in comune e diversità, anche per quanto riguarda le eventuali differenze di genere in rapporto al vissuto e alla motivazione al lavoro.
Affinché sia possibile cogliere la specificità e l'unicità delle singole esperienze, si utilizzerà il metodo qualitativo delle storie di vita; metodo, questo, che permette di dare la necessaria rilevanza al soggetto ed al suo modo di ripercorrere, con una minima intrusione dell'intervistatore, la sua storia, gli elementi di connessione, ed il filo logico che sottende a tutta la sua esistenza.
3.2 Le storie di vita
Il metodo delle storie di vita viene utilizzato soprattutto in Storia, Storiografia e Antropologia. Nell'ambito di queste discipline si crede che, dall'esperienza di un singolo individuo, si possano ricavare importanti informazioni sull'epoca in cui vive, sulla sua cultura e sulla società di cui è parte. Ferrarotti1 sostiene, per esempio, che: <<il nostro sistema sociale è tutto intero in ciascuno dei nostri atti, in ciascuno dei nostri sogni, deliri, opere, comportamenti, e la storia di questo sistema è tutta intera nella storia della nostra vita individuale>>. Secondo Cipriani2 <<l'approccio biografico mira a collocare l'individuo nel suo contesto, cogliendone azioni ed interazioni, condizionamenti e reazioni, come pure intenzioni, gesti e posture>>, quindi <<l'approccio biografico ha come base di avvio il vissuto personale ma l'obiettivo resta sempre di carattere prettamente sociologico, cioè relativo ad una conoscenza dell'individuo essenzialmente come soggetto sociale>>.
In Psicologia l'utilizzo o meno delle storie di vita rispecchia l'eterna diatriba tra fautori del metodo qualitativo e promotori di quello quantitativo. Il metodo qualitativo in questione consente di portare alla luce i tratti particolari dell'individuo, la sua personale storia, la sua unicità. Scrive Cohler3 che: <<la narrazione personale che viene raccontata ad ogni punto del decorso della vita, rappresenta l'interpretazione con la maggior coesione interiore del passato come è capito oggi, del presente vissuto e del futuro anticipato allo stesso tempo>>.
Anche in Psicologia Clinica possiamo riscontrare l'importanza del colloquio, della Psicoanalisi come narrazione. G. Lutte4 spiega come la psicoanalisi trovi il suo fulcro interpretativo proprio nell'indagine sulle storie di vita dei pazienti, con particolare riguardo all'infanzia ed alla loro vita fantasmatica inconscia.
L'autore continua scrivendo che anche gli psicologi di tutto l'arco della vita hanno utilizzato questo metodo, ponendo però l'accento sulla narrazione cosciente della vita stessa.
La storia di vita viene così ad acquisire il ruolo di costrutto psicologico che porta a rispettare l'unicità dell'individuo e delle sue esperienze, e che, come sostiene G. Lutte5, <<si riferisce al senso di continuità che l'individuo attribuisce al proprio sé nella sua storia, ossia nel suo passato, nel presente, nel futuro anticipato>>. Secondo Ferrarotti6 la specificità della biografia è <<la sua storicità profonda, la sua unicità>>. La storia di vita è un'interpretazione che si muove con continuità nel tempo e che il soggetto continua a mutare per dare un senso di coerenza e coesione alla sua personalità, alla sua storia e alle sue scelte.
Scrive G. Lutte, in "Psicologia degli adolescenti e dei giovani"7, che <<è nell'adolescenza, quando si forma il senso d'identità, quando l'individuo diventa capace di rendersi conto della continuità della sua esistenza dal passato al futuro, che egli diventa capace di fare un racconto coerente della propria vita>>. E ancora: <<La storia di vita è l'immagine del sé nel tempo, l'autobiografia di ogni individuo>>8.
L'individuo, nel tentare di dare senso alla sua storia, si riferisce agli eventi pronosticabili o normativi, come possono essere pubertà, entrata a scuola, ecc., ma anche e soprattutto agli eventi non prevedibili, non normativi, quali per esempio la nascita di un figlio, l'allontanamento o la morte di un parente significativo, ecc. L'approccio stesso, come afferma G. Lutte9 <<è basato sulla premessa che i cambiamenti della vita non sono necessariamente pronosticabili>>, sulla non predittibilità dello sviluppo umano: le storie di vita quindi <<possono essere interpretate, narrate, non spiegate>>.
Con ciò si approda al fatto che il metodo delle storie di vita non vuole e non può sostituire i metodi quantitativi: è semplicemente un metodo ben distinto da questi, che si basa su altri costrutti, analizza altri concetti ed arriva a diversi tipi di interpretazione dei dati. Al contrario di test, questionari ed altri metodi di ricerca quantitativi, infatti, la storia di vita pone l'accento sugli eventi non normativi e sui modi di affrontarli specifici di ogni soggetto.
Nell'interpretazione delle storie di vita <<non è necessario di rivivere totalmente il passato. Come osservatori abbiamo il vantaggio, quando è possibile la conoscenza delle conseguenze, di fare connessioni storiche, di esprimere il significato di quanto è accaduto. Le strutture sono scoperte solo dopo i fatti>>10.
Come sostiene G. Lutte in "Psicologia degli adolescenti e dei giovani"11, <<non si tratta quindi di scegliere tra approccio quantitativo e qualitativo ma di integrarli in modo equilibrato>>.
Nella storia di vita quindi <<non è la realtà oggettiva che conta, quanto l'interpretazione che ne fa ogni soggetto>> e <<la trasformazione della propria storia non ne cambia il significato psicologico>>12.
3.3 Tecniche per la raccolta dei dati
Il metodo delle storie di vita si avvale di due principali tecniche di raccolta dei dati che vengono usate in maniera sequenziale: il colloquio clinico, che consiste nella narrazione libera da parte del soggetto della propria storia di vita e che in genere si svolge nell'arco di due, tre incontri e l'intervista semi-strutturata, che si svolge dopo aver terminato la fase di colloquio e che ha la funzione di toccare eventuali temi importanti ai fini della ricerca che sono stati tralasciati nella fase precedente e di dare un certo ordine cronologico e tematico agli argomenti trattati.
3.3.1 Il colloquio clinico
La tecnica del colloquio clinico è la più usata in Psicologia Clinica in fase di diagnosi, terapia e per la ricerca.
Nella tecnica delle storie di vita però <<L'oggetto della ricerca è la realtà mentale-cioè ciò che una persona dice di sé-e non la realtà esteriore, oggettiva quantificabile>>13.
Di conseguenza in fase di colloquio si cercherà di lasciare che il soggetto possa parlare con spontaneità e libertà delle sue esperienze di vita. Andolfi14 propone di usare un ascolto attivo <<in cui lo psicologo cerca, offrendo comprensione e partecipazione, di direzionare il colloquio su vie che appaiono pregnanti, manifestando la propria presenza reale ed emotiva>>. Scrive infatti G. Lutte15 che <<il colloquio è la tecnica di raccolta dei dati che più si avvicina alla situazione di interscambio tra due persone nella vita quotidiana>> e Ferrarotti16 sostiene che <<le forme e i contenuti di un racconto biografico variano con l'interlocutore; essi dipendono dall'interazione che rappresenta il campo sociale della comunicazione>>. Anche Trentini17 sostiene che <<qualsiasi tipo di intervista-colloquio implica sia dei contenuti che dei processi, uno scambio di informazioni e uno scambio relazionale, un aspetto di tipo cognitivistico e un aspetto di tipo emozionale-affettivo>> e continua: <<anche la raccolta dei dati apparentemente più oggettiva, neutrale e 'metrica' non può prescindere da un rapporto osservatore-osservato che si ripercuote ad influenzare gli stessi dati>>.
E' proprio rispetto al problema posto da Trentini che V. Ugazio18 propone l'utilizzo di "strumenti di audioregistrazione". Questi strumenti consentono oltre tutto all'intervistatore di poter annotare durante l'intervista molti comportamenti non verbali del soggetto e gli argomenti in corrispondenza dei quali essi si presentano.
Il comportamento non verbale, infatti, è molto importante nelle storie di vita, poiché, come sostiene Watzlawick19, <<l'attività o l'inattività, la parola o il silenzio hanno tutti il valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri a loro volta non possono non rispondere a queste comunicazioni ed in tal modo comunicano anche loro>>. Anche Andolfi20, rispetto all'importanza del silenzio nel colloquio, scrive che <<in alcuni casi il silenzio diviene significativo quanto le parole, assumendo, per esempio, un valore centrale insieme ad altri aspetti paralinguistici>>.
V. Ugazio21 sostiene che <<la comunicazione non verbale trasmette informazioni che il linguaggio non è in grado, o comunque non è idoneo, a convogliare>>. Secondo l'autrice22 il linguaggio non verbale assolve tre differenti funzioni: esprimere i rapporti interpersonali, esprimere le emozioni, ed infine, una funzione metacomunicativa e cioè di spiegazione del comportamento verbale.
V. Ugazio23 distingue inoltre quattro tipologie di comportamento non verbale, cui l'intervistatore deve prestare attenzione nel corso del colloquio: il luogo in cui si svolge il colloquio ed il comportamento prossemico; l'aspetto esteriore (aspetto fisico, abbigliamento, ecc.); gli aspetti cinesici (espressioni del volto, sguardo, postura, gestualità, ecc.); infine, il paralinguaggio (tono di voce, timbro, silenzi, pause, ecc.) e gli aspetti formali del comportamento d'intervista.
Per un migliore svolgimento del colloquio, G. Lutte24 suggerisce di cercare di favorire un clima di rispetto e di fiducia reciproca; di svolgere il colloquio in un luogo tranquillo, più protetto da eventuali interferenze; infine, cosa più importante, di permettere al soggetto di poter parlare in tutta libertà, anche di argomenti che sembrano fuori tema.
3.3.2 L'intervista semi-strutturata
L'intervista semi-strutturata si svolge in un secondo momento rispetto al colloquio clinico e serve per completare gli argomenti trattati dal soggetto e per approfondire i temi più importanti.
L'intervista deve però, come sostiene G. Lutte25, <<conservare il carattere di un colloquio, evitando in assoluto di far subire al soggetto un interrogatorio di 3° grado>>; l'autore propone, infatti, di presentare ogni argomento in maniera generica ma non astratta e di porre domande specifiche solo in seguito, per approfondire e spiegare quanto già detto dal soggetto.
Secondo Andolfi26 <<la domanda non è finalizzata solo all'ottenimento di un'informazione, quanto piuttosto a creare un legame con l'interlocutore. Deve riuscire a suscitare una reale curiosità nei confronti del soggetto 'intervistato' e verso il suo mondo di rapporti>>.
Per far sì che questo avvenga, l'intervistatore pone delle domande aperte usando un linguaggio molto chiaro e semplice, cercando di evitare in tal modo possibili fraintendimenti.
Per svolgere l'intervista semi-strutturata è stata elaborata una lista di temi che è suddivisa in 5 filoni generali: le notizie sull'intervistato (ove vengono riferiti dati anagrafici e notizie sull'impegno nel lavoro di strada); le notizie sulla famiglia d'origine; la storia dell'intervistato (soprattutto per quanto riguarda infanzia e adolescenza); la storia attuale (in particolar modo riferita al lavoro di strada, alle motivazioni che ad esso sottendono ed al vissuto personale del soggetto nel lavoro stesso); infine, le prospettive per il futuro, giacché la storia di vita del soggetto sarebbe incompleta e priva di senso senza una sua proiezione nel futuro. Come sostiene G. Lutte27, infatti, <<non si può capire una persona prendendo in considerazione solo il suo passato e il suo presente senza tenere conto dei suoi progetti, dei suoi desideri, che orientano spesso il suo comportamento>>.
In questo lavoro, i primi due gruppi di temi (notizie sull'intervistato e sulla famiglia d'origine) verranno riportati nella presentazione del soggetto, mentre gli altri tre filoni verranno analizzati nel commento tematico di ogni singola storia e quindi confrontati tra loro.
Si tiene a precisare, infine, che la lista dei temi rappresenta un valido strumento d'ausilio al ricercatore, ma che la stessa potrà essere perfezionata, se necessario, nel corso della ricerca, per renderla ancora più valida e permeabile ai concetti che i soggetti andranno a toccare.
3.3.3 La lista dei temi
a) Notizie sull'intervistato:
- nome e cognome
- età
- sesso
- luogo di nascita
- stato civile
- occupazione
- quartiere di provenienza
- da quanti anni è impegnato nel lavoro di strada
b) Notizie sulla famiglia d'origine:
- genitori: notizie generali
- eventuali fratelli e sorelle
- notizie generali sull'alloggio
c) Storia dell'intervistato:
- rapporto con i genitori
- rapporto con fratelli, sorelle ed altri familiari significativi
- vissuto dell'adolescenza
- scuola
- quartiere
- vita di quartiere
- gruppi
- amici
- rapporti sentimentali
- politica e religione
- tempo libero
- eventuali atti devianti durante l'adolescenza
- eventuali impegni sociali precedenti (di che genere e quali le motivazioni personali)
d) Storia attuale:
- titolo di studio
- matrimonio
- figli
- salute
- inserimento sociale
- motivo della scelta
- formazione
- eventuali difficoltà o lacune nella formazione
- vissuto del lavoro di strada
- tipo di lavoro svolto (attività, tempi e luoghi)
- primo impatto col lavoro e con la strada
- eventuali problematiche connesse al lavoro di strada
- grado di soddisfazione nel lavoro
- difficoltà riscontrate nel lavoro
- quartiere in cui si svolge il lavoro
- rapporto con l'équipe di lavoro
- eventuali differenze di genere in rapporto al lavoro di strada
- rapporto con i ragazzi di strada
- similitudini e differenze tra la propria adolescenza e quella dei ragazzi di strada
- eventuali cambiamenti d'opinione nei loro confronti
- eventuale esistenza di un'evoluzione tipica nel lavoro di strada
- tecniche comunicative efficaci e non
e) Progetti per il futuro:
- nel lavoro di strada
- suggerimenti per un miglioramento del lavoro
- nel lavoro in genere
- nella vita affettiva
- abitazione.
3.3.4 Gli operatori che hanno partecipato alla ricerca
Come campione per la ricerca sono state scelte due persone di sesso maschile e due di sesso femminile, per rendere possibile un paragone tra le differenti evoluzioni che persone di sesso diverso possono percorrere approdando al lavoro di strada; questa scelta permette inoltre di riscontrare eventuali differenze significative riguardanti il vissuto, la motivazione e il grado di soddisfazione relativi a questo genere di impegno sociale.
I soggetti scelti, inoltre, non hanno tutti la stessa esperienza di lavoro di strada; infatti, alcuni svolgono questo mestiere da maggior tempo, altri solo da poco.
Gli intervistati svolgono tutti lavoro di strada a Tor Bella Monaca come volontari con l'Associazione Eutopia.
Queste le principali notizie sugli intervistati:
- Mauro, 32 anni, educatore in un asilo nido e di comunità a Capodarco, celibe, proviene dal quartiere romano di Torre Angela, attiguo a Tor Bella Monaca dove svolge lavoro di strada con l'Associazione Eutopia da 2 anni.
- Mariano, nato a Salerno nel 1968, collaboratore giornalistico part-time, celibe, residente nel quartiere romano di Colli Aniene, svolge lavoro di strada a Tor Bella Monaca con l'Associazione Eutopia da 5 anni.
- Chiara, 23 anni, studentessa universitaria alla facoltà di Psicologia a Roma, nubile, originaria di Chieti, svolge lavoro di strada a Tor Bella Monaca con l'Associazione Eutopia da 1 anno.
- Flaminia, 29 anni, animatrice part-time, nubile, residente a Lunghezza, svolge lavoro di strada a Tor Bella Monaca con l'Associazione Eutopia da 5 anni.
3.3.5 Trascrizione delle storie di vita
Le interviste sono state registrate utilizzando un mangianastri.
In questa fase le interviste vengono riascoltate e trascritte su carta, parola per parola, mantenendo inflessioni dialettali, eventuali errori di sintassi, sospensioni del discorso, eventuali esitazioni, ecc..
Inoltre, in fase di trascrizione viene riportato anche il linguaggio non verbale che l'intervistatore avrà annotato, riferendolo ai vari momenti dell'intervista.
E' opportuno ricordare che per linguaggio non verbale, G. Lutte28 indica soprattutto:
- tono della voce, velocità nel parlare, pause
- postura, movimenti del corpo
- mimica, espressioni del volto
- linguaggio delle mani
- segni di imbarazzo, noia, tristezza, gioia, ecc..
3.4 Analisi ed interpretazione dei dati
3.4.1 L'indicizzazione
Ultimata la trascrizione su carta delle storie di vita, l'indicizzazione dei temi affrontati nel corso del colloquio e dell'intervista, consente una più rapida e precisa analisi delle storie di vita stesse.
Questa tecnica consiste nell'assegnare ad ogni singolo tema, generale o specifico, un valore numerico o una lettera.
Questa notazione verrà riportata ai margini del testo dell'intervista in modo da permettere di riconoscere a colpo d'occhio i punti dove viene trattato uno specifico argomento.
Di rimando, accanto ai temi verrà riportata la pagina dove viene trattato ognuno di essi.
In questa maniera l'indicizzazione è di ausilio al ricercatore in due momenti: innanzi tutto permette una verifica veloce del fatto che siano stati trattati tutti gli argomenti rilevanti ai fini della ricerca; consente, inoltre, di focalizzare i punti di maggiore interesse in modo tale da poter ricostruire, più metodicamente, una storia di vita che abbia un senso cronologico e che sia coerente a se stessa e sequenziale.
3.4.2 Presentazione del soggetto
Nella presentazione del soggetto verranno annotate in linea generale le informazioni fondamentali sul soggetto dell'intervista: quanti anni ha, che tipo di persona è, il lavoro che svolge, i suoi dati personali, la conformazione della sua famiglia e l'excursus seguito prima di approdare al lavoro di strada.
3.4.3 Protocollo dell'intervista
Il protocollo viene redatto subito dopo la conclusione di ogni singola intervista. In esso l'intervistatore annota tutte le notizie utili rispetto allo svolgimento del colloquio.
Secondo G. Lutte29 nel protocollo vanno riportati i seguenti punti:
- come si è preso contatto con l'intervistato
- luogo, giorno, ora e durata dell'intervista
- disposizione spaziale dei due interlocutori
- presenza di eventuali elementi disturbanti
- reazioni emotive dei due interlocutori all'inizio del colloquio
- come si evolve il rapporto intervistato-intervistatore nel corso dell'intervista
- sincerità e spontaneità o altresì chiusura emotiva dell'intervistato
- eventuali pause nel discorso o scorrevolezza di quest'ultimo
- abbondanza o povertà del vocabolario
- linguaggio non verbale
- altre informazioni
- impressioni generali
Sostiene G. Lutte30 che il protocollo dell'intervista deve comprendere anche le reazioni dell'intervistatore: <<coinvolgimento emotivo, sentimenti di simpatia o antipatia, interesse o noia, reazioni emotive (coinvolgimento, rifiuto) per certi argomenti>>.
3.4.4 Ricostruzione della storia di vita
Secondo Bertram J. Cohler31 <<la storia di vita implica un duplice compito interpretativo: deve essere una riflessione accurata del racconto personale e deve esser fatta in modo tale che abbia un senso per quelli che sono interessati a questo racconto>>.
L'interpretazione della storia di vita deve cioè riuscire a dare un senso alla storia; ne deve risultare una narrazione coerente a se stessa che inglobi il maggior numero di dati possibili.
Rispetto a questo problema, G. Lutte32 sostiene che:
<<il consenso intersoggettivo minimizza la probabilità di arbitrarietà o di totale falsità nell'interpretazione. Lo studio dell'evoluzione della vita non solo è una forma di inchiesta storica ma richiede anche il riconoscimento della sua struttura narrativa>>.
E' proprio per questo motivo che, nella ricostruzione delle storie di vita, si cerca di seguire il più possibile un ordine cronologico, in modo da renderle simili ad un racconto, completo di un inizio, di una trama e di una fine, legati tra loro in maniera coerente e scorrevole. Il racconto viene quindi ricostruito in ordine temporale e suddiviso, non con delimitazioni precostituite, ma secondo gli eventi particolari rivelati dal soggetto stesso.
In questo senso la validità delle storie di vita come metodo di ricerca psicologica <<è intrinseca: la migliore interpretazione di una storia è quella più coerente in cui il maggior numero di dati ed eventi trovano posto e prendono senso>>33.
3.4.5 Commento tematico
Nel commento tematico vengono analizzati i temi più importanti per la ricerca affrontati dal soggetto nella storia di vita.
Partendo dalla ricostruzione della storia di vita, vengono passati in rassegna gli argomenti generali trattati dal soggetto: la sua adolescenza, le motivazioni che lo hanno spinto alla scelta del lavoro di strada, il suo personale vissuto del suddetto lavoro, i rapporti personali con i ragazzi di strada e con l'équipe di lavoro, eventuali similitudini o discordanze tra la sua adolescenza e quella dei ragazzi di strada. Per far ciò, sono stati scelti i seguenti temi specifici dalla lista:
dal gruppo c) storia dell'intervistato:
- rapporto con fratelli, sorelle e familiari significativi
- scuola
- vita di quartiere
- amici
- rapporti sentimentali
- politica e religione
- impegni sociali precedenti
dal gruppo d) storia attuale:
- motivo della scelta
- vissuto del lavoro di strada
- eventuali problematiche connesse al lavoro di strada
- eventuali differenze di genere in rapporto al lavoro di strada
- rapporto con l'équipe di lavoro
- rapporto con i ragazzi di strada
- similitudini e differenze tra la propria adolescenza e quella dei ragazzi di strada
dal gruppo e) progetti futuri:
- nel lavoro di strada
- nel lavoro in genere
- nella vita affettiva
Dopo aver analizzato il metodo della ricerca, nel prossimo capitolo verranno riportate le quattro storie di vita.
Capitolo 4 Storie di vita di operatori di strada di Tor Bella Monaca
4.1 Storia di Mauro
4.1.1 Presentazione del soggetto
Mauro ha 32 anni. E' nato e cresciuto a Torre Angela, quartiere limitrofo a Tor Bella Monaca. E' celibe e vive con i genitori. Primogenito, figlio di immigrati abruzzesi, ha due sorelle ed è stato cresciuto dalla nonna paterna insieme ai suoi cugini.
Ha frequentato le scuole elementari e medie nel quartiere dove è nato, superando le difficoltà dialettali e ottenendo sempre buoni risultati. Ha poi frequentato l'Istituto Magistrale a Piazza Indipendenza, vivendo per la prima volta lo spostamento nella città. Durante gli anni della scuola superiore, ha cominciato a impegnarsi seriamente nella sinistra giovanile.
Finiti gli studi, ha iniziato a lavorare con il padre in una ditta edile, portando a termine contemporaneamente l'anno integrativo degli studi magistrali.
In questo periodo, il suo impegno politico pian piano si è andato trasformando in impegno sociale. Inizialmente ha svolto, per circa tre anni, assistenza domiciliare ad handicappati fisici. Poi, in seguito ad una operazione alla spina dorsale, che non gli permetteva più di fare grandi sforzi, ha fatto assistenza a psicotici gravi e lievi. Ha vinto un concorso come educatore negli asili, lavorando quindi in un asilo di Tor Bella Monaca. Contemporaneamente ha iniziato un corso triennale da educatore professionale con
Attualmente vive a casa con i genitori, non è sposato, sta terminando il corso da educatore professionale, continua ad essere impegnato politicamente e lavora nell'asilo nido di Tor Bella Monaca.
4.1.2 Protocollo dell'intervista
Ho contattato Mauro telefonicamente, tramite una comune amica, che, ricevuto precedentemente il suo consenso, mi ha dato il suo numero. Ci siamo sentiti una settimana prima del nostro incontro.
Ci siamo incontrati a Tor Bella Monaca davanti al C.I.S.1 nel primo pomeriggio e lì si è svolto il colloquio, in una stanza adibita solitamente al recupero scolastico. Anche gli altri due incontri hanno seguito queste stesse modalità.
Mauro mi dà subito l'impressione di essere un ragazzo molto disponibile, socievole e sensibile.
All'inizio del nostro incontro è molto preoccupato e vuole sapere specificatamente di cosa mi deve parlare. Io gli spiego che dovrebbe raccontarmi la sua vita come meglio crede, partendo da dove vuole, perché solo lui può sapere quali esperienze considera importanti.
La presenza del registratore viene accettata subito con tranquillità, mentre blocchetto e penna, con cui dovrei annotare il linguaggio non verbale durante il colloquio, vengono costantemente tenuti d'occhio. Perciò decido di prendere appunti solo a fine colloquio per non creare ulteriore imbarazzo.
Mauro inizia a raccontare subito ma sembra agitato: si muove continuamente sulla sedia e non mi guarda negli occhi. Pian piano però si rilassa ed il suo racconto comincia a fluire più tranquillamente. Questo mi permette di non intervenire per quasi tutto il corso del colloquio, se si escludono i cenni di assenso dettati dal sentimento di empatia che pervade tutto l'incontro.
Ogni incontro si svolge più o meno nello stesso modo: siamo seduti ad un tavolo uno di fronte all'altra.
Gli incontri vengono interrotti due volte dai suoi studenti che sembrano avere molta fretta di fare lezione con lui, nonostante la risposta di una ragazzina che, quando Mauro le chiede di aspettare altri dieci minuti, gli dice: <<beh, tanto a me non me ne frega niente>>. In ogni caso, il colloquio riprende spontaneamente dopo l'intrusione e Mauro non sembra esserne disturbato più di tanto.
Mauro ha un modo di esprimersi molto variegato: quando parla del suo lavoro usa un linguaggio ricercato e tecnico, parlando invece della sua infanzia e dei suoi ricordi di gioventù, diviene più sciolto, usa un linguaggio più comune e ogni tanto, mentre parla, si perde con lo sguardo sognante, nel tentativo, sembra, di dare maggiore vividezza ai suoi ricordi.
Alla fine della fase di colloquio, in cui, come ho già scritto, la disponibilità di Mauro e la fluidità del suo discorso mi hanno permesso di rilassarmi, di non intervenire affatto, potendo così seguire il suo discorso con molta attenzione, Mauro mi guarda con aria interrogativa, per capire se aveva soddisfatto, con il suo racconto, le mie aspettative. Gli dico, allora, che mi interesserebbe fargli qualche domanda supplementare, anche se il suo racconto è stato esauriente. Lui trova molto interessanti le domande che gli pongo ed inizia, sembra, ad aprirsi di più: il suo racconto affronta ora dei temi che gli stanno più a cuore, sentimenti sui quali prima aveva sorvolato.
Al termine del colloquio dice di essere contento di aver collaborato. Io lo ringrazio di avermi reso la cosa così semplice ed interessante. Lui mi risponde che nel corso del suo lungo impegno sociale ha lavorato molto con la sua storia di vita e con i suoi vissuti e che quindi ora gli riesce più semplice parlare di sé.
4.1.3 Ricostruzione della storia di vita
Storia di Mauro
Mauro inizia il suo racconto dicendo: <<Io sono nato il 15 settembre del 1965, quindi c'ho 32 anni...e sono nato a Torre Angela che è praticamente a...due Km...e conta che, quando sono nato, Tor Bella Monaca...che appunto è nata per il progetto urbanistico fine anni '70 e inizi anni '80...e non esisteva...qui c'era la campagna sterminata con...tanti alberi, casolari, pecore, mucche...insomma era una specie di Far West di periferia...e Torre Angela è un quartiere abusivo...nato da immigrati, gente che da altre regioni arrivava a Roma e chiaramente non c'aveva la possibilità di andare a vivere in posti più centrali...e quindi ha iniziato questo grande processo di urbanizzazione di Roma alla fine degli anni '50, '60...e mio padre, mio nonno sono arrivati qui nel 56. Nel '56 comprano un piccolo appezzamento di terra...appezzamento di terra, insomma un piccolissimo fazzoletto di terra su cui intendevano costruire un'abitazione...insomma, siccome mio nonno era muratore così come mio padre e quindi hanno costruito una prima abitazione...un primo piano di una casa dove...loro lavoravano nei cantieri edili di Roma e quindi...appunto con il boom dell'edilizia di quegli anni...e quindi iniziarono questa storia qua...mio padre non era sposato...si è sposato penso nel '62...una cosa del genere...quindi progressivamente hanno costruito altri due piani di questa casa in maniera da dividerla per i fratelli...e a un certo punto...mia madre per altri lidi era arrivata sempre qui in zona come immigrata dall'Abruzzo, sia mia madre che mio padre...e, nel '58 mio padre...e quindi poi si so' incontrati, si so' sposati, e c'avevano questo posto qui...si so' sposati nel '62, io sono il primogenito della coppia, sono nato nel '65...>>.
Parlando della sua infanzia e del suo quartiere, Mauro racconta: <<L'infanzia l'ho passata a Torre Angela...veramente...tutto quanto...scuole fino alla terza media, l'ho fatte a Torre Angela...l'infanzia...la primissima infanzia...fino all'età della scuola...io non ho frequentato né l'asilo nido né la scuola materna...i primi sei anni so' stato praticamente...siccome mia madre lavorava a servizio a casa...di altre...persone...e mio padre lavorava...appunto il giorno ero praticamente...tenuto da mia nonna...nonna paterna...insieme ad altri cugini...praticamente sono cresciuto insieme a un cugino...mio coetaneo...abbiamo condiviso l'infanzia, un'infanzia piacevole...cioè bei ricordi perché eravamo appunto...era una specie de' vita in campagna quella che facevamo...quindi un grosso legame con questo mio cugino...anche se adesso c'abbiamo pochissimi rapporti perché...vabbe'...viviamo lontano...e comunque ha lasciato il segno...così più o meno è andata avanti l'infanzia...con amici...c'erano questi cugini che erano della rete familiare e che stavano praticamente con me sempre...e poi c'erano anche i figli dei vicini...per cui...soprattutto d'estate...che praticamente uscivo la mattina e rientravo la sera...insomma...praticamente...noi c'avevamo prati, campi...cioè non era un infanzia costrittiva di uno che viveva in una realtà urbana...ora gli amici d'infanzia sono un po' sparpagliati, un po' perduti...un po'...qualcuno ha fatto una brutta fine perché poi ci sono stati gli anni successivi...in cui ci sono stati problemi di tossicodipendenza...tutte 'ste storie qua...gli amici erano quelli della borgata...amici con cui condividevo tantissimo tempo...ed erano amici...perché a Torre Angela ci raggruppavamo sostanzialmente per vie...quelli che abitavano su una via costituivano una specie di gruppo, che poi...qualche volta si contrapponeva anche a gruppi di ragazzi che abitavano in altre vie, insomma...era un metodo...d'identificazione...e quindi il rapporto era tranquillo...gli amici...erano figli di immigrati...gente che veniva dall'Abruzzo, dalle Marche, dal frusinate...insomma dai posti più variegati...e venivano qua a Roma, s'erano stanziati qua, a Torre Angela...c'era un ambiente...Torre Angela dei primi tempi c'aveva un ambiente di gruppi di famiglie solidali...insomma non era un brutto ambiente anche se non c'erano servizi, non c'erano le fogne, c'erano le strade che non erano asfaltate...erano...però più o meno c'era un buon rapporto di vicinato con la gente perché più o meno stavano tutti nella stessa condizione, vivevano tutti lo stesso tipo di stato sociale...e quindi questo è più o meno...insomma, rispetto al tessuto sociale in cui sono nato. E quindi l'infanzia è passata con buoni ricordi, certo la nonna paterna un po' autoritaria perché...sai com'è...c'aveva tanti nipoti da accudire, no? perché i figli lavoravano...c'era il boom degli anni '60...insomma e...erano tutti impegnati a cerca' di guadagna' al massimo di quello che potevano...e quindi 'sta nonna era così autoritaria perché teneva quattro o cinque ragazzini, no?...e...situazione un po' di casa in costruzione...con i balconi...anche con dei rischi insomma rispetto all'incolumità de' 'sti ragazzini...>>.
Quanto al rapporto con i suoi genitori, Mauro racconta: <<...il rapporto con i miei genitori è abbastanza tranquillo....non c'ho mai avuto grossi problemi...con mio padre un periodo...ho condiviso un po' una situazione difficile...quella de'...un conflitto intergenerazionale all'interno dell'attività lavorativa, insomma...però, poi...finita quella situazione, grosse frizioni...non ce ne sono state, insomma...visto che tuttora vivo a casa...il rapporto con mia madre...buono, insomma...una figura importante di riferimento, insomma...com'è solitamente la madre...ehm...è molto premurosa nei miei confronti ancora adesso...quindi si presume che...lo sia stata ancora di più in passato...rispetto alle mie scelte non sono stati mai intrusivi, loro...un po' perché...magari alcune cose non riuscivano neanche...a quantificare bene che tipo di professione andavo a fa' o che...quindi non so' stati molto intrusivi...so' scelte che ho fatto sostanzialmente da solo, insomma...sia mio padre che gli altri parenti erano di sinistra...insomma erano impegnati politicamente, insomma le lotte sindacali, sul posto di lavoro...che poi il percorso mio è variegato nel senso che vengo da una commistione tra la tradizione cattolica...dell'Abruzzo cattolico...e poi chiaramente l'impegno politico comunista...per cui stavo anche in difficoltà a coniugare questi due filoni...poi chiaramente è stata un'esperienza matura quella della riflessione più attenta su queste due matrici...però, insomma c'era anche una certa difficoltà...>>.
Parlando della scuola elementare, Mauro racconta: <<...poi c'è stata la scuola...la scuola...che poi io ho fatto la prima elementare sempre a Torre Angela, la scuola che era un'abitazione privata, affittata dal Comune e adibita a scuola...quindi non era una scuola vera e propria come costruzione e...niente...lì ho fatto tutti i cinque anni di elementari con ragazzi che c'avevano circa la mia stessa estrazione sociale...quindi venivano da storie simili...l'esperienza a scuola chiaramente per me che non c'ho avuto...l'esperienza sia di scuola materna che di asilo nido...quindi è stata un impatto notevole...nel senso...costrittivo perché ero abituato a vivere in tempi non rigidamente strutturati...e quindi dei primi tempi mi ricordo questa cosa...che, insomma, la scuola non me la vivevo bene...nel senso che era costrittiva...mi sembrava un tempo interminabile dal momento in cui entravo al momento in cui andavo via...considera che poi non è che si faceva il tempo pieno all'epoca...stavamo dalle otto e mezza a mezzogiorno e mezza, erano quattro ore...però mi sembrava un tempo interminabile...e quindi...poi anche il fatto che nel contesto in cui vivevamo si parlavano un sacco di dialetti...insomma, non c'era grossa formazione culturale...per cui anche la difficoltà di accedere ad una formazione...così, più strutturata, più formale, no?...che appunto rappresentava la scuola...e questo, insomma lo sentivo come scotto...insomma di una cultura di provenienza che era caratterizzata dal fatto che le cose si tramandavano per via orale, anche appunto utilizzando un linguaggio diverso...quindi un certo stacco che è andato avanti per i primi anni...>>.
Mauro parla del suo quartiere: <<...ma diciamo che c'ha una certa valenza questo posto dove stiamo perché...era...siccome dove son nato era appunto...forse meno di
Poi Mauro parla del passaggio dalla scuola elementare alla scuola media: <<Ho fatto le medie anche qui...in una scuola sempre affittata, nel senso che era un'abitazione...nel senso che non esistevano strutture scolastiche costruite dal Comune che sono venute dopo...e questa era un'abitazione che era affittata dal Comune e veniva utilizzata come scuola...c'erano mi pare sei aule, o una cosa del genere...si chiamava Montello...ed è una scuola che esiste ancora e adesso hanno costruito una megascuola, sperimentale, con laboratori, palestre...io penso a quando noi invece c'avevamo la palestra che era lo scantinato di questo piccolo stabile con i topi...adesso invece, la stessa scuola con lo stesso nome è una scuola sperimentale considerata come una delle...cioè una scuola d'avanguardia che c'ha un certo prestigio a livello...non era la stessa cosa quando io andavo a scuola...calcola che erano gli anni dal '76 al '78...gli anni in cui ho fatto le medie...e quindi c'era questa scuola qui...e incontro una realtà diversa...quando uno va alle medie...chiaramente ci sono ragazzi più grandi poi qui c'erano i pluriripetenti...perché sai la condizione di disagio non è che è nata adesso qui...era una condizione storica...c'erano ragazzi che non parlavano neanche italiano nel senso che parlavano soltanto il dialetto...e per cui tu andavi a scuola a undici anni con ragazzi di quindici, sedici anni, no?...che magari...appunto, con un altro percorso di vita...con storie anche di piccoli furti, di piccola delinquenza...poi all'epoca non c'erano veramente tutti quei servizi di supporto...poi la scuola era estremamente selettiva per cui se non andavi bene ti bocciavano e poi ti buttavano fuori da scuola e non prendevi la terza media senza problemi, insomma, no?...e quindi c'era un rapporto un po' diverso con questa realtà un po' più pesante, un po' più difficile...però io poi c'avevo questa spinta personale alla riuscita, insomma scolastica...per cui mi impegnavo e c'avevo un buon rendimento scolastico sostanzialmente...tant'è che sono stato uno dei pochi che nella mia classe poi ha continuato...le superiori...>>.
Mauro racconta del suo spostamento a Roma per frequentare il liceo e della nascita del suo impegno politico: <<Io, invece mi sono iscritto all'istituto magistrale...e ho fatto un grande salto...nel '79 sono andato a studiare a Piazza Indipendenza...per me Piazza Indipendenza era, chiaramente...per chi veniva...ci mettevo un'ora e mezza...era Roma, era il centro...vicino alla stazione Termini...era un grande salto...sia dal punto di vista dei contenuti, dell'impegno...mi ricordo, c'era il Latino...impegni molto grossi, le difficoltà forti che ho incontrato il primo anno...sia da un punto di vista di una realtà che mi interessava, che era stata sempre fuori portata...ecco, in quel periodo è iniziato il mio impegno politico...la mia scuola, il primo anno...insomma, sono entrato veramente in questo contesto della scuola di fine anni '70, insomma, bella movimentata, con il movimento delle donne che in Italia e a Roma era una realtà piuttosto...forte, no?...quindi le assemblee, gli stranieri, opposizioni forti tra estremisti di destra e estremisti di sinistra insomma...e quindi lì...la cosa che tra l'altro mi girava per la testa, il fatto della rivendicazione sociale, il fatto di essere la classe...diciamo, emarginata...quindi 'sti sentimenti si sono anche un po' coagulati rispetto anche ad una serie di situazioni che c'avevo in famiglia per cui ..e quindi ho incontrato la militanza politica che è stata una cosa che poi mi ha accompagnato per gran parte della vita fino a adesso nel senso che poi attivamente sono entrato nella Federazione Giovanile Comunista nel '79...ed è stato questo uno dei percorsi importanti nella mia vita perché poi l'impegno politico è stato una costante fino adesso...poi è collegato all'impegno...all'attività nel sociale...in tutto ciò nascevano anche i primi sentimenti, i primi amori, chiaramente poi, scuola superiore, poi una scuola femminile...le magistrali (ride)...però estremamente collegati con l'impegno politico nel senso che poi condividevo con i primi amori anche l'impegno politico per cui insomma, c'era questa pluralità de' situazioni in comune, anche difficile da gestire...poi dopo soprattutto con gli anni successivi, una serie di difficoltà di divisione tra privato e pubblico...una certa generazione l'ha vissuta drammaticamente perché poi c'è stato il riflusso di fine anni '80...inizi anni '90...per cui anche una certa difficoltà a vivere sia per le relazioni di ogni genere, quindi anche quelle sentimentali, con una condivisione piena, insomma...la necessità di ritagliare degli ambiti un po' più...e quindi i primi amori...>>.
Mauro racconta della sua prima esperienza sentimentale: <<...una ragazza in particolare con cui sono stato...è stata insomma la prima storia sentimentale seria...io facevo già il terzo...lei era più piccolina...quindi il ricordo di quegli anni è strettamente unito al ricordo suo...di questa ragazza...non riesco a disgiungerli insomma...una ragazza con cui sono stato insieme per due anni...si chiamava Annamaria...mi ricordo che...so' cose che poi non mi sono più successe nel corso della vita, nel senso che...lei s'era innamorata di me...forse perché era più grande...era una storia abbastanza seria...c'avevamo delle difficoltà perché lei non è che condividesse molto...tutto il tempo che io dedicavo all'impegno politico...io poi ero molto poco diplomatico a quel tempo...per cui mi ha sopportato per un periodo di tempo...però poi quando abbiamo deciso di lasciarci...non ho sofferto tanto...no, perché poi invece...gli amori successivi, quelli che so' finiti...mi hanno sempre lasciato una grossa sofferenza...dopo...quindi...probabilmente c'avevo anche un senso del futuro molto più libero...come...una serie di possibilità...poi probabilmente col passare degli anni questo s'è ristretto...un modo di guardare al futuro con occhi meno disincantati...poi...l'impegno era così prevalente...per cui c'è stato un periodo che non c'ho avuto storie...sembra quasi un periodo roseo...nel senso che poi, c'ho avuto per lo meno un paio di storie di cui una che...è stata la storia più importante della vita mia...che invece m'hanno segnato profondamente...>>.
Mauro passa a descrivere le sue attività dopo il liceo: <<Ho fatto l'Istituto Magistrale ma l'interesse maggiore mio era quello storico-filosofico, letterario...c'avevo intenzione di andare all'università e di iscrivermi a qualcosa tipo Filosofia, Storia...una cosa del genere...invece è successo che alla fine del percorso...dopo
Riguardo i suoi impegni nel sociale, Mauro racconta: <<...in quel periodo ho invece maturato un interesse per l'attività educativa, quindi ho fatto...ho ripreso gli studi in senso pedagogico e ho...ho iniziato a fare delle supplenze nelle scuole elementari, quindi ho iniziato a lavorare con i bambini...e in pratica era saltuario questo tipo di lavoro...unitamente è iniziata la stagione dell'estensione dei servizi di assistenza domiciliare agli handicappati per cui io sono entrato quando questa cosa era già consolidata...'88-'89...e quindi quando poi 'sta piccola impresa messa su da mio padre insieme a un suo collega è andata male...mi sono riconvertito come operatore sociale (ride)...ho iniziato a lavorare e ho fatto contemporaneamente un corso regionale per assistenti domiciliari e...quindi ho iniziato a lavorare con una cooperativa di assistenza domiciliare che...lavorava in VII e V Circoscrizione...ho lavorato per tre anni in questa cooperativa...e lavoravo prevalentemente con handicappati fisici...e quindi è iniziato questo contatto...considera che tutta una schiera di amici miei più o meno hanno seguito questo tipo di percorso...perché considera che politicamente...cioè l'impegno politico poi, ad un certo punto, si è trasformato in impegno sociale, in impegno lavorativo...cioè la costituzione di delle cooperative, l'essere interno ad alcune cooperative...per cui tantissimi dei miei amici, insomma, hanno fatto questo tipo di percorso...per cui diversi miei amici avevano già iniziato...per cui sull'esempio loro io ho iniziato a fare questo tipo di lavoro...quindi ho lavorato per tre anni in questa cooperativa di assistenza domiciliare lì...poi ho lavorato in una cooperativa che fa assistenza domiciliare qui a Tor Bella Monaca per altri...tre anni, penso...sempre con handicappati fisici...quindi distrofici, spastici...gente che c'aveva problemi cerebellari...per cui c'erano paraplegici...e quindi sono entrato in contatto con questa umanità...diciamo, sofferente (sorride imbarazzato)...e qui a Tor Bella Monaca e anche nel settore Tiburtino perché spesso incontravi il disagio sociale insieme a quello fisico...si capitava in delle famiglie multiproblematiche in cui c'era il problema dell'handicap, il problema della tossicodipendenza, il problema della difficoltà di far quadrare i conti a fine mese...quindi sia lì che qua, insomma...una realtà piuttosto forte...considera che io contemporaneamente seguivo sempre la linea politica...insomma, sono sempre stato militante...e quindi ho fatto questo percorso su due livelli...poi c'è stato un periodo in cui mi sono occupato invece di handicappati mentali...quindi ho lavorato con soggetti psicotici in una cooperativa che lavora in X Circoscrizione: Cinecittà, Quadraro...si chiama la cooperativa Cecilia che lavora in questo settore...siccome io c'ho avuto un problema...un problema fisico...quindi è il caso che mi ha portato a quest'impegno con soggetti psichici, quindi a lavora' in particolare con psicotici...c'ho avuto un'ernia discale...quindi un intervento alla colonna...e questo ha fatto sì che non potessi far più degli sforzi particolari...per cui...accudì a degli handicappati fisici...insomma, significa prenderli, alzarli...e questa era una cosa che non riuscivo più a fare per cui...siccome c'avevo un'esperienza quasi decennale ormai...insomma, poi una serie di percorsi...avevo iniziato un corso di educatore professionale...adesso sto facendo il terzo anno...allora avevo appena iniziato il primo anno...e quindi ho lavorato con
Mauro racconta del suo percorso professionale: <<...insieme a tutta questa storia qua: io continuavo ad essere impegnato politicamente, facevo il corso a Capodarco, lavoravo con la cooperativa Cecilia e nel frattempo avevo fatto dei concorsi, tra cui un concorso al Comune di Roma come educatore negli asili nido...ed ho vinto 'sto concorso...l'ho fatto senza grosse attenzioni però poi ho vinto 'sto concorso...sono andato molto bene proprio inaspettatamente...poi, certo mi sono impegnato nelle prove successive...e, considera, anche là, la difficoltà...gli uomini che lavorano negli asili nido sono...penso, a Roma...tre o quattro...compreso me...quindi anche una figura...strana insomma...e ho fatto il tirocinio...perché il concorso prevedeva una prova pratica: un tirocinio, supportato da una tesina...finale. Ho fatto il tirocinio qui ad un asilo di Tor Bella Monaca, via Acquaroni...e mi è piaciuto molto il contesto...il gruppo educativo e le problematiche...perché ovviamente erano problematiche a cui io ero abituato: disabili, problema...disagio sociale, disagio fisico...insomma, questo tipo di contesto multiproblematico che poi alla fine...mi so' reso conto che non riesco a lavora'...cioè è diventata una cosa che mi ha seguito quasi per tutta la vita, 'sta storia...cioè per un bel periodo della vita mia...comunque ho visto 'sta situazione e mi sarebbe piaciuto andare a lavorare là se avessi vinto il concorso...poi ho fatto le altre prove...ho superato tutte le altre prove e dopo...il Comune m'ha chiamato...tra gli asili possibili, le scelte, c'era questo...a via Acquaroni e adesso lavoro qui a Tor Bella Monaca come...in un asilo nido...quindi ho coronato un piccolo sogno (si blocca, sospira e riflette)...un piccolo sogno l'ho coronato. Quindi da due anni lavoro lì...seguo dei progetti educativi lì dentro con un gruppo di cui c'ho grossa stima...>>.
Lavoro di strada
Mauro racconta l'inizio del suo lavoro come operatore di strada: <<...insomma...e unitamente è nato 'sto lavoro di strada...perché una collega mia, che lavora come volontaria nell'Associazione di Tilde (v. Cap. 2)...me l'ha proposto...io l'ho proposto al corso...al corso...siccome loro c'avevano questi progetti come operatività di strada...considera che è un lavoro completamente innovativo su Roma perché, a parte sulla prevenzione della tossicodipendenza non s'è fatto niente...insomma non c'è un lavoro strutturato...con i giovani...gli adolescenti...ehm...quindi, preso da 'sta cosa ho fatto 'sta proposta a loro...loro me l'hanno fatta prova'...perché io faccio un corso a Capodarco...un corso da educatore professionale...Capodarco me l'ha supportata 'sta cosa...e m'ha dato il tirocinio, sia l'anno scorso che quest'anno...qui con l'Associazione Eutopia...io ho incontrato Tilde e gli altri operatori e abbiamo iniziato l'avventura...che significava uscire per strada...quando ho iniziato era una cosa che mi interessava, che mi intrigava ma mi spaventava anche...perché vai per strada a far che cosa? a proporre che cosa?...a contatta' chi?...>>.
Mauro racconta il suo primo periodo nel lavoro di strada: <<...e l'anno scorso abbiamo iniziato un progetto che non era...non c'aveva altre direttrici se non quella di coinvolgere...su un progetto di iniziative musicali...nel quartiere...i gruppi che riuscivi a contatta'. E quindi abbiamo iniziato con la fase di mappatura...per cui cercando di vagliare sul territorio quali erano i punti in cui i giovani si riunivano...e poi siamo passati alla fase pratica...con il supporto della videocamera...andavamo in giro...e la videocamera diventa uno strumento che...mette in luce...come un riflettore...conta che non serviva a nient'altro se non a produrre dei documenti...in senso stretto però...e quindi facevamo 'sta cosa: andavamo in giro, facevamo le interviste...però la cosa che mi ha meravigliato era la certa facilità con cui si entrava in contatto...e con cui poi i contatti si mantenevano, insomma...certo, c'è stata una prima fase in cui c'erano contatti sporadici...c'era difficoltà a stabilire un rapporto...>>.
Mauro parla delle fasi successive del lavoro di strada: <<...invece, poi la parte finale del lavoro dell'anno scorso ci siamo focalizzati su un gruppo...sui vissuti di questo gruppo...erano ragazzi dai 14 ai 17 anni...era difficile che all'interno di questo gruppo , che era flessibile ci fosse gente che uscisse da quella fascia d'età...quindi abbiamo fatto questo tipo di lavoro...io ho...fatto la richiesta per rimanere un nuovo anno...che poi...quest'anno mi occupo di più situazioni all'interno dell'Associazione quindi faccio anche recupero scolastico, come vedi, insomma...però unitamente c'è questo progetto che facciamo quest'anno...che è, diciamo, più strutturato perché è interno al progetto Contrappunto sovvenzionato dal Comune di Roma sulla dispersione scolastica...per cui pure il lavoro che faccio con i ragazzi qua è centrato come processo di intervento contro la dispersione scolastica...mentre il lavoro di strada è più mirato a portar fuori i vissuti le rappresentazioni degli adolescenti e di quelli che noi chiamiamo testimoni privilegiati e cioè...il barista del posto in cui si ritrovano...figure così...insomma, il tabaccaio che c'ha contatti con il gruppetto dei ragazzi che si vedono fuori dal negozio...e questo è un lavoro che mi interessa tanto anche perché c'ho centrato il lavoro del progetto educativo interno alla tesi che sto facendo per la fine del corso da educatore...nella...sulle rappresentazioni e sulle modalità di operazione sul contesto da parte del soggetto...e quindi sto lavorando in maniera molto interessata...a questa cosa...>>."
Per quanto riguarda il vissuto del lavoro di strada, Mauro racconta: <<Rispetto al lavoro di strada...è una modalità d'intervento che mi interessa parecchio ed in cui...mi sono sperimentato molto...come vissuto personale...è stato un modo per mettersi in relazione molto forte...cioè molto poco mediata...è un'esperienza bella perché, insomma...uscire fuori in un contesto sociale come questo a contattare ragazzetti...significa averci un linguaggio adeguato...averci una capacità empatica per entrare nella situazione, altrimenti...veramente...non concludi niente....in ogni caso io ero molto preoccupato all'inizio...non tanto perché non mi ritenessi in grado di superare il contatto...quanto la capacità di entrare in contatto con un gruppo e poi gestire eventuali difficoltà...questa era la cosa che me preoccupava...era l'impatto al momento dell'uscita...e oggettivamente un'evoluzione c'è stata perché...io mi ricordo che ai primi contatti, nelle prime interviste...c'era un'eccessiva...ero logorroico in maniera esagerata...perché ero molto preoccupato del rapporto quindi cercavo...di riempì ogni momento libero, ogni pausa, no?...quindi ero disattento...ma disattento per paura a tutto quello che poteva essere comunicazione...cioè la preoccupazione iniziale...e quindi facevo cinque domande insieme, no?...e quindi questi erano inibiti giustamente e rispondevano: si, no...e quindi io poi ne facevo altre cinque a raffica per paura che poi si interrompesse o che succedesse qualche altra cosa...poi l'evoluzione è stata quasi inavvertita...si è prodotta in maniera quasi inconscia...il risultato invece è stato quello che pian piano...la presenza mia diventava sempre meno ipertrofica...meno pervasiva, centrale...e gli ultimi incontri sono stati proprio piacevoli, perché c'era una forma di...autogestione da parte dei gruppi...quindi il primo impatto non è stato facile...poi dopo, con l'esperienza...diventava una cosa...il lavoro di strada secondo me...è...riserva un sacco di incognite ed è difficilmente prevedibile...perché l'altro...è molto altro, nel senso che è...difficilmente controllabile che in ambito istituzionale...in cui i ruoli sono definiti...e quindi questo...è una cosa che va messa in conto, nel senso che...puoi gira' a vuoto per tre mesi, o invece puoi trova' un gruppo che ti dà accesso a altri gruppi...per cui devi anche saper gestire le frustrazioni...si perdono anche grossi parametri sull'utilità reale del lavoro che vai a fare, no?...ehm...per me è stata una bella palestra perché m'ha...ho visto dai filmati...soprattutto rivedendoli, no?...in una forma di supervisione che facciamo noi, no?...per cui poi il filmato viene analizzato, rivisto...altrimenti vai in presa diretta...e non c'hai nessuna riflessione su quello che hai fatto...m'ha aiutato a...ho visto come so' maturato io rispetto alle relazioni, alla capacità di contatto, alla capacità empatica...di entrare a contatto con gruppi di giovani...anche con un salto intergenerazionale forte...vissuti fortemente diversi...perché insomma, considera ragazzi di tredici, quattordici, quindici anni...io c'ho 32 anni...con un percorso di vita che...è simile in parte a quello che hanno fatto loro perché vengo dallo stesso contesto di emarginazione, come contesto d'appartenenza, però diverso per tanti altri punti...>>.
Riguardo al rapporto con i ragazzi di strada e alle differenze e similitudini riscontrate rispetto ad essi, Mauro si esprime così: <<...rispetto a questi ragazzi, oggettivamente c'è una parte di proiezione di me in loro...nel senso che mi rivedo un po' indietro negli anni, no?...come soggetti alla ricerca di un'identità e di un percorso personale, no?...e questa è la parte che maggiormente mi interessa dal punto di vista...empatico...ed è quello che probabilmente crea la relazione cioè il fatto che...riesci a proiettarti in parte nell'interlocutore...e le differenze sono appunto il fatto che io ho vissuto delle esperienze che erano legate a...a quegli anni, insomma...e che sono diverse dalle esperienze e dalle realtà che gli si propongono oggi a...ai giovani e adolescenti...quindi sono dovute al fatto che...io mi riferisco agli anni '70, con quel clima, con una certa serie di rimbalzi, di...echi...di impegno, no?...e anche di idee che...probabilmente sono un percorso che...gli è precluso...perché chiaramente non esistono più quelle condizioni...mica perché è stato unico e eccezionale ed è importante che si replichi...in questo senso penso appunto, che c'è una diversità difficilmente riducibile, no?...perché appunto legata a delle esperienze improponibili oggi...per quante esperienze ti costruisci...se loro ne avranno altre allora probabilmente c'avranno dei percorsi diversi...e le similitudini, insomma, sono quelle di cui ho parlato...che probabilmente saranno più importanti delle diversità...perché...questo è stato un percorso che mi ha interessato in maniera particolare...perché l'ho fatto anche qui e in cui mi sono impegnato. Quindi le similitudini, poi sono più forti delle differenze: cioè il fatto di una scuola che...espelle...una scuola che...per quanto rimodellata e aggiustata, è una scuola...competitiva...è una scuola che...non...che impone dei tempi di apprendimento rispetto ai tempi individuali...quindi una scuola che sovrasta e quindi espelle dalla struttura, crea emarginazione...allontana, separa, anziché proporre la possibilità di accesso al mondo culturale...e quindi questa credo che sia un'infamia morale...e politica, insomma...siccome io l'ho vissuta, perché mi ricordo che il percorso mio è stato difficile e faticoso...e me lo ricordo come ossessivo e pesante il percorso scolastico mio (molto preso dal discorso)...quindi...di fronte a 'sta scuola che è fortemente centrifuga...cioè chi segue bene, chi non segue i ritmi...è una forma di Darwinismo sociale...che comunque, dopo tutte le modifiche...il modello esiste ancora...il modello del giudizio e dell'etichetta...e visto che 'sta cosa qui mi dà molto fastidio...è un impegno personale...che sento moralmente molto forte...e siccome penso di essere stato vittima...e che m'è costato tanto sacrificio, tante rinunce e tante difficoltà, insomma...ritagliarmi un piccolo pezzo di accesso...ad una realtà culturale, insomma...più estesa, più...elevata rispetto ai contesti...informali...e siccome c'è un legame empatico in questo senso...nel senso di vie e di percorsi...quindi penso che...quello che io considero le cose simili...ai giovani, agli adolescenti...ce ne sono...e sono parecchie...le diversità sono quelle che ti dicevo...cioè il fatto che io sono...ho fatto dei percorsi che oggi non sono riproponibili...una cosa che però mi interessa è come i percorsi nuovi...o le situazioni nuove possono essere interessanti anche per me, no?...che ne ho fatti altri...come interessanti per comprendere cose di dove son nato...dove anche c'ho intenzione...d'aiutare...>>.
Per quanto riguarda i rapporti con gli operatori con i quali collabora, Mauro dice: <<...io ho lavorato l'anno scorso con Salvatore, Flaminia e un'altra tirocinante del mio stesso corso...lei è molto più giovane...c'ha 21...22 anni...e quindi, c'era un salto generazionale...e praticamente eravamo in équipe io e lei...però per me lei è stata molto importante dal punto di vista proprio...della capacità comunicativa...è stata una consulente linguistica, insomma, no?...perché...un certo tipo di linguaggi, di luoghi degli adolescenti...per lei erano molto più facili da sentire, perché li sentiva quasi ancora lei, no?...quindi per me è stato quasi un facilitatore lavorare con lei, quindi ho lavorato molto bene con Lucia, l'anno scorso, poi adesso Lucia per motivi...lei abita all'E.U.R. e lo faceva due volte a settimana...veniva qui...quindi ha scelto un tirocinio più vicino a casa sua...poi invece nel gruppo di quelli che c'avevano più esperienza c'era Salvatore che...era un ex-obiettore della Caritas che poi è rimasto come volontario...che è un ragazzo che c'ha la mia stessa età e con cui ho lavorato abbastanza bene perché c'aveva questa formazione di lavoro di rete e di lavoro di strada e tra l'altro condividevamo anche dei percorsi...pur essendoci incontrati solo l'anno scorso...pregressi...per cui è stato facile trova' dei linguaggi comuni, no?...s'è creata la sintonia che...insomma, succede qualche volta, no?...per cui con Salvatore c'ho questo buon rapporto, anche se non collaboro direttamente con lui quest'anno. Quest'anno invece lavoro con Mariano e altre persone...sto in équipe con un ragazzo che si chiama Guido...che studia Economia e commercio...però insomma, siamo usciti già tre o quattro volte insieme...c'è una facilità a comunicare e anche a dare...lo stesso senso alle cose...perché contrariamente ai significati che dai alle...insomma quando entri in relazione è importante...con lui ho sperimentato il fatto che poi...quindi il rapporto è buono...quando uscivamo si tendeva a costruire delle équipe a due...costituite da un ragazzo e una ragazza...perché c'erano delle differenze di approccio...è chiaro che è più facile per un uomo approcciarsi ad un certo tipo di situazione e per una donna ad un certo altro tipo per cui...un gruppo misto in questo senso...io...l'anno scorso ho visto Lucia che...appunto...c'ha una capacità incredibile di...comunicare...poteva succedere...sai qui i ragazzetti sono un po'...esuberanti...e quindi poteva succedere che...ma non è mai successo...quindi, capacità diverse e complementari...per cui proprio per sfruttare al massimo questa complementarità facevamo delle équipe a due di un uomo e una donna...questa cosa mi è servita tanto sia come modalità operativa sia come tipo d'intervento e da un punto di vista individuale, penso che sia stato...un momento importante di crescita per me...>>.
Mauro spiega la situazione attuale del lavoro di strada: <<...quest'anno il gruppo si è dato all'organizzazione di un corso per operatori di rete...per cui vaglieranno le conoscenze, diciamo...il know-out dell'Associazione e...avvalendosi anche dei supporti esterni...che è un percorso più avanti...cioè quello di costruire gli operatori sociali sul posto...che poi funzionino da nodi nella connessione della rete...quindi è un progetto articolato...che è cresciuto man mano...che si è dovuto riorientare...mi interessa il progetto...>>.
Progetti futuri
Infine, Mauro mi parla dei suoi progetti per il futuro: <<...io sto cercando di fare l'educatore professionale...oggettivamente...il lavoro di strada...non mi piacerebbe farlo a vita...quindi in maniera molto più strutturata in settori...legati al progetto educativo di continuità tra...agenzie formative formali...scuola, parrocchie e famiglie...e agenzie informali, la comunità in senso generale...una figura dell'educatore...di unione tra tutta una serie di interventi per dargli continuità e anche una certa coerenza...e anche un intervento più...più antropologico...quindi legato alla rielaborazione collettiva di vissuti rispetto a...eventi quali possono essere...l'immigrazione, no?...alle dinamiche all'interno di ceti sociali, tipo ricadute politiche economiche...la disoccupazione...rapporti intergenerazionali...insomma, questo è l'ambito...mi piacerebbe lavorare in quei servizi circoscrizionali, in quei servizi che dovrebbero essere delegati...che lavorano sulla ricognizione e sull'intervento, in particolare sugli adolescenti...questo dal punto di vista professionale...poi non so...(sembra imbarazzato ed abbassa lo sguardo)...se ti interessa...dal punto di vista affettivo sentimentale...è chiaro che spero di...di essere sereno...la tranquillità...il fatto che poi spesso la mia vita...insomma...strabocca di sentimenti...e insomma, adesso mi piacerebbe una cosa serena, tranquilla...>>.
4.2 Storia di Mariano
4.2.1 Presentazione del soggetto
Mariano ha 29 anni. E' nato a Salerno, ma è vissuto sempre a Roma. E' celibe e vive insieme ai genitori e al fratello. Svolge lavoro di strada da circa 6 anni. La sua famiglia è composta da padre, madre e un fratello più piccolo.
Egli è vissuto per la maggior parte della sua vita nel quartiere di Casal Bertone e solo da pochi anni si è trasferito con la sua famiglia nel quartiere dei Colli Aniene.
Fin da bambino ha frequentato la parrocchia e l'oratorio, partecipando anche a qualche attività, come la raccolta della carta e dei vestiti, a fini benefici.
Si è sempre impegnato molto nello studio, tanto che, intrapresi gli studi al Liceo Classico, ha abbandonato completamente le sue attività all'oratorio per dedicarsi completamente alla scuola.
Durante il liceo ha iniziato ad occuparsi di politica ed a frequentare una ragazza; questo ha fatto sì che Mariano tralasciasse in parte lo studio per dedicarsi ad alcune sue necessità che nel periodo dell'adolescenza stavano divenendo sempre più forti.
Si è iscritto prima alla Facoltà di Economia e Commercio ed in seguito a quella di Filosofia, alla quale tra l'altro è tuttora iscritto, non riuscendo però a concludere quasi nulla, perché ormai privo di stimoli per quanto riguarda lo studio.
Nel frattempo si è impegnato in alcuni gruppi a carattere sociale quali Comunione e Liberazione, l'Opus Dei ed altri, senza però riconoscersi veramente in nessuno di essi.
Per evitare il servizio militare, ha svolto servizio civile con
Ora non sa se vuole continuare il suo impegno nel lavoro di strada: forse vorrebbe occuparsi, sempre a Tor Bella Monaca, più del campo degli adulti.
4.2.2 Protocollo dell'intervista
Ho contattato Mariano telefonicamente una settimana prima del nostro incontro, grazie ad una amica comune che, avendo preventivamente ricevuto il suo consenso, mi ha fornito il suo recapito.
In realtà, conosco Mariano già da due anni, poiché mi ha aiutato a raccogliere materiale sul lavoro di strada ed abbiamo partecipato insieme ad alcune riunioni e ad un convegno. Il rapporto tra noi era stato da subito molto cordiale.
Ci vediamo a casa sua un sabato mattina. Il colloquio si svolge in una stanzetta, Mariano è seduto su una sedia ed io su un divano di fronte a lui. Anche gli altri due incontri seguono più o meno le stesse modalità. Il colloquio viene interrotto solo una volta dall'entrata del fratello, ma riprende subito, senza apparente disturbo. Al contrario, la casa è molto rumorosa per quasi tutto il tempo dei nostri incontri e questo sembra disturbare un po' Mariano.
Mariano appare subito un ragazzo un po' chiuso, difficilmente penetrabile, ma allo stesso tempo ben disposto nei miei confronti; manifesta preoccupazioni rispetto al fatto di dovermi parlare della sua storia personale. Infatti, per le prime due ore del colloquio, Mariano parla poco di sé, affrontando gli argomenti superficialmente, ricordando quasi esclusivamente fatti e non parlando mai di sentimenti personali. Ad un certo punto, però, si lascia andare, iniziando ad aprirsi di più. E' per questo motivo che decidiamo insieme di prolungare quell'incontro per ben tre ore.
Mariano usa un linguaggio non molto tecnico, soprattutto parlando delle sue esperienze personali.
All'inizio fa molte pause ed è un po' agitato: giocherella con tutto quello che gli passa per le mani. Poi, però, quando inizia a rilassarsi, comincia a scherzare con me e il colloquio si svolge con toni amichevoli e spirito di collaborazione. Mariano si preoccupa molto di parlare di cose che possano essere interessanti per il mio lavoro.
Alla fine del nostro primo incontro si dimostra molto soddisfatto di aver partecipato e di essere riuscito in qualche modo ad aprirsi con una persona estranea. Mi dice: <<sembrava difficile ma io sono un chiacchierone in realtà!>>. Sostiene che nella capacità di raccontarsi e di parlare con gli altri è stato aiutato molto dal suo lavoro come operatore di strada.
4.2.3 Ricostruzione della storia di vita
Storia di Mariano
Mariano inizia il suo racconto dicendo: <<...senti...non so...la partenza è sempre difficile ovviamente (sorride)...però poi le cose...cominciano...non lo so...partiamo ...dall'inizio, per esempio...vediamo...allora...io sono nato a Salerno, anche se sono rimasto lì soltanto i primi due mesi, credo, della mia vita...si erano già trasferiti qui a Roma...nessuno dei due è originario di Roma...perché mia madre è di origini campane, mio padre di origini marchigiane, anche se tutt'e due sono nati in Toscana...perché allora accadeva che i genitori si trasferivano per lavorare da qualche parte...anche per questioni legate alla guerra...che quindi loro conoscevano...quindi io ho sempre vissuto qui a Roma...mio padre faceva...lavorava in una ditta di trasporti...e da parecchio tempo...lui ha sempre fatto questo lavoro e adesso è in pensione...poi lavorava come dipendente, in una ditta di trasporti...poi è diventato autotrasportatore...si è messo in proprio...gli ultimi anni di attività lavorativa...mia madre è casalinga...almeno...non ha mai lavorato da quando si è sposata con mio padre...e la famiglia...il mio ambiente familiare era tipicamente quello...cattolico-piccoloborghese...in particolare l'influenza maggiore l'abbia avuta...forse per quanto...la famiglia di mia madre (ride imbarazzato, abbassa il tono della voce e si alza a controllare se la porta della stanza è chiusa bene)...sicuramente l'impronta più forte me l'ha data questa...perché quella di mio padre era più...sempre cattolico...ma più popolari...popolari nel senso...invece quella di mia madre, appunto...più piccolo-borghese...e forse i valori mi sono venuti di più dalla famiglia di mia madre...che aveva come figura di riferimento un mio zio sacerdote...che...un po' per l'abito ma prima ancora...perché in sé l'abito non è che ti dia qualcosa di particolare...un po' per il tipo di persona...era carismatico...era un leader...era un po' il capo della famiglia...aveva l'impegno culturale...aveva
Mariano parla poi della sua infanzia e delle sue esperienze in parrocchia: <<...ho iniziato a frequentare il mondo cattolico da piccolissimo perché chiaramente con questo...venivo da questa famiglia che del Cattolicesimo...e anche di certe pratiche...ne faceva un tratto discriminante, un tratto d'identità forte...nostro zio era molto conosciuto in città perché era uno che aveva...era molto noto...e io ho iniziato anche qui ad andare molto presto...credo che ho cominciato a seguire l'oratorio in seconda elementare...ma già andavo a messa anche da prima...dalla seconda elementare ho cominciato in maniera regolare ad andare tutte le domeniche a messa e a catechismo nella mia parrocchia...e...parrocchia che è una parrocchia di Casal Bertone: Santa Maria Consolatrice...proprio conservatrice come orientamento culturale...politico...e...però diciamo che con metodi assolutamente tradizionali era poi capace di coinvolgere nella propria vita un gran numero di ragazzi...erano anche altri tempi...gli anni '70...mi ricordo che arrivavamo in momenti particolari...che eravamo in mille e cento, mille e duecento ragazzi alla messa delle nove...cioè un mare di gente...rigorosamente divisi maschi e femmine...dico femmine perché era questa l'espressione che si usava (ride)...le femmine si ritrovavano...facevano l'oratorio in un palazzo proprio distinto dalla parrocchia che era un istituto di suore...invece i ragazzi...i maschi si vedevano nella parrocchia...quindi in realtà tutte 'ste ragazze, bambine tu te le sognavi perché le vedevi solo entrando in messa...che noi entravamo da un'entrata, loro da un'altra e poi ci si ritrovava (ride) insieme dentro la chiesa...su banchi rigidamente divisi...noi stavamo nell'ala destra e loro nell'ala sinistra...le attività...lì principalmente all'oratorio...si giocava come è giusto che sia e...credo che attività sociali nella mia parrocchia se ne facevano ben poche, devo dire...quindi non credo che la parrocchia mi abbia dato molto sotto questo aspetto qui...cioè per una scelta futura di attività sociale...l'unica cosa...la raccolta della carta, a cui partecipavo ogni tanto...distribuzione di vestiti...cose veramente...si davano dei soldi ogni tanto per i poveri, ma, insomma, niente di più...però è vero che ti dà una certa disposizione...non c'è dubbio che in modo a volte ideologico, a volte ipocrita, consolatorio, paternalistico...però c'è una formazione orientata anche verso gli altri...con tutti i limiti...molto è anche ideologia, paternalismo, assistenzialismo...quindi con tutti questi limiti enormi...però è vero che ti dà una formazione per cui anche l'altro in difficoltà è una persona che dovrebbe contare per te...una cosa anche molto banale...e quindi questa cosa insieme anche, ancor più anche all'esempio di mio zio...è una cosa che sicuramente in qualche modo...sicuramente ha inciso, insomma...quindi poi come disposizione...una disposizione verso l'aiuto credo di averla avuta anche abbastanza presto...ho capito dopo, in realtà che...bisognava prima pensare a se stessi, prima di poter pensare agli altri...ma c'era anche questa ingenuità di fare qualcosa per gli altri...in modo anche così vago...l'unica cosa che facevo era...elementari, medie...come un po' tutti...giocare a pallone con gli amici...cioè andavi a giocare a pallone davanti alla scuola...a tennis sotto casa...con gli amici della classe...però generalmente io non ho mai frequentato gruppi di strada, non ho mai fatto...nemmeno goliardate particolari...semmai l'ambiente che frequentavo di più è quello della parrocchia...è vero che ai tempi miei in parrocchia fino alla terza media c'andavano tutti...cioè qualunque tipo di ragazzo ci stava...perché aveva una funzione di socializzazione che...adesso ha perso...adesso già la selezione è forte già ai primi anni...ma allora alla classe mia delle elementari tutti i maschi andavano lì...tutti...e alle medie più o meno tutti...forse qualcuno cominciava a mancare, ma...insomma, la parrocchia era un punto di riferimento per tutti quanti...però ecco la strada la conoscevo poco, onestamente molto poco...>>.
Mariano racconta degli anni del liceo: <<...con il Ginnasio, ho cominciato a non frequentare più la parrocchia regolarmente...prima la frequentavo in modo costante...facevo attività nei gruppi...chierichetto...consigli pastorali...insomma tutto il cursus...e con il Ginnasio ho smesso di frequentarla perché non avevo più tempo...studiavo talmente tanto...non c'avevo più tempo per fare quasi niente...io poi l'ultimo anno di Liceo mi sono spostato qui...quindi se nell'altra parrocchia mi conoscevano tutti, quando sono arrivato qui...ho deciso di non avere proprio più rapporti con la parrocchia locale, andavo solo a messa...e poi ho smesso di fare anche quello...andavo a messa qui ma...non mi interessava...un po' non mi piaceva questo parroco...non lo trovavo particolarmente interessante, stimolante...una persona con cui valesse la pena di entrare in contatto...dall'altra io ero proprio stufo della vita di parrocchia, mi sembrava uno di questi microcosmi chiusi...soffocanti...veramente poco interessante...t'avevo detto che, finita la scuola media, io non avevo trovato più il tempo, con il Ginnasio, di...di frequentare la parrocchia...e io ho sempre investito molto nello studio...credo che una delle cose che ho fatto di più (ride) in assoluto nella mia vita è studiare...quindi, tu renditi conto...una persona che a...quanti anni avevo? quattordici anni...al quarto ginnasio, quindi giovanissimo...decide...ha una priorità talmente fondamentale che è questa...che si taglia una fetta fondamentale dei suoi rapporti...ché per me la parrocchia era una serie di cose...facevo attività nei gruppi, andavo a giocare, c'avevo un sacco di amici...poi lì stavo nel consiglio pastorale...tenevo i rapporti della parrocchia con...allora...era
Mariano parla dei cambiamenti vissuti nell'ultimo periodo del liceo: <<...adesso è un po' complicato spiegarti (sembra imbarazzato)...sono quelle cose un po' troppo personali (ride)...però diciamo questo, che...te la metto in modo molto schematico, però...cerca di capirmi...(al contrario Mariano appare estremamente partecipe mentre racconta)...allora, io ho studiato molto duramente fino all'ultimo anno di liceo...l'ultimo anno di liceo, a metà anno ad un certo punto io sono crollato...di colpo, cioè...non riuscivo più a studiare...adesso, in realtà delle ragioni...sarebbe un po' troppo complicato e personale...diciamo...che, banalmente...che c'era uno squilibrio...troppo forte tra l'importanza...cioè il peso...proprio quantitativo...nel senso...occupava quasi tutta la mia vita...dello studio...e una serie di altri bisogni che...invece sono comunque fondamentali per una persona (ride) tanto più a quell'età...quindi per questa ragione...banalmente...a un certo punto io sono...sono crollato...è andata bene
Mariano parla dell'incontro significativo con una ragazza e del suo primo rapporto sentimentale importante: <<...nello stesso tempo...la fine del liceo e poi con l'inizio dell'università...io mi fidanzai con una ragazza...di sinistra...(ride) come allora dicevo...e fu una cosa che creò un certo scompiglio a casa...poi i suoi genitori erano separati...allora tu vedi questi fatti dal punto di vista del mondo piccoloborghese-cattolico salernitano...che poi i ritorni maggiori erano quelli...cioè sono cose...lì sono cose che colpiscono...morì mio zio...l'ultimo anno di liceo...morì mio zio...che era appunto, come ti ho detto, una figura di riferimento...anche perché se lui fosse rimasto in vita io credo che avrei avuto dei problemi a mantenere la relazione con questa ragazza...nel senso che mio zio mi avrebbe posto dinanzi a una scelta di coerenza...non lo so...insomma sarebbe stata dura...invece morì mio zio...ci ritrovammo in vacanza con questa ragazza ad Amalfi...mi misi con lei...creò un po' di problemi...qui...ma non più di tanto, insomma...qualche discussione...ma questo incontro con questa ragazza che si chiamava...(si blocca e mi guarda)...no, non te lo dico come si chiama, perché...c'è una ragione per cui non te lo dico...ehm...e questa ragazza è stato un altro incontro, ovviamente, fondamentale...sempre, con lei...io ero...in qualche modo lo riconosco...ero il classico secchione a scuola...quindi uno molto centrato sui libri...non solo sui libri di testo...ero...e questo...ecco, uscivo anche un po' dal canone del secchione, come uno che leggeva anche cose che...fuori...però ero uno che aveva poi una vita...per esempio cinema, teatro...non li frequentavo mai...con lei ho fatto anche questo tipo di scoperte...ho cominciato ad andare al cinema regolarmente...i primi film di Nanni Moretti...che mi sembrava un pazzo allora...mi sembrava un altro pianeta...le prime scoperte...che poi son rimaste...insomma amori che son rimasti...ehm...il teatro, la danza...insomma, si apre un mondo...nel senso lei apparteneva a un gruppo sociale completamente diverso dal mio...cioè madre docente universitaria...padre dirigente d'azienda...queste persone di sinistra...che vengono dalla media borghesia intellettuale...fondamentalmente...quindi, un mondo completamente diverso...che vuol dire gli stimoli, le attività...cose completamente differenti...e quindi fu una grande scoperta...cioè metti insieme quest'insegnante di liceo che già faceva parte di questo mondo...infatti c'erano dei rapporti tra lei e questa ragazza...e questa ragazza qui...ti si apre...anzi allora ingenuamente vedevi tutta la miseria del modello culturale da cui venivi...e tutto invece il brillante, luccicante, il bello di questo modello...chiaramente non è così, insomma ognuno c'ha i suoi...le sue miserie e poi i suoi punti, invece, forti...quindi questo è stato un altro incontro fondamentale...>>.
Mariano racconta del suo inserimento in alcuni gruppi politico-religiosi: <<...ho poi incontrato anche una serie di gruppi, diciamo, cattolici...nel senso che io...e ho cominciato invece...ho avuto contatti con alcune organizzazioni cattoliche...con Comunione e Liberazione...rapidissima, devo dire...ai tempi del Ginnasio...non ho avuto rapporti particolarmente lunghi, né costanti...nel senso che non è che mi convincesse molto...cosa che a posteriori ho visto molto bene...poi con un'altra organizzazione che è l'Opus Dei...che avevo alcuni miei amici, ed alcune persone dell'Opus che mi avevano segnalato per entrare...per farmi entrare quindi...perché lì si entra solo per segnalazione...e con un'altra associazione...un po' più, diciamo...a sinistra...per dirla nel modo dei giornalisti...che si chiama FUCI...Federazione Universitaria dei Cattolici Italiani...tremila persone sono in tutto, con un impegno fondamentalmente culturale...anche poco conosciuta...però tutte queste mi avevano lasciato abbastanza insoddisfatto...nessuna di queste mi aveva convinto...>>.
Mariano racconta del suo fallimento all'università: <<...sono andato all'Università e mi sono iscritto prima ad Economia e Commercio...non tanto per diventare commercialista, cose di questo genere che io disprezzavo, ovviamente...ma perché pensavo che l'Economia era una competenza fondamentale...per fare attività politica...che poi era cresciuto quest'interesse in me...già da giovanissimo...e avrei voluto dedicarmi anche a questo tipo di attività anche a tempo pieno.....all'università però non andava ad Economia...ho avuto dei grossi problemi a studiare...cioè non arrivavo...non arrivavo proprio agli esami...non riuscivo più a studiare...feci due esami, studiando...ti dico, gli ultimi 20 giorni...preparai 'sti due esami...due fondamentali, mi ricordo, Ragioneria e Istituzioni di diritto pubblico...ehm...presi un
A proposito della sua scelta di fare il servizio civile, Mariano racconta: <<...quindi, quando poi decisi il servizio civile...ero anche in una certa difficoltà, perché...tu renditi conto anche in termini d'identità che vuol dire...tu pensi tutta la vita a questo...e poi quando arrivi all'università che è il momento decisivo...dopo che ti sei fatto un culo così (ride)...per tutti gli studi, perché io già alle elementari studiavo più degli altri...e ci tenevo enormemente...cioè ne ho fatto un fattore d'identità per me fondamentale...arrivi all'università, che è l'unico momento in cui devi fare sul serio...in realtà, perché tutto il resto puoi non fare assolutamente niente, no?...e non vai, non giri...quindi questo ti dice anche l'importanza...cioè come cambiò la mia vita...ad un certo punto questa proposta...di fare il corso di formazione professionale per Drop-outs...cioè, rispetto a tutto quello che io avevo sempre pensato per il mio futuro...avevo sempre pensato: l'università, pubblicare...vabbe', con quell'ingenuità che hanno i ragazzi...è chiaro che è come pensa' a fare l'astronauta...ovviamente...che è giusto che sia a quell'età...poi anche per me...era un sogno...quindi, trovarsi a fare prima l'operatore di strada...e poi il corso di formazione professionale per ragazzi a rischio (ride)...ehm...>>.
Mariano parla del suo servizio civile con
A proposito del suo servizio civile con
Mariano parla delle sue esperienze a Tor Bella Monaca: <<...quindi ho fatto quest'anno di servizio civile a Tor Bella Monaca...in quell'anno ho fatto anche un corso, promosso dal Presidio, per operatori di rete, tenuto dalla Comunità di Capodarco...e da quell'esperienza...quel corso era agganciato comunque a far nascere un gruppo di volontari che operassero nella logica di rete...il corso è più o meno finito con la fine del mio servizio civile...però visto...come ti ho detto, io cercavo dei gruppi, delle organizzazioni in cui impegnarmi...di queste persone io mi fidavo...e mi fido tuttora...perché appunto, univano vari aspetti che mi piacevano: l'aspetto politico, quello della competenza...anche un certo disinteresse, come dire, una certa carica etica...poi nel caso di Tilde e Giancarlo, c'era anche un discorso religioso, però appunto...un intendere la religione privilegiando certi aspetti e non altri, insomma...e quindi decisi di restare anche dopo...mi ritrovai in questo gruppo...mi ritrovai...per certi versi ormai era un percorso...ben contento di starci...e quindi continuai anche dopo il servizio civile...e fino a adesso...perché poi l'ho sempre fatto...ormai sono sei, sette anni...sono rimasto anche...vabbe' tutta l'attività, il discorso del gruppo...lavoravamo coi minori, abbiamo deciso di lavorare coi minori da subito...anche credo...fondamentale...per i rapporti che avevo con loro...e sono rimasto anche per questo...>>.
Quanto alla sua esperienza a Tor Bella Monaca, Mariano racconta: <<...nel senso che a Tor Bella Monaca abbiamo creato anche un'Associazione, delle relazioni...che non è facilissimo trovare altrove...cioè delle relazioni fondamentalmente fondate sulla gratuità...perché non c'era nessun discorso di soldi dentro...né ci potevano essere desideri di crearsi, come dire, un'immagine sfruttando un'associazione, un'organizzazione, cosa che a volte succede, è banalissima...ma era talmente piccola come organizzazione...appena nata...quindi nessuno di noi poteva avere nessun altro interesse che quello di provare a far qualcosa di sensato nell'aiuto e di stare bene insieme...e queste due condizioni, secondo me, c'erano...c'erano tutte...lì a Tor Bella Monaca...abbiamo iniziato dopo aver fatto questo corso...abbiamo fatto un'analisi del territorio, i vari profili...alla fine erano venuti fuori diversi progetti, cioè diverse idee...cioè lavoriamo sui minori, questa è una cosa che c'ha unificati...e qualcuno lavorava sul gioco, quindi un laboratorio ludico-teatrale, una cosa del genere...noi volevamo lavorare...cioè mi ritrovai poi anch'io in questo gruppo...sulla questione studio-lavoro...follia totale per certi versi...e poi c'era un altro gruppo che invece lavorava sul sostegno scolastico...il primo e il terzo ci sono tuttora...cioè c'è ancora un gruppo che lavora sugli aspetti ludico-teatrali, che si chiama Capovolgiochiamoci, che tu conosci...e un altro gruppo c'è tuttora che fa sostegno e recupero scolastico...il nostro gruppo, invece, che era formato da, mi pare, cinque, sei persone...ma comprese casalinghe...perché era un corso che tendeva a coinvolgere le persone che avevano dei ruoli chiave all'interno della comunità, come l'allenatore della squadra di calcio, le persone della U.S.L., e così via...e poi c'erano anche però...la casalinga che era alle Vincenziane, quindi che si dava molto da fare, o c'erano altre casalinghe, che avevano avuto un ruolo all'interno della parrocchia...nel Presidio ci sono anche i centri di ascolto delle due parrocchie...quindi venne fuori questa idea...allora, lavoro non lo possiamo dare, questo è scontato e...fortunatamente lo avevamo chiaro anche allora...sullo studio, che si può fare...insomma avevamo deciso di fare un centro...per l'orientamento scolastico e professionale...e c'appoggiammo ad alcune persone che avevano anche una competenza superiore alla nostra, cioè delle persone che lavoravano per il C.I.S.., Centro per l'Integrazione Sociale di Tor Bella Monaca, e che avevano l'esperienza dei corsi di attività sociale della GI.O.C....sai cos'è...è
Lavoro di strada
Mariano racconta le sue prime esperienze nel lavoro di strada: <<...e da qui nacque l'idea del lavoro di strada...cosa che credo allora non faceva nessuno a Roma...non faceva nessuno nell'ambito dei minori, della prevenzione primaria e secondaria...perché invece...ma anche nel campo della riduzione del danno...tossicodipendenze...quindi prevenzione terziaria...cominciarono più o meno nel '92...Maraini...e noi cominciamo nel '
Quanto al suo primo impatto con la strada, Mariano dice: <<...e...cominciammo, in realtà in modo anche incredibile...sembrava allora una cosa assurda...cioè una cosa aberrante dal punto di vista psicologico...nel senso che il salto per me era notevole...andare a Tor Bella Monaca e girare in strada...io ci misi un po' ad accettarla come prospettiva perché...ehm...ritorno adesso un attimo indietro alla mia storia di vita...fino ad allora io non ho mai frequentato la strada in vita mia...mai (lo sottolinea)...e...quindi per me andare a fare...andare in strada...e andarci a Tor Bella Monaca, poi...quindi anche con dei gruppi...di ragazzi...che poi credo tu in parte conosci, perché il quartiere l'hai girato...beh, mi sembrava una cosa impressionante...(ride) cioè, io non volevo farla questa cosa...dico, no: questo va al di là delle mie possibilità...poi decisi di farlo perché venne fuori l'idea della videocamera...perché sai, ci vai ma che vai a fare? questa era la domanda...la videocamera che si scelse, secondo me, fondamentalmente per difendere l'operatore...cioè non tanto perché era uno strumento potente, interessante...è perché io co' 'sta videocamera a fare le interviste avevo, come dire, più tranquillità a fare questo tipo di operazione...allora, devo dirti che dall'idea che mi sembrava aberrante...l'impatto poi con la realtà fu molto più semplice...molto più semplice...io cominciai...eravamo rimasti in pochissimi...eravamo io, un'altra...un'insegnante...però abbastanza spigliata, diciamo così, con dei problemi (ride) ma abbastanza spigliata...e un ragazzo del quartiere...che ci faceva da operatore ogni tanto, però era...era una figura a metà strada tra un operatore e un utente... (ride) forse più un utente per certi versi...e mi pare un'altra persona...insomma, cominciammo un po' alla garibaldina...buttarsi in strada, con le domande su scuola e lavoro...perché venivamo da questa cosa qui...e cominciando con qualche ragazzo del C.I.S....facendo interviste lì dentro, quindi...un po' più soft...poi andammo su 'sta strada a girare...devo dire che l'impatto poi alla fine fu molto positivo, cioè...diciamo i gruppi spaventavano meno di quanto uno...la strada spaventa meno a frequentarla di quanto uno possa pensare a priori...e io credo che tutti quelli che hanno fatto questa esperienza con noi hanno avuto la stessa...pensi: non ci riuscirò mai, sarà terribile, difficile, arrivo lì con la videocamera, cosa penseranno...io devo dire che molte volte mi sono divertito...proprio, con i gruppi, si sono divertiti anche loro...ehm...la videocamera è molto ben accetta...ci sono pochissime persone...cioè una minoranza di persone o di gruppi che decidono di non farsi intervistare...poi nel gruppo c'è sempre quello che ha voglia di farlo...ma quello che non ha voglia è coperto perché sta comunque nel gruppo, quindi se vuole si espone, altrimenti no...>>.
Mariano racconta dell'effetto prodotto su di lui dal lavoro di strada: <<...ehm...credo che l'esperienza del lavoro di strada ha avuto un'importanza...un po' per la mia vita...notevole...perché io avevo una serie di timori, di insicurezze proprio a livello emotivo che ho superato grazie a questa attività...cioè il lavoro di strada mi ha fatto superare dei limiti emotivi...in qualche modo costretto...perché io capivo che era sensato fare questa cosa...quindi l'ho fatta perché...le indicazioni che venivano dall'attività precedente ci dicevano che dovevamo fare questo passo...quindi l'ho fatto per ragioni teoriche...però dal punto di vista emotivo mi ha costretto a superare dei limiti...che è una cosa che poi io mi sono ritrovato nella mia vita...cioè è ritornata in tutti i miei ambiti...perché ovviamente non è che li superi solo per quella cosa lì...significa superare delle barriere emotive proprio nei rapporti con gli altri...quindi un'importanza enorme...come puoi immaginare...è servito cento volte più a me che a quelli che ho intervistato...nettamente...ed in parte è sempre così...quindi ho iniziato...poi abbiamo perso anche questa cosa di scuola e lavoro che era pallosissima, nel senso che i ragazzi hanno voglia...di parlarne, però...insomma, pesa anche...se non lo sai fare rischi anche di annoiare le persone, poi tocca alcuni aspetti molto delicati...abbiamo pensato...poi abbiamo provato un anno tutt'altro tipo di domande: che sono quelle su amore e sesso...avrai visto il video...(ride) quello ha avuto un successo incredibile...su amore e sesso potrebbero star due ore a parlare...a poco a poco abbiamo aumentato il tempo...all'inizio facevamo di un quarto d'ora...mi ricordo qualche giornata epica in cui andavo da solo a fare le interviste...la sera con 'sta videocamera (ride) riprendevo e facevo domande...quindi mi piaceva anche un po' questa immagine dell'operatore che va, gira...senza timori poi che ti rubassero la videocamera...sai queste cose che qualcuno mi diceva, quando parlavo con gli amici...c'era questo mito di Tor Bella Monaca...ehm...quindi credo, a parte questa cosa importante che ti dicevo, a livello emotivo...mi sono sempre molto divertito...ho passato poi...nel tempo fai sempre la stessa cosa, no? e la fai anche meglio...cioè io sono diventato molto più spigliato, ho cominciato anche a giocare molto di più coi gruppi, a fare molte più battute...cioè da una rigidità iniziale...dovuta a tante questioni, non solo ad una mancanza di pratica ma anche, proprio...a un mio modo di stare con gli altri...ehm...poi, forse l'aspetto ludico, del gioco, man mano è aumentato sempre di più nel corso degli anni...forse persino troppo...nel senso che l'ultimo anno che abbiamo fatto queste video-interviste...se tu hai visto l'ultimo video, che tra l'altro è anche il più breve non a caso...vedi che c'è quasi solo il gioco con i ragazzi, cioè...non c'è più quasi nessuna riflessione sulle cose...sull'esperienza...ma c'è il puro e semplice far battute...fare imitazioni...stare insieme a scherzare...quindi c'è stato addirittura questo tipo di percorso: da un inizio di discorso sul lavoro e scuola...con questionaroni strutturati...domande in fila, no? questo tipo di lavoro qui...a distanza di tre anni, se non sbaglio, a passare a fare...non c'è nessun tipo...non c'è una questione di riferimento...non c'è una sola domanda...si va lì e si gioca...che da una parte è un segno positivo perché vuol dire che...non hai più bisogno di certe, anche, difese...dall'altra però secondo me portava anche un certo impoverimento...e poi la comunicazione che passava sul gioco...non funzionava, insomma...abbiam trovato dei compagni di strada cammin facendo...obiettori di coscienza perché...
Per Mariano il lavoro di strada è stato anche un modo per costruire il suo percorso lavorativo: <<...contemporaneamente...c'è una cosa anche importante per cui mi è servito fare volontariato qui...a un certo punto io ero anche in contatto con alcune organizzazioni del territorio...il C.I.S. che ti ho nominato più volte...ad un certo punto...una persona del C.I.S., cioè questa ragazza che io avevo contattato per il corso di abilità sociali, che era stata nella GI.O.C., che lavorava per Capodarco, là al C.I.S....e che poi era entrata nel mio gruppo per fare lavoro di strada, perché era interessata a vedere che è 'sta cosa...mi ha anche chiamato per partecipare come operatore in un corso di formazione per ragazzi a rischio, un C.F.P., corso di formazione professionale, organizzato da Capodarco...quindi io grazie all'attività a Tor Bella Monaca, poi ho trovato il mio primo lavoro...il primo lavoro vero...avevo fatto qualche altra cosa...per
Mariano racconta un'esperienza diversa di lavoro di strada: <<...ho fatto poi l'operatore di strada per
Mariano continua a parlare delle sue attuali occupazioni: <<...successivamente mi ritrovai...a Tor Bella Monaca partì questo progetto nuovo sulla dispersione scolastica con un Bando del Comune...e entrarono sette organizzazioni...tra cui la nostra...Eutopia...e io venni designato per la struttura di coordinamento di questo progetto...formata da quattro persone...io sono uno dei quattro coordinatori...ad un progetto a cui lavoro non so da quanto...ormai due anni fa...ufficialmente da sette mesi...il Comune mi deve sette mesi che non mi ha ancora pagato...però abbiamo cominciato a lavorarci, credo, due anni prima, perché...abbiamo presentato questa cosa...mi pare due estati fa...però naturalmente dal momento del bando al momento della partenza...qui l'hanno fatta grossa...ma è passato un mare di tempo...quindi questa è l'occupazione attuale...contemporaneamente...e ti dico solo due parole su questo...grazie a Tilde, che aveva lavorato in una rivista che si chiamava "Confronti"...fu lei a presentarmi a questa rivista...e io iniziai nel marzo di due anni fa...cominciai a collaborare con questa rivista come volontario...come è normale che sia...almeno inizialmente...per fare...scrivere pezzi, correggere bozze...il lavoro di redazione...oltre a quello di scrittura...ehm...la cosa è andata bene, nel senso che...a un certo punto è mancata a questa rivista una persona...mi hanno chiesto di sostituirla...la sostituzione è andata...e ho cominciato a lavorare con la rivista...quindi io adesso sono...sempre a prestazione...perché un contratto prima di averlo è...(ride) sono miraggi, ma...sto in modo stabile dentro a questa rivista...e mi occupo per la rivista...comunque di temi sociali, cioè...io ho speso la competenza che mi ero fatto nel campo del sociale...in particolare all'inizio...per scrivere i miei primi pezzi...per cui io scrivevo di qualcosa che sapevo...tossicodipendenza o minori...però erano mondi che conoscevo, ecco...anche quando andavo a parlare con le persone, immediatamente...riconoscevo l'altro, riconoscevo anche i limiti...e poi standoci dentro...quindi mi sono giocato la mia competenza lì per arrivare a fare...alla fine (ride) un'attività culturale...ci sono arrivato...per lavorare in un mensile che è fondamentalmente un mensile culturale...poi si occupa di questioni politiche e sociali...e ho coperto anche uno spazio che nella rivista, in qualche modo, era un po' scoperto...ho iniziato con questioni sociali, poi adesso mi occupo del lavoro, dello sviluppo...insomma ho ampliato...il mio campo...>>.
Mariano continua a raccontare dei suoi progressi, frutto del lavoro come operatore di strada a Tor Bella Monaca: <<...capisci, Tor Bella Monaca cos'è stato per me, nel senso che...gran parte di quello che io faccio oggi...io lo devo molto all'aver fatto il servizio civile a Tor Bella Monaca...chissà invece cosa sarebbe successo se io non fossi venuto qui e avessi deciso di fare il servizio civile qualche anno dopo?...in realtà io potevo fare il rinvio e non lo feci...pensavo: almeno mi levo 'sto servizio civile...do un senso...ehm...>>.
Per quanto riguarda i rapporti con gli altri operatori, Mariano dice: <<...ho notato delle differenze...per esempio la persona che viene dalla cattedra di Lutte...e in qualche modo si ritrova qui...tra l'altro generalmente non sa nemmeno bene cosa verrà a fare...pensa di venire a fare psicologia e si trova all'interno di un intervento sociale...per cui è capitato...insomma, qualche problema...perché spesso non conoscono nemmeno bene Roma, a volte vengono da fuori...dall'Abruzzo o dalla Sardegna...qualche problema ce l'ha di rapporto con i ragazzi perché entra proprio in un mondo completamente nuovo...ehm...la gran parte di queste persone sono state ragazze...perché...lo sai...a Psicologia...e quindi una cosa che ti può succedere ed è successa...che a me non capita...è che...il nostro rapporto è molto giocato sul contatto...sulla relazione...all'inizio è praticamente tutto, cioè...il fatto di entrare in sintonia...il fatto di essere simpatici o...essere riconosciuti come interlocutori credibili...ehm...questo atteggiamento da parte delle ragazze può essere equivocato...da parte del ragazzo intervistato...tanto più se la differenza di età è minima...quindi è capitato a volte che noi abbiamo dovuto...stoppare qualche ragazzo che...secondo me, entro certi limiti giustamente...voleva provarci...nel senso che...tu vieni...a parte che non sono io a dirti vieni, sei tu che vieni da me...vieni, si vede, per stare con me...perché poi inizi, banalmente, facendo questo...quindi chiacchieri, e chiacchiero anch'io...giochi a biliardo se vai in bisca e anch'io gioco a biliardo...allora, se vieni a fare quello che faccio io, ci sta anche che io ci provo...con te come ci provo con una ragazza del mio gruppo...quindi, secondo me entro certi limiti è assolutamente normale...fa parte del gioco...poi può succedere che ci sono ragazze, com'era questa del C.I.S....che è molto più astuta...che vuol dire...che poi mandava un messaggio...agli altri, anche non verbale...anche molto chiaro...sì, di disponibilità, però...capivi chiaramente che quella non aveva nessuna intenzione di stare lì a starci o cosa...qualche ragazza di Psicologia era un pochino più sprovveduta, cioè...capiva che doveva essere aperta verso l'altra persona, giocare, però...come dire, il gioco poi ti prende, cioè...è divertente stare con i gruppi, è piacevole...io raramente ho avuto momenti di tensione...sono anche successi, ma...rari e facilmente gestibili...secondo me una casa-famiglia è molto più dura del lavoro di strada...ehm...quindi a un certo punto comincia a giocare con i ragazzi come giocava con altri amici suoi...allora, lì il ragazzo può facilmente equivocare e dire...beh, a questo punto me la gioco anch'io e ci provo...direi che forse questo è l'unico problema che una ragazza può trovare, nel senso che...(ride) con i ragazzi nessuna c'ha mai provato...non è mai successo, insomma...anche perché poi la ragazza a Tor Bella Monaca c'ha un certo ruolo...un po' subalterno rispetto al maschio...quindi, è difficile che si muova, come dire, con quella...ehm...con una determinazione, ma anche con una invadenza...che invece i ragazzi hanno...perché sono...hanno un altro tipo di modello di riferimento...quindi, fa parte dell'essere maschio, l'essere invadenti...ehm...secondo me questa è l'unica difficoltà, l'unica differenza che posso vedere...poi contano di più altre cose...le esperienze precedenti, la capacità, appunto di relazionarti con persone che non conosci, la facilità di muoversi per strada...più che una differenza di genere...>>.
Per quanto riguarda i ragazzi di strada, Mariano dice: <<...i ragazzi...io ho frequentato in gran parte gruppi di ragazzi tra i 15 e i 20-22 anni...diciamo, la stragrande maggioranza...quasi mai più piccoli, qualche volta più grandi...sono arrivato fino ai 28 anni...ehm...la stragrande maggioranza delle persone che ho incontrato l'ho vista per due, tre incontri massimo...quindi, due, tre incontri...di una durata variabile tra il quarto d'ora e le due ore...una media di mezz'ora, tre quarti d'ora...con alcuni di essi invece ho fatto un percorso diverso...di riconoscimento...anche maggiore, perché...l'anno scorso io ho lavorato solo su due gruppi...ho smesso di fare un lavoro su tutti i gruppi del quartiere perché m'ero stufato e non lo consideravo più sensato...ho lavorato solo su due gruppi...quindi, con quelli invece, mi sono visto molte volte...sono gruppi in cui già ero stato più d'una volta...già mi conoscevano...sono gruppi che hanno partecipato a cose che abbiamo organizzato noi...però sono gli unici due gruppi con i quali c'è un lavoro consistente...questo lo dico perché...le informazioni che io ti do, partono anche da questo contatto con i gruppi...ehm...l'impressione della loro adolescenza...una cosa che mi colpiva...che mi colpì subito...dopo l'insuccesso del centro di orientamento...era questo...noi facemmo...andavamo in giro intervistando ragazzi dai 15 ai 20 anni con un questionario banalissimo a chiedergli: tu che fai? ma lo cerchi lavoro? che t'è successo a scuola?...un minimo per avere informazioni...che ci dovevano servire per il nostro lavoro...cioè per capire...cioè, io penso che a loro serva questo, vado in strada...e gli chiedo...insomma, che volete?...la cosa che mi colpì fu che la stragrande maggioranza dei ragazzi che noi incontravamo...erano ragazzi...che non facevano assolutamente niente...e che non c'avevano nessuna intenzione di trovarsi un lavoro...e...allora, non ti devi fermare a questa osservazione, nel senso che...è evidente che dietro a questo niente che cosa c'è?...ci possono essere mondi enormi e i più diversi...però una cosa che mi colpì subito era una difficoltà...come dire, a percepire un percorso...a pensarsi in relazione al futuro...cioè, una buona parte di ragazzi, mi sembra...anche con l'esperienza dei C.F.P., però...io ho visto ragazzi anche con problemi seri...con
Mariano cerca di descrivere il suo lavoro con i ragazzi anche in relazione alle differenze con la propria adolescenza: <<...una cosa personale...anche in riferimento alla mia adolescenza...lì in parte ti ho detto che tipo di adolescenza ho passato io...era parrocchiale...già col catechismo...Gesù Cristo...giocavamo a pallone pure noi...non è che...insomma...però io già leggevo molto...tranne "Cioè" e il "Corriere dello sport"...credo che poche altre cose...poi questi ragazzi leggano...invece...>>.
Mariano racconta dei recenti sviluppi del lavoro di strada: <<...una sensazione mia nel fare questo lavoro con questi ragazzi...che ho sempre avuto...e anche più forte l'anno scorso...cioè, noi abbiamo sempre fatto questa scelta, anche a livello teorico...di dire: non lavoriamo su un gruppo solo, ma...con tanti gruppi...con questo meccanismo delle video-interviste...che è anche una difesa...è una difesa la videocamera, ma...è anche una difesa entrare in gruppo e starci solo una volta o tornarci dopo tre mesi, e punto...perché non devi fare un percorso...insieme a loro...vai, la gente si diverte, gli fai delle domande, vai con la videocamera...sei, come dire, una variante rispetto alla...norma che è piuttosto monotona...ehm...ad un certo punto, tu capisci...capisci che questa cosa non funziona, nel senso che...non viene fuori niente da un lavoro fatto così...non è che c'è un salto nei rapporti con i ragazzi, che a un certo punto accade qualcosa...per cui nasce...devi anche deciderlo di farlo...allora l'anno scorso abbiam dovuto anche prendere atto del fatto che il lavoro di strada ha senso anche se...comincia con un lavoro di contatto...diciamo aperto anche a molti gruppi...ma poi...deve prendere un gruppo o due e...con quelli lavorare per stabilire una relazione stabile, favorire...lavorare per l'integrazione del gruppo...con il territorio...eventualmente se ci sono problemi di formazione, di scuola...mettere in contatto con questo o quel centro...fare in modo che questi gruppi possano sperimentarsi...mettersi alla prova...organizzando dei microprogetti...minimi...questo è il modo in cui lavora la stragrande maggioranza dei gruppi di lavoro di strada...e quindi io l'anno scorso...ho spinto per fare questo lavoro...la mia sotto équipe ha preso due gruppi...con cui avevamo rapporti pregressi...un'altra sotto-équipe ne ha preso uno...>>.
Mariano descrive le sue difficoltà nel lavoro di strada: <<...devo dirti che è stata per me dal punto di vista anche emotivo...psicologico...è stata un...è stato difficile per me questo tipo di...di relazione...ed infatti ha confermato quello che...in qualche modo io già sapevo...cioè che...noi non avevamo fatto questo passaggio: da tanti gruppi a un gruppo...non tanto per ragioni teoriche...perché sapevi che non funzionava...ma perché sia io che le persone che facevano lavoro di strada con me due anni fa...non volevamo fare questo passo...cioè non volevamo entrare in un gruppo...in realtà c'entri da educatore quindi non è che fai...l'altro ragazzo della comitiva, però...vuol dire in qualche modo avere un contatto stabile...non lo volevamo fare...perché dal punto di vista psicologico sembrava troppo pesante...troppo duro...passare il tempo lì con il gruppo...ehm...devo dire che gli altri che con me hanno fatto questa scelta l'anno scorso...per loro non ci sono stati grossi problemi...così almeno dicono tutti...cioè non è stato un problema stare con i gruppi...per me stare con un gruppo senza fare niente...fare niente tra virgolette...è invece un problema...tant'è che io ho sempre insistito per fare cose con loro e alla fine...abbiamo organizzato dei tornei, una festa finale con i gruppi di ragazzi...e qualcuno di loro c'è stato a farlo...ma io l'ho fatto...non solo perché lo ritenevo sensato dal punto di vista teorico...e lo ritengo tuttora...ma anche perché io non riesco a stare...in un gruppo di ragazzi seguendo...cioè parlando di quello che parlano loro...non facendo niente...perché la gran parte dei gruppi fa questo...non fa niente...che poi è un niente che...che ne so, vuol dire prendere il motorino e spostarsi e ritornare...chiacchierare e poi muoversi a chiacchierare da un'altra parte...questo ovviamente...ecco, questa è una cosa che a me mi crea dei grossi problemi...cioè c'è una differenza...ecco, questo secondo me è un problema del lavoro di strada che io sento forte...io non faccio niente o vado al pub...faccio niente sempre tra virgolette...con i miei amici...cioè, quali sono le persone con le quali io vado a parlare senza una ragione...sono le persone con cui ho un rapporto più stretto...o gli amici loro che vengono con me, che mi presentano...ok?...io con loro faccio una passeggiata, con loro vado in un pub, con loro vado a mangiare una pizza...non è un'attività che tu faresti mai per lavoro...allora, invece...io devo fare...nel lavoro di strada come prevenzione primaria e secondaria...perché già la riduzione del danno è tutta un'altra faccenda...qual'è la cosa incredibile...per me incredibile...che tu vai in un gruppo...e a volte non c'è nemmeno 'sto disagio...ci sono dei problemi, ma...e tu vai lì per avere delle relazioni che sono tipiche del rapporto di amicizia...ma il rapporto di amicizia vuol dire anche di affinità...cioè, io lo faccio con te, ma non con te...cioè io con te non passerei mai tre ore della mia vita fermo a chiacchierare...mai lo farei...ok?...invece in un gruppo, tu ti prendi tutto il gruppo...chi c'è, c'è...quindi tu ti ritrovi...diciamo che noi c'andiamo una volta a settimana...perché noi siamo volontari...ma un operatore professionale molto di più...diciamo noi...una volta a settimana...io andavo lì e...siccome prima di fare qualcosa con il gruppo è durissima...la maggior parte del tempo...insomma, stai con loro...parli, riparli...io avvertivo anche tutta questa distanza...questa differenza che c'era tra noi...che però, aspetta, non è solo differenza...culturale...di mondi differenti...ma è anche proprio una difficoltà come affinità...per cui per me poteva anche essere uno stralaureato...intelligentissimo...però...non avrei passato del tempo in modo gratuito...perché questo modo qui...non fare niente...è qualcosa di gratuito, di disinteressato, no?...questa è la caratteristica del lavoro di strada...mentre in tutte la altre professioni d'aiuto, c'è una ragione per cui uno viene a contatto, cioè...io ho bisogno di un'assistenza...ho bisogno di un sussidio...ho bisogno di un'assistenza psicologica...no?...oppure, vengo io da te...e già è un salto...il lavoro di strada fa questo salto...però vengo a darti le siringhe...perché tu hai questo problema...poi non faccio solo questo, però...questo è fondamentale...nel lavoro con i gruppi di ragazzi...non c'è questa cosa qui...passiamo del tempo in modo gratuito...non è legato al fare questo o qualcos'altro...con delle modalità più tipiche dell'amicizia...allora tu puoi dire che ci stai da educatore...ed è vero...nel senso, nessun ragazzo ti prende mai per un loro amico...perché non è stupido...e se non sei stupido tu...a presentarti in un modo...lo capiscono...la distanza si nota subito...lì basta già come parli, come pensi...la distanza è enorme e si vede...quindi questo rischio non c'è mai...però...è molto vicina a questo tipo di rapporto qui...cioè poi è vero che tu lavori per rinforzare le relazioni, per poi poter far crescere il gruppo e eventualmente intervenire su casi singoli...che ne so...adesso io ho uno dei ragazzi...l'ho fatto iscrivere alle 150 ore perché non ha nemmeno la terza media...a un altro voglio fargli fare il corso di formazione professionale...fai la festa insieme, organizzi, però...la buona parte del tempo...si sta lì al muretto o si sta lì al pub o si sta lì in bisca...ecco, per me questo stare con loro era...molto faticoso...dico per me...per tutti gli altri della mia équipe...comprese le ragazze che venivano da Lutte...non hanno avuto lo stesso problema...sono stato l'unico a segnalarlo...dell'anno scorso...quelli di due anni prima la pensavano esattamente come me...forse anche perché avevano un percorso molto simile al mio...ehm...e lì una differenza l'ho sentita...appunto, perché in parte è un discorso di affinità...e questo vale in generale, come dicevo prima...c'era anche un discorso culturale...cioè, parlare di...una serie di cose...anche proprio banalmente come temi (sbuffa)...che, insomma, io dopo un po' lo trovavo un po'...fastidioso...noioso...ecco, onestamente...dico...>>.
Progetti futuri
Mariano conclude parlando dei suoi progetti per il futuro: <<...ed è questa la ragione che mi fa pensare per il futuro...non so se è il caso di continuare per me l'esperienza del lavoro di strada...perché quest'anno stiamo facendo un lavoro completamente diverso...siamo ritornati a fare tanti gruppi...in vista di...pure io ho preso alcuni ragazzi...e fanno il lavoro di strada insieme a me...che è una cosa estremamente interessante...proprio dal punto di vista teorico...li ho fatti entrare in équipe...e entrano all'associazione...fanno la riunione mensile di Eutopia...quindi un salto...che poi hai dei risultati anche molto concreti, ne riconosci anche il senso...però riparte un'altra volta da tutti i gruppi...in vista di selezionare un gruppo due, più in là...però personalmente io mi sto chiedendo...in versione futura...proiettato nel tempo...quando si tratterà di lavorare col gruppo due...se è il caso che io continui...in quella prospettiva...o se invece non è meglio che io...quest'anno continui a tenere un gruppo che si è formato dall'anno scorso...ormai quasi tutti l'hanno scelto, quest'anno perché c'ha una certa forza...e il prossimo anno fare qualcos'altro...io ho già un'idea di quello che vorrei fare...adesso ci penserò...di lasciare la fascia dei minori...perché per la fascia dei minori l'unico lavoro sensato è questo...e fare invece un lavoro con il mondo degli adulti...creando comitati, organizzazioni...che lavorano sui problemi del territorio...quindi lavorando proprio sui condomini o sulle strade...selezionando una serie di persone...che cosa si può fare...il verde...che possiamo fare noi...rapporti con le istituzioni...quindi facendo un lavoro, che...fare qualcosa insieme...come anche fare con un gruppo attività, diciamo...mi piace molto...organizzare qualcosa con loro mi piace molto...invece la relazione gratuita con il gruppo è una cosa che a me, ti ripeto, mi crea qualche problema di tenuta...>>.
4.3 Storia di Chiara
4.3.1 Presentazione del soggetto
Chiara ha 23 anni. E' nata a Lanciano, in provincia di Chieti. La sua famiglia è composta da padre, madre e due sorelle più piccole. Vive a Roma ed è iscritta alla facoltà di Psicologia come studentessa fuori sede. Abita con altri studenti universitari al quartiere Prenestino. E' fidanzata da quattro anni.
Chiara è cresciuta con la nonna. Ha un rapporto con il padre e con la madre che si può definire discreto, anche se conflittuale.
Da piccola ha svolto molte attività extrascolastiche come la danza, il canto, il teatro. Ha fatto parte degli scout per 5 anni, prestando, in questo ambito, anche assistenza a persone invalide.
A scuola, Chiara si impegnava molto nello studio. Ha frequentato il liceo classico ed ha lavorato sodo fino a quando, durante l'adolescenza, la compagnia di due amici l'ha distolta in parte dallo studio.
Chiara si è trasferita prima a Macerata, dove si era iscritta alla facoltà di Giurisprudenza, e poi a Roma, dove si è iscritta a Psicologia, con l'intento di specializzarsi in Criminologia. Vive a Roma da circa 4 anni ed in questo periodo di tempo ha cambiato casa parecchie volte.
Per non pesare troppo sui genitori che la mantangono agli studi, Chiara svolge qualche lavoro part-time.
Ha iniziato il lavoro di strada a Tor Bella Monaca durante la frequenza al corso di "Psicologia dello sviluppo" tenuto dal Professor Gerard Lutte, ma ha continuato anche dopo aver superato l'esame, perché si era trovata bene con il gruppo. E' nel lavoro di strada da circa un anno.
Per il futuro ha intenzione di cercare un lavoro che le permetta di rendersi maggiormente indipendente dai suoi genitori.
4.3.2 Protocollo dell'intervista
Ho contattato Chiara telefonicamente, tramite una comune amica che, avendo prima ricevuto il suo consenso, mi ha fornito il suo numero. Ci siamo sentite una settimana prima del nostro incontro e ci siamo date appuntamento davanti al C.I.S. di Tor Bella Monaca nel pomeriggio.
L'intervista si svolge in una stanza del C.I.S. adibita, in genere, al recupero scolastico. Anche gli altri due incontri si svolgono secondo la stessa modalità.
Chiara si dimostra subito disponibile verso di me, ma anche molto preoccupata rispetto al colloquio. Mi dice che il registratore le incute un po' di timore e mi chiede di farle delle domande, perché non si sente in grado di parlare a ruota libera. Allora le propongo di iniziare a chiacchierare del più e del meno con il registratore acceso e di decidere lei stessa quando iniziare a parlarmi di sé. Le dico anche che cercherò di farle qualche domanda senza interferire troppo con il suo discorso. Dopo una conversazione amichevole, facilitata dal fatto che entrambe studiamo Psicologia, Chiara si rilassa abbastanza da poter iniziare a parlarmi di sé.
Siamo sedute a tavolino, una di fronte all'altra e, nonostante ciò, Chiara, per quasi tutto il corso del nostro incontro, non riesce a dirigere lo sguardo su di me, si rivolge verso la finestra e si agita molto sulla sedia. Solo dopo molto tempo riesce ad aprirsi davvero e noto che anche il suo sguardo è diretto verso di me.
Per buona parte del colloquio mi trovo costretta ad intervenire per cercare di tranquillizzarla, dicendole che non è necessario che tocchi determinati argomenti se non vuole. Fortunatamente il colloquio si svolge senza intrusioni esterne.
Chiara racconta in maniera non molto lineare: salta continuamente da un argomento all'altro e ogni tanto si blocca chiedendomi se va bene quello che dice. Il linguaggio è abbastanza elementare, poco ricercato e quasi privo di termini tecnici. Chiara è, comunque, visibilmente presa dal discorso ed affronta anche argomenti molto personali.
Verso la fine del colloquio, Chiara si mostra evidentemente più rilassata e serena e si dice contenta di avermi aiutato e di essere riuscita a parlarmi di certi argomenti, cosa che all'inizio pensava di non riuscire a fare. Inoltre, sostiene che è stato un modo diverso di trascorrere qualche ora al di fuori dello studio. E' lei stessa a preoccuparsi di contattarmi per i nostri seguenti incontri.
4.3.3 Ricostruzione della storia di vita
Storia di Chiara
Chiara inizia il suo racconto dicendo: <<...mi chiamo Chiara, ho 23 anni, studio Psicologia...e sono nata a Lanciano in provincia di Chieti...una cittadina...ehm...borghese al massimo...ehm...gente straricca, aristocratica...ehm...45000 abitanti...ehm...credevo di amarla, ma quando ho conosciuto Roma...non che non l'ho amata più, però...mi sono innamorata di Roma in un modo straordinario...per cui credo di rimanere qui...vista la mentalità...sterile dei Lancianesi...perché, insomma, è una piccola cittadina...pure essendoci cresciuta...però, non ritengo...opportuno farci crescere i miei figli...viste le diverse realtà che offre una città come Roma...>>.
Chiara parla dei quartieri dove ha vissuto la sua infanzia: <<io ho praticamente vissuto vicino a mia nonna fino all'età di sei anni, era il quartiere storico...e lì...praticamente, insomma, stavo sempre con le mie amiche...però stavo sempre in giro...a livello di vita di quartiere...insomma, fino a sei anni non è che...però poi, quando mi sono trasferita nel quartiere in cui vivo tuttora,...diciamo, sempre c'è il fattore scoutistico,...ho cominciato a vivere il quartiere,...facendo poi volontariato con persone anziane, persone disabili...e in questo senso lo vivevo...organizzavamo animazione...>>.
Poi, Chiara passa a descrivere la sua famiglia: <<...io sono praticamente la prima figlia di...di tre...allora, io ho praticamente altre due sorelle...il mio papà fa l'autista, la mia mamma fa la casalinga...e...amo follemente mio padre...ehm...e questo fin da piccola...ehm...che ti devo dire?...(è molto imbarazzata e sorride)...non so...ehm...il rapporto con le mie sorelle...io ho due sorelle...una di 22 anni e l'altra di 17...dunque...quella di 22 anni ha un carattere molto chiuso, introverso,...è particolare, non è che...ho un rapporto, diciamo, stretto con lei, perché...poi, insomma, essendo molto chiusa...ed essendo molto attaccata a mia madre, i suoi segreti, diciamo così...li confessa a mia madre...anzi, ultimamente,...tornando spesso a casa, insomma, si è aperta un po' di più con me...forse anche perché ha visto che mi sono staccata dalla più piccolina...che è sempre stata il mio amore, diciamo,...poi è stata anche molto malata: a 14 anni è stata operata all'ernia del disco, proprio al Don Gnocchi...e quindi, insomma, sono sempre stata un po' più apprensiva nei suoi confronti...per il resto...non lo so...con mia madre ho un rapporto di odio e amore...sono sempre in continuo conflitto con lei...forse perché mi toglie un po' mio padre...però insomma, poi alla fine, è tranquillo...non è...è buono, è molto buono...>>.
Chiara continua dicendo: <<...da piccola...niente, io sono cresciuta praticamente con mia nonna...e...non perché mia madre non ci fosse o lavorasse, ma...volevo un bene incredibile a mia nonna...e...avevo un'amichetta...cioè lo sai che mi sembra proprio di...(è imbarazzata e bloccata)...sono basilari come cose? sono...(le rispondo di raccontarmi quello che vuole, quello che lei stessa ritiene più importante)...ah...va bene, allora...>>.
Chiara racconta delle sue varie attività nel periodo infantile e adolescenziale: <<...anche tennis...però il tennis all'inizio, così...poi ho lasciato...ho lasciato, più che altro, perché avrei voluto farlo a livello agonistico...e il livello agonistico...non posso fare sport perché...ho la pressione bassa per cui...non posso fare sport, non posso andare sulle giostre...me l'ha vietato il medico: mi s'abbassa la pressione...perché magari...poi io sono una persona molto sensibile, no?...per cui, che ne so, mi s'abbassa la pressione...e sulle giostre...m'ha detto che non ci devo andare...tante cose però...tante cose che non ho potuto realizzare...io da piccola facevo anche Ballo...e mamma mia,...Danza Classica,...mia madre però...mi ha...m'aveva segnato che c'avevo tre anni...e...poi però m'ha tolto di lì perché diceva...se lo devi fare tu, lo deve fare anche tua sorella...siccome non so, forse...mia madre non me l'ha mai detto, ma sicuramente,...per disponibilità economiche...e credo anche che sia una cosa giusta...o tutt'e due o nessuna...allora m'ha tolto...però dentro ce l'ho sempre una vena...così...artistica...>>.
Chiara punta l'attenzione su una particolare attività che l'ha segnata: <<...io ho fatto la scout...l'ho fatto per 5-6 anni...e...gli scout li ho fatti a Lanciano...negli scout ci sono entrata perché...mia madre era scout...faceva la scout...e quindi...sono entrata così, per gioco...ho detto: vediamo un po'...e poi irrimediabilmente sono rimasta...si dice: scout una volta, scout per sempre...a parte tanti problemi che si sono creati all'interno del gruppo, però...ti dà tutta un'emozione particolare: lo stare davanti al fuoco, il camminare per tanti chilometri...e poi sentire quegli amici...quei...fratelli...proprio tutti...è strano effettivamente...come...e io sono entrata a 14 anni e sono stata fino ai 21...insieme scout e liceo...io facevo tantissime cose...proprio iperattiva...lì ho fatto anche assistenza agli anziani e agli invalidi, negli scout...nel momento in cui, però, non ho dovuto farlo più,...perché c'è stato un periodo in cui dovevo farlo proprio per un mio iter formativo all'interno degli scout,...però ho continuato poi, nel momento in cui...infatti è stato proprio...la stessa cosa che è successa a Tor Bella Monaca: nel momento in cui non ho dovuto fare più il seminario, però sono rimasta...e così lì...m'aveva spinto...che loro mi davano molto...sono persone che...in quelle condizioni non è facile ridere, non è facile dire: è bella la vita...non è facile andare avanti...e, tante volte, vedendomi di fronte a dei piccolissimi problemi miei, che io rendevo enormi,...vederli, così, vivere...mi davano una forza...loro che davano la forza a me...incredibile...mi hanno dato tanto...dai 16 ai 18 ho fatto quest'esperienza...>>.
Chiara conclude questa parte del suo racconto dicendo: <<...ho fatto tante cose che però non...cioè alla fine però non sono arrivate a niente...mi rendo conto...che,...a parte lo studio,...che è la cosa che credo...sappia fare meglio,...ehm...cioè non che magari...ho sfondato in campo tennistico...oppure,...che ne so,...mi so' data...al teatro o...a qualcosa di questo genere qui, no?...il Ballo...il canto...no, il canto forse no...sono meno portata...c'è mia sorella che è favolosa...quando canta...ehm...sai che cosa dice mio padre?...chi sa fare tante cose, non sa fare niente...per cui...ti dico...lo dice in generale...>>.
Parlando delle sue idee religiose in rapporto all'impegno come scout, Chiara dice: <<...il mio rapporto con la religione non è molto...cioè io credo...però...una cosa fondamentale è che...che io credo a Dio tramite la natura, tramite gli animali, i campeggi, l'erba...però se ti devo dire che sono proprio di quelle accanite, credenti, no...perché poi mi danno fastidio molto i rituali cattolici, quelli non li sopporto...cioè io vado a messa tranquillamente, però...non so...baciare il bambinello a Natale oppure andare alle processioni...non li sopporto, però credo,...io credo molto ai Santi...San Francesco...io lo sento dentro questo Santo...ma credo che tutti lo sentano più degli altri...è un Santo molto attuale...è strano...il fattore religioso...che si ricollega agli scout...quindi...allo stare insieme come gruppo...sono cattolica...praticante, no...c'ho i miei momenti...così...beh, come tutti...come la maggior parte dei giovani credo...che hanno i propri momenti...di...vanno a messa...poi non ci vanno...sinceramente in questo periodo sento il bisogno di riavvicinarmi alla Chiesa...ma...all'interno di un gruppo...perché...c'ho bisogno perché...sto praticamente...non demotivata...però...però riavvicinarmi alla Chiesa...magari anche all'interno di un coro...di...di qualcosa che mi possa aiutare...poi il canto è...io mi sfogo quando canto,...ballo, ma poi...ti esce tutta quella...poi con la chitarra,...la chitarra la strimpellavo...ma l'ho lasciata e non mi ricordo niente...per cui avrei voglia proprio di ricominciare a fare qualcosa di nuovo e di diverso...no?...>>.
Rispondendo ad una mia domanda sulle sue idee politiche, Chiara dice: <<...non mi sono mai interessata di politica...non ho mai...non rientro proprio nell'ottica assolutamente...a livello di informazione sì, però, per il resto, niente di...è mia sorella che si interessa molto di politica, la più piccolina,...però, anche non interessandomi molto di politica, le ho inculcato, non so per quale motivo, uno spirito comunista...forse perché sono molto...rivoluzionaria...almeno a casa dicono che sono così...comunque sono di sinistra, sì...>>.
Parlando delle sue scuole elementari e medie, Chiara dice: <<...io ho trascorso un'adolescenza tranquillissima...ehm...non è che ho da dire niente di straordinario sulla mia adolescenza visto che...l'ho vissuta tranquillamente con...i miei genitori, i miei nonni...ehm...scuole elementari, medie tranquille...mah, le scuole elementari non sono state segnate da particolari...eventi...semplicemente andavo bene a scuola, avevo tanti amici e...poi mi ricordo una cosa particolare...che...inventavo parecchi giochetti...facevo ogni giorno...mi mettevo,...di pomeriggio, dopo che avevo fatto i compiti,...ehm...che ne so?...portavo dei piccoli premi a scuola,...facevo delle domande, no?...facevo mettere in fila tutti i miei compagnucci, poi insomma, chi indovinava 'ste domande inerenti...forse ai cartoni animati,...vincevano un biscotto oppure una caramella...e la maestra era molto...guardava positivamente questa...questa cosa...le medie...né le elementari, né le medie...semplicemente ho avuto un particolare tipo di affetto nei confronti del mio professore di Italiano, che mi ha fatto amare poi il Latino, il Greco...e infatti io...da lì...anche perché un tempo si usava fare Latino alle scuole medie, adesso non s'usa più...però lui, vedendo questa mia passione,...mi faceva andare da lui il pomeriggio a fare Latino...quindi ho preso il liceo classico...>>.
Parlando della sua adolescenza e in particolare del passaggio dalla scuola media al liceo, Chiara dice: <<...allora...alla scuola media...allora,...la grande decisione:...dovevo decidere se andare al liceo magistrale o al liceo classico...il liceo classico,...l'avrei scelto non per me...ma...soprattutto per...per i miei...ma non per un volere dei miei,...perché vedevo che i miei ci tenevano in particolar modo e quindi...e ricordo...io volevo andare all'istituto magistrale, però,...ad un certo punto,...io, un giorno, dovevo andare a trovare la mia maestra e dovevo dirgli...che cosa...no, il mio professore di Italiano delle medie,...e dovevo dirgli che cosa avrei scelto...tra il classico e l'istituto magistrale...e stavo sulle scale e allora mia madre mi ha chiesto: ma che cosa gli dirai al professore d'Italiano?...e io...non sono stata...non c'ho pensato nemmeno...mi sono girata verso mamma e gli ho detto: il liceo classico...poi mia madre chiude la porta...mia madre poi, insomma, è sempre vissuta in questa cittadina provincialissima...per cui il liceo classico è visto...allora, sento mia madre che dice a mio padre: il liceo classico...e da lì è partita tutta...infatti io credo che proprio da lì sia partito il mio...malessere nei confronti di mio padre,...che in un certo senso mi ha sempre costretto a fare quello che io non volevo,...e amore folle nei suoi confronti...e non riesco a rendermi conto del perché, però...perché mio padre,...in modo sottilissimo e finissimo,...mi faceva sempre capire quello che...che voleva lui...>>.
Poi Chiara parla del percorso che dal liceo classico l'ha portata all'università: <<...allora, io praticamente ho fatto il liceo classico,...non tanto per mia madre perché,...ma per mio padre,...l'ho fatto in maniera...non brillante, però...primeggiavo nelle materie...umanistiche: Italiano, Greco, Latino...per cui...e mi sono innamorata in modo spasmodico di queste materie...al che avevo deciso...di...fare Giurisprudenza per fare Criminologia...a Macerata...no, inizialmente a Teramo,...ma non l'avevo deciso io, l'aveva deciso mio padre,...perché a Teramo c'era mia cugina...cos'ha fatto?...ha preso casa, ha pagato due mesi,...mi stava facendo l'iscrizione,...però a un certo punto io gli ho detto: papà, ma che cosa stai facendo...io volevo andare a Macerata che c'era una mia amica...e lui...lì...così tutto d'un botto...ha detto: ma io sto facendo tanto per te, tanti sacrifici...ehm...che cosa ti pensi?...poi ha riflettuto e allora, effettivamente,...io ho fatto da solo tutto quanto, lei non ha avuto nemmeno la possibilità di scegliere...e mi ha...allora, io mi sono iscritta a Macerata...sono stata lì un anno...un anno stupendo, meraviglioso, con la mia migliore amica,...mi ero informata male però...perché, per fare Criminologia, avrei dovuto prendere Psicologia...ehm...però...alla segreteria di Macerata mi avevano detto che avrei potuto studiare il criminale, giustamente, solamente dal punto di vista penale...e non da quello...dal punto di vista psicologico...mi avevano detto che non c'era nessunissima specializzazione...e quindi...allora, io che cosa ho detto?...allora, mo' io divento avvocato,...farei 365 giorni all'anno,...mi alzerei,...non sarei io,...ma sarei una donna frustrata pur facendo l'avvocato e pur prendendo tantissimi soldi...allora mi so' fatta coraggio...e, avendo l'appoggio di un amico mio qui a Roma,...quest'amico mio aveva preso casa insieme alla ragazza anche per me,...con l'appoggio...con la complicità anche di mia madre, però...io dovevo dirlo a mio padre...assolutamente...(si blocca per un istante)...è stata mia madre a dirglielo...e...(abbassa il tono della voce e sembra molto dispiaciuta e triste)...mio padre mi rinfaccia ancora...quel momento, quel periodo...che...io praticamente gli ho dato una coltellata,...l'ho ucciso moralmente,...sta di fatto che...avevo perduto la stima...la fiducia di mio padre...e forse anche un po'...d'amore...da parte sua...>>.
Chiara racconta poi del suo arrivo a Roma e del primo periodo che vi ha trascorso: <<...e me ne sono venuta qui a Roma...e lui...lo sai come mi chiamava?...a casa?...l'avvocato, il mio avvocato...e quindi...praticamente...allora, me ne sono venuta qui...e ho lottato in un modo incredibile...ho detto: io sto facendo quello che voglio...ehm...ti dispiace se non ti guardo negli occhi?...(le rispondo di fare come vuole, di non preoccuparsi e le chiedo se le dispiace se mangio una caramella)...assolutamente, anzi mi metti a mio agio così...tranquillamente...(le rispondo che anch'io sto cercando di mettermi a mio agio, e lei prosegue il racconto)...ehm...dunque...praticamente...siccome io sono venuta con...allora sono stata qui con...un mio amico, la sua ragazza e il fratello della sua ragazza...ho passato un anno bruttissimo perché poi...per una serie di fraintendimenti...che loro m'avevano detto delle cose che poi non era...insomma una di quelle convivenze un po' burrascose...ehm...>>.
Il primo periodo di Chiara a Roma finisce con una crisi che la porta a tornare a Lanciano dai suoi genitori: <<...ho finito per prendermi un esaurimento nervoso,...per dare soltanto due esami,...per non riprendere casa il semestre successivo...e ritrovarmi proprio senza niente...e mio padre...insomma, questa cosa me la rinfacciava tutti i giorni...perché io sono tornata a casa,...il mio ragazzo stava qui perché stava facendo Ingegneria,...un ragazzo che avevo conosciuto agli scout...e lui era venuto a studiare qui a Roma...e...io stavo malissimo...>>.
Chiara racconta del suo ritorno a Roma: <<...e allora...poi a un certo punto mio padre ha detto: no, tu così non ci puoi più stare,...riprendi la casa...il semestre...insomma, io sono venuta a gennaio...quel semestre lì...io, praticamente, non mi sono assolutamente ambientata, perché stavo a casa a studiare "Psicologia generale"...né frequentando persone, né andando all'università...né facendo niente...e mi sono fatta uno o due esami, forse, ah...sì, uno o due esami...proprio pochissimi...e mi sentivo male, e mi sentivo in colpa...e, con mio padre che me lo rinfacciava sempre,...ehm...l'estate...ho lavorato in uno stabilimento balneare...ho lavorato ed ho guadagnato un bel po' di soldi...e sono tornata a casa proprio...qui e ho detto: ah! così mi pago tutto io!...ed era una soddisfazione incredibile...perché non dovevo sentire mio padre che mi rinfacciava...né i soldi e né...praticamente il fatto...perché giustamente, quando lavori, poi, puoi permetterti anche di...prima di tutto, di non fare un esame, di andarti a comprare una cosa, di...rifiutare un voto basso...io, così, con i soldi di mio padre, il voto basso non lo rifiuto...perché, giustamente, quello mi dice: oh, ma tu stai lì, ma quando ti sbrighi?...è una cosa incredibile...e quindi...>>.
Chiara racconta del cambiamento positivo che ha vissuto lo scorso anno: <<...insomma, poi...l'anno scorso...la svolta della mia vita:...ho conosciuto Lutte,...m'ha fatto vedere le cose da un punto di vista completamente diverso...cinque esami...con tutto che ero rappresentante del seminario,...che stavo qui,...che giravo...e insomma, ero iperattiva...ehm...perché poi, insomma, stavamo sempre con lui alla Magliana...ci spostavamo varie volte, per cui era...un'esperienza completamente diversa...quindi, qui stavo rivivendo anche un po'...l'esperienza scoutistica...cioè la cosa principale...il fatto primario...prioritario di questo fatto qui...che io mi sentissi meglio e che io ho dato praticamente cinque esami...è che io...amavo primeggiare...e amo primeggiare tuttora...per cui...al liceo...praticamente, palestre di qua, tennis, scout ehm...ero qualcuno...mi sentivo qualcuno...poi, con Lutte,...ero tornata ad essere qualcuno e ho dato cinque esami...>>.
Chiara parla delle sue amicizie e delle difficoltà nel rapporto con gli altri: <<...no, lo sbaglio mio...se riguardo indietro...è quello...di non aver mantenuto delle amicizie importanti...persone significative...ehm...amiche particolari...effettivamente mi rendo conto di non aver...fatto in modo che magari queste amicizie...potessero diventare qualcosa di più profondo...ma...ehm...l'amicizia...l'amicizia è...veramente qualcosa di incredibile...l'amicizia più bella che abbia mai vissuto è quella...ehm...con due ragazzi...che poi è praticamente il ragazzo che...mi ha aiutato a venire qui a Roma...e ho vissuto quest'amicizia all'età di 16, 17 anni...sì, 16, 17, 18, almeno questa età...ehm...stavamo sempre insieme,...vivevamo in simbiosi...ogni cosa,...lui era un pittore...uno di loro era un pittore, non il mio migliore amico...quello di Roma...ehm...non so se...conosci qualche...pittore,...sono tutti un po' particolari,...per cui fai con loro delle cose...ehm...non trasgressive, però...cose particolari che magari all'età di 16, 17 anni, nemmeno ti sogni di fare...ma cose divertenti, cose...ehm...cioè all'età di 16 anni e loro ce n'hanno 22, 23...anche il cantare a squarciagola in mezzo alla strada,...ti sembra particolare per cui...oppure andare a mangiare nei pub, facendo la colletta lì dentro...per mangiare, così...quel panino diviso in tre...è qualcosa d'incredibile, vissuta a quell'età...ehm...e poi si leggevano poesie...ehm...si leggevano sulla riva del mare...insomma...e quel periodo vivevamo un po' così...e quel periodo, proprio, mi ricordo che, non ho studiato per niente...il mio professore di Italiano una mattina m'ha detto: Chiara, questo periodo non stai studiando più,...ma io so con chi vai...mi seguiva...giustamente lui diceva...qua non rende più...vediamo che cosa sta succedendo...ehm...ah...no, non è durata due anni...quest'amicizia è durata un anno...ed è finita quando...il padre di questo pittore si è ucciso...si è sparato...alla testa...(sembra molto dispiaciuta ed abbassa il tono della voce)...e da lì è finito proprio tutto...non ci siamo visti più, io questo ragazzo non l'ho visto più...ehm...dopo 4, 5 anni l'ho rivisto che stava...praticamente a Tiburtina...io stavo aspettando una mia amica...che doveva tornare qui a Roma...ehm...lo chiamai...lui stava seduto e m'ha detto...l'ho chiamato e gli ho detto: Luca sei tu?...allora lui si è alzato, m'è venuto vicino e m'ha detto: credevo che non t'avrei mai più rivista...m'ha abbracciato forte forte...ma...guarda...perché poi quando vivi...certe cose con loro...e dopo quello che era successo...che tu non l'avevi visto più...al suo funerale era lui che...al funerale del padre, era lui che consolava noi...ehm...insomma quelle...amicizie adolescenziali che ti segnano e che...ti restano...e poi, insomma...io sono andata a Macerata...e quest'amico mio era venuto...l'altro però...era venuto a fare Ingegneria qui...ehm...poi da Macerata, insomma, ci sentivamo e...il pittore non si sapeva che fine aveva fatto...aveva fatto...insomma, una vita un po' così...particolare...e poi era venuto qui a Roma...ehm...però insomma...poi lui si è messo con questa ragazza...quello che faceva Ingegneria, si è messo con questa ragazza...per cui...diciamo che, il rapporto che c'era tra noi due...è finito...lei gelosa di non si sa che cosa...(si blocca ed abbassa il tono della voce)...è andato tutto a rotoli...soprattutto durante la convivenza, perché poi...effettivamente, è meglio andare a vivere con persone che non conosci...e che scopri...pian piano...che non con persone che conosci perché...la convivenza...con persone che...non conosci...è quella diretta...non ti piace qualcosa di loro?...guarda, io faccio così...tu fai colà...cioè io c'ho la mia vita, tu c'hai la tua vita...quando sono persone che conosci, loro si sentono autorizzate a dirti quello che devi fare...cioè non...cioè no...sbaglio...quando ci sono persone...insomma...convivi con persone che conosci...tendi...anche quando...non ti va bene qualcosa...a dire...vabbe'...in mente tua, dici...vabbe', è lui, sta a posto, è inutile che...io...però lui d'altro canto...siccome non gli andava bene che stavo con...con questo ragazzo con cui sto adesso da quattro anni, che diceva che non andava bene per me...lui...ha sempre professato il fatto che io fossi una persona particolare...e che avessi bisogno di una persona particolare...il mio ragazzo non è una persona...a detta sua, particolare...per dirti, io sono una persona molto...e beh, a quell'età giustamente...persona iperattiva, facevo di tutto, di più...il mio ragazzo è una persona molto tranquilla...non è che andava cercando chi sa che...tranquillità dei sensi, proprio...poi diceva: lui non è per te, non fa per te...per cui...ah, ti volevo fare una domanda: ma quando parlo sono...vado da una parte all'altra? cioè...sono lineare?...no, perché mi serve...mi serve anche per lo studio...(le rispondo che sono due cose diverse: il parlare di un argomento specifico e il raccontarsi; che è normale che, dovendo raccontare gran parte della propria vita, si passi da un argomento ad un altro con molta facilità; lei non sembra soddisfatta della risposta)...no, perché io mi sento confusa adesso...sicuramente mi sentirei confusa...allora, io quando parlo mi sento che vado da una parte all'altra...(le dico che è normale che sia così e di non preoccuparsi; sembra rassicurata e continua il discorso)...e quindi...no ma effettivamente poi...non è che...sinceramente so...che non va bene per me questo ragazzo...io lo so...perché...e quindi...e poi...niente...è finita l'amicizia, ti stavo dicendo...con questo...con questi due ragazzi...vabbe' l'altro ragazzo, quello di Roma...dopo quello che è successo a casa...non ci siamo più visti e non ho intenzione più di vederlo...sento di volergli moltissimo bene, però non voglio assolutamente...perché...perché mi sono resa conto che lui non era come...come credevo fosse...e perché io credo che, insomma...anche lui non mi voglia più...rivedere, perché...s'è reso conto che non ero come lui voleva che...io fossi...perché lui voleva che...cioè lui diceva: sei una persona particolare, così e così, così e colà...e tu ti meriti quello, e tu quell'altro...sì, tu me lo puoi dire perché sei mio amico, però...fino a che punto poi?...poi ci si metteva pure la ragazza per altri...motivi, quindi...non...la ragazza fa Psicologia...e ogni tanto la vedo...così, mi viene...(sbuffa)...uno spasimo...non ci siamo mai più parlati...la saluto con un sorriso...larghissimo...quando la vedo, però...insomma, in un certo senso la odio perché m'ha fatto...proprio tanto male...anche se l'odio, insomma...è un bruttissimo sentimento...>>.
Chiara parla ora del suo attuale fidanzato: <<...è effettivamente una persona troppo calma...troppo tranquilla...però...quando stai fuori...quando torni a casa, quel po' di tempo che c'hai,...non pensi che...le cose debbano cambiare e che bisogna...rimettere in gioco un certo rapporto,...pensi semplicemente che stai bene con lui...e che è inutile che...magari, cambi qualcosa di questo rapporto...o cerchi di cambiare lui perché poi, alla fine,...se tu gli vuoi bene, se tu lo ami...quello deve rimanere, quello è...almeno io così la penso...se tu lo ami, lo ami per quello che è...puoi smussare qualche lato del suo carattere, ma è inutile che lo stai a cambiare...tanto vale che rompi e basta...abbiamo convissuto insieme per un periodo...però...io ci credo nella convivenza...è un ottimo modo...un modo buonissimo per...capire effettivamente, per conoscere com'è la persona...però poi alla fine...se un domani io deciderò di lasciarlo...perché adesso...a volte...sento di volergli un bene incredibile...altre volte sento di...di non amarlo affatto...altre volte lo ritengo responsabile dei miei malesseri...perché lui mi vizia tantissimo...e il fatto di...di viziarmi fino al punto di...effettivamente...come io debba reagire magari in un determinato...magari...ehm...che ne so, sto sbagliando in una situazione...e lui non mi dice che sto sbagliando...e invece io ho bisogno di sentire che lui è duro nei miei confronti...ho bisogno che lui...mi dica male in quel momento, che lui mi dica: guarda stai sbagliando, non lo devi fare...e invece lui no...cioè me lo dice rarissime volte e...non cresco così...io c'ho bisogno anche di...di confrontarmi...cioè soprattutto con lui...>>.
Chiara continua a parlare delle sue difficoltà nel rapporto con gli altri: <<...poi...altre amicizie,...a parte le amicizie scout, che...io avevo moltissimi amici uomini...con i ragazzi puoi...puoi confrontarti con loro...in modo più libero, più spontaneo,...invece le ragazze sono...la maggior parte sì...ehm...sono complici, sì,...è vero, moltissimo,...ma sono...cioè, sarà un luogo comune, sarà stupido anche dirlo, però sono tutte...gelose...la maggior parte sono tutte gelose...per cui...c'è sempre...in qualunque...di qualunque argomento stai parlando...c'è sempre la gelosia di mezzo...senti sempre che l'altra magari...ti punzecchia per...qualche motivo...cioè, dipende pure da come tu ti poni poi, nei loro confronti...cioè io,...per partito preso, mi...mi pongo...come la corazza, come...un...perché sono...perché giustamente...chi meglio di te lo sa?...se da piccola sei stato sempre attaccato...hai dovuto sempre far fronte a responsabilità su responsabilità...quindi ti senti anche di...e poi mio padre...che...cioè sì...io non è che do la colpa a lui per come sono adesso, però...effettivamente, mio padre da piccola che mi diceva: tu non ti devi far mettere i piedi in testa da nessuno,...tu devi essere più forte di tutti, tu...stiamo scherzando?...io ho sviluppato una certa aggressività...io non sono assolutamente aggressiva, ma se l'ho sviluppata...anzi sono una persona,...senza false modestie,...molto buona, molto...ehm...riesco ad essere anche molto dolce, però...cioè, sono aggressiva e non voglio esserlo...e ci sono stati dei...cioè, se lo sono...a volte, quando racconto a mio padre alcuni episodi,...li racconto come per...compiacerlo del fatto che io...mi faccio rispettare oppure che...non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno...è un meccanismo un po'...però mi fa male questo...(si rattrista e abbassa lo sguardo)...mi fa male perché...mi pesa tanto...perché io a volte vorrei essere diversa...perché mi sento...proprio una sorta d'angoscia...addosso...io me le sento proprio sulle spalle, ma mi pesano in un modo incredibile...io fin da piccola avevo responsabilità di tutto...di tutto...poi sono arrivata a quest'età che...proprio, io credo non possa essere diversamente...non potrei essere diversamente...però ti segnano...ti segnano veramente...ehm...sai com'è?...che all'inizio quando mi conoscono, mi odiano,...poi però...cioè si rendono subito conto che sono,...non un cagnolino, però...se voglio farmi rispettare...cioè, il rispetto nel vero senso della parola...cioè, il rispetto che esiste tra due individui, tra due persone,...assolutamente sì, perché il rispetto è la prima cosa,...io te lo do...proprio come persona,...in modo indiscriminato,...tu me lo devi dare, perché sono una persona...e su questo non si transige...però...cioè, in fondo non sono né aggressiva, né...io voglio...voglio apparire aggressiva perché...ehm...mi fanno troppo male...ehm...mi hanno fatto troppo male tante persone...e mi hanno fatto anche troppo male...ehm...non voglio dire mio padre, però...mio padre...giustamente me lo fa senza volerlo...è per questo, cioè...mi pongo in maniera aggressiva...per non ricevere altre batoste...sì, però...cioè, io sono anche tanto insicura per cui...è vero che...giustamente, è la prima impressione che do, perché poi quando mi conoscono...subito...cioè, tutti me lo dicono: oddio, chi sa che sembravi?...poi così...che guardi brutto, che non...però poi...sono una persona molto...tranquilla nel vero senso della parola...e poi io...>>.
Chiara racconta di due particolari esperienze molto traumatiche che l'hanno segnata: <<...ci sono ancora...diciamo che...a parte mio padre, a parte gli amici...le persone che mi hanno fatto male...che...giustamente quando ricevi del male, non è che lo ricevi soltanto perché loro ti vogliono fare del male...assolutamente no, perché...qualcosa hai fatto pure tu, no?...ehm...e ci sono 'ste due cose, no?...ehm...beh...il fatto di non riceverle...di non voler ricevere male, però poi...ehm...però io...ho un'esperienza bruttissima...ehm...diciamo...di violenza...ehm...ehm...no, sono due le...esperienze brutte...ma una...una...preferisco non...non parlarne...l'altra...avevo forse...nove o dieci anni...stavo passeggiando con mia sorella e...una mia amica e...stavamo andando...in un quartiere...è un quartiere storico di Lanciano...e incontriamo un...diciamo...un pazzo...un ragazzo di 14, 15 anni...e allora m'ha preso la testa...e me l'ha sbattuta al muro più volte...ed io che piangevo perché gli dicevo:...no, no, per favore no,...ma lui rideva e mi continuava a sbattere la testa al muro...e questo credo che me lo ricorderò per tutta la vita...e l'altra...l'altra m'ha segnato completamente...l'altra non...(le dico di non parlarne se non vuole)...no, semplicemente...ti spiego un po' i sentimenti...che mi provoca l'altra...è che...è colpa mia...no, è stata colpa mia...sì, è per questo che io dico...ho bisogno proprio di qualcuno...infatti, guarda, tante volte...c'avrei bisogno di parlare con qualcuno che possa...affrontare...che possa affrontare dei sentimenti che potrei scatenare, nel momento in cui...io possa riuscire,...davanti a questa persona specializzata...che mi possa veramente aiutare,...possa riuscire proprio...a tirarmi fuori...a...finalmente a piangere...a razionalizzare e a capire che non è colpa mia...a capire che io non ho fatto niente...dio mio...era terribile...io credevo di morire...io credevo di...di non riuscire ad andare avanti...il momento proprio...credevo di...stavo morendo...io stavo morendo...cioè è stato veramente...se io...io però...ho bisogno di raccontarlo perché devo riuscire a razionalizzare in ogni modo quest'esperienza...e capire che non è stata colpa mia...e comunque fra tutte le altre responsabilità che ho...mi addosso anche questa, capito?...però poi...e con tutto che...ehm...però il...è il rapporto particolare che ho con mio padre...non voglio...guarda assolutamente, non voglio colpevolizzare...quel povero cristo di mio padre...però...cioè effettivamente me ne...cioè senza saperlo, me ne addossa proprio tante di...di cose...però sai che penso?...dico...se loro c'hanno tutti 'sti problemi...non dipenderà da me?...penso anche ai loro...problemi...>>.
Chiara continua a parlare dei suoi problemi cercando di trovarvi una spiegazione: <<...sai qual'è il punto?...che...mi metto sempre nella condizione...di...come se io non riconoscessi mai i miei meriti...perché sono stata abituata...giustamente...a non riconoscerli...capito?...insomma tu,...se da quando sei piccola,...ti inculcano...cioè, allora...io, praticamente...mi pongo in maniera...così aggressiva, così contrastante...ehm...da quando mi hanno fatto male...non mi pongo più in modo...aperto, estroverso...ehm...probabilmente dall'età di 10, 11, 12 anni...da quando ho cominciato a capire che...mi potevano far male...che c'erano persone che mi facevano male...e quindi ho cominciato a mettere questa corazza...mi addosso tutte queste responsabilità...sto con la mia corazza...tiro fuori la mia aggressività...nel momento in cui vedo che qualcheduno si sta azzardando...a farmi male...faccio in modo, così, che non...che non mi facciano male, però...il male a volte lo ricevo lo stesso...perché non è di certo facendo vedere che io ho una corazza iniziale...perché poi questa corazza, insomma...t'ho detto che...è semplicemente iniziale...non è facendo così, semplicemente che...perché...insomma, è nel rapporto con le altre persone...ma non male...è che ci rimani male...per qualche motivo, così...perché pensi che questa corazza ti possa far stare tranquillo...ti possa...che ne so...ti possa far non piangere per qualche motivo...forse è questo, però...ripeto...l'ho messa...ho detto: c'è bisogno di qualcosa...c'è bisogno di...un'armatura...da quando ho cominciato a vedere che...ricevevo male...>>.
Chiara descrive la sua situazione attuale: <<...quest'anno mi sento una specie di cacca proprio...perché...sto studiando per dare Fondamenti...e...tutto è finalizzato a Fondamenti...ehm...però...guarda...fortunatamente c'ho Tor Bella Monaca...perché all'università nemmeno ci sto andando...e il fatto che...mi sono messa lì e sono stata in crisi due settimane a pensare che indirizzo dovevo scegliere...che cosa sarebbe stato più giusto per me...perché poi l'indirizzo...io lo sceglievo non tanto in base a quello che volevo fare io...ma quanto a...l'indirizzo che...mi avrebbe portato a finire prima l'università...però così...torno a...prima di tutto, a scendere a compromessi con i soldi...e a scendere a compromessi con mio padre...allora, tanto vale che facevo l'avvocato...cioè io alla fine mi ritroverei a fare...almeno, io mi sono informata bene, insomma...con l'Evolutivo che cosa vado a fare...la cosa migliore che potrei andare a fare è lavorare in un tribunale di minori...nel sociale allora...però, capito?...è questa cosa qui...>>.
Parlando dei suo problemi, Chiara dice: <<...sarà che effettivamente con quest'esame...sto dalla mattina alla sera a studiarlo...per cui non esco se non per andare all'università oppure per venire qui...veramente e poi...non ho voglia di uscire perché...ho voglia di fare cose che siano costruttive, che siano...che mi diano...per cui uscire...anche se sto con gli amici, non mi dice proprio niente in questo momento...in questo periodo...per cui...non è interessante...>>.
Chiara continua a parlare del rapporto con la sua famiglia: <<...sono assillata proprio dal fatto che mio padre mi mantiene qui...con tutto che io sono andata a lavorare, con tutto che ogni tanto qualche lavorino me lo faccio...vado anche a pulire per le case, così...comunque con tutto questo, però sono...influenzata moltissimo da lui...più che altro perché penso, giustamente, a tutti i sacrifici che fa...e poi mia madre, che fa la casalinga, per cui...le mie sorelle non lavorano...una è disoccupata e l'altra sta...fa ancora la scuola, insomma...pure l'altra...la più piccola che c'ha...la più piccola, ce n'ha 18 quasi, di anni, ad aprile...c'ha intenzione di venire a studiare qui, musica...sai certe volte che penso?...io penso che...è il fatto che, se non stanno bene loro, non sto bene neanche io...lo sai che tante volte mi metto sui libri a pensare a...quanti sacrifici fanno i miei, a quello che passano, a quello...allora io sto lì...che sono proprio...non riesco magari a rifiutarli...che sì, gli esami li faccio, c'ho pure una buona media...e...ogni storia è a sé...ogni esperienza particolare...io ho avuto un'esperienza particolare per cui non posso dare delle colpe...cioè, è vero che...perché io me le sto sempre a dare le colpe,...me le do perché me le dà mio padre,...per cui sto sempre a colpevolizzarmi di tutto...sempre...ehm...solo che adesso sono stufa e ho deciso proprio di,...non di pensare soltanto a me stessa,...ma di cominciare ad essere più obiettiva e a razionalizzare quello che ho vissuto perché non posso...sentirmi sempre colpevole di tutto...capisci?...>>.
Chiara descrive meglio i suoi problemi attuali: <<...per cui non è che posso...e comunque...a mio padre...sì, gli fa piacere...però dice: l'importante per me è che fai gli esami...quindi, quando ti dice così...e lui non mi chiede nemmeno che esame...stai preparando, che esame devi dare...e così...semplicemente, per lui è importante che io lo faccia...e questo mi fa capire che vuole che mi sbrighi...però è difficile, perché...io sto fuori e, quando mi danno tanti soldi per stare fuori,...un minimo di spiegazione glielo devi dare...perché tante volte...veramente una volta...io ho contestato...Fondamenti l'ultima volta...che è stato a ottobre...non ci sono andata perché la mattina c'avevo la febbre...ad un grado altissimo...allora...niente, ho telefonato a mio padre e gli ho detto: guarda papà, io non ci sono andata, c'avevo la febbre e così...non è che loro non capiscono anzi, capiscono perfettamente...loro...ehm...non mi direbbero assolutamente niente se riportassi un
Chiara continua a raccontare dei suoi problemi con i genitori, cercando una possibile soluzione: <<...cioè io sai che cosa penso?...penso che il modo migliore per sbloccare questa situazione...cioè, questo mio sentirmi in colpa...questo affanno,...mi devo sbrigare,...è cercarmi un lavoro,...un lavoro mensile che mi dia...anche quelle trecento, quattrocentomila lire al mese che io so che...se faccio un esame e mi mette 23, 24 lo rifiuto...e gli dico a mio padre: oh, cioè io, in fondo, me lo sto guadagnando, capito?...>>.
Lavoro di strada
Chiara spiega come è maturata in lei la scelta del lavoro di strada: <<...ho scelto il seminario perché,...guarda,...sinceramente,...non c'è stata nessun...nessuna...tipo di riunione...di presentazione dei seminari...e quindi, mi era sembrata una cosa come...non so...arriviamo noi, facciamo, diciamo...mi ero rappresentata un'immagine di Tor Bella Monaca con bambini in mezzo alla strada, tipo...una Napoli di quelle...e allora ho detto: ma, proviamo...mi ha ispirato...e poi sono stata scelta tra i tanti che poi avevano optato per questo seminario...>>.
Chiara spiega che, riguardo al lavoro di strada, è in accordo con i suoi genitori: <<...per il fatto del lavoro di strada i miei...sono tranquilli,...sono veramente molto tranquilli,...sono contenti perché io, a casa, parlo molto di...di loro,...di Tilde,...di come mi sono trovata...>>.
Chiara parla del lavoro di strada paragonandolo alla sua esperienza come scout: <<...faccio lavoro di strada da un anno...l'anno scorso...quando praticamente ho cominciato a fare il seminario di Lutte...e poi mi sono affezionata...prima di tutto, sono rimasta perché mi sono affezionata a loro...e poi, perché...m'ha dato tantissimo,...m'ha dato proprio tanto...il fatto che avessi bisogno di...ehm...di dare qualcosa agli altri...anche perché, paragonata agli scout, è una cosa completamente diversa...perché lì magari...a differenza di qui, che ci sono riunioni tecniche,...lì era...praticamente...sì, si facevano le riunioni...però poi si partiva, si usciva...si stava fuori, si stava insieme...e la cosa che c'accomunava, poi...che accomuna sia il lavoro di strada che gli scout,...è l'amore per la strada...cioè noi, praticamente, facevamo comunità nella strada,...era proprio sulla strada,...camminando 30, 40,
Parlando del suo primo impatto con il lavoro di strada e del suo rapporto con gli altri operatori, Chiara racconta: <<...e poi il lavoro di strada...prima di tutto, mi sono affezionata a Tilde, che è una persona straordinaria...e poi, l'anno scorso, ho lavorato con Mariano,...siamo state io e un'altra ragazza...e...Mariano,...ma, effettivamente,...Mariano fa questo lavoro, mi sembra, da...sette....sei, sette anni...e mi sono resa conto che c'ha una passione fortissima per questa cosa qui,...ne parla in un modo incredibile,...c'ha tutta una cosa dentro particolare che lo porta...è una specie di missione...e,...però, è anche molto tecnico,...molto...non parla mai degli affari suoi...il fatto è che, magari, certe volte, c'avevi dei problemi tuoi...che...ti rendevi conto che c'avevi proprio bisogno di parlare con lui...di parlare anche con qualcuno che certe cose...che poi lui è veramente una persona...prima di tutto, colta...ma poi, insomma...c'ha parecchia esperienza, per cui ti può consigliare...effettivamente certe volte, che magari volevo consigliarmi con lui, poi mi ritraevo, perché vedevo che lui...non che non era disposto, però lui con noi non parlava dei fatti suoi,...per cui pensavo che...non volesse che noi parlassimo dei...cioè, lui, praticamente,...quello era una lavoro per lui, no?...era un lavoro per cui lui...stop...era staccato dal resto di tutto...e invece, quest'anno sto lavorando con Gianni...Gianni Pizzuti...è una persona di un'umiltà unica...cioè,...quando lavoriamo,...che giriamo alla ricerca dei ragazzi...e mi fa: Chiara ma tu che pensi? ma per te va bene così?...come li vedi questi ragazzi? come li hai visti?, così...ti chiede il tuo parere,...invece Mariano era molto quadrato...non che...questo è, questo si fa, questo si dice,...invece Gianni è molto più,...pur avendo molta più esperienza di Mariano,...Gianni è più umile da questo punto di vista...>>.
Rispondendo alla mia domanda sulle differenze di genere nel lavoro di strada, Chiara dice: <<...bella questa domanda...la donna è molto più obiettiva, riesce...riesce a cogliere dei lati, delle particolarità che all'uomo, normalmente, sfuggono...perché il ragazzo,...almeno, per quanto riguarda la mia esperienza,...é molto più...guardo Mariano...lui è sempre molto razionale nelle sue...cioè, a volte,...non fa rientrare nemmeno le componenti emotive in tutto quello che vediamo...sì, le vede, però...io mi ritengo molto più obiettiva in quanto donna...ma credo che proprio le donne siano più...e nell'approccio, invece,...meglio i ragazzi, sicuramente,...perché riescono ad instaurare un rapporto molto più libero nei loro confronti...e, infatti, tante volte, ci siamo trovati io e l'altra mia amica...in situazioni poco piacevoli, perché...l'approccio...anche perché siamo ragazze...di fraintendimento...poi lì, spettava a noi non lasciare intendere niente,...perché magari tu ci vai come c'andava lui, molto amichevole...però l'amichevole della ragazza è diverso...magari loro lo vedono proprio in quel modo...>>.
Chiara spiega perché ha deciso di continuare il lavoro di strada anche dopo il termine del seminario: <<...e sono rimasta perché mi sono affezionata a loro...perché...a parte, dal punto di vista affettivo, perché, inevitabilmente,...ma...dal punto di vista del...riconoscimento dei ragazzi...noi, alla fine dell'anno,...abbiamo organizzato delle partite...delle partite di pallavolo, di calcio, una festa...e c'erano i ragazzi...chi mi chiamava di qua,...chi mi chiamava di là, insomma...ti rendi conto che questi ragazzi si sono affezionati a te...perché hai fatto qualcosa di concreto soprattutto,...non è che hai detto facciamo questo, facciamo quell'altro, però...alla fine è rimasta così, una cosa...e...questo m'ha portato a ritornare, a rientrare...>>.
Chiara spiega i suoi dubbi sul lavoro di strada: <<...il lavoro di strada era un'esperienza nuova...sai, il volontariato vero e proprio, a volte, in questa...in questo tipo di lavoro...di strada,...non ce lo vedo...perché la maggior parte del tempo lo passiamo, praticamente, attorno al tavolo,...a decidere quello che dobbiamo fare con i ragazzi...adesso stiamo lavorando all'interno di una specie di...di progetto Contrappunto, no?...e stiamo cercando i ragazzi che, in un certo senso,...insomma, ragazzi che hanno avuto dei disagi all'interno della scuola, per cui hanno abbandonato...però, per il momento, stiamo solo osservando questi gruppetti,...però non stiamo...in un certo senso, non li stiamo aiutando,...non stiamo con loro...quindi, a volte, vengo anche demoralizzata da questa cosa qui...perché, quando stavo agli scout, facevo anche servizio con...gli handicappati, con le persone disabili,...andavo da loro, mangiavo con loro...per cui era più,...in un certo senso,...sentito...però...il lavoro di strada...diciamo, visto in maniera concreta...io, sinceramente, sto ancora...cercando di capire che cos'è il lavoro di strada,...sto ancora...chiedendomelo...perché non...infatti, quando stiamo alle riunioni, io ascolto moltissimo, perché,...effettivamente,...lo sento e non lo sento...sono rimasta perché,...ti ho detto,...perché i ragazzi si sono affezionati, mi sono affezionata io, però...devo riuscire ancora ad...entrare bene nella cosa,...anche se,...una cosa è certa,...ho bisogno di dare...e sono rimasta per questo,...perché non posso stare a fossilizzarmi sui libri...infatti io, quando vengo qui...a Tor Bella Monaca,...è tutta una cosa...insomma, torno a casa tranquilla, contenta...però...effettivamente insomma, vedo il volontariato...ma di che cosa alla fine?...forse, se...dovessi fare recupero con i bambini,...sarebbe più...lo senti...è più tangibile,...invece così...e la stessa cosa...la stessa domanda me la ponevo l'anno scorso...quando giravamo...a fare interviste ai ragazzi, però...di concreto...vedevo Mariano così preso dalla cosa...poi, alla fine, quando però si è concretizzato nel...fare quello, fare la partita...allora sì,...certo, però ho deciso di rimanere...con Mariano ne abbiamo parlato tante volte...è un lavoro che, infatti, si protrae durante tutto l'anno...per arrivare a concretizzarsi alla fine...quando, negli scout, no...negli scout ogni settimana un'uscita...tende di qua...poi insomma...riunioni...era una cosa diversa...>>.
Chiara continua ad esprimere i suoi dubbi a proposito del lavoro di strada: <<...il lavoro di strada...come m'è sembrato...t'ho detto...ehm...all'inizio tanto tecnico...ma...non...cioè non...è molto diverso dagli altri tipi di...di volontariato...o di associazioni...t'ho detto, lì...perché, vedi il fatto concreto, vedi...lo tocchi, lo...lo senti...senti che...senti che stai ricevendo...ma lo senti...giornalmente...quando andavo a trovare i disabili...io sentivo...che loro mi aspettavano...che loro volevano che stessi con loro...ehm...invece...il lavoro di strada...non so se perché l'ho fatto con Mariano...quindi l'ho visto in maniera anche...sarà che io...sono partita dal seminario...per cui lo sentivo anche come un dovere...lo facevo per un esame...all'inizio questo...magari, tante volte,...stavo sotto esame...dobbiamo uscire oggi, dobbiamo uscire domani...dobbiamo fare questo, dobbiamo fare riunione d'équipe...cioè, ad un certo punto, guarda,...basta, me ne vado, perché non ce la facciamo più, allora...stavamo io e l'altra ragazza che...effettivamente...eravamo esasperate da lui...e non riuscivamo a vederlo più come...un qualcosa che ci potesse dare...e poi, alla fine,...quando tu vedi che tutto il lavoro che hai fatto durante l'anno si concretizza...in qualcosa di serio...in qualcosa che...ehm...che è per i ragazzi...è per...per queste persone che...hanno bisogno di vedere che qualcuno si muova per loro...allora...ti rendi conto che stai ricevendo, però...lo stai ricevendo tutto in un colpo...tutto insieme...ma sai che...guarda, preferisco, sinceramente, magari...andare a trovare persone disabili oppure stare con loro e ricevere giornalmente...dare e ricevere...che...che non così...perché effettivamente noi...così...facciamo tante riunioni...ehm...sì, usciamo...stiamo un po' con i ragazzi però...effettivamente...il volontariato vero e proprio...magari che stai alla Stazione Termini, vai a portare il panino...vedi che loro t'aspettano...che...io non lo vedo...sinceramente...t'ho detto...sto ancora chiedendomi...che cos'è il lavoro di strada,...me lo sto ancora chiedendo...cioè...forse sì, sicuramente sarà anche...sinceramente...spassionatamente proprio...non so che cosa...non lo so che sto facendo di pratico, però,...vedendo Mariano,...vedendo gli altri,...parlo molto di Mariano perché effettivamente...è la persona che più m'ha colpito,...è una persona...un po'...emblema di questo lavoro di strada, per me...però, il fervore con cui...fa questo,...la passione che ci mette,...come ne parla...e poi lui ha tutto un modo particolare di spiegare,...di parlare di questa cosa...per cui...e anche Gianni...effettivamente dici: ma allora...c'è effettivamente, concretamente, qualcosa di vero in tutto questo...e io...sto lì...quando Mariano mi parlava...Chiara ma che dici?...così...sì, rispondo però...e non riesco nemmeno a capire il perché loro ci mettano tutta questa...enfasi...adesso non è che sto...che ne so...attaccando questo tipo di volontariato e dico: io non è che ci trovo...anzi...io sono rimasta perché,...ma forse, egoisticamente parlando,...sono rimasta perché avevo...bisogno...non lo so...forse di trovare...quelle stesse sensazioni,...quelle stesse emozioni, che provavo...quando stavo con...persone che ne avevano bisogno...poi soprattutto perché,...quando stavo con queste persone,...ehm...io ho assistito a una...signora...molto particolare...che stava sulla sedia a rotelle, era disabile, ma...aveva un'intelligenza finissima, unica...ed è morta,...è morta senza che io me ne potessi rendere conto...e non lo so, forse stare...cioè, è completamente diverso, però...forse stare in mezzo a loro...in mezzo...ehm...cercare di aiutare queste persone...ehm...è come,...non lo so,...supplire alla sua mancanza,...compensare una mancanza mia,...è più un fatto egoistico...però, sinceramente...cioè,...aiutare come?...non è che noi andiamo...a casa di persone povere del quartiere...portiamo pasta, portiamo...forse questa è più la mansione di Tilde, magari...è più lei forse che fa...queste cose qua...per me...non so...forse c'è un collegamento con...ma sicuramente...con la strada-scout e la strada...la strada di Tor Bella Monaca...degli operatori di strada...forse...effettivamente io ho sbagliato perché sono...entrata...qui...pensando di ritrovare quello che...avevo una volta...però è completamente diverso...cioè...è veramente diverso...>>.
Chiara parla del lato positivo del suo impegno nel lavoro di strada: <<...sì...ecco, più che...più che capire che cos'è il lavoro di strada,...ehm...sto bene con loro,...mi aiutano a...a stare bene...ma no a stare bene...a stare meglio con me stessa,...a passare dei momenti così...diversi da quelli che non siano...lo studio...per questo che ti dicevo prima...in modo egoistico...forse, quando capirò effettivamente che cos'è...il lavoro di strada,...allora, riuscirò veramente a dare,...per adesso ricevo da loro...così, semplicemente...>>.
Chiara parla dei ragazzi di strada anche paragonandoli a se stessa alla loro età: <<...beh, io a quell'età,...all'età dei ragazzi che incontro quotidianamente,...io ero molto ingenua,...molto...spaventata di tutto,...invece loro sembrano essere molto sicuri di se stessi, molto spavaldi, forti...con tante insicurezze, comunque...ehm...e lo dimostra...il loro look, il telefonino all'età di 13, 14 anni, insomma, è una cosa comunissima, oramai è diventato veramente uno status symbol...magari non lavori, non fai nient'altro, però il telefonino lo devi avere...>>.
Infine, Chiara racconta del suo cambiamento avvenuto grazie al rapporto con i ragazzi di strada: <<...coi ragazzi di strada...all'inizio, vabbe'...giustamente, sempre con Mariano, perché Mariano stava sempre...con noi, no?...e ho dovuto fare uno sforzo su me stessa,...cioè, veramente dovevo cercare, magari, di farmi vedere...perché,...giustamente,...sapendo...avendo...io fatto mente capace del fatto...che ci sono persone che mi fanno male,...e quindi insomma, sei diffidente,...vai con molta diffidenza a fare le interviste,...a conoscere i ragazzi...però, lì ho dovuto fare parecchia...forza su di me,...parecchia violenza su di me,...perché...dovevo far vedere che ero diversa da...insomma,...che non avevo questa corazza...e mi ponevo, quindi, in modo...cordiale nei loro confronti,...che volevo conoscere i loro problemi,...che volevo stare con loro, che volevo condividere con loro...i loro interessi,...il loro modo di essere...e però, mi è...non mi è sembrato difficile, perché...effettivamente, io sono quella, capito?...cioè, con loro mi è sembrato tutto molto spontaneo,...molto sincero...e, se è così,...effettivamente se io...all'inizio sì,...giustamente, è stato difficile per me...però, se io poi mi sono posta in modo così...magari quando li vedevo ero sempre, così, molto sorridente,...alla fine, forse, io sono effettivamente così...cioè, è stato molto semplice poi...non mi ha creato alcun problema poi...m'ha fatto capire...ad essere più me stessa soprattutto...più spontanea, sì...>>.
Progetti futuri
Per quanto riguarda i suoi progetti per il futuro, Chiara dice: <<...ma...prima di tutto, voglio laurearmi...e trovarmi un lavoretto...poi, voglio fare assolutamente il corso di specializzazione, perché voglio assolutamente specializzarmi in Criminologia...poi,...a livello personale,...vorrei farmi una famiglia,...ma sicuramente dopo la specializzazione,...dopo essermi realizzata...>>.
4.4. Storia di Flaminia
4.4.1 Presentazione del soggetto
Flaminia ha 29 anni. E' nata a Roma. La sua famiglia, è composta da padre, madre e un fratello di un anno più piccolo di lei, di nome Maurizio. Flaminia proviene da una famiglia borghese, è atea e di sinistra.
I genitori si sono separati quando era piccola, quindi lei ha sempre vissuto con la madre e con il fratello. Per i primi vent'anni il padre è stato poco presente nella vita di Flaminia, ma attualmente sembra che il loro rapporto sia migliorato.
Flaminia ha studiato nel quartiere Nomentano, in una zona molto centrale di Roma. Ha svolto sempre molte attività, oltre a quelle scolastiche, come ad esempio la danza e il teatro. All'università si è iscritta a Lettere, portando a termine gli esami, ma bloccandosi sulla tesi di laurea.
Da tre anni è andata a vivere da sola, cercando di lavorare per poter pagare le bollette, nonostante gli aiuti economici che riceve dai suoi genitori.
Oltre all'impegno a Tor Bella Monaca, svolge altre attività sempre a contatto con bambini e ragazzi; lavora in una ludoteca e in ambito teatrale.
E' entrata a far parte del gruppo di operatori di strada a Tor Bella Monaca 5 anni fa.
Attualmente vive con un ragazzo (un altro operatore di strada) e continua a svolgere varie attività contemporaneamente, con la speranza che queste possano, un giorno, confluire in un unico impegno.
4.4.2 Protocollo dell'intervista
Ho contattato Flaminia telefonicamente, tramite una comune amica che le aveva parlato del colloquio e ci aveva messe in contatto.
Ci siamo viste, dopo quattro giorni, a casa di sua madre a Porta Maggiore, nel primo pomeriggio. In casa c'era anche il fratello.
Prima di iniziare il colloquio, assisto ad una conversazione tra lei ed il fratello Maurizio, durante la quale i due scherzano sul fatto che Flaminia sia un’operatrice di strada da ben cinque anni; il fratello, infatti, aveva scommesso che lei avrebbe abbandonato subito quest’esperienza; ora, invece, entrambi si dimostrano piacevolmente stupiti dal fatto che questo interesse di Flaminia sia rimasto intatto nel tempo.
Il primo colloquio si svolge in cucina, sedute faccia a faccia intorno al tavolino. Anche gli altri due incontri hanno seguito questa modalità.
Flaminia è da subito molto tranquilla e ben disposta nei miei confronti.
Il registratore e il blocchetto non creano alcun problema. L'incontro non subisce interruzioni o intrusioni esterne, se si escludono i due gatti di casa che attraversavano spesso la stanza, ma senza disturbare.
Flaminia è molto amichevole, sorride spesso, si mette immediatamente a suo agio e mette anche me in condizione di poter ascoltare con la massima attenzione e in un'atmosfera rilassata ciò che dice.
Flaminia sembra impegnarsi seriamente nel suo racconto: affronta temi anche personali rimanendo molto tranquilla e lineare, è ironica, brillante, divertente.
Non intervengo quasi per niente per gran parte del colloquio; solo alla fine le pongo qualche domanda, esclusivamente per capire bene i nessi tra la sua storia ed il lavoro di strada a Tor Bella Monaca.