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La neuroqueerness rappresenta un ambito di studio interdisciplinare che si colloca all’intersezione tra i disability studies, la psicologia della neurodiversità e la teoria queer. Non si tratta di una semplice categoria identitaria, ma di un apparato teorico che mette in discussione la patologizzazione delle differenze cognitive e comportamentali, proponendo un modello di comprensione basato sull’autonomia del soggetto e sulla fluidità dei processi mentali e identitari.
Il concetto, formalizzato inizialmente da Nick Walker e Remi Yergeau, muove dalla critica alla cosiddetta “normatività neuronale”. Quest’ultima viene definita come l’insieme di standard socio-culturali che stabiliscono un unico modello di funzionamento cerebrale considerato sano o corretto. La neuroqueerness sostiene che la pressione a conformarsi a tali standard sia strutturalmente analoga alla pressione esercitata dall’eteronormatività sui corpi e sulle identità non conformi.
In ambito scientifico, questo approccio invita a considerare l’autismo, l’ADHD e altre neurodivergenze non come deficit da correggere, ma come espressioni della variabilità biologica umana che si intrecciano con lo sviluppo della personalità e dell’orientamento socio-affettivo. Questa visione si allinea con il modello sociale della disabilità, che sposta il focus dal “guasto” interno all’individuo alle barriere esterne create da una società progettata per un’unica tipologia di mente.
Il termine neuroqueering definisce la pratica intenzionale di sovvertire le convenzioni neuronali. Tale processo si articola in diverse dimensioni cliniche e sociali:
Decostruzione del condizionamento: il soggetto intraprende un percorso di consapevolezza per identificare quali comportamenti siano frutto di un adattamento forzato (masking) a standard neurotipici. Questo sforzo di adattamento è spesso causa di burnout autistico e stress cronico.
Espressione della divergenza: attraverso la rivendicazione di modalità comunicative e motorie proprie (come lo stimming), l’individuo riappropria il proprio spazio esistenziale. Lo stimming non è visto come un sintomo da eliminare, ma come uno strumento di autoregolazione sensoriale essenziale.
Intersezione identitaria: la ricerca evidenzia come la percezione del genere sia spesso mediata dal funzionamento neurologico. Molte persone neurodivergenti riportano una comprensione dei costrutti di genere che devia dalle norme binarie, suggerendo una correlazione intrinseca tra neurotipo e identità di genere. Questo fenomeno è talvolta descritto in letteratura come “gender divergenza”.
Un pilastro scientifico a supporto della neuroqueerness è la “teoria della doppia empatia” di Damian Milton. Questa teoria suggerisce che le difficoltà sociali non risiedano esclusivamente nel soggetto neurodivergente, ma siano il risultato di una rottura nella reciprocità tra due persone con modalità di processamento diverse. La neuroqueerness applica questo concetto rifiutando l’idea che la mente neurotipica sia il “gold standard” della comunicazione.
Spostare il focus verso una prospettiva neuroqueer richiede un cambiamento metodologico significativo nella pratica professionale. Invece di adottare un modello medico basato sulla correzione del sintomo, la ricerca contemporanea suggerisce di:
Promuovere l’autonomia radicale: supportare l’individuo nella ricerca di un equilibrio che non sacrifichi l’integrità psichica in favore della performance sociale.
Validare l’esperienza soggettiva: riconoscere che le modalità di interazione e di elaborazione sensoriale del soggetto neurodivergente hanno una validità intrinseca e non necessitano di essere “normalizzate”.
Analizzare l’ambiente e il contesto: valutare quanto il contesto sociale sia responsabile del disagio percepito, piuttosto che attribuirlo esclusivamente a una presunta disfunzione interna dell’individuo.
La neuroqueerness offre una lente scientifica necessaria per superare i limiti del riduzionismo biologico e psicologico. Abbracciare questo paradigma significa riconoscere la complessità dell’esperienza umana, tutelando il diritto di ogni individuo a uno sviluppo armonioso che rispetti la propria unicità neurologica e identitaria. La sfida per il futuro è l’integrazione di questi principi nei sistemi educativi e di supporto, garantendo che la diversità sia protetta e non semplicemente tollerata.
Butler, J. (1990). Gender trouble: feminism and the subversion of identity. Routledge.
Milton, D. E. (2012). On the ontological status of autism: the ‘double empathy problem’. Disability & Society, 27(6), 883-887.
Sinclair, J. (1993). Don’t mourn for us. Our Voice, 1(3).
Walker, N. (2021). Neuroqueer heresies: notes on the neurodiversity paradigm, autistic empowerment, and postnormal possibilities. Autonomous Press.
Yergeau, R. (2018). Authoring autism: on rhetoric and neurological queerness. Duke University Press.
Silberman, S. (2015). Neurotribes: the legacy of autism and the future of neurodiversity. Avery.
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