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di Claudio Cantarini e Silvia Garozzo
Nel suo Enforcing Normalcy, Lennard Davis lanciava un’idea solo apparentemente assurda: nel XVIII secolo, l’Europa sarebbe diventata “sorda” a causa del passaggio da una cultura orale e performativa a una cultura della scrittura silenziosa e disciplinata, in cui la lettura richiedeva mutismo e attenzione ai segni testuali piuttosto che all’ascolto vivo [1].
Judy Singer, che ha contribuito in modo decisivo alla formulazione del concetto di neurodiversità, riprende questo paradosso e lo aggiorna alla nostra epoca digitale: se il Settecento trasformò gli udenti in culturalmente “sordi”, l’era cibernetica rischia di trasformare i neurotipici in culturalmente “autistici”, cioè in soggetti che comunicano sempre più tramite codici ridotti e impoveriti rispetto alla complessità dell’interazione faccia a faccia [2].
La Scuola di Palo Alto ha mostrato come la comunicazione interpersonale comprenda una componente verbale, una paraverbale (tono, ritmo, volume) e una non verbale fatta di gesti, posture, sguardi, distanze, e diversi modelli indicano che la quota strettamente verbale rappresenta solo una parte minoritaria del messaggio (7%), mentre elementi vocali (38%) e corporei (55%) ne veicolano gran parte del significato relazionale [3].
L’uso massiccio di computer, chat, email e messaggi testuali implica una compressione drastica di questa ricchezza, perché i segnali analogici vengono ridotti a icone, emoji o brevi note vocali, con un incremento del rischio di fraintendimenti e di conflitti relazionali nati da messaggi scritti senza contesto prosodico o corporeo [4].
Studi di neuroscienze sociali mostrano che nelle interazioni faccia a faccia le aree cerebrali coinvolte nell’empatia, come parti della corteccia prefrontale mediale e le reti del “social brain”, si attivano in modo intenso quando osserviamo la sofferenza o l’esclusione di altre persone in contesti reali o simulati [5].
Quando la comunicazione avviene tramite testo, l’attivazione di queste reti può risultare ridotta o qualitativamente diversa, perché mancano indizi fondamentali come espressioni e tono di voce, e questo contribuisce al vissuto di distanza emotiva, alla difficoltà di cogliere sfumature, e talvolta a una desensibilizzazione rispetto al dolore altrui [6].
In questo scenario si inserisce un altro attore potente: la dopamina. L’avvento di piattaforme come TikTok, Instagram Reels e altre app basate su video brevi ha introdotto un nuovo paradigma di consumo: lo scrolling infinito, in cui ogni swipe propone un contenuto diverso e imprevedibile, attivando il sistema di ricompensa dopaminergico in modo simile ai meccanismi di rinforzo delle slot machine [7].
Ogni video soddisfacente genera una piccola scarica di dopamina, il neurotrasmettitore associato a piacere e motivazione, e la combinazione di brevità, novità e personalizzazione dell’algoritmo spinge a cercare il “prossimo” stimolo, rendendo difficile interrompere la visione e condizionando il cervello ad aspettarsi ricompense rapide e frequenti [8].
Nel lungo periodo questo pattern abitua la mente a tollerare sempre meno le attività che richiedono sforzo prolungato e ricompensa differita, come lo studio, la lettura di testi complessi o il lavoro concentrato, che al confronto appaiono “noiosi” rispetto al flusso iperstimolante dei social a scrollo veloce [9].
Alcuni autori parlano proprio di “TikTok brain” per descrivere questa tendenza a frammentare l’attenzione e a cercare continuamente stimoli brevi e intensi, con un effetto di trascinamento soprattutto nelle fasce più giovani [10].
La questione si fa ancora più interessante se la si guarda dal punto di vista dell’ADHD. La ricerca evidenzia che le persone con ADHD presentano spesso un sistema dopaminergico diverso da quello dei neurotipici, con una maggiore sensibilità alla ricerca di stimoli immediati e gratificanti; ambienti digitali ad alta velocità, come i feed di video brevi, risuonano quindi in modo particolare con questa predisposizione [11].
Studi e report clinici indicano che l’uso intensivo di questi social non “crea” ADHD, ma può amplificarne i sintomi, incrementando impulsività, difficoltà nel mantenere l’attenzione su compiti monotoni e tendenza a procrastinare [12].
Allo stesso tempo, nei neurotipici può generare abitudini attentivo-comportamentali che assomigliano superficialmente a un funzionamento ADHD-like: fatica a restare su un compito unico, bisogno di stimoli multipli in parallelo, difficoltà a tollerare la noia e i tempi morti, ricerca costante del “nuovo” sullo schermo [13].
In questa prospettiva, lo stesso ambiente digitale che riduce la componente analogica della comunicazione può allenare il cervello a funzionare per micro-unità di attenzione, con passaggi rapidi tra stimoli e pochi momenti di pausa, generando una sorta di iperattività cognitiva a bassa profondità [14].
Se si mettono insieme il riduzionismo comunicativo, la perdita di segnali non verbali e la ricerca compulsiva di micro-ricompense dopaminergiche, emerge un quadro in cui i neurotipici sembrano muoversi in una direzione duplice: da un lato verso una comunicazione più rigida, letterale e filtrata, che ricorda alcuni aspetti dell’esperienza autistica; dall’altro verso uno stile attentivo frammentato, orientato alla novità e alla gratificazione immediata, che richiama tratti ADHD-like [15].
Qui la neurodiversità diventa una lente preziosa. Invece di usare “autistico” o “ADHD” come etichette svalutanti, si può leggere ciò che accade come un gigantesco esperimento collettivo in cui l’ambiente tecnologico rende più visibili e condivise modalità di funzionamento che per alcune persone sono strutturali, e per altre diventano abitudini apprese [16].
Uno dei nodi centrali, allora, non è demonizzare la tecnologia, ma imparare a introdurre consapevolmente spazi di rallentamento, pratiche di presenza corporea e momenti di relazione non mediata, che ribilancino il sistema dopaminergico e riattivino le reti neurali coinvolte nell’empatia profonda e nella connessione affettiva [17].
La domanda che resta sullo sfondo è se vogliamo adattarci passivamente a un ambiente che favorisce una combinazione di autismo culturale e ADHD ambientale, o se preferiamo progettare tecnologie e pratiche sociali che riconoscano e sostengano le diverse modalità di percepire, comunicare e concentrarsi delle persone neurodivergenti e neurotipiche [18].
Oltre l’Etichetta: le Neurodivergenze nell’Adulto
La Teoria della Doppia Empatia: Autismo e interazioni sociali Una Nuova Prospettiva
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