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Dislessia e cervello: cosa dicono davvero le neuroscienze su struttura, connettività e neurotrasmettitori

Dislessia e cervello: cosa dicono davvero le neuroscienze su struttura, connettività e neurotrasmettitori

Negli ultimi vent’anni le neuroscienze cognitive hanno prodotto un’enorme quantità di dati sulla dislessia evolutiva, indagando come la struttura del cervello, la connettività delle reti e persino alcuni neurotrasmettitori possano contribuire alle difficoltà di lettura.
Tuttavia, non tutte le evidenze hanno lo stesso peso: alcuni risultati sono ormai relativamente robusti, mentre altri rappresentano ipotesi promettenti ma ancora da confermare.

Struttura cerebrale: evidenze relativamente robuste

Le review neuroanatomiche sulla dislessia convergono sull’idea che, in media, lettori con dislessia presentino differenze strutturali nelle regioni perisilviane sinistre coinvolte nel linguaggio (lobi temporale e parietale) e nell’area occipito-temporale sinistra, spesso associata al riconoscimento rapido delle parole scritte.
Queste differenze riguardano per esempio volume, spessore corticale o organizzazione della sostanza grigia, e sono state replicate in campioni diversi per età e lingua, anche se con dimensioni spesso moderate.

Un elemento importante, per valutarne la validità, è che alcune anomalie sono state osservate anche in bambini in età prescolare con rischio familiare di dislessia, prima dell’inizio dell’istruzione formale.
Studi longitudinali su questi campioni suggeriscono che una parte delle differenze strutturali non è una semplice conseguenza di leggere meno, ma potrebbe rappresentare un fattore di vulnerabilità che interagisce con l’esperienza di lettura.

Allo stesso tempo, alcune differenze osservate in studi cross-sectional tendono a ridursi quando si confrontano bambini con dislessia con gruppi di controllo “ability-matched”, cioè con pari abilità di lettura ma minore età cronologica.
Questo dato invita alla prudenza: non tutte le alterazioni strutturali sono necessariamente causa della dislessia, alcune possono riflettere la diversa storia di apprendimento.

Connettività e sostanza bianca: un quadro in consolidamento

Una delle linee di ricerca più solide riguarda la connettività della sostanza bianca, cioè dei fasci che collegano tra loro le aree del cervello implicate nella lettura.
Una rassegna recente di un decennio di studi di connettività evidenzia, nei bambini con dislessia, una riduzione dell’integrità (per esempio minori indici di anisotropia frazionale) in fasci come il fascicolo arcuato, il fascicolo longitudinale inferiore e il fascicolo fronto-occipitale inferiore, soprattutto nell’emisfero sinistro.

Queste alterazioni sono state osservate in studi indipendenti e, in alcuni casi, risultano correlate in modo specifico con abilità fonologiche e velocità di lettura, suggerendo un legame funzionale plausibile.
Alcune ricerche su bambini a rischio, seguiti longitudinalmente, indicano che anomalie precoci in determinati fasci possano precedere la comparsa dei problemi di lettura, rafforzando l’ipotesi di un ruolo causale.

Un altro risultato abbastanza consistente riguarda la lateralizzazione: nei lettori tipici la connettività di alcuni fasci è più sviluppata a sinistra, mentre in molti bambini con dislessia questa asimmetria è ridotta o invertita.
Alcuni studi descrivono anche fenomeni di compenso, con un maggiore coinvolgimento di vie destre e reti occipito-parietali, interpretati come strategie alternative del cervello per supportare la lettura nonostante le difficoltà nei circuiti “canonici”.

Connettività funzionale: risultati promettenti ma più eterogenei

Gli studi di connettività funzionale, sia durante compiti di lettura sia a riposo, mostrano tendenzialmente una minore coordinazione tra le aree frontali, temporali e occipito-temporali sinistre del network della lettura nei soggetti con dislessia.
Si osservano spesso ipoconnettività nei circuiti fonologici e un maggiore reclutamento bilaterale o di regioni aggiuntive (per esempio aree legate alla memoria), probabilmente a scopo compensatorio.

Tuttavia, questi studi sono più eterogenei per compiti, età e metodi di analisi, e spesso basati su campioni relativamente piccoli.
Di conseguenza, pur offrendo un quadro interessante e coerente con i dati strutturali, le conclusioni sulla connettività funzionale vanno considerate come tendenze plausibili, non ancora come “firme” diagnostiche affidabili.

Neurotrasmettitori e “neural noise”: ipotesi ancora esplorative

Negli ultimi anni alcuni studi hanno iniziato a esplorare il ruolo di neurometaboliti come glutammato, GABA, colina e N-acetil aspartato nelle regioni coinvolte nella lettura, utilizzando la spettroscopia di risonanza magnetica.
Alcuni risultati indicano, in sottogruppi di bambini o adulti con dislessia, livelli più elevati di glutammato o colina in specifiche aree, associati a prestazioni peggiori in compiti di lettura o discriminazione linguistica.

Questi dati si collegano a modelli teorici come l’ipotesi del “neural noise”, secondo cui un eccesso di attività eccitatoria o un bilancio alterato eccitazione/inibizione renderebbe meno precisa la sincronizzazione temporale delle reti, compromettendo l’elaborazione dei segnali fonologici.
Tuttavia, gli studi disponibili hanno campioni per lo più ridotti, risultati non sempre replicati e grandi differenze tra protocolli, regioni esplorate ed età dei partecipanti.

Le stesse review metodologiche sottolineano che, per dimostrare con sicurezza differenze sottili nei livelli di GABA o glutammato, sarebbero necessari campioni molto più grandi e disegni longitudinali più standardizzati.
Per ora, quindi, il legame tra dislessia e neurometaboliti va considerato come un’ipotesi plausibile e stimolante sul piano teorico, ma non come evidenza clinicamente consolidata.

Come distinguere evidenze e ipotesi nell’uso clinico

Per un uso prudente di questi dati in ambito clinico e psicoeducativo, è utile tenere distinti tre livelli: risultati replicati su più studi e campioni, tendenze promettenti ma ancora eterogenee, e ipotesi neurobiologiche principalmente teoriche.
Le differenze strutturali nelle reti della lettura e le anomalie di connettività della sostanza bianca rientrano nel primo livello: non spiegano tutto e non permettono diagnosi individuali, ma rappresentano un nucleo di evidenze relativamente stabili.

Le alterazioni di connettività funzionale e le teorie sul neural noise appartengono al secondo livello: supportate da vari studi, ma con forti limiti metodologici e necessità di replicazione su campioni più ampi.
Le ipotesi sui neurotrasmettitori e sul bilancio eccitazione/inibizione, infine, sono oggi soprattutto strumenti per comprendere meglio i possibili meccanismi alla base delle difficoltà di lettura, ma non hanno ancora implicazioni dirette per la diagnosi o il trattamento.

In sintesi, la neurobiologia della dislessia offre una cornice utile per spiegare perché alcuni bambini, nonostante un’istruzione adeguata, incontrino maggiori ostacoli nell’imparare a leggere, ma non sostituisce la valutazione clinica e neuropsicologica, né fornisce “mappe” individuali del disturbo. Questi dati e queste linee di ricerca si inseriscono perfettamente nella teoria della neurodiversità, identificando la dislessia, come le altre neurodivergenze, come costituita da un diverso sviluppo e cablaggio cerebrale, e propendendo verso il considerarla un funzionamento piuttosto che un disturbo.
Per chi lavora con bambini o adulti dislessici, può essere più utile considerare il cervello come un sistema di reti plastiche, con vulnerabilità specifiche ma anche con importanti possibilità di compenso, piuttosto che cercare un singolo difetto anatomico o chimico che spieghi tutto.

Riferimenti essenziali

  • Norton, E. S., & Wolf, M. (2012/2014). Neurobiology of dyslexia.
  • Zhao, J., et al. (2024). A decade of white matter connectivity studies in developmental dyslexia. Psychoradiology.
  • Ramus, F., et al. (2018). Neuroanatomy of developmental dyslexia: Pitfalls and promise.
  • Lou, C., et al. (2018). White matter network connectivity deficits in developmental dyslexia.
  • Vanderauwera, J., et al. (2017). Early dynamics of white matter deficits in children at risk for dyslexia.
  • Kossowski, B., et al. (2019). Dyslexia and age-related effects in neurometabolites.
  • Articoli di sintesi su neural noise e temporal sampling in dislessia.
  • Review clinica e gestionale della dislessia con focus neurobiologico.

 

Per approfondire:

Oltre l’Etichetta: le Neurodivergenze nell’Adulto

Dislessia negli Adulti: Oltre le Difficoltà di Lettura

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